Gattosità Estive

Vivo le ferie alla stregua di un gatto. Mi sveglio al mattino, faccio colazione con caffè e croccantini e, una volta sazio, vado a sedermi sul divano, lasciando la finestra del soggiorno aperta per godermi questo insolito vento fresco d’agosto, senza pensare a nulla, galleggiando nelle mie sensazioni, risparmiandovi la similitudine delle emozioni con le onde del mare, altrimenti faccio incazzare Massimiliano Parente.

Insomma, mentre me la spasso a guisa d’un felino, penso a voi e penso a me, alle preoccupazioni e alle razionalizzazioni, ai falsi desideri, ai progetti ambiziosi e alla dipendenza verso l’altrui compiacimento. Penso a voi, proprietari di uno o più felini e sono sempre più convinto che questi ultimi ridano di voi. Guardateli, con i loro musetti apparentemente innocenti, con quegli occhietti impertinenti e le loro espressioni fiere e altere. Sappiate che vi osservano mentre vi agitate, strepitate e inveite contro il mondo, l’universo, Dio o Dea, perché le vostre aspettative sono state deluse, perché vostro marito è un mediocre e vostra moglie è un’isterica bisbetica e al lavoro non riconoscono il vostro talento, ma gliela farete vedere voi un giorno, o sì che gliela farete vedere, a quella gentaglia che non vi valorizza, ai vostri vicini invidiosi, ai vostri amici d’infanzia che vi etichettano come se aveste ancora quindici anni e vi ritengono dei falliti.

I vostri gatti vi guardano, vi leggono nel pensiero, sanno tutto di voi e, pur mostrandosi seri e composti, internamente si sbudellano dalle risa e vi ritengono patetici e stupidi.

Solo per questo dovreste vergognarvi, lazzaroni!

La Pandemia degli Addii Al Nubilato

Questo post vuol essere una dedica a noi donne, naturalmente e geneticamente superiori e migliori delle nostre controparti di sesso non femminile, delle quali al momento mi sfugge la definizione. Sarà un post un po’ irriverente e caustico, facendo un’eccezione, dato che come ben sapete sono generalmente una fanciulla molto posata, usa a dir le cose con un certo tatto, quel tatto che si confà a una damigella di buona famiglia, cordiale ed educata come la sottoscritta.

Davvero, care utentesse, è bene che qualcuno ne parli e sarò io la prima a farlo: ma quanto ci ha rotto le ovaie questo vaiolo, questa cazzo di peste nera degli addii al nubilato? È cosa buona e giusta che qualcuna vi dia uno scossone. Avete finito di sperperare i soldi di vostro padre direttore di banca in queste cazzo di limousine, vestite tutte allo stesso modo, nella convinzione di partecipare a un party unico e speciale, quando in realtà siete solo delle replicanti scontate e banali, la copia di mille riassunti, per dirla con Samuele Bersani e farvi bagnare tutte? Ma è possibile che queste feste siano poi tutte uguali? Indossate tutte una maglietta rosa che recita generalmente uno slogan banale e stereotipato sul matrimonio, mediante il quale fingete che la futura sposa, che si distingue da voi unicamente per via del velo bianco in testa, stia subendo una sorta di condanna. Vi prego, smettetela con questa pagliacciata, piantatela di andare in giro per la città a bighellonare e a coprirvi di ridicolo, richiedendo foto buffe generalmente ai più morti di fica del quartiere, ai quali donerete un briciolo di speme facendogliela annusare, facendogli credere che siate in giro alla ricerca di poderosi uccelloni quando, non appena Mariarita, la bruttarella del gruppo, riceverà un invito a uscire da parte del nerd Gwencàlon che ha appena scattato la foto, sarà soverchiata dal timore atavico e isterico di essere pisellata e si tirerà indietro. A fine festa poi, tornata a casa, nella solitudine della sua cameretta, prona sul suo lettino, piangerà lacrime di rabbia e di dolore con la faccia sommersa nel cuscino, sapendo che Naomi, l’odiata migliore amica, ha sempre avuto più uomini di lei e finalmente convolerà a nozze con quel fustacchione di Michelangelo, l’unico che ha saputo tenerle testa, ché stare con lei non è mica semplice, oh! Non sono mica tutti capaci di combattere per lei, bellissima, complessa e dolcemente complicata com’è.

