Scende La Maschera

Scende la maschera stretta sul viso,
or, ch’aderente, mi mozza il respiro,
riprende la fiducia all’improvviso.

Lì, sorridente, mai rozza, t’ammiro,
sostieni il mal, ma larga t’elargisci,
stando silente, ed abbozzi un sospiro;

t’esponi al sol, pur parca, t’esibisci
nel pieno mar che solchi, rinverdisci.

A Un Passo Da Te

E resto a un passo da te nella tana,
t’osservo, mentr’accenni la tua pelle,
immagini a sé stanti, sin favelle
per brame della carne; ancor non stana

me, appresto un po’ distante; è cosa vana
mostrar te solo oggetto, alquanto imbelle,
rivolta verso chi guarda le stelle,
con fame d’osservanze, e sei lontana.

Mia Viola, quanti corpi tutti uguali,
anonimi dipinti senz’odori,
un’infinita scelta, mai venuta.

Mio amore, mostra te per quel che vali,
accoglimi. Siam spinti a far l’attori,
ma è vita ch’è divelta, non cresciuta.

Casa Surace – L’ultimo pacco da giù – Parte 3

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(…Continua da qui – Parte 2)

– Buongiornissimo!!! Caffè? – fece Davide a Guglielmo, porgendogli un bicchiere americano fumante, con entusiasmo irritante e provocatorio, prendendosi gioco di lui per l’età e per il suo ormai incipiente pensionamento. Si trovavano sotto un diluvio imponente e il più giovane se ne stava lì, porgendogli quel recipiente caldo con un sorriso strafottente sul volto, intanto che Guglielmo cercava concentrato un paio di torce dal bagagliaio dell’auto. – No – rispose distrattamente e freddamente il collega, indaffarato e pensieroso com’era. Chiuse il bagagliaio, passò una delle due torce al giovane compagno di lavoro e si allontanarono entrambi dall’auto, a piedi sotto l’acqua scrosciante.

Davide, milanese da generazioni, era giovane, di bella presenza, entusiasta e ambizioso, a dispetto di Guglielmo, per gli amici Zelmo. Uomo di colore, più attempato ed esperto, sia della sua professione che delle cosiddette cose della vita; nei suoi occhi, la rassegnazione e la disillusione di chi ne ha viste tante.

– Ascolta – fece Davide a Zelmo, mentre camminavano sotto il violento acquazzone. – Sai che parli benissimo in italiano, nonostante le tue evidenti origini afroamericane? Ti ha mai detto nessuno che sei identico a…

– …a Morgan Freeman, porca troia! Finitela con questa storia ragazzi! Sono anni che me lo sento dire! Sono italiano, di origini emiliane, ok? Mio padre è di Rubiera, mentre mia madre era francese, nata da genitori algerini, per quello sono nero, ecco svelato l’arcano!

– Eh la Madonna, che permaloso che sei, Zelmo! Me lo avevano detto i tuoi colleghi di dipartimento che la cosa ti faceva incazzare, volevo prenderti un po’ in giro.

Zelmo sorvolò, preso com’era dai suoi pensieri. Aveva quasi sessantacinque anni ormai, non c’era più tempo per perdere le staffe per certe fesserie.

Entrarono nel condominio, un palazzo di sette piani, in una delle periferie più degradate e squallide di Milano. L’ascensore era rotto, probabilmente era stato manomesso. Fecero quindi pazientemente le scale a piedi, erano abituati a farlo, per cui la cosa non pesava loro particolarmente.

Raggiunsero l’ultimo piano, tutti e due con un leggero affanno. La porta d’ingresso dell’appartamento era aperta. Zelmo la spinse lievemente per aprirla del tutto ed entrambi i poliziotti penetrarono all’interno dell’abitazione. Le luci erano spente, la casa era fiocamente illuminata da quel poco di luce diurna restante, resa grigia dalle dense nuvole scure dovute al temporale che si stava abbattendo all’esterno. Accesero le torce per migliorare la visibilità nella dimora e infilarono dei guanti sterili, mentre procedevano nell’ingresso.

