Casa Surace e la Fuga da Milano

treno_sangue_casa_surace_covid19.jpg

– Oh Ricky, Ricky, Ricky, muoviti dai, passami le valigie, ché sennò il treno qua parte senza di noi! – fece Pasqui al suo amico meneghino, concitatissimo, ma senza mai perdere la sua ostentata allegria meridionale. Pasquale era riuscito miracolosamente a salire sul regionale delle 06:45, che li avrebbe condotti dalla stazione di Milano Centrale a quella di Napoli Centrale. Avrebbero dovuto sopportare due cambi, il primo a Pisa e il secondo a Roma, ma in quel momento, l’unica cosa che contava davvero era fuggire dalla Lombardia il prima possibile, a seguito dell’ultimo decreto del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che chiudeva in via temporanea la Regione, a causa del pauroso incremento dei contagi provocati dal Coronavirus.

Ricky, dalla banchina, sudato e circondato da una folla in panico, gli passò a fatica quattro valigie pesantissime, delle quali, oltre a numerose scorte di cibo, una conteneva quintali di mimose, da consegnare a mamma Antonella per la Festa delle Donne. Riuscito con grande impegno a portarle sul treno, Ricky riuscì finalmente a salire sul convoglio, aiutato dall’amico Pasqui che lo sosteneva, mentre mani di gente inferocita cercavano di afferrarlo e trascinarlo giù per impossessarsi di quel mezzo che avrebbe costituito la salvezza per tutti i meridionali coraggiosi che abbandonavano Milano in quel momento di difficoltà.

Si sedettero nel corridoio, strapieno di persone accalcate, delle quali alcune distese sul pavimento addormentate. Sistemarono alla meglio i pesantissimi bagagli in quello strettissimo antro e vi si accomodarono sopra. Non c’erano più posti a sedere. Il treno, lentamente, si avviò.

– Oh Ricky, hai visto? Ce l’abbiamo fatta! Scappiamo da questa città maledetta! Adesso il viaggio sarà un po’ lungo, ma tanto che cazzo ce ne frega a noi? Io i sintomi non ce li ho e manco tu! Mo che arriviamo a Napoli ci ospita mia madre e stiamo là fino a quando ci pare e piace a mangiare e a uscire. Tu ti sei messo in malattia? Tanto mica mandano le visite fiscali in questo periodo. Figurati!

– Pasqui, ma dai! Io non son mica tanto convinto di questa decisione! Non posso abbandonare così vigliaccamente la mia città! Mi sento un tantinello in colpa! – rispose Ricky.

– Oh Ricky, ma che cazzo ce ne frega a noi? Adesso ci stiamo un mese o due a casa di mia madre, a mangiare e a non pensare a niente! Questa città ci ha traditi! L’ho sempre detto che dovevo rimanere al Sud! Ringrazia che ti ospitiamo gratis, dove la trovi un’accoglienza così? – fece Pasqui in risposta.

Ricky aveva qualche dubbio su quel ragionamento vagamente familistico da parte dell’amico. Decise in ogni caso, per non fomentare ulteriori polemiche, di soprassedere.

– Pasqui, vado un attimo in bagno, perdonami! – fece Ricky, cambiando discorso.

Ricky si alzò dalla valigia su cui era seduto. Percorse in punta di piedi il corridoio cercando di infilarli nei pochi interstizi liberi da persone che giacevano al suolo e, dopo circa una mezz’ora, benché il bagno distasse una decina di metri dal punto in cui erano seduti, raggiunse la latrina.

Si trovò dinanzi alla porta di quel bagno fetido, in quel momento chiusa, ma ciò nonostante stranamente libero, come segnalava il nottolino della serratura.

Aprì la porta senza indugio, per sobbalzare e impallidire immediatamente:

– Oh, Cristo! – fece impaurito.

Dentro la latrina, c’erano tre zombie che si muovevano in maniera convulsa e grugnivano bestialmente, con gli occhi scarlatti: erano Massimo Gramellini, Lorenzo Tosa e Stella Pulpo, contagiati nella loro incursione al laboratorio segreto di Codogno, dove il Covid-19 era stato a suo tempo isolato.

Di colpo, gli zombie si voltarono e si resero conto di quella presenza umana e appetitosa. Puntarono Ricky, dando maggiore enfasi ai loro grugniti e sbuffando affamati:

– No, vi prego, signori! Ragioniamo un momentino! Sono giovane e milanese! Andate nei corridoi, ci sono un sacco di terroni! Sono molto più appetitosi di me, non fanno altro che mangiare, dalla mattina alla sera! A mio avviso, costituiscono un’alimentazione più sana e più varia, un toccasana per il vostro fabbisogno energetico giornaliero! No, cazzo, figli di puttana, non provate neppure a…

Non fece in tempo a terminare la frase, che i tre zombie saltarono addosso al povero meneghino, sbranandolo crudelmente. Il sangue di Ricky schizzava da tutte le parti.

I tre morti viventi, usciti dal loro puzzolentissimo nascondiglio, entrarono, ancora più ghiotti e famelici, nel corridoio del Regionale 2117. La folla, resasi conto di quelle presenze mortifere e antropofaghe, cominciò a urlare disperata e a fuggire all’interno del treno, implacabilmente chiuso, in moto e, pertanto, privo di vie di scampo.