Care utentesse, un consiglio da amica: lasciate perdere la voce interiore di vostra madre e di vostro padre, che vi hanno instillato un sacco di complessi e di traumi, in base ai quali non siete degne di essere chiamate donne se non convolate a nozze. Emancipatevi sul serio, guardatevi dentro, scavate in fondo alla cloaca della vostra cazzo di interiorità, guardate bene in faccia i vostri demoni, i quali sono lì per una precisa ragione, guardate quella mezza sega del vostro compagno o di vostro marito, il cui sguardo spento è degno certificato di garanzia della sua castrazione causata da altrettanti, seppur differenti, condizionamenti sociali, della sua vitalità ormai soffocata dal grigiore di una routine mortifera. Guardatelo bene e, per fare un’altra altissima citazione, ricordatevi della serie tv Scrubs. Ricordate bene cosa dice il Dr. Cox a Elliot Reid, prima che quest’ultima stia per sposare Keith Dudemeister: – Elliot, vuoi sposare Keith o vuoi semplicemente sposarti?

Bene, care utentesse, se dopo la vostra autoanalisi, la risposta è che volete semplicemente sposarvi, se il vostro obiettivo è semplicemente quello di mettere su famiglia con un brav’uomo che non disturba troppo, ma vi irrita profondamente esattamente per questo motivo, se dunque l’idea è quella di portare avanti un progetto che fondamentalmente interessa solo a voi, perché fidatevi, a pochissimi uomini interessa davvero metter su famiglia, allora è quello il segnale: fate le valigie, scappate a gambe levate e non guardatevi più indietro.

Questa mia missiva è valida naturalmente anche per gli utenti ammogliati, ai quali mi tocca enunciare un’amara verità: cari uomini, noi donne amiamo in pochissimi casi, stiamo con voi per paura della solitudine e del giudizio altrui. Se amiamo qualcuno, senz’altro non siete voi, al massimo possiamo provare nei vostri confronti un po’ di tiepido e insipido affetto.

Prendetene atto.

Vacanze

Ecco giunte le agognate vacanze: oh, finalmente! È giunto il momento di lasciarsi alle spalle le preoccupazioni di carattere professionale. Mi ci vedo, vi ci vedo, non vedete l’ora di terminare l’ultima riunione, timbrare quell’ultimo cartellino, uscire dall’ufficio o da ovunque vi troviate, voi “smartworker” e nomadi digitali, a sbrigare le vostre faccende lavorative, pronti ad accogliere il senso di liberazione, la felicità donata dall’illusione che per due o tre settimane sarete liberi.

Eppure, che strano, qualcosa si affaccia alla mente, siamo in ferie, cazzo, dov’è quella promessa di gioia, di felicità che tanto aspettavamo e speravamo giungesse? Cari utenti e care utentesse, da nessuna parte. Adesso il lavoro non occupa più la vostra mente, non avete più una scusa per lamentarvi del vostro capo ruffiano, del vostro collega ambizioso e cocainomane Ilario, del fatto che voi, talentuosi professionisti poco apprezzati, meritiate di più, meritiate gloria, riconoscimento e promozioni senza aumento di stipendio. In pratica, non avete più lamentele da utilizzare come arma per soffocare i vostri demoni i quali, una volta a mente libera, emergeranno con prepotenza, verranno nuovamente a tormentarvi, a ricordarvi di quanto siate insoddisfatti e scontenti, di quanto vi fa incazzare vostra suocera, di quanto sia invadente vostra madre, di quanto sia piccola la vostra casa, di quanto il vostro matrimonio zoppichi, di quanto siano deluse le vostre aspettative, di quanto, in pratica, sia mediocre la vostra vita, pur nella convinzione di essere migliori degli altri e che sì, un giorno ce la farete a essere felici. In fondo siete resilienti, non mollate mai, cazzo, siete dei veri combattenti, eroi ed eroine del ventunesimo secolo!

