Coronavirus – Il Giorno del Contagio

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Notte fonda. Il laboratorio segreto di Codogno, in provincia di Lodi, era ormai deserto. Sulla parete, una matrice di televisori, su cui stavano trasmettendo, in contemporanea, video di Matteo Salvini presi direttamente dai suoi profili sulle reti sociali, mentre inveiva sui soliti temi contro i clandestini e contro l’Europa.

Dinanzi a quell’alveare di schermi, legata a un lettino, giaceva una cinese leggermente in sovrappeso, altrimenti detta curvy, com’era consuetudine riferirsi a tale tipo di donna leggermente tarchiata nel gergo politicamente corretto. Questa presentava degli elettrodi connessi al cranio, mentre, ormai silente e stremata da quella maratona televisiva interminabile, guardava senza interruzione quei terribili video.

Un gruppo di quattro individui, indossanti tute nere d’assalto e con il volto coperto da un passamontagna, si era introdotto clandestinamente nell’edificio che ospitava il laboratorio e, in quel momento, stava percorrendo furtivamente il corridoio per raggiungerlo. Uno di loro, strada facendo, coprì l’obiettivo della telecamera di video sorveglianza con un tappo, in modo da eludere i controlli.

I quattro raggiunsero finalmente la porta d’ingresso del laboratorio. Il leader del gruppo si affacciò al vetro: – Bingo! – esclamò. Strisciò il badge contraffatto alla serratura elettronica alla sinistra della porta, facendola scattare, spinse e aprì. Entrarono nel settore.

Il leader si liberò del passamontagna che ricopriva il suo volto: era Mattia Santori, leader delle Sardine.

– Porca puttana! – proferì sdegnato. Nel mentre, vide un’altra donna cinese curvy, chiusa in una gabbia per sperimentazioni animali, la quale, alla presenza del bolognese, cominciò a battere i pugni rabbiosamente contro il vetro, emettendo grugniti animaleschi e urla furiose.

Immediatamente, i quattro realizzarono che il laboratorio era pieno di donne cinesi curvy in gabbia, inferocite e regredite allo stato animale. Anche gli altri tre si liberarono del passamontagna: erano Stella Pulpo, la blogger terrons femminista, Massimo Gramellini, giornalista dal cuore impomatato de Il Corriere della Sera e Lorenzo Tosa, fondatore del blog Generazione Antigone, ex addetto stampa del Movimento Cinque Stelle in Liguria. I tre cominciarono a girare tra le gabbie, scattando numerose fotografie con i loro smartphone, da poter pubblicare immediatamente sui loro profili nelle reti sociali. Le cinesi imprigionate, intanto, saltavano rabbiosamente a destra e a manca, seguitando nel farfugliare suoni incomprensibili e animaleschi, con le iridi completamente rosse e iniettate di sangue.

I quattro proseguirono il loro giro all’interno del laboratorio, finché non raggiunsero la donna cinese curvy distesa sul lettino, mentre i video del leader della Lega seguitavano ad essere trasmessi ininterrottamente. Stella Pulpo si avvicinò con aria straziata. La donna era devastata da quella lunghissima visione:

– Oddio… – proferì la blogger.

– Cerca di restare calma, se vuoi farle uscire da qui! – rispose severamente Mattia Santori.

Il leader delle Sardine continuò a scattare fotografie con il suo smartphone, in modo da poter documentare il tutto. Massimo Gramellini, da lontano, mentre studiava la serratura delle gabbie, gli fece, caustico:

– Spero almeno che Oliviero Toscani ti abbia insegnato a fare delle fotografie decenti!

Santori fulminò il giornalista del Corriere con lo sguardo.

– Ehm… scherzavo… – rispose imbarazzato Gramellini, il quale arrossì, ritornando sui suoi passi. – Queste gabbie, comunque, posso aprirle senza problemi!

– E allora comincia! – ordinò Mattia Santori, visibilmente piccato.

