La Corrispondenza di Toninelli

Danilo Toninelli entrò nel suo studio e si accomodò alla sua scrivania per il controllo della posta elettronica, come era sua consuetudine serale. Nonostante non fosse più ministro, riceveva ancora una nutrita corrispondenza, in sporadici casi costituita da ammiratori e ammiratrici che si congratulavano con lui per il lavoro svolto a capo delle infrastrutture e dei trasporti nazionali, nel corso del primo governo Conte. In particolare, era rimasto gradevolmente colpito da una missiva ricevuta da un’elettrice del Movimento Cinque Stelle, la quale, oltre a sperticarsi in elogi, aveva allegato la fotografia del suo organo riproduttivo in primo piano. L’ex-ministro, libero da impegni, ebbe finalmente modo di concedersi un momento per risponderle, in tutta calma:

“Gentile elettrice,
con la presente ci tengo a ringraziarla sia per le sue parole, che mi fanno sicuramente un gran bene, che per la graditissima immagine in allegato.

A titolo di conferma, vorrei solo porle un quesito in merito, se me lo consente: è dunque così che è fatta, la fica?

In attesa di un cortese riscontro.

Cordiali saluti

Sen. Danilo Toninelli”

Toninelli

Terminate le ferie anche per Toninelli, l’ex ministro delle infrastrutture e dei trasporti si accinse a salutare la sua famiglia.
Abbracciò forte i suoi genitori, che erano al contempo anche i suoi zii. – Ci vediamo presto!
Uscì di casa, una villetta unifamiliare, e si avvicinò alla sua auto, parcheggiata di fronte. Aprì lo sportello e vi entrò. Approfittò un istante per pulire gli occhiali. Nel mentre, i suoi occhi caddero sullo specchietto retrovisore. Si fissò lungamente nelle sue stesse cerulee iridi, si accertò che nei paraggi non ci fosse nessuno e, solo allora, proferì con turpe fierezza:

– Sei bellissimo, cugino.

Breve Storia d’Amore Pandemico

(Racconto in stile Phazyo)

Giuseppi emanò tutto il suo decreto nel vuoto normativo di Rocchi. Nonostante l’intensità di quell’atto amministrativo, la sua retta dei contagi non accennava a ridursi.
Rocchi sorrise, si liberò dell’abbraccio assistenzialista del suo amante e si inginocchiò dinanzi a lui. Giuseppi lo fissava intensamente, con aria al contempo interrogativa e maliziosa.
– Ma cosa fai, Rocchi? – domandò il bel Giuseppi.
– Amore mio – replicò Rocchi – mi preparo alla seconda ondata!
Entrambi risero felici.

Giornalisti

Giornalisti prezzolati,
che noleggian opinioni,
al governo allineati
danno tutte le attenzioni.

Non contestano il potere,
gli si mettono a novanta
e gli leccano il sedere,
mentre suona e se la canta.

Con nemici alla bisogna
terrorizzano le masse,
non conoscono vergogna,
col regime creano un asse.

San giostrar l’indignazione
della gente verso il male
e di eroi celebrazione
fan per farci la morale.

Prezzolati giornalisti,
la retorica pomposa,
d’irritanti moralisti,
per concluder è assai odiosa.

Non lasciatevi irretire
da codesti malandrini
che vi impongon cosa dire:
che sia Scanzi o Gramellini.

Casa Surace – L’ultimo pacco da giù – Parte 3

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(…Continua da qui – Parte 2)

– Buongiornissimo!!! Caffè? – fece Davide a Guglielmo, porgendogli un bicchiere americano fumante, con entusiasmo irritante e provocatorio, prendendosi gioco di lui per l’età e per il suo ormai incipiente pensionamento. Si trovavano sotto un diluvio imponente e il più giovane se ne stava lì, porgendogli quel recipiente caldo con un sorriso strafottente sul volto, intanto che Guglielmo cercava concentrato un paio di torce dal bagagliaio dell’auto. – No – rispose distrattamente e freddamente il collega, indaffarato e pensieroso com’era. Chiuse il bagagliaio, passò una delle due torce al giovane compagno di lavoro e si allontanarono entrambi dall’auto, a piedi sotto l’acqua scrosciante.

Davide, milanese da generazioni, era giovane, di bella presenza, entusiasta e ambizioso, a dispetto di Guglielmo, per gli amici Zelmo. Uomo di colore, più attempato ed esperto, sia della sua professione che delle cosiddette cose della vita; nei suoi occhi, la rassegnazione e la disillusione di chi ne ha viste tante.

– Ascolta – fece Davide a Zelmo, mentre camminavano sotto il violento acquazzone. – Sai che parli benissimo in italiano, nonostante le tue evidenti origini afroamericane? Ti ha mai detto nessuno che sei identico a…

– …a Morgan Freeman, porca troia! Finitela con questa storia ragazzi! Sono anni che me lo sento dire! Sono italiano, di origini emiliane, ok? Mio padre è di Rubiera, mentre mia madre era francese, nata da genitori algerini, per quello sono nero, ecco svelato l’arcano!

– Eh la Madonna, che permaloso che sei, Zelmo! Me lo avevano detto i tuoi colleghi di dipartimento che la cosa ti faceva incazzare, volevo prenderti un po’ in giro.

Zelmo sorvolò, preso com’era dai suoi pensieri. Aveva quasi sessantacinque anni ormai, non c’era più tempo per perdere le staffe per certe fesserie.

Entrarono nel condominio, un palazzo di sette piani, in una delle periferie più degradate e squallide di Milano. L’ascensore era rotto, probabilmente era stato manomesso. Fecero quindi pazientemente le scale a piedi, erano abituati a farlo, per cui la cosa non pesava loro particolarmente.

Raggiunsero l’ultimo piano, tutti e due con un leggero affanno. La porta d’ingresso dell’appartamento era aperta. Zelmo la spinse lievemente per aprirla del tutto ed entrambi i poliziotti penetrarono all’interno dell’abitazione. Le luci erano spente, la casa era fiocamente illuminata da quel poco di luce diurna restante, resa grigia dalle dense nuvole scure dovute al temporale che si stava abbattendo all’esterno. Accesero le torce per migliorare la visibilità nella dimora e infilarono dei guanti sterili, mentre procedevano nell’ingresso.

Diedero un’occhiata in giro. Nell’aria, uno sgradevole odore di cibo e di chiuso. Le finestre erano rimaste serrate per tre giorni e non era stato fatto nessun ricambio dell’aria. Seguirono il breve corridoio, fino a quando non entrarono nell’ampio soggiorno, al centro del quale vi era l’enorme tavolo da pranzo. Sulla parete a sinistra, qualcuno aveva scritto a caratteri cubitali, in milanese, A laurà, terùn. A capotavola, un corpo esanime sedeva, legato mani e piedi, con il volto riverso in un ormai tiepido piatto di parmigiana di melanzane.