E allora, suvvia, non bisogna pensare a tutto questo, bisogna pianificare le ferie, Dio buono! Avete fatto le valigie? Avete pulito casa? Avete preso le chiavi? Avete chiuso il gas? Avete spento il frigorifero, cavolo bisognerà sbrinarlo almeno due volte all’anno, no? Ed eccovi in auto, mentre fremete, in attesa di recarvi in spiaggia, consapevoli che in circa un paio d’ore raggiungerete finalmente la Liguria, carichi di aspettative. State tranquilli, le cose andranno esattamente come ve le siete immaginate, la realtà coinciderà in ogni minimo dettaglio con lo scenario che avete dipinto nella vostra mente, quello scenario che vi serve a soffocare il vostro dolore, che non avete alcuna voglia di guardare in faccia. Ed eccovi finalmente, imboccate la A7 e guarda un po’, sono tutti lì, in coda, pecoroni guidati dal pastore del vostro conformismo mascherato da anticonformismo, sotto un sole cocente. Tre corsie per senso di marcia inesorabilmente occupate. E vi incazzerete, voi non donne alla guida, mentre vostra moglie, con i piedi rigorosamente sul parabrezza e con aria di sufficienza, impigrita, inizierà a lamentarsi del traffico, ché non è possibile che partano tutti a quest’ora, figa! E voi abbozzerete, ingoierete l’ennesimo rospo, giustamente. Potete fare diversamente, per caso? Avete due figli a carico, Lanfranco e Mariaritanna, non è giusto mollare ora, lasciarla, come la prenderebbero i vostri pargoli, i quali sono molto meno stupidi di quello che pensate e sanno benissimo che le cose tra mamma e papà non vanno bene e soffrono in silenzio e con buone ragioni vi faranno passare le pene dell’inferno non appena diventeranno adolescenti perché siete un pessimo modello per loro, ché vi siete sposati solo per convenzione sociale e per la vostra solita schiavitù nei confronti dell’altrui compiacimento?

Buon viaggio allora, cari utenti e care utentesse, ho appena imboccato l’autostrada da Milano con moglie e figli, ci vediamo a Varazze tra dodici ore.

Buone vacanze del cazzo.

Massimo Recalcati Puro Amore

Sono davvero eccitata come una scolaretta di quarta ginnasio che ha incrociato per la prima volta lo sguardo sornione di Jonathan Mirko, il bellone di prima liceo il cui sorriso candido contrasta magnificamente con la pelle abbronzata del suo viso.

Davvero, signore e signore di sesso contrario a quello femminile, mi sono appena imbattuta in un post del mio caro amico Massimo Recalcati e debbo riconoscere che codesto profondo conoscitore dell’anima è davvero capace di mettere nero su bianco tutte le sfaccettature dell’amore. Costui sa parlare di questo sentimento dimostrando una femminile gestione della complessità, muovendosi armonioso e sinuoso, a guisa d’una foglia che libra nell’aere trasportata da un vento autunnale, attraverso le innumerevoli sfaccettature di codesta emozione.

Leggere tutto questo mi causa inevitabilmente un devastante inumidimento della mia passerotta squirtotta e tracagnotta. Debbo condividere con voi tutto quest’ardore che mi soverchia e mi fa le gote di bragia ogni qualvolta ho l’onore e il privilegio di leggere le sue righe. Dunque, a detta del nostro fine psicoanalista, l’amore è “ripetizione di un calco”, quindi un ricalco. L’amore è, dunque, “recalcato”. Da ciò non possiamo che concludere che Recalcati è egli stesso puro amore, l’archetipo dell’amore, anzi, oserei dire che Recalcati è l’idea dell’amore nell’iperuranio di Platone.

Finalmente abbiamo la risposta a un quesito che forse attanaglia un po’ noi tutti, anche i più duri di noi che fingono d’ignorare codesto sentimento: che cos’è l’amore? L’amore è un intellettuale che adopra parole ricercate per non dire assolutamente un cazzo, che strizza l’occhietto ai progressisti usando la psicoanalisi come arma di regime, indossa un dolcevita e una giacca nera, occhiali quadrati, capelli brizzolati con la riga al centro, non ride mai e pronuncia “Lacan” alla francese per autoconferirsi il titolo di maggiore esperto italiano dello psicanalista transalpino.

Cristo Santo, se l’amore è questo, vi do un consiglio da amica: disfatevi di manovelle fino alla morte.