In quel momento, i quattro buonisti si accorsero di non essere soli in quell’immenso laboratorio. Il medico di turno quella notte, bicchiere di caffè alla mano, se ne stava in fondo allo stanzone con aria terrorizzata, mentre osservava i quattro radical chic armeggiare e cercare di manomettere le gabbie che imprigionavano le donne. Quando i quattro progressisti si accorsero di quella presenza indesiderata, il medico lasciò cadere al suolo il suo bicchiere di caffè e corse immediatamente verso il telefono in fondo all’open space, inseguito da Lorenzo Tosa e Massimo Gramellini. Il medico sollevò rapidamente la cornetta:

– Sicurezza, c’è un intrusione! Venite al settore…

Non fece in tempo a terminare la frase, che Lorenzo Tosa lo aveva raggiunto. Gli strappò la cornetta di mano e con l’altra chiuse immediatamente la telefonata. Le donne cinesi curvy continuavano a rumoreggiare nelle gabbie. Tosa prese con decisione per il bavero del camice il medico e lo trascinò lontano dal telefono. Una volta distanti, il medico, affannato e preoccupato proferì:

– Io so chi siete! So cosa pensate di fare!

– Se non vuoi guai – ordinò Mattia Santori – tieni la bocca chiusa e non muovere neanche un muscolo! – Iniziò ad avvicinarsi a una delle gabbie in cui era rinchiusa una donna cinese.

Il medico rispose angosciato:

– Quelle donne cinesi curvy sono anche lesbiche! Io vi capisco, sono d’accordo con voi! Stiamo mancando di rispetto al contempo alle donne, agli extracomunitari, alla comunità LGBT e alle persone sovrappeso! Ma purtroppo quelle donne…

– Sei un pene sapiens maschilista! – fece la Pulpo indignata.

– Dottoressa Pulpo, se magari mi lascia finire il discorso…dicevo che quelle donne… – Il medico non poté terminare la sua spiegazione, quando fu nuovamente interrotto da Lorenzo Tosa:

– Quelle povere donne! Ha idea dell’inaudita sofferenza che hanno dovuto provare, per raggiungere il nostro Paese tramite quelle barche malconce? Ha idea di cosa significhi lasciare la propria Africa, raggiungere Lampedusa, rimanere per chissà quanto tempo in quei dannati centri di accoglienza, in quei lager? Ce l’ha un po’ di cuore? Fascista!

– Ehm…a dire il vero, sono cinesi… – replicò il medico, con aria perplessa – Mi permetta di dubitare fortemente in merito alle sue convinzioni sulla loro provenienza geografica…

– Silenzio! – fece Massimo Gramellini. – Si rende conto del dolore che causerà ai loro figli?

– Ehm…veramente, come facevo presente prima, dottor Gramellini, le donne in questione sarebbero lesbiche, non hanno mai, e dico mai, avuto rapporti sessuali con nessun uomo. Dicevo che quelle donne sono…

– Silenzio! – fece Mattia Santori – Le chiedo scusa, dottore, ma ero l’unico che non l’aveva ancora zittita, ed era giusto riaffermare la mia leadership in questo contesto. In realtà, in qualità di fondatore delle Sardine, non ho alcuna argomentazione da contrapporre, ma siccome noi siamo per l’integrazione, per la democrazia e per la libertà di espressione, qualsiasi cosa questo significhi, ho deciso di lasciarla parlare. Diceva dunque, quelle donne?

– Quelle donne sono infette! Sono altamente contagiose, le stiamo monitorando!

– Infette da cosa? – replicò duro Lorenzo Tosa.

– Dobbiamo prima capire per poterle curare, altrimenti…

– Sono infette da cosa? – proferì nuovamente Lorenzo Tosa, scandendo ogni parola con severità.

Il medico guardò negli occhi Lorenzo Tosa, con aria preoccupata, fece un lungo respiro e finalmente rispose, con un’unica, singola parola, che risuonò funesta nell’enorme stanza sotterranea e si abbatté come una scure sui presenti:

Coronavirus.

A Lorenzo Tosa, per un breve istante che parve eterno, gli si gelò il sangue. Abbassò gli occhi, come se, per un attimo, la diagnosi del medico avesse fatto una lieve breccia nel suo guscio narcisistico. Ciò nonostante, Tosa non si lasciò sopraffare da quel pensiero e si riprese immediatamente. Non poteva permettersi di mettere da parte quel personaggio ipocrita che si era creato con lo scopo di avere quasi centonovantamila sostenitori su Facebook. Con rabbia, esclamò:

– Ma che cazzo sta dicendo questo? Non abbiamo tempo per le cazzate! Santori, Gramellini, Pulpo, aprite le gabbie!