Il mortale convoglio proseguì il suo lento cammino verso Pisa Centrale, primo cambio, mentre i finestrini, chilometro dopo chilometro si macchiavano sempre più inesorabilmente di sangue meridionale.

Gli zombie radical chic propagarono il contagio e al contempo banchettarono solennemente con carne di terrone. Di Pasqui, non rimasero che ossa spolpate.

Non v’era ormai scampo, per il Belpaese.

Stella Pulpo e Il Matrimonio della Compagna di Liceo

StarOctopus.jpg

– Ciao Stellina, come stai? Sono Catalda! E’ una vita che non ci sentiamo! Come te la passi amore? Dove ti trovi di bello?

Nell’udire quella voce stridula, con quel marcato accento tarantino, Stella Pulpo si fece di bragia e una serie di emozioni cominciarono a sovrastarla: nostalgia, angoscia, ansia, imbarazzo, vergogna, nervosismo, ma soprattutto disagio. Un disagio opprimente, profondo, che le solleticava le viscere, tipico di quando si riceve una chiamata da una persona che ti rimanda, come un’improvvisa schioppettata, a tutte le tue inadeguatezze adolescenziali.

– Ehm…ciao Catalda! Come te la passi? Sono a Milano, come sempre. E come sempre sono presa da mille cose, tra il blog, le conferenze femministe e il libro che sto ultimando. – Stella non riusciva a mascherare del tutto il suo accento tarantino, mentre interloquiva con la sua compaesana. La sua parlata sapeva pertanto di impacciato, inciampando qua e là tra vocali chiuse e aperte, coprendosi di ridicolo. Cominciò a sentire la bocca irrimediabilmente secca.

– Ah, la scrittura, la tua solita passione. Che palle, a me non ha mai interessato! Ma sei sposata? Hai figli? – proferì Catalda con voce stridula e irritante. La Pulpo si sentì ferita. Quell’affermazione dell’amica stava facendo vacillare in un’istante tutto quello in cui era convinta di credere.

Stella si era già pentita di aver dato tutti quei dettagli sulla sua vita a una persona che non lo meritava. Dentro di sé sapeva che era un prestarle il fianco. Catalda non aveva mai messo piede fuori da Taranto, non era mai stata capace di guardare al di là del suo naso, oltre la triade casa, lavoro e matrimonio. – A Taranto le donne sono involute, non conoscono la gioia dell’emancipazione! Catalda la quadrata, Catalda l’inconsapevole, Catalda la mediocre! – rimuginava tra sé e sé la Pulpo, con una punta di rancore che non avrebbe mai ammesso a se stessa.

Il disagio, come un’ombra oscura, alla stregua di un mostro maligno, dentato e minaccioso, si amplificò nella blogger femminista. Mentre ansia e dolore dovuti all’inadeguatezza cominciavano a tramutarsi in rabbia, uno stimolo alla defecazione cominciava a farsi strada attraverso le sue viscere apule. Per miracolo, riuscì a scansare quelle domande impertinenti, mentre aveva la fronte imperlata di sudore, nell’inconscio sospetto che, probabilmente, le sue scelte di vita fossero sbagliate e contrarie al volere di sua madre, la Vagina Maestra, che la Pulpo venerava come una dea e della cui presenza ingombrante non riusciva a liberarsi, oppressa com’era dai sensi di colpa e dal timore riverenziale verso la sua genitrice.

– Avrò modo di raccontarti la mia vita, ne sono successe di ogni! – replicò la blogger in maniera inquieta e competitiva, ostentando pateticamente nei confronti della sua compaesana i vantaggi del suo stile di vita diametralmente opposto, sviando il discorso e salvandosi in calcio d’angolo. – Ma dimmi, a cosa devo il motivo della tua chiamata? – Il suo tono si fece un pelo più formale, allo scopo di prendere le distanze, forse più da se stessa che da Catalda, per quanto non riusciva a nascondere del tutto un lieve tremolio della voce e lo stimolo alla defecazione incrementava la sua spinta, come un folletto birichino che la solleticava di nascosto. L’ansia e il nervosismo le causavano anche una leggera eccitazione sessuale.

– Mi sposo, Stella! Mi sposo! Roberto mi ha regalato l’anello l’altra sera! Mi ha invitata a cena al BlueBay! Aveva preparato tutto, persino la musica dal vivo. A un certo punto, si è alzato in piedi, si è messo in ginocchio davanti a me, ha tirato fuori il cofanetto, lo ha aperto e mi ha chiesto di sposarlo! Quando gli ho detto di sì, è partita la musica! Come in un film! Sono troppo felice! Se penso che l’anno scorso stavamo per lasciarci! Anche perché sua madre non mi ha mai potuto sopportare. Tempo fa, in vacanza, una sera, io e Roberto abbiamo deciso di uscire e di andare a cena fuori anziché stare a casa con lei e le sue sorelle e quindi a quel punto mi ha presa di mira. Io non la sopporto mia suocera, non ci crederai! Ma sono sicura che adesso con il matrimonio le cose cambieranno! E’ quello che succede a tutte le coppie no? A proposito, sai chi si è sposato? Non ci crederai mai! Francesco! Non l’avrei mai detto!

