Sfigo Ricky – Capitolo 4 – Il Richeo Umorismo

Il richeo, in svariate occasioni, si rende conto della sua condizione di sfigo studente universitario e della sua dignità ormai travolta e tenta, in talune circostanze, di porre rimedio all’agghiacciante posizione da egli stesso creata. In qualche occasione, cerca di recuperare la sua scalfita immagine, cimentandosi in patetiche esibizioni comiche, allo scopo di compiacere invano e di mutare l’altrui opinione, oramai consolidata tenacemente, a cause delle innumerevoli sfighità contraddistinguenti il nostro.

Svariati e innumerevoli sono i tentativi principali che spingono il richeo alla disperata ricerca di un onore ormai irrecuperabile. In talune circostanze, il soggetto si cimenta in battute che solitamente rimandano all’ultima lezione universitaria affrontata, rasentando il ridicolo e ottenendo come unico risultato l’autodevastazione della sua reputazione. Talvolta, anche per accentuare di proposito un ruolo che ormai considera tutto sommato consolidato, dimostra titubanza quando gli si pone dinanzi il problema di affrontare la per lui annosa scelta di farsi una generosa scopata o di risolvere un’equazione differenziale.

Il fiore all’occhiello del richeo umorismo sono sicuramente le sue imitazioni, o presunte tali. Il nostro, in più di una circostanza, usa cimentarsi nel riprodurre vocalmente personaggi buffi del mondo dello spettacolo, ad esempio Maurizio Costanzo o Luca Giurato, con scarsissimi risultati qualitativi, esibendosi generalmente dinanzi ad una folla attonita, che è solita guardarsi negli occhi, mentre in ognuno corre il medesimo pensiero in testa: – Ma che cazzo vuole questo qui? –

In linea di massima, il richeo umorismo è estremamente pesante, con una spiccata tendenza alla lamentela e al vittimismo, e generalmente suscita risa, ma isteriche, o nella gran parte dei casi, costringe chi lo ascolta ad alzare gli occhi al cielo pregando un dio qualsiasi che lo fulmini all’istante.

A questo proposito, si vuole rimandare alla memoria uno dei casi più eclatanti. Si era in gruppo, studiando alcuni temi aberranti relativi ai sistemi hamiltoniani, corso tenuto da un docente fortemente effeminato e con un fastidiosissimo difetto di pronuncia concernente la consonante esse. Anch’egli, come il nostro richeo, era contraddistinto da un pessimo gusto nel vestire. La sua immagine rimandava difatti a quella di un becero cameriere da bar, a seguito della sua abitudine di indossare un panciotto nero sulla sua camicia bianca. Eclatante fu, a tal proposito, l’episodio che lo etichettò per sempre in tal guisa. Avvenne infatti che, nel corso di una sua soporifera lezione, egli redarguì due studenti in quel mentre distratti e sorpresi a chiacchierare e ridere tra loro, con la seguente frase : – Volete che vi porti un caffè? -, dandosi definitivamente la zappa sui piedi e scatenando le risa sommesse dell’autore e dei suoi compagni. In un’altra circostanza, nel corso della correzione di una delle due prove scritte del suo esame, lo stesso docente, riferendosi al compito svolto dall’autore, gli si rivolse con la seguente frase, a rimarcare per l’ennesima volta più di un dubbio sui suoi gusti sessuali:
– Faccia bene la seconda prova, così glielo tiro un po’ più su.
Tale frase provoca tuttora angosce e turbamenti all’autore di quest’opera.

Ma non divaghiamo. A un certo punto, il richeo amico, leggendo parte di un paragrafo del libro, scritto dal docente di cui sopra, saltò fuori dicendo:

– Ragazzi, scusate se vi interrompo, che cos’è l’ampliezza?

– Eh?

E il richeo, imponendo ancor più vigore al sarcasmo del suo tono di voce:

– Sul serio ragazzi, che cos’è un’ampliezza? E’ scritto qui. E’ un concetto del quale non ho mai sentito parlare, sapreste illuminarmi?