Diedero un’occhiata in giro. Nell’aria, uno sgradevole odore di cibo e di chiuso. Le finestre erano rimaste serrate per tre giorni e non era stato fatto nessun ricambio dell’aria. Seguirono il breve corridoio, fino a quando non entrarono nell’ampio soggiorno, al centro del quale vi era l’enorme tavolo da pranzo. Sulla parete a sinistra, qualcuno aveva scritto a caratteri cubitali, in milanese, A laurà, terùn. A capotavola, un corpo esanime sedeva, legato mani e piedi, con il volto riverso in un ormai tiepido piatto di parmigiana di melanzane.

Davide si avvicinò alla parete, passò il dito indice su quella scritta offensiva nei riguardi del Mezzogiorno, ne avvicinò la punta al naso per sentirne l’odore e, subito dopo, se la portò tra le labbra, succhiandola leggermente. Con aria investigativa, si passò brevemente la lingua sulle labbra, per percepirne il sapore e, a quel punto, affermò:

– Questo è ragù, Zelmo, ragù pippiato

Zelmo rimase impassibile, benché dentro, per un istante, avvertì il sangue rapprendersi nelle vene, come sovente accadeva quando guardava negli occhi l’ambiguità, toccava con mano l’ignoto, respirava a pieni polmoni l’enigmatico.

Davide proseguì: – Questo qui minimo è morto d’infarto, sarà sicuramente un terrone! – fece il giovane meneghino sarcastico, sorridendo e ostentando sicumera. A dire il vero, era solito abusare del suo cinismo, il cinismo di facciata tipico dell’investigatore di primo pelo, mentre, al contrario, cercava di reprimere il profondo turbamento che provava tutte le volte che si trovava dinanzi a un corpo esanime. Gli tornò per un momento alla mente il suo primo caso, un bambino assassinato, in Valle d’Aosta. Quella volta, quando si trovò dinanzi al corpicino privo di vita di quel fanciullo, nonostante un’esibita noncuranza, provò la medesima sensazione d’una pugnalata al cuore e, terminata la visita di ricognizione, si allontanò dai suoi colleghi per rinchiudersi in auto, dove ebbe un attacco di panico, a cui fece seguito una lunga vomitata.

– Vuoi stare zitto, per cortesia? – replicò Zelmo con severità. Davide, distolto repentinamente da quelle dolenti rimembranze, lo guardò e il suo sorriso falso si spense istantaneamente, lasciando sul suo giovane volto un’autentica espressione di dolore. In verità, si comportava da pagliaccio anche nel tentativo di compiacere il suo collega più anziano che, per quanto trattasse con strafottenza, sentiva come un mentore, come un secondo padre.

Zelmo analizzò attentamente quel corpaccione meridionale, con la testa affondata in quel cuscino di melanzane ormai fredde, avvicinandone la torcia alla nuca, ove ebbe modo di notare un ematoma circolare.

– Qualcuno gli ha tenuto una pistola puntata per chissà quanto tempo…- fece Zelmo.

– Cristo Santo – fece Davide – hai visto quanti piatti sporchi ci sono sul tavolo? Me lo dicevi tu che questa è una casa popolata da terroni fuori sede vero?

– Sì, Davide, è un gruppo di studenti meridionali fuori corso. Hanno più di trent’anni e i genitori continuano a mantenerli agli studi. Pare che qui dentro ci viva solo un milanese, un certo Massimo, detto Ricky, non è ben chiaro cosa ci faccia in mezzo a questa manica di lavativi lazzaroni.

– E questo coglione come mai si trova legato con la faccia immersa in un piatto di parmigiana? – fece Davide.

– Da’ un’occhiata sotto il tavolo, gentilmente…- fece Zelmo educatamente, di rimando, sperando che il buon esempio limitasse il suo linguaggio scurrile.