Stella Pulpo annuiva con un sorriso forzato, con le mascelle che le dolevano per lo sforzo. Ogni tanto, mentre ascoltava quel soliloquio, si lanciava in qualche risata finta, ormai totalmente eterodiretta e in balia della sua mai superata dipendenza all’altrui compiacimento. Lo stimolo alla defecazione e l’eccitazione sessuale dovute all’ansia e all’imbarazzo stavano cominciando a farsi insostenibili. Il suo corpo era completamente contrito in una morsa soffocante, rigido come un blocco di cemento armato. La fronte gocciolava copiosa, assieme alle sue ascelle. Un odore di cipolla cominciò a manifestarsi nel soggiorno-cucina del suo bilocale meneghino di quarantacinque metri quadrati. Perché mai stava sorridendo poi, sapendo che Catalda non riusciva a vederla attraverso il telefono? La Pulpo si strinse nelle chiappe del suo culo a tamburello, rammentando con rancore il voto basso (un cinque) ricevuto negli anni del liceo da parte dei suoi compagni di sesso maschile, ferita che ancora le bruciava e che l’aveva portata a vendicarsi aprendo il suo famigerato blog e a costruire il suo personaggio femminista. Emise un inquietante piccolo peto dalla vaga consistenza liquida, come una piccola goccia di rugiada maleodorante. Stella seppe che a breve avrebbe dovuto affrontare un’impegnativa seduta di gabinetto. Serro le piatte, larghe e mediocri natiche con vigore, onde evitare che la fiumana marrone che spingeva nelle sue viscere dilagasse.

La telefonata durò altri venti minuti abbondanti, mentre la Pulpo, mordendosi il labbro inferiore, era ormai diventata una statua tremante di colore verde, finché Catalda non concluse il suo monologo proferendo:

– La data della cerimonia è il quindici Luglio. La messa sarà alle undici di mattina, nella Basilica di San Cataldo. Poi, per le tredici, ci sposteremo tutti alla Masseria La Grande Quercia, a San Basilio. Ci sarai vero? Passerò dai tuoi a lasciar loro l’invito.

– Puttana! – pensò Stella Pulpo, ormai sul punto di esplodere – ha preso pure la sala ricevimenti a quaranta chilometri dalla Chiesa! ‘Sta stronza del cazzo!

Raggiunto il suo limite di sopportazione, la Pulpo garantì la sua presenza alla cerimonia e provvide a terminare la telefonata frettolosamente, adducendo un improvviso impegno urgente, di fatto non mentendo da un punto di vista fisiologico, ostentando gentilezza con uno sforzo ai limiti della ragione umana.

Chiusa la telefonata, Stella lanciò il telefono con furia animalesca contro la parete, mandandolo in frantumi. Si liberò immediatamente dei vestiti e delle mutande e cominciò a correre nuda verso il bagno, con un passo reso alquanto bizzarro dall’aver serrato i glutei in una morsa, onde evitare di sporcare e di farsela addosso. I suoi prosperi seni apuli ballonzolavano con periodicità matematica perfetta. Strada facendo, le scappò inevitabilmente qualche peto, mentre gocce marroni lasciavano tracce del suo cammino dal soggiorno al bagno, a guisa d’un Pollicino coprofilo.

Raggiunto il bagno, finalmente sollevò la tazza del cesso e vi appoggiò le sue natiche piatte, che si dilatarono all’istante, rivelando un peculiare ano ficamorfo dal quale proruppe inizialmente una scoreggia devastante, il cui rumore rimandava a quello di numerosi banchi da chiesa strisciati alla rinfusa sul pavimento di una cattedrale deserta. A quello scoreggione impetuoso e tremendo, fece seguito una cascata marrone di diarrea, ettolitri di merda allo stato liquido, mentre al contempo la Pulpo si sgrillettava affannata la vagina anteriore e intanto, con l’altra mano, reggeva il seno sinistro, titillando rapidamente tra indice e medio il capezzolo puntuto e gonfio di desiderio. A un tratto sgranò gli occhi, spalancò la bocca e cacciò un urlo liberatorio della durata di un minuto: la fase anale e fallica, di freudiana memoria, si fusero generando un potentissimo orgasmo, alla stregua di un Big Bang, da cui ebbe origine un universo pulsionale, sì di sollievo, ma seguito immediatamente da sensi di colpa, inadeguatezza e profonda frustrazione.

Il bagnetto cieco era ormai impregnato di un terrificante odore di merda e di fica misto a tabacco, dato che la Pulpo era solita fumare attraverso il suo organo riproduttivo per darsi piacere. Memorie olfattive di due vagine. L’olezzo rimandava ai miasmi terrificanti provenienti dall’Ilva.

Stella, sfiancata e con il fiatone, si alzò tremante e a fatica dal water, rivolse gli occhi al cielo, nuda, pallida e sudata, e pronunciò, con gli occhi gonfi di lacrime:

– Vergine Madre, aiutami tu, ti prego! Perdonami!

La Pulpo perse i sensi e svenne, ritrovandosi in posizione fetale sul pavimento del bagno, con un rigolo di escrementi che scivolava dal suo ano ficamorfo e con la vagina anteriore che sporadicamente emetteva bollicine.

 

 

Giocasta

Fica.jpg

Sono qui che ti osservo, Fica Totale.

Sei buia, enorme, minacciosa, invischiante, dentata, invitante.