Davide si avvicinò alla parete, passò il dito indice su quella scritta offensiva nei riguardi del Mezzogiorno, ne avvicinò la punta al naso per sentirne l’odore e, subito dopo, se la portò tra le labbra, succhiandola leggermente. Con aria investigativa, si passò brevemente la lingua sulle labbra, per percepirne il sapore e, a quel punto, affermò:

– Questo è ragù, Zelmo, ragù pippiato

Zelmo rimase impassibile, benché dentro, per un istante, avvertì il sangue rapprendersi nelle vene, come sovente accadeva quando guardava negli occhi l’ambiguità, toccava con mano l’ignoto, respirava a pieni polmoni l’enigmatico.

Davide proseguì: – Questo qui minimo è morto d’infarto, sarà sicuramente un terrone! – fece il giovane meneghino sarcastico, sorridendo e ostentando sicumera. A dire il vero, era solito abusare del suo cinismo, il cinismo di facciata tipico dell’investigatore di primo pelo, mentre, al contrario, cercava di reprimere il profondo turbamento che provava tutte le volte che si trovava dinanzi a un corpo esanime. Gli tornò per un momento alla mente il suo primo caso, un bambino assassinato, in Valle d’Aosta. Quella volta, quando si trovò dinanzi al corpicino privo di vita di quel fanciullo, nonostante un’esibita noncuranza, provò la medesima sensazione d’una pugnalata al cuore e, terminata la visita di ricognizione, si allontanò dai suoi colleghi per rinchiudersi in auto, dove ebbe un attacco di panico, a cui fece seguito una lunga vomitata.

– Vuoi stare zitto, per cortesia? – replicò Zelmo con severità. Davide, distolto repentinamente da quelle dolenti rimembranze, lo guardò e il suo sorriso falso si spense istantaneamente, lasciando sul suo giovane volto un’autentica espressione di dolore. In verità, si comportava da pagliaccio anche nel tentativo di compiacere il suo collega più anziano che, per quanto trattasse con strafottenza, sentiva come un mentore, come un secondo padre.

Zelmo analizzò attentamente quel corpaccione meridionale, con la testa affondata in quel cuscino di melanzane ormai fredde, avvicinandone la torcia alla nuca, ove ebbe modo di notare un ematoma circolare.

– Qualcuno gli ha tenuto una pistola puntata per chissà quanto tempo…- fece Zelmo.

– Cristo Santo – fece Davide – hai visto quanti piatti sporchi ci sono sul tavolo? Me lo dicevi tu che questa è una casa popolata da terroni fuori sede vero?

– Sì, Davide, è un gruppo di studenti meridionali fuori corso. Hanno più di trent’anni e i genitori continuano a mantenerli agli studi. Pare che qui dentro ci viva solo un milanese, un certo Massimo, detto Ricky, non è ben chiaro cosa ci faccia in mezzo a questa manica di lavativi lazzaroni.

– E questo coglione come mai si trova legato con la faccia immersa in un piatto di parmigiana? – fece Davide.

– Da’ un’occhiata sotto il tavolo, gentilmente…- fece Zelmo educatamente, di rimando, sperando che il buon esempio limitasse il suo linguaggio scurrile.

Davide si chinò sui talloni, sollevò la tovaglia con la mano sinistra mentre con la destra torcia alla mano, faceva luce nella penombra. Notò la presenza di un secchio. Avvicinò il viso a quel recipiente per visionarne il contenuto, ma dovette allontanarsi di colpo: un fetore mefitico e nauseabondo era penetrato violentemente nelle sue narici. Si alzò di colpo in piedi, portando il gomito su naso e bocca, tossendo e trattenendo a stento i conati di vomito:

– Cristo di un Dio! Che schifo, cazzo! – fece Davide, mentre sentiva risalire in gola il caffè di poc’anzi.

– Che roba c’è la dentro? – chiese Zelmo.

– Cazzo ne so, Zelmo. C’è odore di vomito, merda e piscio.

– C’erano anche tracce di ragù?

– Che cazzo di domanda è, stupido? Vuoi accomodarti e dare un’occhiata anche tu? Favorisca, prego… – fece Davide, caustico.

Zelmo alzò gli occhi al cielo, conservando la pazienza tipica della senilità. Continuò, con la torcia, a perlustrare il corpaccione rigonfio di cibo di Pasqui, mentre finalmente si decise a toccarlo. Posò una mano sulla sua spalla, rimanendo per un istante stupito, finché non proferì:

– E’ ancora caldo…

– Vuoi dire che questo stronzo di un terrone è ancora vivo?

Di colpo, s’udì nell’aria il suono irritante della Tarantella del Ciutaglione. Era la suoneria di Pasqui, il quale, improvvisamente, alzò la testa dal piatto di parmigiana, facendo un respirone profondo, inalando con feroce fame d’ossigeno tutta l’aria che gli era mancata fino a quel momento. I due poliziotti, balzarono all’indietro, mettendo mano alle loro fondine. Ripresi i sensi di colpo, Pasqui emise un sonoro scorreggione, a cui fece seguito una scarica di diarrea che gli riempì le mutande di merda. A quel punto, si liberò le mani dalle corde, riprese il secchio sotto il tavolo e vi vomitò dentro, mentre i due poliziotti lo guardavano inorriditi e basiti. Subito dopo, afferrò il cellulare, che nel frattempo aveva continuato a squillare, riempiendo l’ambiente circostante di quel fastidiosissimo motivetto.

– Oh, è mia madre! Meh, signori, fatemi rispondere! – fece Pasqui con il suo fastidiosissimo e posticcio accento barese, rientrando nella sua parte come se nulla fosse accaduto.

– Oh, Ma’. Vedi che qua mi sono mangiato tutto. Sì, sì, tutto a posto. No, Ricky non c’è, si è offeso per qualche cosa, non ho capito bene. Sì, ma tanto poi gli passa, da mo che lo conosco a quello là. Senti Ma’, qua vedi che i pacchi da giù sono finiti, devi mandare qualcos’altro. Eh sì, oggi pomeriggio studio, Ma’. Eh sì, ho capito che c’ho trent’anni, che non mi sono ancora laureato, ma mo l’adolescenza dura molto di più. Ai tuoi tempi vi sposavate a diciott’anni, consentimi di dire che le cose sono cambiate. Sì, Ma’, non ti preoccupare. Sto bene, forse ho mangiato troppo, infatti c’ho un po’ di mal di stomaco, ho avuto un po’ di diarrea. Sì, sì, non ti preoccupare. Mo mi prendo una pastiglietta di Dissenten e sto a posto. Sì, sì. Meh, fammi andare Ma’. Anch’io ti voglio bene. Ciao, un bacione, Ma’.

