Dino Venìti alle Urne – Parte 2

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(…Continua da qui – Parte 1)

Dino ebbe un attacco di panico. La sua schiena era imperlata di sudore freddo, il respiro gli si fece affannoso, mentre continuava a girare su se stesso e a tirare calci e pugni sempre più frequenti alle pareti della cabina. Conosceva fin troppo bene quella sensazione. Claustrofobia. La stessa che provava da bambino quando rimaneva bloccato per ore in ascensore, a causa della negligenza di quel terrone dell’amministratore del condominio in cui viveva con i suoi genitori in Puglia.

Di colpo, mentre ruotava su se stesso sempre più vorticosamente, urlante e sudato, un soldo di cacio alto un metro e trenta, coperto da un manto blu che gli arrivava alle caviglie, con il capo coperto da un cappuccio da cui non trapelava alcun volto, ma solo due luci bianche come stelle lontane a funger da occhi, si materializzò improvvisamente nel cubicolo. Dino caddè al suolo, portò alla fronte e al petto i palmi delle mani, strisciò di culo in quei pochi centimetri di suolo disponibili, sgranò gli occhi ed emise un grido di terrore. La sua fronte era ricoperta di goccioline, come rugiada al mattino. Osservò il soldo di cacio per un minuto abbondante, con il labbro inferiore che gli tremava, gli occhi pieni di orrore e il fiatone, finché finalmente, non riuscì a proferire:

– E tu chi cazzo sei?

– Modera il linguaggio, cazzone. – rispose il soldo di cacio. La sua voce era la sovrapposizione di due suoni fanciulleschi, uno maschile e uno femminile. – Vuoi rovinarti la reputazione in questo modo? – Il soldo di cacio faceva riferimento al fatto che Dino Venìti soleva vantarsi, con i suoi amici, parenti, colleghi e con i parrocchiani del quartiere, di non aver mai pronunciato una parolaccia in vita sua. – Hai idea, cazzone, di che cazzo di casino hai appena combinato?

Dino tremava, mentre guardava il soldo di cacio, colmo di terrore: – Ti prego, non farmi del male!

– Non ne ho la minima intenzione, cazzone. Ci hai pensato benissimo da solo a farlo. E adesso ne conoscerai la ragione. – Il soldo di cacio si lanciò in una risata sguaiata da incubo, che risuonò infera all’interno della cabina senza via d’uscita, che costrinse Dino a pigiare con forza le mani su entrambe le orecchie, mentre stringeva gli occhi sperando che quell’incubo svanisse come un’allucinazione. Dino riaprì gli occhi, ma il piccoletto era ancora lì, che lo fissava intensamente nelle iridi con i suoi occhietti lucenti:

– Guardami bene in faccia, stronzetto perbenista, perché ora vedrai con molta chiarezza le conseguenze delle tue azioni. Lo sai chi hai tradito, facendo questo?

La luce dagli occhietti dell’inquietante piccoletto si fece più intensa, finché un candore non accecò completamente Dino, riempiendo il cubicolo. A un tratto, un ricordo vivissimo, tangibile, si riaffacciò alla sua mente. Ora ricordava. Sì che ricordava.

E rivide. Rivide se stesso, in quinta ginnasio. Aveva sedici anni. Capelli nero corvino, pettinati, puliti. Camicia bianca, pantaloni eleganti grigi e scarpe nere, abbinate alla capigliatura. Suo padre, l’architetto Dino Veniti Senior, era passato a prenderlo con la sua BMW 320d all’uscita da scuola. Il giovane Dino salì in auto, zaino in spalla e cominciò a raccontargli la giornata:

– Ciao Papà – lo baciò due volte sulle guancie – abbiamo avuto una discussione di politica tra compagni di classe, ma sai, io non ne capisco molto e non sono riuscito a controbattere.