I tuoi umori sono fetidi e velenosi, emetti miasmi, demoniache zaffate di zolfo, odore di uova marce.

Sei un buco nero, la tua gravità risucchia tutto e non lascia scampo, spaghettifica falli, cervelli, cuori, anime.

Ti guardo Giocasta, con rabbia stavolta, mentre sei legata nuda mani e piedi a quel tavolo di legno, mentre afferro una motosega, te la infilo tra le gambe e spingo. Inizio proprio da lì, da quella cazzo di Fica Totale dentata, fino a farteli saltare, quei denti gialli e cariati, fino ad aprirti il ventre, il petto, la gola, a tagliarti quella faccia da politicastra da quattro soldi, fino a dividerti in due parti uguali, mentre il sangue schizza dappertutto, sul mio volto, sui miei abiti, e la mia rabbia esplode in un urlo liberatorio, mentre guardo i tuoi resti con i miei occhi spiritati e iniettati di odio, sentendomi ebbro ed euforico, mentre mi godo il sapore metallico sulla lingua e sulle labbra.

Falsa e ipocrita puttana, merdosa burattinaia, crepa per adesso.

E adesso mi libero dai fili che mi tengono legato a te e corro a tuffarmi nel fiume, a ripulirmi del tuo sangue e a nuotare nudo, seguendo la corrente, verso la vita vera.

Ogni tanto farai ritorno, lo so, dovrò farmi trovare vigile.

Fica Totale, Puttana Globale, Madre Mortale.

Promemoria sull’invidia

L’invidia è una frustata che ferisce profondamente, che stordisce e che a volte spaventa, soprattutto da chi non te l’aspetti, da chi ha sempre ribadito che gli manca l’ambizione, che gli interessa una vita tranquilla e serena, senza i fastidi e le fatiche che la voglia di migliorare la propria condizione e di mettere a frutto i propri talenti inevitabilmente causano.

Eppure, la gioia di un buon risultato, che spontaneamente a volte vogliamo condividere con gli altri, non è sempre cosa gradita. Qualcuno può sentirsi sminuito, inconsapevolmente. E velatamente te lo fa capire, magari sotto forma di una battuta ben mascherata, che però purtroppo a me non sfugge mai.

Non sono un santo: lo sono anch’io invidioso, lo sono stato, lo sarò, ma ormai prendo come regola ferrea il fatto che tutto quello che mi ferisce in fondo appartiene anche a me, che posso aver ferito a mia volta allo stesso modo o forse anche in maniera più crudele, che le ferite dell’anima sono uno squarcio da attraversare per uscirne rinati e più sereni. Non più forti, ma più in pace con il mondo, più centrati. Sicuramente però mi ricordo di un’altra cosa molto importante, ossia che ciò che invidiamo è quello che non ci appartiene. Ecco perché ormai, da un po’ di tempo a questa parte, mi concentro su quello che so fare, su ciò che è mio per davvero, e lo coltivo e lo faccio crescere. Chissà se riuscirò ad avere cura di questa pianta, se si svilupperà, chissà se sarà il caso o meno di fermarsi un attimo a pensare. Sicuramente sì, questo fine settimana sarà dedicato a tutt’altro.

Eppure fa sempre male, quando ti rendi conto che una persona che reputi amica e disinteressata, è in realtà invidiosa di un tuo successo. Fa male perché è una persona che hai perso, ed è un nuovo lutto da elaborare, perché d’ora in avanti, dovrai pensare anche a tutelarti e a difenderti da questa persona di cui un tempo ti fidavi, mantenendo una salutare distanza su certi temi.

D’accordo, galleggiamo in questa delusione, finché non arriverà la schiarita. Nel frattempo, visto che qualcuno ha aperto questa porta per me, mi accomodo in questa stanza buia e aspetto con pazienza e sopportazione che faccia giorno per vedere dov’è l’uscita, ma soprattutto dove si affaccia.

Che post strappalacrime, a volte so essere anche peggio di Massimo Gramellini e di Stella Pulpo, a cui, sotto sotto, voglio anche un po’ di bene.

 

Memorie Olfattive di Due Vagine

Stella_Max.jpg– Si accomodi pure! – esclamò Massimo Gramellini, sorridendo alla sua maniera e mantenendo la porta come un gentiluomo d’altri tempi. Stella Pulpo lo guardò, attraverso i suoi occhiali da sole, nonostante fossero le undici di sera. Sorrise sorniona e procedette all’interno dell’attico del giornalista del Corriere con passo da sfilata.

Era stata una bella serata. Avevano cenato alla Terrazza Aperol, in Piazza Duomo. Stella Pulpo, nel corso della cena, aveva fatto presente a Gramellini che, probabilmente, i tempi erano maturi perché la piazza venisse ribattezzata come Piazza Di Donna. Gramellini aveva elegantemente replicato, con il suo fare morigerato tipico del giornalista prudente che non vuole cacciarsi nei guai, che Duomo si scriveva senza apostrofo. Stella Pulpo si sentì ferita da quella osservazione e, in cuor suo, pensò che anche lui, tutto sommato, era il tipico pene sapiens maschilista. Gramellini, nel corso della cena, aveva mantenuto costantemente la sua solita espressione facciale.