Davide si chinò sui talloni, sollevò la tovaglia con la mano sinistra mentre con la destra torcia alla mano, faceva luce nella penombra. Notò la presenza di un secchio. Avvicinò il viso a quel recipiente per visionarne il contenuto, ma dovette allontanarsi di colpo: un fetore mefitico e nauseabondo era penetrato violentemente nelle sue narici. Si alzò di colpo in piedi, portando il gomito su naso e bocca, tossendo e trattenendo a stento i conati di vomito:

– Cristo di un Dio! Che schifo, cazzo! – fece Davide, mentre sentiva risalire in gola il caffè di poc’anzi.

– Che roba c’è la dentro? – chiese Zelmo.

– Cazzo ne so, Zelmo. C’è odore di vomito, merda e piscio.

– C’erano anche tracce di ragù?

– Che cazzo di domanda è, stupido? Vuoi accomodarti e dare un’occhiata anche tu? Favorisca, prego… – fece Davide, caustico.

Zelmo alzò gli occhi al cielo, conservando la pazienza tipica della senilità. Continuò, con la torcia, a perlustrare il corpaccione rigonfio di cibo di Pasqui, mentre finalmente si decise a toccarlo. Posò una mano sulla sua spalla, rimanendo per un istante stupito, finché non proferì:

– E’ ancora caldo…

– Vuoi dire che questo stronzo di un terrone è ancora vivo?

Di colpo, s’udì nell’aria il suono irritante della Tarantella del Ciutaglione. Era la suoneria di Pasqui, il quale, improvvisamente, alzò la testa dal piatto di parmigiana, facendo un respirone profondo, inalando con feroce fame d’ossigeno tutta l’aria che gli era mancata fino a quel momento. I due poliziotti, balzarono all’indietro, mettendo mano alle loro fondine. Ripresi i sensi di colpo, Pasqui emise un sonoro scorreggione, a cui fece seguito una scarica di diarrea che gli riempì le mutande di merda. A quel punto, si liberò le mani dalle corde, riprese il secchio sotto il tavolo e vi vomitò dentro, mentre i due poliziotti lo guardavano inorriditi e basiti. Subito dopo, afferrò il cellulare, che nel frattempo aveva continuato a squillare, riempiendo l’ambiente circostante di quel fastidiosissimo motivetto.

– Oh, è mia madre! Meh, signori, fatemi rispondere! – fece Pasqui con il suo fastidiosissimo e posticcio accento barese, rientrando nella sua parte come se nulla fosse accaduto.

– Oh, Ma’. Vedi che qua mi sono mangiato tutto. Sì, sì, tutto a posto. No, Ricky non c’è, si è offeso per qualche cosa, non ho capito bene. Sì, ma tanto poi gli passa, da mo che lo conosco a quello là. Senti Ma’, qua vedi che i pacchi da giù sono finiti, devi mandare qualcos’altro. Eh sì, oggi pomeriggio studio, Ma’. Eh sì, ho capito che c’ho trent’anni, che non mi sono ancora laureato, ma mo l’adolescenza dura molto di più. Ai tuoi tempi vi sposavate a diciott’anni, consentimi di dire che le cose sono cambiate. Sì, Ma’, non ti preoccupare. Sto bene, forse ho mangiato troppo, infatti c’ho un po’ di mal di stomaco, ho avuto un po’ di diarrea. Sì, sì, non ti preoccupare. Mo mi prendo una pastiglietta di Dissenten e sto a posto. Sì, sì. Meh, fammi andare Ma’. Anch’io ti voglio bene. Ciao, un bacione, Ma’.

I due poliziotti si guardarono attoniti, mentre Pasqui, chiusa la chiamata, li osservò con un sorriso ebete e compiaciuto che gli allargava i radi baffi neri, socchiudendo al contempo gli occhi alla sua maniera. Aveva il mento, la fronte e le gote cremisi, insozzate dal sugo della parmigiana. Non era affatto colpito da quelle presenze estranee in casa.