Il nostro si riferiva ad un semplice errore di battitura relativo al lemma ampiezza. Il docente aveva di fatto commesso il grave errore di aver aggiunto una elle di troppo. Fatta notare la cosa con questo tocco di ironia, vagamente piena di livore, il richeo si lanciò in un’invettiva contro la mancanza di serietà e rigore del personale docente dell’Università degli Studi di Milano, suscitando le risa nervose dei suoi compagni di studio, concludendo la sua arringa con uno dei suoi tormentoni più noti:

– Vabbè, si sa che siamo in Italia!

 

 

Sfigo Ricky – Capitolo 3 – L’orrido abbigliare

Il richeo abbigliare è un’altra delle preponderanti peculiarità che contraddistingue la sua persona.

Svariate sono le caratteristiche degli indumenti da lui indossati che ne conferiscono un ulteriore decremento per quanto concerne il suo decoro.

Si parte innanzitutto dalle camicie, sovente confuse per tovaglie, a causa della presenza fissa di righe o quadrettini che le rendono sgradevoli agli occhi. In svariate circostanze, i suoi compagni, durante le lezioni, solevan fingere di cibarsi sulla richea schiena, additandolo perciò a guisa di un becero tavolo imbandito in una sordida bettola.

Un paio di scarpe gioca un ruolo fondamentale nel picconare la richea onorabilità: nere, alte e logorate, parevan queste ultime provenire dal fondo d’un lago, nel corso di una battuta di pesca. Difatti, usavano i suoi compagni soprannominarle “Le scarpe del lago di Como”.

I pantaloni concludono la vagonata di aberrazioni vestiarie, a cagion dei loro bizzarri colori, totalmente inimmaginabili su un paio di calzoni.

La combinazione di questi elementi dà luogo ad un ulteriore baluardo che caratterizza il richeo nella scelta dei capi di vestiario: la totale aleatorietà con cui questi ultimi vengono prelevati dall’armadio e indossati. Sovente, egli non mostra la minima attenzione negli abbinamenti, presentandosi in svariate occasioni coperto di tessuti dai colori il meno possibile concordi tra loro, dando luogo a risultati atti a scatenare le risa del circondario. Si rimembrano a tal proposito un paio di avvenimenti che mettono in luce questo deficit, secondo alcuni cagionato da daltonismo, secondo altri arrecato dalla sua intrinseca sfighità, feconda madre degli innumerevoli baluardi elencati in cotale testo.

Il primo evento riguarda una serata presso il cinematografo. Il nostro, ritardatario cronico, a cagion del suo solito prepararsi in fretta e furia, si presentò affannato e grondante di sudore all’appuntamento. Un giaccone lungo, dovuto al rigido clima invernale, non lasciava trapelare inizialmente nulla. Giunti però nella sala in cui sarebbe stata proiettata la pellicola, era giunta per il richeo l’ora di liberarsi dell’ingombrante giubbotto. E quell’evento fu, per l’autore e i suoi compagni, come scartare un ghiotto cioccolatino dal suo involucro. Il richeo presentava un abbinamento di colori che lo rendevano una bizzarra e ignomignosa macchietta: calzoni rossi, scarpe nere e maglione blu. La sua immagine rimandava a quella di un zotico e aberrante giocatore di golf. E tra le risa generali e i frizzi e i lazzi al fulmicotone, i suoi compagni proferivano:

– Ricky…ma come cazzo sei vestito?

– Eh…ho fatto di fretta…

– Dove hai lasciato le mazze?

– Mah…WAAAAAAAAAAAAAAAH!

– Mi passeresti un driver?

– La mia dignità ormai è andata…

Un altro episodio, forse il più emblematico tra gli innumerevoli, concerne una mattinata nei pressi della sua università. A causa della prematura ora mattutina, l’autore non aveva fatto inizialmente caso a come il richeo amico avesse deciso di agghindarsi. Ma, nel corso delle lezioni, qualcuno gli fece notare con diplomazia ed educazione, sussurrandogli: – Ma come cazzo si è vestito oggi Ricky?