Stella si tolse l’impermeabile e si accomodò sul divano, nell’immenso soggiorno. Gramellini si recò presso la cucina a vista per preparare due Negroni Sbagliati: spumante, Vermut, Campari, due fette d’arancia e ghiaccio ed eccoli pronti. Prese in mano i due bicchieri Old Fashioned, tornò al divano e ne porse uno alla Pulpo. Si sedette accanto a lei.

–  La birra Raffo non ce l’avevo. – scherzò il Gramellini, sorridendo nello stesso solito modo in cui aveva sorriso per tutta la serata.

– Due cocktail impeccabili, dottore, conosce alla perfezione la ricetta. Osservo tra l’altro che lei legge il mio blog. – rispose la Pulpo, accendendosi una sigaretta e sorseggiando il suo drink.

– Mi piace il suo modo di scrivere. Lei ha un grande talento. Inoltre, adoro sentirmi in colpa per il semplice fatto di essere nato uomo. Le confesso che la cosa mi procura un’eccitazione sessuale masochistica. Certo che lei fuma parecchio, dottoressa. Non le farà male?

– Mi manca la mia Taranto e mi sento in colpa a stare qui, lontana dagli arrosti di carne, dagli amici di sempre, dal sole, dalla birra Raffo, dall’impepata di cozze mangiata alla ripa di mare al tramonto, dai vicoli giallognoli di Taranto Vecchia, da mia zia che mi ingozza di burratine, dallo spirito che resta giù quando vai su, dai saluti in stazione che ti stracciano l’anima e ci fanno una ratatouille di nostalgia e insofferenza, e dubbi iperbolici, e domande retoriche sul senso di vivere in funzione delle bollette da pagare invece che degli affetti da amare. Per espiare tutto questo, non potendo respirare l’aria inquinata dovuta all’ex-Ilva, compenso fumando accanitamente. Lo faccio per solidarietà nei confronti della mia città e dei miei concittadini.

Gramellini aveva gli occhi lucidi, commosso dall’armonia poetica, nostalgica e reazionaria con cui la Pulpo, citando a memoria uno dei suoi post, parlava delle sue radici. Si sentì per un momento destabilizzato: quel monologo rischiava di far crollare le sue finte certezze di radical chic, per far venire a galla la sua vera identità di conservatore, che, nel suo intimo, voleva semplicemente avere una famiglia tradizionale.

– Mi manca la mia mamma, dottoressa Pulpo. – Gramellini le afferrò la mano e la guardò intensamente negli occhi, mentre una lacrima scorreva sul suo faccione rotondo e sporadicamente barbuto. L’espressione del viso era immutata anche in questa circostanza.

– Anche a me manca la Vagina Maestra – rispose la Pulpo. Ricambiò lo sguardo lacrimevole del Gramellini. Nel frattempo, lei aveva tolto gli occhiali da sole. – A proposito – sussurrò, avvicinando le sue labbra a quelle di Massimo – adoro il modo in cui lei, nelle sue rubriche, cita a sproposito Carl Gustav Jung. Tra l’altro, chi sarebbe?

Si baciarono. Dapprima delicatamente, sulle labbra. In breve, le loro lingue si intrecciarono per diventare un vortice di mulinelli. La blogger terrons pseudo-femminista e il soffice scrittore posato e prudente del Corriere cominciarono a unirsi carnalmente, forse come preludio di un nuovo progetto editoriale che parlasse alle viscere delle donne sofferenti, allo scopo di speculare sul loro dolore e turlupinarle, indossando la placida maschera dei progressisti emancipati. Gramellini liberò la Pulpo dalla camicia verde militare che indossava, facendo emergere e respirare con prepotenza i suoi vulcanici seni appuli. La Pulpo non indossava reggiseni. Era una scelta ideologica. I suoi capezzoli erano già puntuti e gonfi di desiderio. Nel frattempo, quest’ultima, ansimante e vogliosa, si era fiondata sull’elegante pantalone grigio del Gramellini e in un batter d’occhio glieli aveva sfilati, ma in quel momento, notò qualcosa di insolito e si fermò.

Santiddio Gramellini! Lei indossa mutandine da donna! – esclamò Stella, ancora ansimante e con la fronte vagamente imperlata di sudore.

La Pulpo osservò meglio. Non solo il giornalista indossava mutandine da donna, ma un altro dettaglio ancora più inquietante emergeva osservando con più attenzione. Notò che la zona del pube era completamente piatta.

– Le tolga pure, dottoressa Pulpo. Senza paura. Mi sembra giusto dirle tutto, se lo merita. – esclamò il Gramellini.

Stella Pulpo sfilò con reticenza e con uno sguardo tra l’interrogativo e lo schifato le mutande del giornalista. E quanto aveva presagito e sospettato divenne improvvisamente realtà: Massimo Gramellini aveva tra le gambe una meravigliosa quanto artistica fica. Una vagina perfetta. Grandi labbra, piccole labbra, clitoride. Una fetta di prosciutto crudo perfettamente piegata. Un odore acre, ma piacevole, emergeva dalla sua vulva.

– Quando è successo? – chiese Stella turbata. Provava perplessità, stupore, confusione ed eccitazione.