Suo padre, uomo costantemente pieno di rabbia, digrignò i denti, con le labbra serrate, mentre il suo volto si faceva cremisi e cominciò a soffiare dal naso, a guisa d’un toro. Era solito sfogare sul figlio le sue frustrazioni lavorative, trattandolo con ingenerosa severità. Non era mai stato fiero di lui. Gli disse con durezza:

– Tu di politica non capisci un cazzo!

Dino, ragazzo fragile come un cristallo, si sentì profondamente mortificato da quell’affermazione. Faceva il possibile per compiacere quell’uomo rigido e severo, vecchio comunista in carriera arricchito, che non lo riteneva all’altezza della vita. Riteneva la sua eccessiva sensibilità poco consona a un uomo, poco virile, poco maschia.

– Se vuoi saperne di più, devi leggere i giornali. Non vedi me? Tutti i giorni compro La Repubblica. Leggiti le notizie di politica e di cronaca. Se poi vuoi farti un’idea chiara di come vanno le cose in Italia, devi leggere gli articoli di opinione. Chiaro? In particolare, la domenica, leggiti l’editoriale di Eugenio Scalfari. Ti aiuterà a formarti un’opinione chiara e precisa su come funziona il nostro paese.

Dino prese alla lettera l’ammonimento e la lezione del padre. Da quel giorno, cominciò a divorare notizie di politica, informandosi solo ed esclusivamente su La Repubblica, ritenuto, dal suo punto di vista, l’unico giornale in grado di avere in mano la verità dei fatti, una sorta di Vangelo della sinistra moderata. In breve, Dino si trasformò in un vero paladino dei progressisti e fece dell’antiberlusconismo la sua nuova religione, ritenendo chiunque votasse per il centro-destra malvagio e corrotto. Sentiva finalmente di essere dalla parte del giusto, dei buoni, parte di qualcosa, come suo padre, al contempo detestato e idealizzato. Finalmente aveva sufficienti argomentazioni per tenere testa ai suoi compagni di classe di orientamento politico opposto.

Il ricordo cominciò a dissolversi, in sinergia con l’intensità della luce emessa dagli occhietti del soldo di cacio.

– Papà… – sussurrò Dino, con le lacrime salate che cominciavano a sgorgare dai suoi occhi. – Che cosa ti ho fatto! Perdonami! -. Emise un rumoroso e doloroso singhiozzo, mentre un nodo lo strozzava in gola.

– E questo è solo l’inizio, cazzone piccolo-borghese – gli rispose l’ometto inquietante. – Quello che hai fatto avrà delle profonde conseguenze anche sul futuro, non solo del paese, ma anche sul tuo. Guarda un po’.

La cabina si fece di nuovo completamente bianca.

Dino vide ancora. Vide il futuro che si srotolava placidamente dinanzi ai suoi occhi neri, come un tappeto in discesa lungo un’alta scalinata.

Eccome se vide. Quante cose vide. Vide i risultati di quelle elezioni, con Mentana che annunciava la vittoria della coalizione di destra, guidata dalla Lega di Matteo Salvini e da Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, per un solo voto. Un unico voto secco. Un solo, determinante, maledettissimo voto, cazzo.

Evento praticamente impossibile, mai accaduto nella storia elettorale di qualsiasi paese democratico.

– Indovina a chi appartiene, quell’unico, minuscolo voto, insignificante testa di cazzo benpensante? – fece il nanerottolo.

– Ma era esattamente quello che volevo questa volta! Dove sarebbe il problema? – piagnucolò Dino.

– Guarda, cazzone ipocrita. Guarda bene cosa succede tra poco. – disse il mostriciattolo dalla voce doppia, ridendo orribilmente.