Flusso di Coscienza

Mi piace pensare al fatto che se seguite questo blog, siete fondamentalmente degli scoppiati figli di buona donna, in fin dei conti un po’ soli contro il mondo, tormentati dai vostri lati oscuri che vi ostacolano nel vostro tentativo inutile di essere sempre sul pezzo, perfetti, puntuali, ambiziosi, buoni cristiani, buoni padri e madri di famiglia. Ecco perché questo spazio si propone di essere un approdo ove potrete trovare un po’ di ristoro, qualche vivanda e un letto caldo, forse un po’ di solidarietà, sentirvi tutto sommato non così diversi dagli altri, percepire che, forse, i vostri tormenti, le vostre paure, i vostri dubbi, le vostre perplessità, il vostro pasticciaccio di sentimenti, dove confondete nostalgia e tiepida e sbiadita sicurezza con amore, rapporti di vecchia data logori e stantii per amicizia, odio atavico verso i vostri genitori per amore e rispetto nei loro riguardi, sono gli stessi di chiunque altro, anche di chi manifesta felicità posticcia a suon di autoscatti e vacanze in Salento, con i loro sorrisi contriti da figli di puttana, con le mascelle dolenti per lo sforzo di dover non solo ostentare gioia, ma anche di dover soffocare, rimuovere tutto il magma inconscio del proprio squallore e della propria miseria umana.

Sappiate che potete scrivermi e confidarmi i vostri tormenti, anche in forma anonima. Tempo fa inaugurai la rubrica “La Posta di Dino”. Ovviamente non aspettatevi alcun buon consiglio, al contrario le risposte saranno acide e beffarde affinché noi tutti si apprenda a non prendersi troppo sul serio. Del resto, non abbiamo tutto questo tempo, altro non siamo che un peto di Dio mutatosi geneticamente e masochisticamente, in attesa di divenire concime per la terra con lo scopo di generare forme di vita più sensate.

Del resto, questo non è lo studio di un fottuto strizzacervelli. Per quello potrete rivolgervi tranquillamente al mio amico Massimo Recalcati, allievo naturale di Lacan, naturalmente pronunciato alla francese.

Recensioni Mattacchione – Johann Wolfgang Goethe – I Dolori del Giovane Werther

Per chi non l’avesse fatto, consiglio a tutti la lettura di questa brillante commedia. Non conoscevo questo “Goethe”, credo si tratti di un autore emergente, ma è un piacere vedere come i nostri tempi riescano tutto sommato a sfornare ancora degli scrittori Europei validi, oltre ai nostri maestri Tosa e Delprete, eredi naturali di Manzoni, Pascoli e Leopardi.

Breve riassunto dell’opera: il giovane Werther, scapolo impenitente e superficiale, afflitto da dolori muscolari cronici, decide di insidiare la graziosa Charlotte, promessa sposa ad Albert, uomo al contrario rigoroso e tutto d’un pezzo, dando vita a una serie di equivoci bizzarri e di gag esilaranti da sbudellarsi dalle risa, per un finale che oserei definire esplosivo.

Spero che questa lettura possa rendervi il fine settimana più leggero.

Pratica del Gender

Dinum Venita

Negli ultimi tempi vi è un gran parlare di diritti, soprattutto in merito alla sfera sessuale, all’omosessualità, alla transessualità, ma odo solamente del gran chiacchiericcio da bar. Posso dire con un certo orgoglio di essere l’unica che è passato dalle parole ai fatti, oserei definirmi il primo esempio pratico di individuo gender fluid, forse un pioniere del settore.

Sarà forse il mio pragmatismo ellenico, unito a un’educazione rigorosa fatta di meritatissime frustate da parte dei miei genitori adottivi, ma ritengo sia troppo facile partecipare alle vostre sfilate, ai vostri cortei pieni di bandiere arcobaleno. Eh già, facile mostrare solidarietà verso noi esseri un po’ speciali, fautori del nostro destino, capaci ancora di meravigliarci sotto le coperte, con il nostro seme anch’esso arcobaleno, abili nel non discernere l’amore e dal sesso, eros e agape in totale armonia. Noi, uomini e donne eroine del nostro tempo, madri, operaie, multitasking, capaci di scegliere ogni giorno cosa essere, privi di un’identità definita, protagonisti di una vita fatta di sorprese, imprevedibile, frizzante, ma soprattutto, vegetariana e animalista. Del resto, i cani sono meglio delle persone, e questo pensiero era anche condiviso da un uomo di origini austriache, proprietario di una femmina di pastore tedesco di nome Blondi.