– E’ stato un processo graduale, a partire da quando ho iniziato a scrivere Il Caffè, sul Corriere. Ho notato che ogni mattina mi svegliavo e il mio pene diventava sempre più piccolo. Finché un giorno non ha raggiunto le dimensioni di un clitoride. Più avanti, la pelle che lo circondava ha cambiato forma, fino ad assumere i connotati di un’autentica vagina. Ho consultato un ginecologo e, per fortuna, mi ha tranquillizzato: il mio nuovo organo funziona perfettamente. Ho imparato a masturbarmi e a godere come una donna, con i giocattoli che tra l’altro lei sponsorizza sul suo profilo Instagram. Lei mi ha fatto scoprire un mondo completamente nuovo, dottoressa. Le sono debitore.

– Non pensavo di aver avuto un ruolo così fondamentale nella sua vita. Mi emoziona dicendo questo. – Gli occhi le si riempirono di lacrime.

Massimo Gramellini era stato il primo prototipo umano a confermare la teoria del gender: era andato mentalmente e fisicamente oltre il concetto di genere maschile e femminile.

– Sto pensando di cambiare il mio nome in Maximum Gramellina.

– Anch’io sto pensando di cambiare il mio nome in Stella Pulpa.

– Si accomodi, dottoressa. Assaggi pure e non faccia complimenti. Non vorrà mica che Il Caffè di domani abbia come titolo Le Non-Leccatrici?

– Arguto, il mio bel radical chic neutro…

Stella Pulpo si fiondò immediatamente sulla fica di Gramellina , lavorando di lingua in maniera certosina e abbeverandosi dei suoi umori come una bestia assetata. Gramellina iniziò a godere, dapprima ansimando come un umano, per poi iniziare ad emettere versi scimmieschi. Ben presto, i due si trovarono intrecciati, dapprima in un sessantanove, per poi passare tutta la notte a sforbiciare e a procurarsi orgasmi multipli, emettendo urla e farfugliando come una coppia di bonobo.

Passarono tutta la notte accoppiandosi selvaggiamente, finché ormai esausti e stravolti dagli innumerevoli orgasmi, non si placarono e non si resero conto che era già mattina.

– Devo tornare a casa! – esclamò allarmata la Pulpo, – La mia agrodolce metà sarà preoccupata!

L’appartamento era impregnato di odor di fica in maniera impressionante, memorie olfattive di due vagine.

Stella si alzò dal divano e si rivestì, mentre Gramellina la osservava disteso, con sguardo da innamorato. A un certo punto si levò anch’egli, indossò le sue mutandine da donna e una vestaglia e la accompagnò alla porta. La aprì e le disse:

– Fai uno squillo quando arrivi…

E Stella rispose:

– Fai bei sogni…

Si diederò un bacio a stampo. Poi lei uscì.

 

 

 

 

Il Pugliese nostalgico a Milano

Italia_Senza_Puglia.jpg

Tempo fa, dopo un lungo periodo di solitudine e di fine settimana passati nel mio monolocale milanese, mi trovai nuovamente coinvolto in alcune uscite con un gruppo di conoscenti. Ci tengo a sottolineare che si trattava di semplici conoscenti, dato che, come ho già fatto presente in altri post, per me è un vanto non avere amici. Rifuggo volontariamente i rapporti fatti di comprensione, empatia, solidarietà, affetto e amore, perché costituiscono un ostacolo alla produttività, all’efficienza e alla mia volontà di potenza di stampo nietzschiano. Tipicamente, mi approccio alla gente con il piglio dello scienziato. Osservo le persone con l’occhio acuto e critico del ricercatore. Di fatto, gli uomini e le donne costituiscono per me più delle cavie sulle quali fare introspettivi esperimenti di carattere psicologico e sociale. Del resto, volendo dare una personale interpretazione al pensiero di Yuval Noah HarariHomo Sapiens altri non è che il cugino stupido del Pan Paniscus.

Ma non divaghiamo. Ricordo che tali conoscenti che frequentavo erano prevalentemente trentenni ancora convinti di essere alle scuole superiori. Ricordo che persino alle superiori avevo la sensazione di uscire con dei diciottenni convinti di essere ancora alle superiori. I trentenni in questione provenivano purtroppo tutti dalla regione Puglia.

Ora, ho già fatto presente altrove che sono un ex-Pugliese. Come ho già menzionato in altre occasioni, provo imbarazzo quando mi trovo circondato dai miei ex compaesani. Nello specifico, la tipologia con la quale mi sento più a disagio è proprio quella del pugliese emigrato al Nord. Da poche settimane o pochi mesi o pochi anni o pochi decenni non ha importanza. Il campione, inteso sia in senso scientifico che sarcastico, presenta generalmente alcune caratteristiche cristallizzate e dunque irremovibili.

Innanzitutto, il soggetto presenta un profondo complesso di Edipo irrisolto. Generalmente, la sua sofferenza è dovuta al non poter mangiare riso, patate e cozze cucinato da sua madre. Di solito, spende migliaia di euro all’anno del marito di quest’ultima per tornare in Puglia una volta ogni due settimane, allo scopo di farsi lavare e stirare i vestiti, non essendo in grado di far funzionare la lavatrice. Di solito, quando rientra al Nord, si sente solo e si piange addosso perché Milano fa schifo e la gente è fredda e pensa solo a lavorare.