E Dino vide ancora. Vide Matteo Salvini giurare fedeltà alla Repubblica Italiana nelle mani del Presidente. Vide il voto di fiducia al governo Salvini I passare al Senato e alla Camera per appena due voti di scarto. Vide deputati e senatori del PD e del Movimento Cinque Stelle passare dalla parte della maggioranza, per pura soggezione, timore riverenziale e totale soggezione alla sua figura carismatica e mediatica del nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri. Vide la prima grande Riforma della Costituzione, che trasformò l’Italia in una Repubblica Presidenziale, votata quasi all’unanimità dal Parlamento. Vide Matteo Salvini togliere la fiducia al suo stesso governo per tornare alle urne. Vide Salvini vincere le elezioni e diventare il primo Presidente della Repubblica eletto a suffragio universale dai cittadini italiani. Vide Salvini promuovere nuove riforme della Costituzione, sfruttando bachi ed errori nella prima riforma, che l’avevano già di per sé indebolita, che aboliva pesi e contrappesi e concentrava il potere interamente nelle sue mani, i pieni poteri che da tempo bramava con ardente desiderio. Vide il parlamento Italiano procedere spedito con ulteriori modifiche alla ormai irriconoscibile carta del 1947, istituendo il ruolo di Capitano della Nazione, che fondeva i ruoli del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Presidente della Repubblica in un’unica carica. Vide il nuovo regime abolire qualsiasi forma di opposizione, sindacale e partitica, prendere il controllo della stampa, delle televisioni, di internet, chiudendo giornali, programmi televisivi, siti e blog. Vide sfilate dell’Esercito Italiano in onore del Capitano. Vide quadri e fotografie di Matteo Salvini ovunque, nelle scuole, negli ospedali, nei luoghi di lavoro pubblici e privati. Vide titolare le maggiori piazze italiane al leader della Lega, dove al contempo venivano erette statue in sua memoria.

– Ma questo è quello che inconsciamente ho sempre sognato! – fece Dino, implorante e disperato.

– Aspetta, cazzone, aspetta – replicò il piccolo omuncolo – Non è ancora arrivata la parte migliore di questa storia. Mettiti bello comodo. – E rise ancora, quel piccolo mostro, di gusto.

E Dino, per l’ennesima volta, vide. Un nuovo tuffo nel passato, qualche mese prima. Rivide quell’ultimo pranzo di Natale, assieme ai suoi genitori, ai quali aveva annunciato che era ormai stufo dell’inconcludenza e dell’autoreferenzialità dei personaggi orbitanti nell’area del centro-sinistra e che quella volta avrebbe dato il suo voto alla coalizione di centro-destra. Rivide la rabbia addolorata di suo padre, farsi rosso in volto e cominciare a sbuffare dal naso, per la delusione e per il dolore nel vedere quell’ingrato del sangue del suo sangue ribellarsi al suo volere, prendere i suoi insegnamenti, accartocciarli e gettarli via in un cestino.

E rivide ancora suo padre. Lo vide, seduto in poltrona, il giorno in cui Salvini divenne Presidente della Repubblica Italiana. Vide suo padre addormentarsi, con la televisione accesa, mentre trasmetteva il telegiornale. Vide sua madre avvicinarsi alla poltrona per svegliarlo e andare a letto insieme. Vide sua madre rendersi conto all’improvviso che suo marito non si sarebbe più svegliato. E Dino provò una colpa improvvisa, un pugno nello stomaco, uno strappo che lacerava le sue carni. Con il suo voto, esattamente il suo di voto, aveva ucciso suo padre. Quella sarebbe stata la sua croce, la sua condanna. Per il resto della sua vita.

– Papà, no! No! No! – urlò Dino. Ormai piangeva e urlava come un disperato, profondamente pentito.

L’ometto inquietante lo osservava silenzioso, un silenzio dal sapore d’un muto giudizio. Ma il tormento non era ancora terminato. Questi pronunciò, distogliendo Dino dalle sue lacrime amare:

– Sei pronto per il gran finale?

– Che altro c’è ancora? Basta, ti scongiuro! – supplicò Dino.