E lì che gli occhi di entrambi si rivolsero verso la richea sagoma, lasciando loro sbalorditi e attoniti: il nostro presentava un paio di pantaloni verde chiaro acceso, con su una camicia bianca a righe blu verticali. Era ancora inverno. Il tutto rimandava ad una paesaggistica quanto inaspettata e nostalgica immagine estiva: il suo vestire rimembrava una sedia a sdraio posta in mezzo a un prato. Qualcuno proferì, al termine delle lezioni:
– Ricky…certo che hai un coraggio a vestirti così…- Ma il richeo difendeva a spada tratta i suoi indumenti, cercando di portar invano avanti la tesi che quella degenerazione di pantaloni fossero all’ultimo grido e indossati ormai da una buona fetta della popolazione. Ma l’autore non mancò di fargli notare che, se si fosse guardato nei paraggi, nessuno all’infuori di lui, nel raggio di chilometri, indossava quell’immondo capo di vestiario. Giunse l’ora di pranzo, e i nostri recaronsi nei pressi della mensa. E lì probabilmente, il fato o una forza o un’entità superiore miseci la mano. Il richeo aveva ordinato un trancio di pizza. Mentre cercava, con impacciate manovre, di prelevare l’insalata e di porla sul vassoio su cui già giaceva il pezzo di margherita, un colpo fortuito fece rovesciare quest’ultimo sui suoi orridi pantaloni, tramutandoli all’istante in una sorta di bizzarra bandiera dell’Italia. Le risa e gli scherni raggiunsero livelli mai visti in quella circostanza. Qualcuno osò dire che i pantaloni avevano subito un netto miglioramento. Qualcuno pensò che fosse stato un segno del destino o perché no, una punizione divina. Qualcuno intonò l’inno di Mameli. E in ogni caso, come un sol uomo, molti eran concordi sul fatto che quelle terribili braghe avevano fatto la fine che meritavano.

Il richeo, una sera, volle porre rimedio alle terribili figure fatte in precedenza. Recatosi assieme ai suoi compagni presso un pub per una birra, magari anche perché in quella circostanza presentaronsi alcune esponenti del gentil sesso, il richeo volle tentare di mostrarsi alla platea con un tocco di classe: camicia bianca, jeans e giacca elegante. I suoi compagni e le ragazze presenti, inizialmente, complimentaronsi con il nostro per la scelta dell’abbigliare, una volta tanto dettata dal criterio e non dalla casualità e dal caos. Qualcheduno però, dopo un’analisi più approfondita degli indumenti che ricoprivan il suo buffo corpicino, obiettò e scoprì un’altra strampalata chicca da aggiungere all’ormai innumerevole elenco di baluardi: il richeo amico era abbigliato a guisa d’un agente immobiliare. Quando, con la consueta impertinenza, glielo si fece notare, il richeo si inginocchiò e, con il solito suo fare implorante, esplose in un lamento irritante, stupito. Chiedeasi il nostro in cosa avesse fallito in quella circostanza, convinto che con quell’abbigliare avrebbe cambiato l’opinione dei suoi critici compagni, che però avean trovato un’ulteriore ragione per scalfire il suo onore.

 

Sfigo Ricky – Capitolo 2 – Lo Spiovente

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Lo spiovente costituisce probabilmente la principale peculiarità della richea morfologia. Come mostrato in figura, costituisce un’anomalia piuttosto evidente che lo rende un caso quasi unico nel suo genere.

Il primo ad accorgersi di tale caratteristica è stato il Dottor Celenza, detto Il Criceto. Un dì, mentre ci si accingeva a una seduta di gruppo di studi sfigo matematici, egli fece notare ai presenti un inquietante aspetto: la richea nuca presentava un terribile parallelismo con la parete adiacente a quest’ultima.  – Guardate il cranio di Nash! , pronunciò birichino Il Criceto, suscitando la curiosità dei presenti.