I due poliziotti si guardarono attoniti, mentre Pasqui, chiusa la chiamata, li osservò con un sorriso ebete e compiaciuto che gli allargava i radi baffi neri, socchiudendo al contempo gli occhi alla sua maniera. Aveva il mento, la fronte e le gote cremisi, insozzate dal sugo della parmigiana. Non era affatto colpito da quelle presenze estranee in casa.

– Oh, signori – fece Pasqui in maniera invadente – volete favorire? Meh, accomodatevi, vi faccio un caffè. Vi faccio assaggiare un po’ dell’ospitalità meridionale, che voi qua al nord dite sempre che noi siamo terroni, che non ci abbiamo voglia di lavorare. Meh, sedetevi, dove c’è da mangiare per uno, c’è da mangiare per cento. Favorite! Tanto mia madre mo mi manda altri pacchi da giù!

I due poliziotti rimasero in piedi, silenti. Per la prima volta, percepirono di sentirsi affini, complici, di condividere un sentimento, nonostante la differenza d’età e di vedute. Forse. in quel momento, era nata un’amicizia. Qualcosa finalmente li accomunava, li faceva sentire parte di un ideale comune, di una scala di valori condivisa.

Si lanciarono un’occhiata di intesa e fu quello il momento: estrassero entrambi le pistole dalle fondine e le puntarono direttamente verso i testicoli di Pasqui.

Davide si voltò verso il collega, tenendo il braccio destro teso e diretto verso le gonadi del finto barese: – Zelmo, come giustifichiamo la cosa con il capo?

Zelmo, in risposta, guardò il giovane compagno con la coda dell’occhio: – Diremo che alla fine della scorpacciata, il suo torturatore ha voluto porre fine alle sue sofferenze e ha giudicato costui indegno di generar prole.

– Che classe, Zelmo, che classe… – fece in risposta Davide, sentendo un nodo in gola per l’entusiasmo.

Pasqui era lì, che osservava le due canne delle pistole rivolte verso il suo organo riproduttivo. Il suo sorriso si era tramutato in una smorfia di stupore, una muta domanda, dalla quale traspariva finalmente una sincera preoccupazione.

– Signori, meh? Non vi accomodate? – fece Pasqui, con voce tremante, ben sapendo che, con buona probabilità, quelle sarebbero state le ultime parole pronunciate con un timbro vocale postpuberale.

 

Il Monopolio Satirico di Crozza

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È da un po’ che si è insinuato in me un dubbio, che dà origine alla seguente domanda: sono l’unico ad averne un po’ le palle piene di Maurizio Crozza?

Intendiamoci, non lo ritengo malvagio come comico, a suo modo alcune sue gag e imitazioni sanno essere esilaranti. Quello che però è divenuto vagamente insopportabile del comico ligure è la sua costante e ossessiva presenza in televisione, accompagnata da una sorta di ansia da prestazione, che lo porta il più delle volte a una caccia immediata, spasmodica e compulsiva all’imitazione dell’emergente personaggio di turno del mondo della politica, del giornalismo, dello spettacolo, un’angoscia che non sempre lo conduce a risultati egregi. Insomma, una sorta di gara ad arrivare prima degli altri, come se negli ultimi tempi, poi, ci fosse davvero qualche concorrente serio ad ostacolarlo.

Pensateci per un attimo: in molti lo osannano, diversi politici lo trovano simpatico, i grandi giornali ne esaltano la vis comica, pubblicando spesso spezzoni video dei suoi sketch nelle edizioni online. Proprio in merito a questo, pertanto, quello che mi chiedo è se costui si possa per davvero considerare un autore satirico. Se è così ben voluto dal potere, la sensazione è che Crozza tenda sempre più a tramutarsi in un guitto di regime, tutto sommato una comoda arma, non graffiante, per un potere politico e mediatico che fa sempre più la vittima ed è ancora convinto di stare all’opposizione. Ho la percezione che gli attacchi più feroci di Crozza siano rivolti in realtà soprattutto alla vera opposizione (si veda imitazione di Feltri), che altro non fa che che esprimere un’opinione differente dall’attuale morale comune, sostenuta dai novelli chierici progressisti, sacerdoti del politically correct che sono arrivati al punto di farmi rimpiangere il Cardinal Bagnasco della CEI. A questo proposito, mi vien da sorridere quando penso che se prima il sesso era vietato dalla morale cattolica, frutto di una cattiva interpretazione votata al sacrificio del pensiero cristiano, adesso sono le sacerdotesse del #metoo e suoi derivati a proibirlo, insinuando la paura di commettere e subire molestia in ogni dove. Chissà perché, ma in un modo o nell’altro, la società riesce sempre a essere sessuofobica, anche se in forme diverse, a seconda dell’epoca.

Insomma, per tornare al discorso di partenza, davvero possiamo mettere sullo stesso piano Maurizio Crozza con Daniele Luttazzi, Corrado Guzzanti, Paolo Rossi? O sono forse i tempi a esser cambiati e sembra strano invocare una satira che attacchi il potere attuale, estremamente suscettibile, infido, permaloso e convinto di essere dalla parte “giusta”?

Il Lato Oscuro di Andrea Scanzi – Parte 4

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(…Continua da qui – Parte 3)

Quella lunghissima doccia era terminata. E, a suo modo, sotto l’acqua calda, aveva pianto. Tre, forse quattro fiotti di lacrime dense, calde, candide come la neve, lanciate contro il cristallo della cabina, che gli avevano procurato un piacere spento, scialbo, a cui aveva fatto seguito, immediatamente, il solito senso di colpa, che gli mandava un messaggio chiaro, ma che lui ancora non era in grado di interpretare: stava sprecando la sua vita.

Uscì dalla cabina, ritrovandosi nell’ampio bagno, saturo di condensa, afferrò un grigio accappatoio che si trovava appeso al gancio adiacente al box doccia e lo indossò. La sua tardiva erezione si stava ormai spegnendo. Infilò un paio di ciabatte di spugna e si avviò verso il soggiorno.