(Continua…)

 

Dino Venìti alle Urne – Parte 1

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Erano le undici di mattina di una domenica d’inverno. Era appena terminata la Santa Messa. Dino Venìti, la signora Venìti e i due gemelli, Dino Venìti I e Dino Venìti II uscirono dalla Parrocchia dei Santi Martiri Gervasio e Protasio, sorridendo e tenendosi per mano. I bambini sorridevano in maniera vagamente ostentata, secondo i dettami e le regole stabilite dal loro papà e dalla loro mamma, ai quali avevano imposto di sorridere in qualsiasi circostanza della loro vita, anche la più dolorosa, e di reprimere qualsiasi pensiero negativo, perché questo, a detta loro, era ciò che facevano i bravi bambini che andavano in paradiso e che un domani, con questo atteggiamento positivo, si sarebbero integrati in qualsiasi tipo di società. La gente, fuori dalla chiesa, osservava la famiglia Venìti con ammirazione e invidia: erano semplicemente perfetti, non c’era nessuna sbavatura, né macchia. Incrociarono la signora Manzoni con suo figlio Gaetano, coetaneo di Dino:

– Buongiorno signora Manzoni, buongiorno Gae, e buona domenica. Come state?

L’anziana signora sorrise compiaciuta: – Benissimo, grazie. E’ un piacere incontrare una famiglia come la vostra, così unita e felice. Siete un esempio e una benedizione per tutti noi e per tutta la nostra comunità. E’ raro incontrare delle brave persone come voi.

– Troppo buona, signora! Le auguro una buona giornata, arrivederci!

– Arrivederci, dottor Venìti!

Dino Venìti si allontanò con la famiglia. La signora Manzoni, una volta distanti, disse a suo figlio Gaetano, con disprezzo:

– E tu? Come mai alla tua età vivi ancora con me e non ti sei trovato una donna? Hai intenzione di mettere su famiglia, razza di fallito? Che figura ci faccio con la gente del paese, con i vicini, con le mie amiche?

Il figlio arrossì e chinò il capo mortificato. Dentro di sé, sapeva che non avrebbe mai trovato una donna in vita sua. Non ce l’avrebbe mai fatta a liberarsi di quella madre ingombrante e castrante, con la quale dormiva ancora assieme nel letto matrimoniale, dopo che era rimasta vedova. Sua madre era ormai mal digerita come un pasto natalizio quotidiano che si protrae per decadi, ma tutto sommato comoda.

– E adesso sapete dove si va? – chiese Dino Venìti ai suoi pargoli, con un entusiasmo al limite dell’euforia.

– A votare! A votare! Anche noi vogliamo votare! – risposero i due bambini in coro, pieni di vita.

– No, bambini – replicò il papà, facendosi paziente e comprensivo – sapete che non avete ancora i requisiti per esercitare questo diritto, in quanto minorenni.

– Che vuol dire requisiti? – chiesero in coro i due pargoletti.

Dino Venìti ebbe un attimo in cui si rabbuiò, durante il quale, per un breve istante, provò una cocente delusione, mista a rabbia, avendo constatato che la sua prole, sangue del suo sangue, all’età di cinque anni, ignorasse tuttavia il significato della parola requisiti. Ciò nonostante, non redarguì i suoi pargoli, come avrebbe fatto suo padre con lui, ma al contempo non fornì loro alcuna spiegazione.

– Andiamo a scuola – disse ai figli e alla consorte, ricomponendosi e recuperando la sua classe. – Rimanga un po’ con loro, signora Venìti, ho bisogno di allontanarmi per riflettere un attimo.

Sua moglie replicò lievemente piccata: – La smetti di chiamarmi signora Venìti? Siamo sposati da otto anni ormai!

– No. – replicò fermamente il marito. Sua moglie si adombrò e abbassò gli occhi. Per l’ennesima volta, suo marito le aveva spezzato il cuore. Ingoiò amaramente quel rospo, ma Dino se ne avvide subito e la redarguì severamente: – Non farti vedere rabbuiata. Vuoi che la gente pensi che siamo una famiglia litigiosa?

La moglie dipinse sul suo volto un sorriso tiratissimo, mentre le mandibole cominciavano a dolerle e dentro si sentiva morire. Avrebbe voluto urlare al mondo e piangere istericamente tutta la sua disperazione. La sera prima avevano fatto l’amore in modo totalmente meccanico. Lui era durato trenta secondi, dopo averla penetrata in posizione missionaria senza uno straccio di preliminari, per poi cadere addormentato subito dopo aver finito, dall’altro lato del letto.