– Prima le signore, stronzo maschilista! – replicò isterica Stella Pulpo.

– No, no, no, non fatelo! – supplicò il medico. Tosa gli si scagliò nuovamente contro, afferrandolo per il bavero del camice e sbattendolo contro la parete:

– Senti bastardo pervertito! Noi ora portiamo via le vittime che hai torturato!

La Pulpo, nel frattempo, osservava amorevolmente una delle gabbie che teneva prigioniera la donna cinese:

– Vi faremo uscire di qui…

Il medico, braccato da Lorenzo Tosa, continuò a supplicare i quattro buonisti:

– Quelle donne sono contagiose! L’infezione ha intaccato il sangue e la saliva! Basta un morso e…

Il medico non poté terminare. Gramellini aveva già rotto il lucchetto di una delle gabbie con un’enorme tenaglia. Stella Pulpo abbasso la porta di vetro della gabbia, per consentire alla donna cinese lesbica curvy di uscire.

– Ferma! Ferma! – urlò il medico, mentre Lorenzo Tosa continuava a placcarlo, per evitare che intervenisse.

La donna cinese lesbica curvy non si fece attendere. Percorse la lunga gabbia galoppando sulle braccia e sulle gambe, ringhiando, con espressione indemoniata e le fauci spalancate. Il volto della Pulpo, dapprima sorridente e compiaciuto per quell’atto così prepotentemente femminista, si tramutò quasi istantaneamente in una maschera di terrore. Non ebbe il tempo di urlare, che la donna cinese saltò fuori con un balzo disumano dalla sua prigione, scagliandosi addosso alla Pulpo, la quale finì rovinosamente a terra. La donna infetta morse il collo della Pulpo strappandole di netto un pezzo di carne viva. La Pulpo, schifata e terrorizzata, cominciò a urlare:

– Aiuto! Toglietemela di dosso! Uomini, salvatemi!

Gramellini intervenne subito, benché dentro di sé si sentisse leggermente usato dalla collega scrittrice, giornalista senza patentino, opinionista e qualunquista con passione, colpendo con la tenaglia in pieno cranio la cinese, che stramazzò al suolo.

La Pulpo, stordita, ebbe improvvisamente un conato, si girò su se stessa e vomitò un fiotto di sangue sul pavimento. Iniziò in quel momento ad avvertire un fortissimo dolore alla pancia, cominciando a grugnire mentre gli occhi le si coloravano di rosso. Gramellini, in piedi dinanzi a lei, la guardava con aria preoccupata, finché la Pulpo, girandosi nuovamente in posizione supina sul pavimento, non divaricò improvvisamente le gambe e con un gorgoglio animalesco emise dalla fica un geyser di sangue, ettolitri di endometrio sfaldato che ricoprirono rovinosamente il povero giornalista del Corriere.

– Cristo di un Dio! Che schifo, porca troia! Aiutatemi, cazzo! Mamma! Mamma! – urlò Gramellini piagnucolando inorridito, stordito da quella fetida cascata cremisi che lo ricopriva dalla testa ai piedi. Gramellini cominciò a dibattersi convulsamente all’interno del laboratorio, urlando e scalpitando terrorizzato, finché il contagio non colpì anche lui. I suoi occhi si fecero vermiglione, e, perduto l’uso della ragione, cominciò a emettere versi animaleschi e saltare dappertutto come una scimmia, finché non si accorse della presenza di Lorenzo Tosa. Lo puntò, ringhiando e soffiando dal naso. Tosa, terrorizzato, cominciò a scappar via, gridando, ma invano. In breve, Gramellini gli fu addosso, saltandogli sopra, facendolo cadere per terra e bloccandolo sul pavimento. L’ormai ex giornalista del Corriere si liberò dei pantaloni e delle mutandine, poggiò i gomiti sul petto di Lorenzo Tosa, ruotò di un angolo piatto finché non fu in grado di piantare la sua fica all’altezza della bocca del fondatore di Generazione Antigone, il quale implorò rabbiosamente:

– No, ti prego, no! Vaffanculo, pezzo di merda di un buonista del cazzo! Non farl…

Non fece in tempo a finire la frase che Gramellini gli scaricò in bocca un geyser di mestruo infetto, mentre Tosa sbatteva convulsamente i palmi delle mani e i talloni sul pavimento, gorgogliando pietà con quell’ultimo barlume di dignità che gli era rimasto.