Facevo questi pensieri proprio oggi, mentre mi dilettavo in una corsetta al parco, per mantenermi sempre giovane e in forma, per preservare il mio benessere psicofisico e mantenere disciplina e costanza nel mio percorso di crescita personale, di cui ho già parlato tempo fa. Correvo e non vi era nessuno nei paraggi e, generalmente, quando sono in solitudine, ho finalmente l’opportunità di froceggiare in libertà, di tirar fuori i miei lati da fichetta. D’un tratto, mentre sgambettavo costeggiando il fiume, mentre l’ombra proiettata dagli alberi lungo il sentiero mi donava una parvenza di frescura, un vero sollievo in questi giorni afosi, ho iniziato a sculettare come una puttanella e, mentre sculettavo, ho cominciato a emettere dei mugolii da checca matta, intanto che ondeggiavo le mani e le spalle in una danza isterica e, finalmente, mi sono sentita autocentrata, consapevole, arrivato, libera. Ho saputo proprio in quel momento di avercela fatta, che ogni obiettivo era stato raggiunto. Ora siedo qui, dinanzi al mio calcolatore, a redigere questo ennesimo articolo e a condividere i miei pensieri con voi tutti che mi seguite, cari utenti e care utentesse, care donne e maschi di donna, dopo una buona doccia durante la quale ho adoperato un delicato sapone alla mandorla per non aggredire la mia pelle sottile. Sento l’esigenza di testimoniare tutto questo, di mettermi a nudo.

Insomma, voglio solo dire che questo blog è forse l’unico autentico sostenitore del ddl Zan. Smettetela di seguire Lorenzo Tosa, costui non ci crede davvero, sono io il vero riferimento per questa battaglia di libertà. Non solo nessuno dovrà più essere preso in giro per il proprio orientamento sessuale, ma auspico che, una volta approvato in via definitiva il disegno di legge, per le strade si scateni l’inferno. Voglio vedere l’intero paese accoppiarsi per le strade, voglio vedere corpi nudi possedersi selvaggiamente, sudori, salive e umori mescolarsi in un’italica orgia in cui ognuno sarà libero di scegliere il proprio partner e la propria partneressa, auspicando ovviamente che la gran parte di voi si orienti verso individui dello stesso sesso, in modo che i maschi di donna possano spisellacciarsi tra loro e le donne possano amarsi d’un amore fatto sì di sesso, ma soprattutto di romanticismo, sapendo che fondamentalmente, l’amore tra un uomo e una donna è solo una convenzione sociale frutto di una cultura patriarcale ormai totalmente fuori dal tempo, grazie a Dea e al Vergine Mario.

Per farla breve: sì al ddl Zan, no alla fica e al pesciolone.

Seconda Dose

Ebbene sì, è toccato anche a me: una seconda dose di ottimo Moderna mi è stata infine somministrata. Al momento, nessun effetto collaterale sta disturbando il mio esile corpicino, nessuna mutazione sta deformando il mio volto elastico e cangiante. Tuttavia, oserei definire questa iniezione come un simbolo, la quadratura del cerchio, la fine di una lunga traversata nel deserto iniziata alla fine del mese di febbraio dello scorso anno e conclusasi con un ago che ha fatto fatica a penetrare nelle mie carni ormai indurite dagli anni e dal male di vivere.

Eppure eccoli qui, preziosi anticorpi che fanno il loro duro lavoro, ostacolando l’accesso a quella canaglia di virus, “il nemico invisibile”, com’è che dite voi? Alla fine aveva ragione quel dolce cucciolone di Massimo Gramellini: è andato tutto bene. Siamo ancora in salute, pur costretti a indossare ancora le “sorelle mascherine”, per dirla con il maestro di vita Massimo Recalcati, il quale tutte le volte che pronuncia “Lacan” alla francese mi fa bagnare come una scolaretta alle prese con i primi ardori, ma questo è un bene per taluni di voi, per celare le vostre facce inguardabili. Sono contenta perché entro finalmente a far parte di quella categoria di prodotti di alta qualità, attendo solo che oltre al Green Pass mi venga applicata l’etichetta “Bio” sulla fronte. Non che questo cambierà le cose a livello relazionale, sia chiaro. Ho sempre rifuggito i rapporti umani e il contatto fisico. Il solo sentire la pelle di qualcun altro sulla mia fa un effetto repulsivo, la considero alla stregua d’un ignobile invasione di campo. Come vi permettete di toccarmi, razza di lazzaroni? Andate a mettere le vostre manacce sporche altrove, dopo che magari avete infilato le vostre dita nel naso o peggio, vi siete toccati il pannocchione e la cicciabaffa senza darvi una bella disinfettata.