Generalmente, quando si trasferisce a Milano, non volendo far pagare ai suoi genitori degli affitti alti, dato che questi ultimi continuano a mantenerlo per tenerlo al guinzaglio e continuare a sentirsi indispensabili, i primi tempi va a vivere da un parente, magari dalla sorella o da uno zio che magari è anche in pessimi rapporti con i suoi genitori. Nonostante questo, la famiglia resta per lui sempre al primo posto come il luogo fatato dell’amore incondizionato, perpetuando l’eredità di dolore che genitori e figli continuano a passarsi da millenni, di generazione in generazione.

Provenendo da un paesino di poche anime, non essendo in grado di tollerare la solitudine e la dispersività del capoluogo lombardo, si pone come obiettivo principale quello di ricostruire in maniera nevrotica la vita che faceva al sud. Nello specifico, cerca di mettere su un gruppo di finti amici costituito da una ventina di persone, naturalmente tutti meridionali, cercando di coinvolgerli sei sere su sette in uscite ed eventi che non interessano neppure a lui. Crede di amare incondizionatamente tutti loro, quando in realtà soffre di dipendenza affettiva. Infatti mette il muso e diventa passivo-aggressivo nel momento in cui qualcuno di questi decide di dargli buca una sera o di fargli notare che i suoi comportamenti sono un attimino troppo invadenti. Oltre a ciò, dal suo punto di vista, tutti coloro di cui si circonda sono obbligati a patire la sua stessa nostalgia. In caso contrario, accusa con ferocia chi non lo fa di aver rinnegato le sue radici, qualsiasi cosa voglia dire questa frase. 

Concludo la descrizione, menzionando uno degli aspetti più rilevanti del campione in questione: la presunzione con cui esalta il cibo pugliese, disprezzando con sarcasmo la cotoletta e il risotto allo zafferano, come se friselle, panzerotti, mozzarelle e burratine possano in qualche modo competere con i prelibati piatti tipici di noi milanesi. Si lamenta inoltre di come i prezzi dei prodotti pugliesi a Milano siano troppo elevati, non tenendo conto in alcun modo del fatto che i costi più elevati includono il prezzo per il trasporto, gli affitti più elevati dei negozi e supermercati Milanesi, le percentuali che spettano a un distributore e altri aspetti complessi di carattere economico, dimostrando pertanto in merito una profonda ignoranza.

Rinnovo quanto già affermato a proposito del progetto politico occulto di Stella Pulpo: chi fa della nostalgia di casa uno strumento propagandistico spacciandolo per letteratura o intrattenimento, come il blog Memorie di Una Vagina o Casa Surace, favorisce una spinta endogamica involutiva, alla base delle ideologie reazionarie e fasciste.

E’ dovere di tutti noi pertanto, rinnegare con civiltà, ma con fermezza, le nostre radici e le nostre origini, per muoverci verso uno stile di vita realmente progressista e positivista, orientato esclusivamente al lavoro, allo scopo di salvaguardare la nostra democrazia.

L’amore per principio, l’ordine per fondamento, il progresso per fine. (August Comte)

Stella Pulpo

Italia_Senza_Puglia_SP.jpg

Quest’oggi vi parlerò di Stella Pulpo, una scrittrice e blogger tarantina, che negli ultimi tempi sta avendo un certo successo e consenso, grazie al suo blog Memorie di Una Vagina . Il suo blog, ormai molto conosciuto, tratta diverse tematiche, tra le quali femminismo, sessualità, politica e società. La sua scrittura profonda e graffiante, unita a un carattere sensibile e al contempo frizzantino le hanno procurato moltissime ammiratrici e ammiratori, ma al contempo anche tanti nemici. Tra questi ultimi, vi sono uomini che non condividono le sue opinioni femministe, alcuni che le augurano di morire grassa e donne che la accusano, nelle sue storie su Instagram, di camuffare il suo accento pugliese. In merito a quest’ultimo punto, da ex-pugliese, ovviamente condivido in pieno la scelta consapevole di Stella di mascherare il più possibile la sua cadenza. Lo so con certezza assoluta che lo fa volutamente. E’ la stessa scelta che ha fatto il sottoscritto, per cui sono contento che anche lei provi la mia stessa vergogna per le sue origini. Inoltre, essendo ormai Stella un personaggio pubblico di un certo spessore intellettuale, ma soprattutto vivendo ormai da tanti anni a Milano, è giusto che non involgarisca la sua immagine parlando nella maniera sguaiata tipica dei pugliesi, in modo da integrarsi nei salotti buoni del meneghino.

Purtroppo, se da un lato la nostra Stella mostra un incredibile impegno e dedizione nel cercare di guarire dai suoi difetti di pronuncia, non si può dire altrettanto dei contenuti del suo blog.

Non mi riferisco alle sue battaglie femministe, che, lo rivelo qui in esclusiva, sono un chiaro specchietto per le allodole.

Il suo blog ha in realtà un progetto politico ben chiaro e molto pericoloso, costituendo principalmente un gigantesco manifesto nostalgico della Puglia. In un post recente, Stella scrive quanto segue:

[…] la suggestione irriducibile delle radici, quella specie di malcelato orgoglio del tipo: io questa terra ce l’ho nel sangue, e altre menate retoriche di questo tipo. Il Gargano selvaggio mi resterà nel cuore, con le sue strade di merda e i suoi panorami meravigliosi.