Appena Gramellini ebbe terminato, il corpo di Tosa rimase per pochi secondi esanime, con la bocca piena di sangue. Il laboratorio era ormai impregnato di un terrificante odore di fica ed endometrio. Memorie olfattive di due vagine. Di colpo, Tosa si girò, vomitò svariati fiotti di sangue sul pavimento, si voltò nuovamente di scatto, si passò l’avambraccio sulla bocca, per ripulirsela dopo quel pasto crudo e si alzò in piedi, ringhiando, assieme alla Pulpo e a Gramellini. I tre, ormai morti viventi, avevano puntato Mattia Santori e il medico, gli unici due esenti dal contagio. Ancora per poco.

– Bravo, testa di cazzo! Tu e i tuoi cazzo di capelli ricci unti con il cerchietto e quella barbetta da tredicenne segaiolo. Hai visto cosa avete combinato, tu e i tuoi tre amichetti radical chic di ‘sta fava? – rimproverò il medico, ormai rassegnato. I tre zombie ringhiavano minacciosamente, in attesa di godersi il lauto pasto.

Mattia Santori cominciò a piagnucolare, con forte accento emiliano: – Socc’mel! Ma cosa ne potevo sapere io? Questo è peggio di un film horror!

– No, coglionazzo narcisista. Questa è proprio la realtà. Te lo dico io cosa accadrà adesso. Ascoltami attentamente: ora questo cosiddetto “Coronavirus” si spargerà in tutta la Lombardia, lo zoccolo duro della Lega, e il governo Conte tenterà delle misure per contrastarlo, totalmente fallimentari. Si creerà un’isteria collettiva. La gente svaligerà farmacie e supermercati per procurarsi amuchina, mascherine, pasta, carne e, soprattutto, tonno in scatola. Le aziende si fermeranno. Chiuderanno università, scuole, chiese, enti pubblici e privati. Secondo te cosa farà Matteo Salvini, grandissima testa di cazzo di un ragazzino? Non si metterà a fare sciacallaggio su questa cosa? Certo che lo farà! Incolperà innanzitutto i cinesi, per poi passare genericamente agli extracomunitari, gettando tutto in un bel calderone ricco di argomentazioni solide che parlino alla pancia del paese e, udite udite, stravincerà alle prossime elezioni. E di voi, cosiddette “Sardine” – fece sarcasticamente il gesto delle virgolette – non si sentirà mai più parlare. Di voi ragazzetti fannulloni non resterà che il vago ricordo di una scoreggia in uno stadio deserto.

– Porca puttana! – piagnucolò il leader delle sardine, mentre guardava i tre zombie ringhianti e pronti a divorarlo – ma chi me l’ha fatto fare? Cosa possiamo fare dottore? La supplico, lei indossa un camice, avrà una cura senz’altro. La prego, mi dica che ha una cura!

– Cerca di morire con dignità, coglione… – fece solenne il medico, il quale, dopo aver emesso un lungo sospiro, guardava fiero all’orizzonte, consapevole della fine ormai incombente.

I tre zombie si decisero: emisero un urlo terrificante e si lanciarono contro Santori e il medico. Mattia urlava disperatamente, al contrario del medico, che mostrava la fierezza, la convinzione e la solidità di un martire. Banchettarono a lungo con i corpi dei due, finché non rimasero che ossa spolpate.

I tre zombie fuggirono dal laboratorio. La profezia del medico era in procinto di avverarsi.

Colpi di coda

L’adolescenza dà i suoi ultimi colpi di coda.

Un campanello interno suona ormai, quando ci comportiamo da adolescenti, sempre più severo, pronto a redarguirci, a ricordarci che non è più tempo, per certe cose.

La vita è severa, crudele e ci prende a sberle, anche.

Perché la vita è bellissima, quando è una vita completa, una vita di gioia e dolore, che si compenetrano poeticamente.

E a quel punto, si osservano le acque scure, in piedi sulla piattaforma, completamente nudi e ci si tuffa dentro, in quel bagno doloroso e angosciante, freddo, ci si lascia travolgere dalle onde oscure, smettendo di far girare gli ingranaggi del cervello alla ricerca di una soluzione che dia sollievo. Basta aspettare.

Sì, è sufficiente mettersi in attesa, mentre le acque agitate ci portano a fondo.