– Oh, signori – fece Pasqui in maniera invadente – volete favorire? Meh, accomodatevi, vi faccio un caffè. Vi faccio assaggiare un po’ dell’ospitalità meridionale, che voi qua al nord dite sempre che noi siamo terroni, che non ci abbiamo voglia di lavorare. Meh, sedetevi, dove c’è da mangiare per uno, c’è da mangiare per cento. Favorite! Tanto mia madre mo mi manda altri pacchi da giù!

I due poliziotti rimasero in piedi, silenti. Per la prima volta, percepirono di sentirsi affini, complici, di condividere un sentimento, nonostante la differenza d’età e di vedute. Forse. in quel momento, era nata un’amicizia. Qualcosa finalmente li accomunava, li faceva sentire parte di un ideale comune, di una scala di valori condivisa.

Si lanciarono un’occhiata di intesa e fu quello il momento: estrassero entrambi le pistole dalle fondine e le puntarono direttamente verso i testicoli di Pasqui.

Davide si voltò verso il collega, tenendo il braccio destro teso e diretto verso le gonadi del finto barese: – Zelmo, come giustifichiamo la cosa con il capo?

Zelmo, in risposta, guardò il giovane compagno con la coda dell’occhio: – Diremo che alla fine della scorpacciata, il suo torturatore ha voluto porre fine alle sue sofferenze e ha giudicato costui indegno di generar prole.

– Che classe, Zelmo, che classe… – fece in risposta Davide, sentendo un nodo in gola per l’entusiasmo.

Pasqui era lì, che osservava le due canne delle pistole rivolte verso il suo organo riproduttivo. Il suo sorriso si era tramutato in una smorfia di stupore, una muta domanda, dalla quale traspariva finalmente una sincera preoccupazione.

– Signori, meh? Non vi accomodate? – fece Pasqui, con voce tremante, ben sapendo che, con buona probabilità, quelle sarebbero state le ultime parole pronunciate con un timbro vocale postpuberale.

 

E Crolla Impero

E crolla impero per man d’una prole
trina, incapace di venir a patti,
brina fugace ai lor volti, disfatti,
di tolla, invero, brucianti già a un sole

che cala triste su tristi lor, duole
noscer quel regno un bel tempo servito
smosciar indegno, in un lampo, rapito
da male piste. Egoisti non vuole

come pastor, cani sconsiderati,
stolte cicale, profuse incoscienti,
che nutronsi del sangue d’innocenti

e l’alma lor sì langue, o impenitenti!

E van gli amor, vani, desiderati,
all’occhi tuoi virenti. Ed adirati.

Il Monopolio Satirico di Crozza

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È da un po’ che si è insinuato in me un dubbio, che dà origine alla seguente domanda: sono l’unico ad averne un po’ le palle piene di Maurizio Crozza?

Intendiamoci, non lo ritengo malvagio come comico, a suo modo alcune sue gag e imitazioni sanno essere esilaranti. Quello che però è divenuto vagamente insopportabile del comico ligure è la sua costante e ossessiva presenza in televisione, accompagnata da una sorta di ansia da prestazione, che lo porta il più delle volte a una caccia immediata, spasmodica e compulsiva all’imitazione dell’emergente personaggio di turno del mondo della politica, del giornalismo, dello spettacolo, un’angoscia che non sempre lo conduce a risultati egregi. Insomma, una sorta di gara ad arrivare prima degli altri, come se negli ultimi tempi, poi, ci fosse davvero qualche concorrente serio ad ostacolarlo.