Insomma, questo mia missiva vuole senza meno chiudere un ciclo, mettere un punto fermo su questa vicenda. Diciamocela tutta, ci siamo divertiti un mondo, vero cari amici e care amichesse? Tutta questa storiaccia ci ha fatto veramente sbudellare dalle risa, in taluni frangenti ci siamo forse sentiti soli e senz’appigli, ma ce l’abbiamo fatta. Siamo ancora vivi, più carichi e più uniti di prima nel mettere in ridicolo i nostri vizi, la società di cui, ahimè, volenti o nolenti noi tutti facciamo parte, per sorridere delle nostre miserie e delle nostre vite orribili, per guardarci allo specchio e renderci conto di quanto siamo invero brutti, volti terrificanti di individui che si sentono fotomodelli, che senz’alcun pudore pubblicano autoritratti inguardabili, commentati ipocritamente dai propri “amici”. Sogno il giorno in cui qualcuno abbia il fegato di commentare la verità sotto le vostre foto di coppia, in modo che la possiate piantare di ammorbarci con le vostre immagini piene di filtri che vi rendono lisci come bambole, artificiali, artefatti, degno certificato di garanzia della vostra insicurezza: Pierangelo e Martalisa, voi e i vostri gemelli di tre anni Frangiacomo e Landomenico fate schifo al cazzo, e meno male che tramite fotografia non è possibile sentire la vostra puzza.

È stato bello passare questo anno e mezzo con voi, debbo riconoscerlo. Mi avete fatto sentire meno sola e non posso che ringraziarvi per l’affetto mostrato e concludere questa mia missiva con uno slogan, un motto che vorrei che voi tutti faceste vostro, nel nome del progresso e dell’uguaglianza, perché nessuno si senta più discriminato ed escluso qualsiasi sia la sua etnia, idea politica, ma soprattutto orientamento sessuale.

Abbasso la fica.

Confessioni

Quest’oggi mi sono recata in metropolitana, fermata Precotto, presso una di quelle cabine per fototessere. Non ne avevo mai parlato prima, ma credo sia arrivato il momento di farvelo presente: la mia casa non ha mai avuto specchi. Ho visto solo di rado il mio volto riflesso in qualche vetrina, sfuocato e abbagliato dalla riflessione della luce solare. Oltre a questo, non esistono fotografie del mio vero volto. Sono nata e cresciuta in una famiglia molto protettiva, la quale ha pensato bene che non fosse opportuno, forse per non ferire la mia sensibilità, forse perché si vergognavano di me, che io stessa venissi a conoscenza delle mie reali fattezze.

Bene, inevitabilmente, oggi ho deciso di affrontare la verità, capire quale fosse la mia vera faccia, chi si cela in realtà dietro la squallida mascherata di Dino Veniti, la mascherina igienica che uso per proteggermi dal virus della mia stessa miseria, dalle mie pulsioni di morte, dalle mie nevrosi e dalle mie psicosi. Sono entrato in cabina, ho inserito cinque euro, ho chiuso gli occhi e ho lasciato che la macchina fotografica acquisisse l’immagine del mio volto. Sudavo freddo, intanto che la cabina si accingeva a stampare il risultato di quella seduta fotografica. Al termine della stampa, sono uscito e ho tirato fuori quanto realizzato da quella macchina infera. Con coraggio ho aperto gli occhi e ho finalmente guardato, trepidante, le mani tremanti.

Quanto emerso mi ha fatto gelare il sangue, anche se in fin dei conti l’ho sempre sospettato. Sì, è così, ho sempre saputo che le cose stavano in questo modo. Mi sono tornati alla mente gli sguardi preoccupati di mia madre, le urla di mio padre e i loro litigi, i tempi dell’orfanotrofio e la prima volta che ho fatto all’amore con suor Paola e padre Pellegrino, la famiglia Veniti che mi adotta e mi porta a Lavreotiki, le dieci cinghiate quotidiane di mio padre adottivo Giánnis Kyriakos, i capitali spesi in psicoanalisi e le dieci cinghiate settimanali del mio psicoanalista, una fiammata di rimembranze che ardevano nel mio petto.