Insieme ad esso conservo gelosamente le chiacchiere con i miei genitori, con i miei zii e con i miei cugini. Gli sfoghi, i chiarimenti e le risate. I panzerotti fritti, i nodini di mozzarella, le friselle, le cozze al gratin, le turtarelle, gli arrosticini e le bombette che rappresentano ancora una valida ragione per restare carnivori. I bagni al tramonto. Gli spritz con le chiappe ancora umide. Le cene in terrazza. Le partite a carte. Le passeggiate. I Moscow Mule creativi. I fuochi d’artificio. Le torte di mia mamma e il capocollo locale. Le dormite al fresco e i libri letti in piscina. La fuga a Taranto, in litoranea, per raggiungere gli amici del nord al sud, e rivedere quello che ho sempre considerato “il mio mare”. L’azzurro, le dune, il traffico, i parcheggiatori. Le buche nell’asfalto, le rotatorie e fai-attenzione-all’autovelox. E poi la serata al Valentino, e le confidenze tutte condensate in poche ore, che ci siamo rivisti mò e poi chissà quando. Il rientro. L’alba che sorge sulla Valle d’Itria in tutta la sua maestosa bellezza. L’umido della notte che sponza i teli stesi ad asciugare. E ancora la fatica di spiegarsi anche quando è difficile trovare le parole, le confessioni, la complicità di chi è cresciuto insieme, i cazziatoni che fanno bene e i consigli, e poi i saluti, i buoni propositi per l’autunno, le promesse, e la solita domanda: quando ci rivediamo?

Presto. Qualunque cosa “presto” significhi.

Signore e signori, da questo e altri post emerge con chiarezza uno degli obiettivi principali del blog Memorie di Una Vagina:  l’esaltazione del mito del passato, che, come noto, è sempre stato il nocciolo duro del pensiero reazionario, populista e dei regimi nazifascisti.

C’è però un aspetto ancora più inquietante, per un ex-pugliese e neo-milanese come il sottoscritto, che emerge in maniera lapalissiana in quest’altro post. La nostra reazionaria mascherata da progressista prende di mira, con l’acredine tipica dell’elettore grillino meridionale, l’ArcelorMittal, già Italsider e Ilva, affermando quanto segue:

Nel corso del tempo, la città e la cittadinanza si sono trasformate in un accessorio della fabbrica, un agglomerato umano che vive e muore in funzione della produzione dell’acciaio. La mia città è come un inventario disgraziato di uomini, e donne, e bambini, da sacrificare sull’altare del Capitale. Immolati in nome di Madre Economia. Fine della storia. 

E’ incomprensibile come la Pulpo, da milanese acquisita, non riesca a capire come in realtà l’ArcelorMittal ha garantito in tutti questi anni occupazione e benessere alla sua città. Grazie all’ex-Ilva, potremmo, da pionieri, definire Taranto come La Milano delle Puglie.

Sempre nel medesimo post, ecco una seconda pericolosa generalizzazione, in merito alla definizione che la Pulpo dà dell’imprenditore:

[…] uno che per definizione pone come primo (e spesso unico) obiettivo il profitto. Non il benessere del territorio. Non la sicurezza dei lavoratori. Non la salute dei cittadini. Solo e soltanto il profitto incondizionato, in una repubblica fondata su connivenze e mazzette

Affermazioni vergognose con le quali si intende gettare fango su coloro che, mossi dalla passione, si prendono dei rischi per dare benessere economico e occupazione al nostro paese. Nello specifico, con quale coraggio la nostra scrittrice si permette di screditare il Gruppo Riva che, vogliamo ricordarlo, nel siderurgico è primo in Italia e quarto in Europa? Un gruppo mosso dalla fiamma ardente per il lavoro, fondamento dell’Articolo 1 della nostra bellissima Costituzione. Potremmo aggiungere che quanto afferma Stella Pulpo è palesemente incostituzionale e per questa ragione, il suo post sarà portato alla Consulta quanto prima per essere abrogato.

Il profitto è cosa nobile, forse è tutto quello che abbiamo come esseri umani, e lei stessa dovrebbe averlo imparato bene, vivendo a Milano come il sottoscritto. Se la gente si ammala, la colpa è unicamente e solo dei tarantini. E la ragione è la seguente: come si permettono gli abitanti del quartiere Tamburi e i dipendenti dell’ex-Ilva di respirare? Possibile che in tutti questi anni non abbiano imparato a trattenere il fiato? Si può sapere perché i meridionali sentano questa necessità impellente di fare altro mentre sono al lavoro? Non c’è niente da fare. Anziché ringraziare chi dà loro un’occupazione, consentendo di mantenere le loro famiglie, tipicamente numerose con figli, genitori e suoceri a carico, pretendono anche l’aria pulita e l’ossigeno. Questo è davvero troppo.

In ogni caso, dal post emerge il secondo punto del progetto politico che si propone il blog Memorie di Una Vagina: rafforzare l’assistenzialismo di stato, sulla falsa riga di quanto già fatto dal governo Conte 1. L’obiettivo è chiaro: puntare alla chiusura definitiva di ArcelorMittal, in modo che i tarantini smettano di lavorare in massa e vivano di reddito di cittadinanza.

Possiamo concludere, senza ombra di dubbio, che Stella Pulpo, oltre a essere una spia pugliese infiltrata nel meneghino, oltre a non essere una femminista, è una Nazifascista a Cinque Stelle.

Heil, Pulpo!