Si avvicinò a un grande tavolo bianco che si trovava al centro della sala, sul quale aveva lasciato lo smartphone. Oltre alle migliaia di notifiche che gli giungevano come sempre da Facebook, alle quali ormai era del tutto assuefatto, trovò una ventina di chiamate perse. Afferrò il telefono e iniziò a scorrerne la lista, nella speranza che la sua donna lo avesse richiamato, ma non trovò quello che forse desiderava di più in quel momento. Sentì un profondo senso di amarezza, che fece nuovamente capolino sotto forma di quell’insopportabile nodo in gola, incapace di tramutarsi in un pianto vero. Continuò apaticamente a scorrere l’elenco delle telefonate ricevute, finché non ne trovò una di Vittorio Sgarbi. Temporeggiò un attimo, non si sentiva esattamente dell’umore giusto per contattarlo e, dopo averci pensato su per un minuto buono, decise comunque di sapere cosa avesse spinto il noto critico d’arte a telefonargli. Pigiò con l’indice sul suo nome, avviando la telefonata. Dopo un paio di squilli, Sgarbi rispose:

– Capra nana!

– Torzolo! – fece in risposta Scanzi, ritornando a recitare il suo ruolo in commedia, pur sentendosi senza forze. L’orgasmo di qualche minuto prima aveva vagamente anestetizzato il senso di morte che provava prima della doccia, ma ciò nonostante, si sentiva fiacco e completamente svuotato, percepiva marciume nelle sue budella. Ritrovando un barlume di energia, replicò subito piccato: – Ancora con questa storia della capra nana, Vittorio? Ma lo sai bene anche tu che sono alto un metro e ottantotto centimetri, dai! 

– Lo so bene, dai, stavo scherzando Andrea! – rispose Sgarbi, con fare insolitamente educato e paternalistico, aggiungendo poi, comprensivo: – Mi spiace che tu ci sia rimasto male…

– Stai tranquillo, Vittorio, sono solo molto stanco, credimi. Se posso parlarti con sincerità, tutto questo teatrino a volte mi fa sentire sotto pressione. Un milione e settecentomila follower su Facebook non sono uno scherzo da gestire. Non mi sento sempre all’altezza. 

– Sai qual è il tuo problema, amico mio, se posso darti un consiglio, da persona con più esperienza? Per quanto tu sia pungente nei tuoi interventi, a volte sei un po’, lascia che te lo dica, “impostato”, poco spontaneo. Si vede che manca autenticità nei tuoi video. Certo, buona parte degli utenti abbocca, del resto sono delle zucche vuote, ignoranti come capre, però posso capire che mostrarsi sempre impeccabile ti faccia sentire, in qualche modo, in gabbia. Nel mio caso, me la passo molto meglio e lo hai fatto notare anche tu, in maniera molto intelligente e mordace, nel tuo ultimo video su Facebook contro di me: posso fare sfuriate, perdere le staffe, per farla breve, lasciare che il mio spirito dionisiaco prenda completamente il sopravvento, posso persino non lavarmi i capelli e i denti: non mi dirà mai nulla nessuno. Lo sanno come sono fatto e me le perdonano tutte. Posso permettermi qualsiasi tipo di bassezza, compreso farmi riprendere in televisione, nudo, mentre sto cagando, cosa che tra l’altro ho fatto qualche tempo fa, e lo sai benissimo. Io sono un uomo libero, caro il mio Scanzi. Prova a farla tu, una cosa del genere Andrea. Prova, un giorno, a fare una diretta Facebook, mentre ti stai facendo una sega, magari sotto la doccia, con quelle merde di Pink Floyd in sottofondo. Chissà, magari te ne sei fatta una poco fa. Bene, sappi che ti prenderebbero tutti per matto, caro mio. In un istante, tutta la tua reputazione, il tuo perfezionismo ostentato, che altro non è che un chiaro sintomo di fragilità e di inferiorità, andrebbe a farsi benedire. Io, invece, carissimo Andrea, ho fatto da subito una scelta: ho deciso di scoparmelo e di sposarlo, il mio lato oscuro. Ci vado a letto tutte le notti con lui, e, guarda un po’, dormo come un bambino. E tutto sommato, credimi Andrea, sono una persona felice. Tu dici che buona parte di quei coglioni che mi seguono lo facciano per prendermi per il culo? E’ probabile, anzi, ne sono certo anch’io. Ma credimi, Scanzetto: alla mia età non ha alcuna importanza, non devo dimostrare nulla a nessuno e, se posso aggiungere una cosa, non aveva importanza neppure in passato, quando avevo la tua età. Ho studiato, ho letto tanto. Questo mi ha permesso di conoscere l’essenza dell’essere umano, le sue contraddizioni, le sue sfaccettature, che sono fondamentalmente anche le mie, ci mancherebbe altro. Credimi, lo dico perché lo penso davvero, al contrario di te, che lo dici perché te ne vuoi convincere: i miei insulti e le mie sfuriate sono solo parte di un personaggio televisivo che mi sono creato. Anzi, già che siamo qua, ne approfitto per scusarmi se posso averti ferito qualche volta, nei miei interventi. Adesso chi ti parla è uno Sgarbi diverso, forse lo Sgarbi più autentico, uno Sgarbi che sa anche amare e che, comunque, nutre nei tuoi confronti la stima che può avere un padre nei confronti di un figlio intelligente, ma un po’ discolo, uno di quei ragazzi un po’ irrequieti che vuole farsi notare a tutti i costi dagli adulti.

Scanzi lo ascoltò per la prima volta in vita sua con attenzione, forse il professore non aveva tutti i torti e, stranamente, sentiva che aveva toccato i tasti giusti. In ogni caso, stupito della benevolenza e della disponibilità mostrata dal critico d’arte, ne approfittò per chiarirsi un attimo con quest’ultimo:

– Senti Vittorio, oggi non sto benissimo e, permettimi di parlarti con il cuore in mano. Ti dico la verità, quando mi hai dato dello iettatore e del leccaculo dei Cinque Stelle ci sono rimasto molto male. Considera che io ci credo davvero al loro progetto di democrazia diretta e credo che Gianroberto Casaleggio fosse davvero un visionario. Con molti di loro sono amico e quindi… – gli si ruppe la voce, forse Sgarbi stava riuscendo a farlo piangere finalmente, quella conversazione stava avendo un effetto catartico sul giornalista. – Vittorio – continuò singhiozzando – ti scongiuro, non distruggere i miei sogni, non farmi credere che non esista un mondo migliore. Beppe Grillo ci ha donato una speranza, la possibilità di una politica nuova, trasparente, onesta, la speranza di un’Italia più giusta…

– Mi dispiace davvero, Andrea, anzi, mi fa piacere che tu me l’abbia detto. Scusami, te lo dico con il cuore! – Sgarbi, nel privato, sembrava assai diverso rispetto al personaggio televisivo.