E’ necessaria, prima di proseguire, una doverosa digressione. John Nash costituisce il più antico dei richei soprannomi. Fu attribuitogli a causa delle sue notevoli capacità nel risolvere problemi matematici e fisici di estrema complessità. Nel corso di una lezione di informatica, fu il solito Criceto a presentarlo al docente, proferendo: – Prof. Lui è John Nash!, il quale, in tutta risposta, dichiarò: – Spero meno pazzo!. Mai speranza fu più vana, né risposta più profetica. Sovente, il nostro era chiamato Johnny da parte di Manganello,  ultras sfegatato del Milan, naturalmente assolutamente ignaro su chi fosse il vero John Nash. Stiamo parlando di un individuo che una volta, interrogato su come avesse passato il fine settimana, rispose all’autore con la seguente frase: – Ho usato il pene!

Ma non divaghiamo. In quell’istante, mai il nostro richeo amico avrebbe immaginato le conseguenze di poche parole messe alla rinfusa da parte del suo minuto collega.

Nei giorni a venire, le cricètee parole, apparentemente innocue, avevano maliziosamente stimolato la creatività dell’autore. Ai tempi, si era usi  disegnare caricature dei colleghi universitari e dei docenti più buffi che occupavano l’aula durante le tediose ore di lezione. Erano momenti in cui a stento si trattenevano le risa, con il grosso rischio di essere malamente cacciati dal docente di turno. In tutto questo, si soleva raffigurare il richeo volto unicamente mediante una rappresentazione frontale. La cricètea osservazione sulla conformazione cranica del Ricky fornì un punto di vista innovativo, alla stregua di una nuova corrente pittorica. Per l’autore fu un momento di transizione, un po’ come un Picasso che lascia alle sue spalle il periodo rosa per entrare di prepotenza nel cubismo. Da quel momento, si cominciò a mettere a frutto una rappresentazione laterale del richeo volto, essendo il profilo ben più ricco di dettagli capaci di fargli perdere la dignità, suscitando le risa di coloro che gli stavano attorno. Nelle frequenti rappresentazioni, la nuca, paurosamente verticale e pertanto denominata lo spiovente, era solitamente l’ultima ad essere tracciata, ma non per questo si dava minor importanza ad essa. Al tenue tratto atto a demarcare gli inconfondibili lineamenti del viso, seguiva un violento quanto rumoroso procedere verticale della penna, che rompeva prepotentemente la tensione accumulata fino a quel momento, mettendo inesorabilmente nero su bianco la terrificante verticalità della cervice. Era proprio l’echeggiare di tale suono a cagionare il maggior scalfirsi della richea dignità, mentre i suoi compagni esplodevano in una risata liberatoria. Il richeo amico reagiva con smorfie di disperazione, alla ricerca di un’onorabilità che cominciava pericolosamente ad oscillare.

Sovente, il richeo amico veniva raffigurato sempre di profilo, ma con il corpo di un ortaggio, il più delle volte una Daucus Carota, spesso dovuto ai bizzarri colori vegetali con cui soleva abbigliarsi, tematica rimandata al capitolo successivo. In altre occasioni, si era soliti riprodurre il richeo profilo alla stregua di un monte dei suicidi, aggiungendo al suo volto dei simpatici ometti stilizzati sul capo, mentre si lanciavano disperati lungo lo spiovente. In altre occasioni, a causa della tendenziale richea lamentosità, l’autore, per smorzare le sue geremiadi, lo invitava a non avere il primato della sofferenza e per rafforzare il messaggio, armato di gessetto, riproduceva alla lavagna il richeo profilo su un ipotetico podio del dolore, naturalmente medaglia d’oro. In queste occasioni, il richeo non ci vedeva più dalla frustrazione e fuggiva via inviperito dall’aula presso cui si era recato per una sessione di studi. Infine, la verticalità della nuca, unita alla forma tendenzialmente rettangolare del richeo cranio, permetteva a quest’ultimo di essere trasformato secondo Fourier, ottenendo nel dominio delle frequenze un cranio avente forma di seno cardinale.

Nel prossimo capitolo, ci occuperemo di un altro baluardo che ha contribuito a scalfire la dignità di Ricky: l’abbigliamento.