D’un tratto, il miracolo: si riemerge. E il dolore si trasforma, in gioia, in pace. Ciò che sembrava irreversibile, irrimediabile, buio, si illumina.

Il tempo si dilata, gli istanti diventano eterni.

Anche se abbiamo i giorni contati.

Il giro di boa verso l’età adulta procede, non è indolore, è una rinascita, che ovviamente porta le doglie di un parto difficile. Non è ammessa anestesia epidurale, né cesareo. Si esce dalla strettoia, si passa evangelicamente dalla porta stretta, sporchi di placenta, ancora, e ancora, e ancora.

La pelle si spacca, urliamo il dolore della muta, per poi, passato il pericolo, guardarci allo specchio, sempre più belli, sempre più veri, sempre più luminosi, sempre più in pace, sempre più centrati.

Sempre più noi.

Sempre più , sempre meno io.

Sempre meno.

Sempre.

Come se avessimo ancora cent’anni da vivere.

Come se fossimo immortali.

Anche se il tempo stringe.

Anche se abbiamo i giorni contati.

Oduné

Mani s’appigliano all’anima nera,
pensiero vola a una voce ormai stanca,
quel corpo rotto, un frammento che manca,
un tempo fiera prorompere intera.

Cedo nel ventre d’un pozzo invitante,
nell’atro affondo, in attesa impaziente,
di questo cappio alla gola sì urgente,
si sciolga il nodo sul pomo estenuante.

Colpo di colpe mie incerte m’affligge,
solo una resa stroncante mi resta,
quest’oduné che s’infuria e che appesta,
ferro tagliente sul core s’infligge.

Sento lo sprito più forte, rabbioso,
d’un veneficio per nulla voluto,
ecco quell’urlo, da sempre taciuto,
sgorga ora pieno, fluente, copioso.

Questo è il volere del Lume, o mio fato,
aspro docente, ch’afferra pei piedi,
l’interra in suolo, fin quando non vedi,
finché la pace non t’abbia espugnato.

Attesa

Volgomi intiero nell’atro del lago,
donde la luna si specchia completa,
pallido globo ch’appare a compieta,
con il mio sprito mai sazio né pago.

Siedo raccolto sul madido prato,
integro odo ed osservo coll’alma.
S’in superficie apparente v’è calma,
dentro quell’acque è continuo boato.

Agile e pigra, tempesta cangiante,
d’animo equo, di speme, dolente,
muta la forma la flora impotente,
serva di Luce Assoluta imperante.

Volgomi a te, o mio Lume potente,
ch’inesorabile al fato mio guidi,
per la miseria mia tutta m’irridi,
e nel tuo braccio mi sciolgo accogliente.

 

Dino Veniti alle Urne – Parte 3

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(…Continua da qui – Parte 2)

– Tu credi di esserti salvato il culo, cambiando parrocchietta, razza di fariseo voltagabbana? Hai un’idea vaga del secolo in cui ci troviamo? Te lo dico io, nel caso te ne fossi dimenticato: nel ventunesimo! Siamo abbondantemente nel terzo millennio, cazzone! E tu credi davvero che il partito unico non verrà a conoscenza del tuo passato da progressista, da sinistro, da radical chic con questa bella spolverata di cristianesimo ostentato, tanto per avere la botte piena e la moglie ubriaca? Credi che il partito non avrà a disposizione un corposo archivio su cui, a caratteri cubitali, fa bella mostra il tuo nome e il tuo faccione rassicurante? Pensi che al suo interno non ci siano tutte le tue telefonate, le tue lettere cartacee di quando eri ragazzino, le tue conversazioni sui vecchi e nuovi sistemi di messaggistica istantanea, i tuoi post sulle reti sociali, le tue foto alle manifestazioni per la libertà di stampa e per la pace, ai concerti del primo maggio, quando da adolescente ci andavi solo per ubriacarti e fumarti quale spinello? E, dulcis in fundo, sei davvero così convinto che il partito non abbia archiviato tutte le domande che hai posto ai motori di ricerca? Sapranno tutto, persino i tuoi pensieri più reconditi, le tue paure più inconfessabili, le tue depravazioni e perversioni. Il tuo passato è incancellabile. E il nuovo governo non si fiderà mai, ti dico mai e poi mai, di una banderuola al vento come te.