– Ti abbraccerei se fossi qui, Vittorio! – fece Scanzi ormai totalmente preda delle sue lacrime, che scendevano salate dai suoi occhi azzurri e gli rigavano il volto. – Mi consideri ancora il tuo erede? 

– Ma certo Andrea! Sei come un figlio per me! Purtroppo, però, lo stai capendo anche tu che ci tocca fare questo, insultarci, mandarci a cagare, fingere di essere nemici. E sai perché lo facciamo? Per continuare a esistere, per sentirci vivi, per esorcizzare, fondamentalmente, la paura della morte. Tu sei sulla soglia dei cinquanta ormai. E’ questo che ti angoscia. Non prenderla così, dai! 

– Certo Vittorio, certo… – Scanzi si era finalmente sfogato, era riuscito a manifestare i suoi reali sentimenti. Si sentiva più leggero. 

– Ascoltami, Andrea – continuò Sgarbi – te lo dico con molta franchezza: non ho nessuna voglia di sfidarti a Mediaset. Sono un uomo stanco anch’io, ho una certa età e il medico mi ha consigliato di riposarmi un po’. Se sei d’accordo lascerei perdere, cosa ne dici?

– Sì, Vittorio, stavo giusto per dirti questo, è un periodaccio. Ieri sera, ho avuto un violento litigio con la mia compagna. Ho provato a contattarla, ma mi ha bloccato su Whatsapp. Non è che potresti provare a sentirla?

– Va bene, Andrea, ti faccio sapere se so qualcosa e ti richiamo! Adesso ti saluto, ho un po’ di cose da fare. Ciao, capra nana! – fece affettuosamente.

– Ciao, Vittorio, grazie di tutto! – Scanzi si congedò e chiuse la chiamata.

Sgarbi fece altrettanto. A quel punto, posò con cura lo smartphone sul mobile dinanzi al letto matrimoniale, puntandovi lo schermo con estrema precisione e, subito dopo, avviò la registrazione di un video. Si voltò. Ad attenderlo lì, c’era la compagna di Scanzi, la quale giaceva indossando unicamente un baby doll bianco, che contrastava magnificamente con la sua carnagione olivastra. Squadrava il critico d’arte con voluttà, mentre teneva appoggiati l’indice e il medio della mano destra sulle labbra.

– Avvicinati, Professore…- proferì lei, con sguardo sornione e suadente.

Sgarbi, mantenendo un’espressione seria, come se stesse pensando ad altro, si liberò degli occhiali, li appoggiò accanto allo smartphone e, dopodiché, si pettinò come consuetudine il ciuffo di capelli bianco con un singolo gesto della mano destra. L’ex-sindaco di Salemi si trovava già squallidamente nudo, mostrando il suo vecchio corpo flaccido di cui andava comunque fiero, esibendo una pancia prominente e un mediocre e turgido pene. Si avvicinò al letto lentamente e vi salì sopra con estrema calma, ponendosi poi nella posizione del missionario dinanzi alla donna di Scanzi, guardandola severamente nei suoi grandi occhi scuri. Anche lei lo guardava, con intenso desiderio, un desiderio rancoroso che sapeva di vendetta. Si sentiva pronta finalmente a congiungersi carnalmente con il critico d’arte.

– Grazie, Vittorio, per esserti lavato almeno i denti stavolta… – fece lei – adesso ci divertiamo un po’, e, quando abbiamo finito, manda pure questo bel filmato a quella grandissima testa di cazzo…

Terminata quella frase, si guardarono ancora per pochi secondi negli occhi e, a quel punto, si affondarono reciprocamente le lingue in bocca.

 

Il Lato Oscuro di Andrea Scanzi – Parte 3

ScanziDiretta

(…Continua da qui – Parte 2)

Andrea e la sua compagna si tenevano per mano, mentre percorrevano a passo lento il sentiero che costeggiava il fiume. Quel parco era enorme, sterminato. Non vi era anima viva a parte loro due. Nell’aria c’era un fresco gradevolissimo e un buon profumo di fiori, avevano finalmente trovato un polmone verde tutto per loro, lontano dall’inquinamento cittadino. Entrambi indossavano le mascherine sanitarie per via dell’emergenza Covid-19, ma ciò nonostante, non potevano nascondere i loro occhi, mentre si guardavano teneramente, felici. Sì, erano felici, profondamente, al settimo cielo: erano insieme, mano nella mano, dita intrecciate, mentre si trasmettevano calore e gioia. Lei, così minuta, rispetto al metro e ottantotto del giornalista aretino, la carnagione olivastra, a far da contrasto al di lui pallore. Lei, che lo guardava orgogliosa, comprensiva. Sapeva tutto di lui, sapeva che Andrea si comportava da ragazzino egocentrico per le sue fragilità, le sue ferite infantili, il suo rapporto conflittuale con i genitori, le prese in giro dei compagni di scuola, che gli avevano scatenato quel desiderio di rivalsa. Lei era comunque lì, non sarebbe mai andata via, sarebbe rimasta per sempre al suo fianco, aspettando pazientemente il momento in cui avrebbe messo da parte il suo narcisismo, la sua presunzione, per lasciarsi andare all’amore vero, al dono, alla generosità autentica. Anche lui la guardava, in quei grandi occhi castani, sentiva di amarla, ma non aveva alcuna intenzione di lasciarsi andare, temeva che tutto quell’amore l’avrebbe soverchiato, che gli avrebbe fatto perdere il controllo e, in quel caso, avrebbe dovuto rinunciare per sempre al personaggio nevrotico e tronfio che aveva costruito faticosamente nel corso di quei lunghi anni.

D’un tratto, Andrea decise di concedersi un momento di spontaneità: cominciò a correre lungo il sentiero. Lei lo seguì a ruota, si tenevano ancora per mano e ridevano, ridevano pieni di vita, a crepapelle, mentre nel circondario si udivano solo ed esclusivamente i loro passi frettolosi sull’erba bagnata e le loro risate autentiche. Deviarono dal sentiero, nel prato, e corsero entrambi in direzione di una grande quercia, che si trovava in cima a una collinetta, dietro la quale si stagliava un tramonto spettacolare, finché non la raggiunsero e si fermarono, affannati. Si guardavano negli occhi mentre respiravano a fatica, con la schiena chinata in avanti e le mani sulle cosce. Tutto d’un tratto, Scanzi, recuperato un po’ di fiato, afferrò entrambe le mani di lei. Adesso si trovavano l’uno dinanzi all’altra, mentre si tuffavano reciprocamente negli occhi con profondo amore. Andrea seppe in quel momento che aveva una gran voglia di baciarla. Le lasciò le mani e le avvicinò al suo viso. Appoggiò le dita sul suo collo, lasciandole scivolare lentamente verso gli elastici della mascherina che circondavano le sue piccole orecchie,  allargò questi ultimi e la rimosse. E fu solo allora che l’espressione di Scanzi mutò repentinamente. L’amore che sentiva si tramutò immediatamente in paura, orrore, disperazione. Fece un balzo all’indietro, mentre realizzava che la sua compagna era priva del naso e della bocca.