– Così va meglio! – sorrise Dino, guardandola con la stessa soddisfazione con cui un pittore guarda un suo quadro finalmente ultimato.

Si avviarono a passo lento verso la scuola elementare, dove aveva sede il seggio elettorale presso cui la famiglia Venìti votava. Dino aveva preso da diverso tempo una decisione e si sentiva ringalluzzito all’idea di dare finalmente una svolta concreta alla sua vita. Dopo anni trascorsi a dare il suo voto esclusivamente a partiti e coalizioni di centro-sinistra, quell’anno, per la prima volta in vita sua, decise che era giunta l’ora di dare una possibilità a un partito politicamente schierato dalla parte opposta: avrebbe apposto la sua croce sul simbolo della Lega, dando fiducia alla coalizione guidata da Matteo Salvini. Aveva cominciato finalmente ad ammettere a se stesso che la concezione nazionalista, la difesa dei valori cristiani e l’idea di famiglia che portava avanti l’alleanza di destra era più vicina a quello in cui credeva.

Raggiunsero la scuola ed entrarono nell’edificio. Proseguirono adagio lungo il corridoio, coperto di disegni e poster realizzati dagli alunni, verso la sezione elettorale di appartenenza. Raggiunta l’aula, con ostentata galanteria, Dino lasciò votare la signora Venìti per prima. Quest’ultima, sbrigò la faccenda rapidamente e uscì dopo pochissimo tempo. Il momento tanto atteso per Dino era giunto, che nel frattempo era rimasto fuori con i gemelli ad aspettare la sua compagna di vita. Lasciò i figli a sua moglie ed entrò nella stanza.

Dino consegnò la carta di identità e la sua tessera elettorale agli scrutatori, i quali segnarono il numero del documento sull’enorme registro e apposero il relativo timbro sulla scheda. Si avvicinò quindi all’urna, dove un altro scrutatore gli consegnò le due schede, per la Camera dei Deputati e per il Senato della Repubblica, e la matita.

– Cabina numero due! – esclamò lo scrutatore, con piglio professionale. Dino Veniti girò attorno ai banchi su cui appoggiava l’urna di cartone, si approssimò al cubicolo, scostò la tenda, entrò e la richiuse alle sue spalle.

Aprì le due schede con estrema cautela e le pose delicatamente sulla mensolina all’interno. Ci pensò ancora per pochi secondi, picchiettando leggermente la matita contro la guancia destra, con aria fintamente indecisa, e alla fine fece quello che andava fatto: votò Lega, per entrambi i rami del Parlamento. – In bocca al lupo, Capitano! – pensò sorridendo.

Chiuse le due schede, si voltò per uscire, ma in quel preciso istante sobbalzò: la tenda era sparita e al suo posto c’era un’altra parete.

Rimase perplesso per trenta secondi buoni, fissando quel pannello in una muta domanda e rendendosi conto che la cabina non aveva più vie d’uscita. Si avvicinò alla parete, la tastò brevemente con aria interrogativa e vi appoggiò sopra l’orecchio destro in modo da udire che cosa stesse accadendo all’esterno: ricevette, in tutta risposta, un silenzio di tomba. Iniziò a quel punto a bussare contro il pannello con delicatezza e disse: – Mi sentite? C’è qualcuno lì fuori? E’ sparita l’uscita e sono rimasto chiuso dentro!

Dino non ricevette risposta alcuna. Ci riprovò ancora, svariate volte, ma invano. A quel punto, cominciò a preoccuparsi e sentì l’ansia in procinto di pervaderlo. Iniziò a girare su se stesso e a tirare pugni e manate sempre più forti contro tutte e quattro le pareti, mentre pronunciava, con enfasi crescente:

– C’è qualcuno lì fuori? Rispondete! Aiuto!

(Continua…)