Dino era paralizzato dal terrore e dal dolore. Osservò a lungo l’ometto, che aveva parlato con così tanta chiarezza e sicumera, colpendo nel segno e disarmandolo. Si sentiva nudo come un verme. A un tratto, recuperando il respiro e un pizzico di lucidità, si mise in ginocchio ed ebbe la forza di pronunciare, in maniera piagnucolosa:

– Dimmi cosa posso fare. Voglio tornare indietro. Dammi quelle schede, le annullerò, non posso permettere tutto questo. Ti scongiuro, ridammele, lascia che le strappi!

Il piccino fece un sospirone. Fissò intensamente Dino con i suoi lucenti occhietti stellati. Fu una pausa interminabile, un’eternità di sguardi reciproci e intensi. Dino aveva ancora un’espressione di speranza negli occhi. Sperava che l’omuncolo inquietante, in un modo o nell’altro, gli permettesse di cambiare le sorti del paese e della sua vita, di riavvolgere il nastro della storia e di riportarlo al punto di partenza. A quel punto, l’orrido soldo di cacio, dopo aver lungamente atteso, proferì crudamente:

– Goditi il nuovo regime, pezzo di coglione!

L’ometto scomparve nel nulla. Il pavimento ai piedi di Dino, all’interno di quel cubicolo claustrofobico, cominciò a riempirsi di crepe finché non collassò facendo precipitare il malcapitato elettore nel nulla. Venìti emise un urlo che, a mano a mano, si faceva sempre più flebile, lontano, grave.

Finalmente, Dino si sfracellò al suolo, risvegliandosi di colpo: era stato uno spasmo ipnico. D’un tratto, si trovava nella sua Volkswagen T-Cross, parcheggiata dinanzi a casa sua, con entrambe le mani sudate e tremule sul volante. Attorno a lui, era un completo deserto. Il cielo era grigio. Lungo il viale alberato, non vedeva anima viva, né un auto parcheggiata. Gli alberi erano spogli e foglie secche sui marciapiedi e in strada strisciavano in crepitii accompagnando il fischio acuto del vento invernale. A parte questo, un silenzio tombale. Le villette accanto alla sua avevano le tapparelle completamente abbassate e dalle fessure di queste non trapelava luce alcuna. Dino si accorse ben presto che qualcosa non quadrava. Mani al volante, si voltò verso il marciapiede opposto alla sua villetta, presso cui erano installati gli stendardi urbani su cui il comune era solito apporre gli avvisi, le delibere del consiglio e i necrologi. Adesso questi erano tappezzati unicamente di manifesti su cui campeggiavano slogan di questo tipo:

Prima gli Italiani
Sovranismo e Autarchia contro gli Eurocrati
Confini chiusi
Famiglia e Tradizione
La Lira Libera

In basso a destra, i manifesti erano marchiati a fuoco con l’inevitabile, ormai inamovibile, simbolo della Lega.

Fece caso a un ultimo inquietante manifesto, che svettava tra tutti. Vide il faccione rassicurante e sorridente di Matteo Salvini, alla stregua di un padre buono e protettivo. Sotto il suo volto, vi era la scritta:

Il Capitano ti Osserva, ti Ascolta e ti Pensa

Dino aprì prudentemente lo sportello dell’auto, da cui scese per immergersi nella bruma del primo pomeriggio, e lo richiuse delicatamente. Si avviò di soppiatto verso la porta d’ingresso della sua villetta a schiera, su cui qualcuno aveva scritto Salonkommunist Hier. Nel leggere, Dino fu preso da un brivido che lo scosse da capo a piedi, mentre si rendeva conto che aveva bisogno di urinare. Deglutì. Prese le chiavi dalla tasca a fatica, con la mano tremante, ma purtroppo constatò che la porta era già aperta. Alzò lo sguardo e, in cima a quest’ultima, fece caso a un paio di telecamere che se ne stavano appollaiate come degli avvoltoi, in attesa di spolpare la carcassa della sua vita privata. Aprì adagio, con crescente inquietudine, mentre le viscere gli si contorcevano. Deglutì ancora. Finalmente fu in casa, posò le chiavi sul tavolino, percorse l’ingresso a passi lenti, con aria sempre più preoccupata e si avviò verso la porta del salone, aperta per metà. Si fermò per un momento: da lì, fu in grado di intravedere l’inconfondibile volto del Capitano, che in quel momento stava facendo un discorso in diretta nazionale a reti unificate, infarcito di slogan nazionalisti contro l’Unione Europea, contro l’Euro, magnificando solennemente, modulando il tono della voce in base ai dettami impartiti da “La Bestia”, i benefici di una nazione sovranista e indipendente. Il Capitano sedeva alla sua scrivania, indossando il vistoso giaccone della Polizia di Stato, con alle spalle il tricolore.