– Cristo di Dio! No! No! Aiuto! Aiuto, cazzo!!! – Scanzi chiuse gli occhi e si buttò in ginocchio sul prato, con le mani sulla testa, mentre urlava, cercando di cacciar fuori ancora una volta quell’orribile sensazione di morte, finché non li riaprì, ritrovandosi improvvisamente seduto nel suo letto, nudo come un verme, bagnato fradicio di sudore, dalla testa ai piedi, affannato. Aveva avuto un incubo.

Erano le otto di mattina, si era probabilmente addormentato alle quattro, dopo aver continuato a ruminare, macerando come un dannato, su quella cilecca della sera prima. Improvvisamente, tutte le sensazioni di profonda angustia della notte precedente, al ricordo di quel per lui terribile evento, ripiombarono con la stessa violenza, con la medesima intensità, questa volta sotto forma di un’orribile morsa allo stomaco. Si rese conto, nel frattempo, di avere un’erezione in corso.

– E tu ti svegli solo adesso, stupido cazzone? – fece Scanzi con livore, rivolto al suo uccello.

Afferrò il cellulare, che era rimasto acceso tutta la notte sul comodino e aprì Whatsapp, ignorando le migliaia di notifiche che giungevano da Facebook, idolatrandolo. Decise che era il caso di mandare un messaggio alla sua donna e di scusarsi per averla cacciata malamente di casa la sera prima. Constatò, con amarezza, che quest’ultima aveva rimosso la foto profilo. Scanzi le inviò un messaggio con scritto “Hey…”, ma realizzò nuovamente che, dopo l’invio, un solo segno di spunta grigio era comparso sotto il testo. Era chiaro come il sole: lei lo aveva bloccato. Un grosso nodo gli si formò in gola, aveva una voglia disperata di piangere, ma non ne era capace. Erano anni che non piangeva. Inoltre, come avrebbe potuto farlo. Lui, Andrea Scanzi, piangere? Un uomo del suo valore, che negli anni era stato capace di “asfaltare” Maurizio Gasparri, Daniela Santanché, Alessandra Mussolini, Vittorio Sgarbi, Matteo Salvini? Avrebbe fatto la figura della femminuccia. Eppure quel nodo in gola era una specie di palla da biliardo: lo straziava e lo faceva soffocare, gli mozzava letteralmente il fiato, percepiva concretamente di avere il respiro più corto.

A quel punto, si alzo di colpo dal letto, rabbioso e disperato, con gli occhi cisposi e pieni di crosticine e la bocca secca. Sentiva di avere l’alito pesantissimo. Corse in bagno, completamente nudo, con l’uccello in tiro, e decise che la cosa migliore da fare era buttarsi sotto la doccia. Entrò nel box, aprì l’acqua calda e la lasciò cadere sul suo corpo. Afferrò la sua normalissima e ordinaria cinciallegra toscana con la mano destra, dando dei colpetti ritmati in su e giù, seguendo, nella sua testa, il groove di “Another Brick in The Wall” dei Pink Floyd, mentre fantasticava su Selvaggia Lucarelli, con lo scopo di liberarsi di quell’erezione chimicamente indotta, nella vana speranza, inoltre, che quel breve momento di piacere solitario costituisse una sorta di anestetico per quel dolore emotivo devastante che lo stava perseguitando.

Eppure, ne era consapevole, per quanto ammetterlo con chiarezza a sé stesso sarebbe stato ancora più intollerabile: quell’anestesia sarebbe durata pochi secondi. Lui lo sapeva bene: in breve, quel tornado, quella violenta depressione, sarebbero tornati con incrementata intensità, una volta terminata quella squallidissima seduta masturbatoria.

(Continua…)

Il Lato Oscuro di Andrea Scanzi – Parte 2

ScanziDiretta

(…Continua da qui – Parte 1)

Scanzi ebbe un sussulto. D’improvviso, il richiamo della sua donna fece sì che cominciasse a sentirsi inquieto, profondamente ansioso, nonostante l’abbondante dose di coca in circolo. Poco prima della diretta, nonostante la spocchia ostentata e l’ostentazione di maschia virilità avuta con i suoi sostenitori, aveva avuto in realtà una defaillance. Negli ultimi tempi, a onor del vero, non era la prima volta che la cosa gli capitava, ne aveva avute altre nei giorni precedenti. Diceva a sé stesso che erano cose che potevano succedere, ma, ciò nonostante, negli ultimi tempi, vista la frequenza di tali accadimenti, la cosa aveva iniziato a inquietarlo non poco.

– Arrivo, amore mio! Pazienta ancora dieci minuti! – replicò Andrea con voce alta e ferma, verso la camera da letto.

Tornò nel suo studio. Accese la luce, rimise mano al portafogli e, questa volta, dalla tasca portamonete, estrasse una minuscola chiave. Si avvicinò alla moderna scrivania bianca e la inserì nella serratura del primo cassetto in basso a destra, facendola scattare, afferrò il piccolo pomello e lo aprì. Il cassetto era pieno di fogli sparsi, graffette, una pinzatrice, elastici, alcune vecchie prime pagine de Il Fatto Quotidiano e un paio di foto di Roger Waters. Sollevò i fogli con aria concitata. Sotto di essi, se ne stava ben nascosta una confezione di Viagra. La afferrò, estrasse il blister dalla scatola di cartone, pigiò con il pollice destro su una delle cavità deformabili, finché la rottura del coperchio in alluminio non fece cadere una pillola azzurra sulla sua mano sinistra. A quel punto, riposizionò accuratamente il blister nella confezione, che nascose nuovamente con cura certosina sotto i fogli contenuti nel cassetto e lo richiuse a chiave. Ripose, infine, la chiave nuovamente all’interno del portafogli.

Si recò in cucina, si sentiva ancora irrequieto, teso. In verità, non aveva voglia di sesso quella sera, eppure sentiva al contempo un forte desiderio di rivalsa, una necessità ossessiva di doversi rifare di quella cilecca umiliante avvenuta poco prima della diretta Facebook. Prese un bicchiere dalla dispensa, aprì il rubinetto, lo riempì per metà, si infilò la compressa blu in gola e diede una generosa sorsata, finché la pillola non fu ingollata.