È stato lì che ho visto, ho visto quattro volti, tutti e quattro differenti, quattro figli di puttana disposti in una matrice due per due, orribili, inquietanti. Indistinguibili, per età, sesso ed etnia.

Forse è meglio che non sappiate cosa si cela dietro questo blog, dietro questa pagina. Non abbiate desiderio di incontrarmi, di conoscermi, il solo incrociare il mio sguardo potrebbe tramutarvi in statue di sale. È bene che continui a muovermi nell’ombra, nell’oscurità, ove non vi è spiraglio alcuno di luce. È lì che mi sento a mio agio, è lì che posso attingere alla cloaca del mio inconscio e sublimare il letame della mia anima corrotta in forma scritta.

Quest’oggi ho visto l’orrore in faccia, l’orrore di chi incarna tutti i mali della società liquida.

E quell’orrore sono io.

Vaticano e ddl Zan

Con un magistrale “coup de théâtre”, il Vaticano scende in campo con la fierezza che si confà a un autentico fuoriclasse e finalmente prende le sue palle immacolate come il cuore di Maria e le poggia sul tavolo della trattativa: il ddl Zan non s’ha da fare. Mi chiedevo dove fossero finite le ingerenze della Chiesa Cattolica nelle decisioni della politica italiana, ma devo dire che cominciavo a sentirne la mancanza. Era dai tempi del cardinal Ruini che non avveniva un simile intervento a gamba tesa e in fondo dentro di me ero certa che dietro quella facciata un po’ sbarazzina, quelle guanciotte morbidose e quel sorriso puro e fanciullesco, tipico di un giovanotto che sta cominciando da poco ad assaporare la vita, Papa Francesco è in verità un fottuto reazionario che al momento ha semplicemente lasciato giocare i suoi avversari e ha concesso loro di vincere qualche battaglia. Del resto, cosa potevamo aspettarci da un gesuita? Nel 2010 fu lo stesso Bergoglio, in qualità di Arcivescovo di Buenos Aires, a definire il disegno di legge presentato in Argentina in merito ai matrimoni gay come “movida del diablo”.

In realtà, sappiamo benissimo che sarà la Chiesa Cattolica a vincere sempre e comunque la guerra, e tutto questo per un semplice motivo: non vi è alcuna possibilità di cancellare ben due millenni di cultura cristiana con un semplice colpo di spugna, una cultura che è natura umana, che piaccia o no. Tutto è intriso di cristianità, chiunque abbia provato a uccidere Dio ha tentato semplicemente di offrire se stesso come surrogato, con risultati scarsi e limitati, dovuti alla propria natura mortale. Pensiamo a quel simpatico giuggiolone di Stalin, il quale aveva raso al suolo intere chiese e aveva sostituito il crocifisso con quadri raffiguranti la sua maestosa effige baffuta. Bene, lo stesso Iosif Vissarionovič Džugašvili, all’ingresso dell’Unione Sovietica nel secondo conflitto mondiale, aveva chiuso un occhio nei confronti di quelle donne che si facevano il segno della croce in quella situazione così drammatica per il popolo russo. Pensiamo anche alla fine fatta dallo stesso Stalin, che fino al 1953 era considerato dal suo popolo come un dio: è morto solo come un cane, disperato, con il suo capezzale circondato di gente che, fatta eccezione per la figlia Svetlana Allilueva, non vedeva l’ora che tirasse le cuoia per poter prendere il suo posto o semplicemente liberarsi da un tiranno paranoico e pericoloso.

Caro Francesco, il tuo intervento è una boccata d’ossigeno, ma non è sufficiente, di conseguenza mi si permetta di fare una proposta, al solito moderata: propongo che il passo successivo sia la scomunica di tutti i sostenitori del ddl Zan. Ho come la sensazione che basterebbe davvero poco per vaporizzare le effimere battaglie di questi fenomeni con la pancia piena che si dichiarano atei con lo stesso spirito con cui un adolescente si ribella ai propri genitori e fanno del loro ateismo una sorta di nuova religione.

Forza Santità, hai in mano una grande leva per riprendere il controllo sulle nostre vite, il caro, vecchio, inesauribile, infallibile senso di colpa.

Fai di noi quello che vuoi, Papa!