Pensateci per un attimo: in molti lo osannano, diversi politici lo trovano simpatico, i grandi giornali ne esaltano la vis comica, pubblicando spesso spezzoni video dei suoi sketch nelle edizioni online. Proprio in merito a questo, pertanto, quello che mi chiedo è se costui si possa per davvero considerare un autore satirico. Se è così ben voluto dal potere, la sensazione è che Crozza tenda sempre più a tramutarsi in un guitto di regime, tutto sommato una comoda arma, non graffiante, per un potere politico e mediatico che fa sempre più la vittima ed è ancora convinto di stare all’opposizione. Ho la percezione che gli attacchi più feroci di Crozza siano rivolti in realtà soprattutto alla vera opposizione (si veda imitazione di Feltri), che altro non fa che che esprimere un’opinione differente dall’attuale morale comune, sostenuta dai novelli chierici progressisti, sacerdoti del politically correct che sono arrivati al punto di farmi rimpiangere il Cardinal Bagnasco della CEI. A questo proposito, mi vien da sorridere quando penso che se prima il sesso era vietato dalla morale cattolica, frutto di una cattiva interpretazione votata al sacrificio del pensiero cristiano, adesso sono le sacerdotesse del #metoo e suoi derivati a proibirlo, insinuando la paura di commettere e subire molestia in ogni dove. Chissà perché, ma in un modo o nell’altro, la società riesce sempre a essere sessuofobica, anche se in forme diverse, a seconda dell’epoca.

Insomma, per tornare al discorso di partenza, davvero possiamo mettere sullo stesso piano Maurizio Crozza con Daniele Luttazzi, Corrado Guzzanti, Paolo Rossi? O sono forse i tempi a esser cambiati e sembra strano invocare una satira che attacchi il potere attuale, estremamente suscettibile, infido, permaloso e convinto di essere dalla parte “giusta”?

Ignavo Seggo

Ignavo seggo, früendo quïete,
forse più apprendo, silente, qui in pace,
ch’in moto dal tormento; dalla rete

corsi, e non spendo più niente, o mendace
pavido padre, ch’incommodo sfuggi
perso, ch’offendi una mente tenace.

Viscido ladro, il mio mondo distruggi,
ma pugnerò; ch’il cor mio non s’aduggi!

Fermo

Già strattonato da fulmini avversi,
qui ambulo, sull’or della vorago,
preambolo d’un cor che, giammai pago,
è avvelenato da uomini persi.

Eppur ne ho visti di cieli più tersi,
perspicui, non ne ho ricordo vago,
ma ambigua giunge a me una sorda imago,
oscura insiste su fieli sommersi.

Dunque m’arresto, sperando quïete,
pace deterga l’antichi veleni,
conduca salda prudenza e consiglio

e non traduca gaudenza in scompiglio.
Che luce emerga dai buchi, ripieni
d’acque, ben presto, spengendo la sete!

Giocondo

Serena siedi col capo reclino,
defessa dal pavore tormentoso,
impresso sta il color perspicuo, acquoso,
negli occhi tuoi cerulei e m’avvicino.

In pena cedi al volere divino,
oppressa dal terrore assai morboso,
ossessa da dolor iniquo, ombroso,
di vecchi guai, d’aculei d’un crespino;

ma incendia in te l’ardor di vita piena,
ch’ancor ignori, velato di meto,
pur tuttavia ti pare cosa aliena.

E solitaria, m’irrompi nel mondo,
guardi e languori ch’effondi al me inquieto
e già rivivo, mi riempi, giocondo.

Ad Afelia

Desueto volgi ormai, travaglio noto,
d’intensa decade scorsa tra prelia,
consueto, sporgi e vai al vaglio: immoto;

su, pensa, o nomade, è persa camelia
ch’univa te a quel foco che s’estingue,
immenso neca. Di corsa ad afelia,

giammai renderan più il tuo ventre pingue,
il Fato vuol te! Fuor le malelingue!

Elezione

Lampi di luce nell’oscuro cielo,
s’abbatton dalle nubi verso il suolo,
rabattasi, assai cupo, quello stuolo,
per scempio truce d’un impur veleno

emesso dall’inteso non appieno
editto che, d’un triumvirato solo,
riflette ben il grande urlato dolo
omesso e sottinteso, ad esso alieno.

Di nuovo, la mia scelta, o umanità,
ennesima elezione, ormai consueta:
tepenti mur, benché san di viltà

cadenti pur, ridan sicurità
millesima; o l’azione, non desueta,
che covo, ormai divelta, Libertà.