– Arrivo, amore mio! – Si sentiva tesisissimo, l’ansia da prestazione lo perseguitava, ma lo sentiva come un dovere verso sé stesso e verso la sua donna. Che razza di uomo sarebbe stato, altrimenti?

Entrò nella sobria camera da letto. La sua compagna, un tipetto tutto sommato ordinario, dolce e molto acqua e sapone era seduta nella posizione del loto, sul letto, in camicia da notte bianca. Lo guardava con un sorriso dal quale traspariva molta tenerezza, comprensione e pazienza: forse lei lo conosceva meglio di quanto lui conoscesse sé stesso.

– Come ti senti, amore mio? – fece con cura accogliente.

– Sono giù, molto giù, ti chiedo scusa per quello che mi è successo prima, credimi, non so cosa mi sia preso e che cosa mi stia succedendo in questi giorni. Non mi aspettavo minimamente di…

– Oh, andiamo, vieni qui Andre, abbracciami, su! – fece lei, allargando le braccia e guardandolo con estrema dolcezza.

Scanzi si stese sul letto e poggiò la testa sulle sue ginocchia. La guardò negli occhi. Lei ricambiava con profondo amore. Prese ad accarezzargli i capelli.

– Non sei mica un superuomo. Dove è scritto che dobbiamo farlo tutte le sere? Se sei stanco in questo periodo non succede mica niente…

– E come faccio con i fan? Loro da me si aspettano un’immagine invincibile, di perfezione, la gente ha bisogno di un modello, di una guida, di qualcuno che indichi la via e, per forza di cose, io devo coincidere con quel modello, altrimenti io sono un uomo finito. Lo capisci questo, vero?

– Quante scemenze, Andrea! Hai davvero bisogno di raccontare ai tuoi, com’è che li chiami, “follower”, quello che facciamo io e te tra le coperte? E poi, ti senti mai quando parli? Io, io, io! Mannaggia a te e a quanto sei egocentrico! Stai un po’ zitto ora e dammi un bacio, forza! – Avvicinò il suo viso a quello del compagno. Iniziarono a baciarsi, con molta delicatezza e dolcezza, finché le loro lingue non cominciarono a intrecciarsi. Scanzi si sentiva ancora inquieto. Da un lato quel bacio gli trasmetteva una vaga sensazione erotica, d’altro canto non poteva fare a meno di monitorarsi continuamente l’uccello e di verificare che gli effetti del farmaco assunto poco prima non tardassero ad arrivare.

– Dai, piccolo stronzetto, tirati su, ti ho bombardato di Viagra poco fa, porca troia, fai un bello sforzo, dobbiamo scopare! – pensava tra sé e sé, incitando il suo pendolo toscano, un po’ come si suole fare con un soldato indisciplinato.

Scanzi si levò, si pose dinanzi alla sua compagna e iniziò a baciarle il collo e a mordicchiarle i lobi delle orecchie, facendola fremere. Nel frattempo, il suo capitone sembrava dare segni di vita e cominciò a inturgidirsi. L’ossido di azoto aveva finalmente attivato l’enzima guanilato ciclasi, garantendo un adeguato flusso di sangue nei suoi corpi cavernosi.

Il petting proseguì. Lei aveva preso a baciargli il viso e il collo, si sentiva molto eccitata, mentre il giornalista aveva iniziato a sbottonarle la camicia da notte. Lei cominciava a sentirsi bagnata e aveva iniziato ad ansimare, intanto che Scanzi la liberava dalla camicia e procedeva con lo sganciarle il reggiseno. Nel frattempo, il suo campanile aveva farmacologicamente raggiunto la turgidità necessaria. Andrea passava tutto il tempo a monitorarlo e a controllare che quest’ultimo rimanesse ritto al suo posto. Rimosse il reggiseno della sua donna, lanciandolo lontano. Quest’ultima rivelò i suoi graziosi e piccoli seni, che presentavano dei capezzoli scuri e turgidi, i quali ben si abbinavano alla sua carnagione olivastra. Il giornalista prese a baciarli e a mordicchiarli delicatamente, non perdendo di vista per un istante quel fallo indurito chimicamente, sul quale concentrava tutta la sua esistenza, la sua ragione di vita. Pensava:

– Dai bello, rimani così, stiamo andando alla grande! Nella prossima diretta avremo di che alludere, mentre ci guardano in centomila, li faremo schiattare d’invidia, quei figli di puttana. Io sono Scanzi! Io sono Dio, io sono Roger Waters, cazzo!

Andrea si sentiva pronto per penetrare la sua graziosa signorina, ormai lei indossava solamente delle meravigliose ed eleganti mutandine nere di pizzo, che lo facevano impazzire. Rimosse anche quelle, finché la sua donna non si ritrovò completamente nuda. Fu a quel punto che Scanzi si accorse di un dettaglio, anzi, del dettaglio, che lo mandava in crisi tutte le volte. Si fermò e, mentre la sua compagna ansimava ancora, pronta per congiungersi carnalmente con il suo egocentrico amante, Scanzi le disse:

– Scusami, amore, ma non te la sei depilata?

– Ehm…no, Andre, non ho avuto tempo! Scusami… – fece la sua compagna, mentre la perplessità faceva posto all’eccitazione sessuale e il suo ansimare pian piano andava spegnendosi.

Scanzi osservò ancora con aria basita quel pelo nero, che svettava dal pube della sua compagna, finché il solito pensiero, quel maledetto pensiero non attraversò la sua mente:

– A me il pelo fa schifo! Che cosa ci faccio con una donna che non si depila la fica? Mi merito di meglio! I miei fan si meritano di meglio!

Fu allora che l’inquietudine di Scanzi prese definitivamente il sopravvento. Il suo pene, nonostante il cocktail di Viagra e coca, si afflosciò inesorabilmente, come un palloncino bucato, mentre il giornalista si sentì rapidamente pervadere da una nera, abissale e infera disperazione. Si allontanò dalla sua donna, sedendosi ai piedi del letto e facendo cadere il suo viso tra entrambe le mani, mentre percepiva i suoi demoni interiori sussurargli diabolicamente:

– Sei diventato impotente, Andrea, non ti si rizza più, e lo sai perché? Perché sei un vecchio, un vecchio lurido stronzo rottinculo. Hai superato i quarantacinque anni. Alla tua età non si scopa più. Ma cosa credevi di fare? Con una compagna molto più giovane di te, poi? Ma non ti vergogni, razza di pervertito? Potrebbe essere tua figlia, ti stai chiavando tua figlia! Gesù ti guarda e ti odia! Sei un uomo finito Andrea, sei fottuto, brucerai all’inferno. Forza, vieni con noi, pallone gonfiato…

– Tutto bene, amore? – fece la sua compagna, avvicinandosi, poggiandogli una mano sulla schiena, preoccupata.