– Amore, bambini, ci siete? Papà è tornato! – fece Dino con voce tremante. Un silenzio atroce, in risposta.

L’inquietante presentimento si rafforzò, Dino procedette verso la porta del salone, vi appoggiò la mano e la aprì del tutto. E vide.

Vide i corpi impiccati della sua signora e dei gemelli Venìti, col capo reclinato, gli occhi chiusi, lividi in volto, penzolanti dal soffitto.

Dino si accasciò in ginocchio, strizzò gli occhi con tutte le sue forze, strinse i pugni, portandoli al petto, rivolse il capo al cielo e spalancò la bocca, emettendo un urlo muto. Il dolore era così disperatamente lancinante che non fu capace di proferire alcun suono, né di versare una lacrima.

Quando li riaprì, Dino, come di sorpresa, si ritrovò nuovamente in piedi, nella cabina elettorale numero due.

Le schede giacevano lì, aperte, nessuna croce era stato apposta su nessun simbolo. Si voltò di scatto, emettendo un rapido respiro, con la fretta di chi vuole immediate rassicurazioni: alle sue spalle, c’era nuovamente la tenda.

Dino si girò nuovamente verso le due schede, lievemente affannato, con la bocca aperta per metà e gli occhi spalancati.

– Cristo Santo, che botta! – sussurrò tra sé e sé. Tirò un enorme sospiro per scrollarsi di dosso l’inquietudine e, finalmente, capì.

Alzò gli occhi al cielo, rasserenato, fece ancora un respiro profondo e li richiuse. Un sorriso si disegnò sul suo volto. Ora sapeva quello che c’era da fare.

Uscì dalla cabina, con le due schede accuratamente piegate, le inserì nell’enorme scatola di cartone, restituì la matita allo scrutatore, al quale subito dopo strinse la mano energicamente, ritirò il documento di identità, salutò educatamente la commissione elettorale e uscì dall’aula.

Sua moglie e i bambini erano lì ad aspettarlo.

– Ci hai messo solo due minuti. Sei stato comunque più lento di stanotte! – fece sua moglie, sarcastica.

– Ciao, amore mio! – rispose Dino euforico – sono così felice di rivederti! – le cinse un fianco e le diede un bacione sulle labbra.

Sua moglie, stupita da tanto ardore, rimase basita: – Ti senti bene, Dino? Non mi hai nemmeno dato del Lei stavolta.

– Ascoltami, amore mio – proseguì Dino – C’è una cosa molto importante che noi dobbiamo fare prima possibile…

– Cosa?

– Scopare.

Sua moglie in tutta risposta, gli tirò un ceffone in pieno volto.

– Ti sembra questo il modo di parlare davanti ai bambini?

Tremula Era

Tremula Era,
teso contegno,
cede all’impegno,
di star intera.

Tremule mura
le sue certezze,
sin interezze,
di ragion pura.

Tremule gote,
tonde, scarlatte,
soffici, intatte,
Ella ebbe in dote.

Tremuli occhi,
pieni di rabbia,
dune di sabbia,
le vie ch’imbocchi.

Tremula alma,
l’odio e l’amore,
strozzan un cuore,
che brama calma.

Tremula Dea,
maestà Pagana,
nutrice arcana,
d’ego si bea.

Destino

Mescendo l’acqua infocàron,
candidi neri ‘scillanti,
demoni e dei ormai danzanti,
la vita piena donàron.

Da luci ed ombre nutrito,
dall’albeggiar all’occaso,
vocan suo nome, per caso?
Giunse l’appello al convito.

Grida, di gaudio e di lutto,
l’udito ben osservante,
l’iride attenta ed udente,
vide la via verso il tutto.

Il cor espanso l’invita,
ad una quieta tempesta,
ad una pace di festa,
disse:”Che viva la Vita!”.