Scanzi si era ormai chiuso in un silenzio tombale, mentre, dentro, la sua vergogna e le sue vetuste ferite d’infanzia, sottoforma di mostri ripugnanti, lo laceravano e lo straziavano. Si sentiva completamente cieco, attorno a lui si era fatto buio, era piombato nel pozzo angusto della sua disperazione più atavica e viscerale, mentre i suoi fantasmi si divertivano a tormentarlo solleticandolo nei suoi punti più deboli. Si sentiva invischiato in una specie di ragnatela, aveva la cruda e concreta sensazione di non avere scampo.

– Amore? – fece la sua donna, seriamente preoccupata. E fu a quel punto che la disperazione di Scanzi si tramutò in una furia omicida:

– Vattene fuori da questa cazzo di casa, stupida troia! E’ chiaro? Va’ fuori dai coglioni, capito, puttana? Cazzo!!! – urlò il giornalista, devastato dalla rabbia e dal dolore, alla ricerca disperata di un misero appiglio che gli consentisse di uscire da quell’atavico senso di morte che l’aveva completamente sommerso.

La sua compagna sentì il suo cuore spezzarsi. Strabuzzò gli occhi in un’espressione di dolore, incredula, per scoppiare subito dopo in lacrime. Si alzò dal letto, si rivestì in fretta e furia e, senza salutare, lasciò la stanza. Si udì aprire la porta blindata nell’ingresso per poi chiudersi, sbattuta con forza.

Scanzi cacciò nuovamente un urlo atroce, portandosi le mani dietro la nuca e piegando la schiena fino a portare il viso verso le sue cosce. Nudo come un verme, si sentiva un moscerino, una nullità assoluta. Aveva la sgradevole sensazione che anche il suo corpo fosse divenuto flaccido come il suo pisello aretino. Voleva vomitare, non riusciva a tollerare l’idea di stare vivendo una totale eclissi della sua anima.

– Via, via, andate via, lasciatemi in pace, Gesù Cristo! – urlava, cercando di cacciare fuori tutta la sensazione di morte e dolore che aveva in corpo, quella percezione che aveva sempre ignorato, per lunghissimi anni, forse decadi. Eccole lì, improvvisamente, tutte le sue paure più antiche e rimosse, tutti i suoi peccati, tornare a fargli visita di colpo, come uno sgradevole ospite che si presenta a casa senza essere stato invitato. Per anni, aveva utilizzato le sue fragilità come fondamenta per costruire la sua immagine di giornalista egocentrico e narcisista, perfetto, impeccabile, eternamente giovane. Rieccole tornare, lungamente ignorate e, pertanto, amplificate all’ennesima potenza. Eccolo Andrea Scanzi, crollare, miseramente, come una piramide a cui è stata rimossa la pietra d’angolo.

Improvvisamente, capì che non c’era molta scelta e seppe cosa fare: si rimise a sedere diritto sul letto, si voltò di scatto e, in fretta e furia, si infilò sotto le coperte, ancora calde e pregne dell’odore della sua donna. Portò il piumone fino a coprirsi la testa, inconsapevole del suo bisogno di calore, mentre cercava una buona approssimazione dell’utero materno, alla ricerca di un lieve conforto: doveva addormentarsi il prima possibile. Chiuse gli occhi e l’oscurità non gli era mai sembrata così nera, così densa. Gli parve di pesare cento volte in più. Il pensiero andò per un’istante al balcone che si trovava nel soggiorno. Abitava al nono piano. Gli sarebbe bastato un semplice gesto: un tuffo, una caduta di qualche secondo e si sarebbe liberato di tutta la merda che lo stava perseguitando in quel momento. Avrebbe solo provato un dolore intenso, per un brevissimo, infinitesimo istante. Poi, ci sarebbe stata la pace.

– O affondo in questa fogna o mi ammazzo…- pensò il giornalista, esausto, ma incapace di prendere sonno, incapace di emettere una lacrima, un pianto che, quanto meno, gli desse un briciolo di sollievo, un po’ di ossigeno.

Scanzi si era fatto dolore. Era divenuto dolore puro.

(Continua…)

L’Annosa Questione del Debito Pubblico Italiano

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Si parla ormai da anni della crisi economica che attanaglia il nostro paese, in particolare uno degli argomenti ricorrenti è quello relativo all’enorme debito pubblico in rapporto al nostro Prodotto Interno Lordo.
Rifletto costantemente sul problema, su come fare a liberarci di questa zavorra che non ci consente di tornare a fare investimenti e abbandonare le politiche di austerity imposte in questi anni dall’Unione Europea.
In realtà, dopo profonda meditazione, sono giunto alla conclusione che una possibile soluzione potrebbe essere la seguente: multare salatamente chiunque faccia scempio della grammatica italiana.
Su Facebook o su altri social, le nostre forze dell’ordine scoverebbero senza dubbio una sovrabbondanza di illeciti amministrativi, qualora questa proposta venisse presa seriamente in considerazione. Per citare George Carlin, probabilmente, “nel giro di una settimana, il bilancio sarebbe completamente risanato”.
A questo proposito, ne approfitto per condividere con voi un ricordo di gioventù.
Ero molto giovane. Nella mia lunga vita, mi sono cimentato in diversi sport, ottenendo risultati al limite del ridicolo: sono negatissimo per qualsiasi tipo di attività sportiva, mi limito a camminare in solitudine e ogni tanto a fare una corsetta, in barba alle minacce di Vincenzo De Luca.
Ma non divaghiamo. Per un breve periodo, ebbi l’occasione di praticare nuoto, frequentavo una piscina dalle parti della mia vecchia casa. Un bel giorno, ricordo che mi trovavo negli spogliatoi, dopo aver fatto la doccia, avendo appena concluso dieci vasche scarse e rischiato un arresto cardio-respiratorio. Mentre mi cambiavo, chiuso nel camerino, mi posi in ascolto di due uomini, che si trovavano all’esterno e, come spesso accade, stavano facendo a gara a chi ce l’avesse meno piccolo:
– Oh, ci credo che sei stato male l’altra volta, durante l’allenamento, se “strafi”…
– “Strafo”?
– Sì, voce del verbo “strafare”: io “strafo”, tu “strafi”, egli “strafa”…
Dopo aver provato un’intensa fitta al cuore, a cui fece seguito un attacco d’asma, quel giorno, decisi di abbandonare definitivamente la frequentazione di quella piscina. Da quel breve dialogo, evidente segno del destino, capii che la mia missione era un’altra.
Il nuoto non era la mia strada.
Mi iscrissi in palestra. Ma questa è un’altra storia.