Emissario

E quanto soli siamo nella scelta
di viver nel rimpianto o nel rimorso
e pur gridando: “O Dio, vieni in soccorso!”
Lui tace, tace a te, pianta divelta.

Eppur si sa ch’il fiume porta a un delta
ed altro non puoi far, seguir il corso;
se pensi che sia questo il tuo percorso,
non perder tempo, seguilo, alla svelta!

E c’è ch’invece si muove al contrario,
s’annebbia ed ogni giorno lentamente
purtroppo muor, sommerso dal dolore.

Dolor per troppo dare, quanto amore
gettato verso chi è rimasto assente,
dal lago non s’emana l’emissario.


Noia

Giunge il momento di celebrar noia,
quel mare grigio in cui regna lo stallo,
che dell’azione è sovente il suo boia.

Tempo di tedio, ogne scelta rimpallo,
tocca infilarsi anch’in questa strettoia,
mentre divengo del vuoto vassallo.

Ma anche la nebbia rinfrange la luce,
o inestinguibile guida perenne;
porgi visioni che sono già in nuce,
lasciami uscir dalla rete, qui, indenne.

Villaggio

E quanto rumor fan l’anime in pena,
che san che non avranno mai risposte
da nobili caduti a pancia piena.

E furon, sai, speranze mal riposte
in pavidi che ridon come iena
tenendo verità sì ben nascoste.

Il tempo di salpare è presto giunto,
lontano da un villaggio ormai consunto.

Nido

E sono giorni di grande speranza,
mentre all’esterno è un deserto silente,
alberi e sole fuor da questa stanza;

e tutto tace, un abbraccio già assente
da troppi giorni, in un tempo che avanza
muto, con l’urla ch’ormai giaccion spente.

D’un volo libero sogno il ritorno,
mentre al mio nido offro cura ed adorno.

Carni Vive

Ormai assuefatti a questa condizione,
imbavagliati come prigionieri,
giammai disfatti, desti, da inazione,
un anno è andato eppure sembra ieri.

Attendiam matti una vaccinazione,
appesi a dati (quanto veritieri?)
paiamo ratti appesi a una razione,
ma il danno è fatto, restano i pensieri.

E tu da quanto aspetti di tornare
infine ad abbracciare i tuoi affetti,
a stringer carni vive, anche ad amare?

Di spine al cuore, amare, son gli effetti
e affranto ci rifletti, a quanto pare
il fine è di penare, che t’aspetti?

Speranza e Delusione

E son le attese la prova più dura,
la Delusione s’accompagna in danza
ad una controparte assai più pura;

di nome tal compagna fa Speranza,
è lei di cui bisogna averne cura,
nel mentre scrivo versi in questa stanza.

Pertanto fatti avanti e non temere,
cediamo dunque al fato, al suo volere.

Schegge

Sospeso siedi, vegliardo canuto;
del gregge stolto, esecutor prudente,
già nell’estrario tace l’urlo muto,
sopra vivente.

E un cinguettare, sol sòno di vita,
l’aere ora riempie e i muri vitri frange;
gente dissolta che tra sé s’addita
nel mentre piange.

Ove aderire, secrete mie schegge?
Per quale tramite invenir lucente
dalla caligine cinerea legge
d’un conte assente?


Ancora Al Chiuso

Attesa, nella gravità ch’è assente
nel qui, bambagia grigia che, sospetta,
così, m’adagi, bigia, ma sei infetta;
ottusa, dell’oscurità servente.

Ripresa di speciosità, si mente
a chi, qui, indugia ligio, ma rifletta
al dì che già al prestigio s’erge eretta
la resa alla viltà, ad un espediente.

Chiudici a chiave, docente vigliacco!
Hai tra le mani dei nastri di seta,
intento, mozzi le gole a conigli,

unici schiavi, lo ostenti e dai scacco;
sia mai il domani, siam mostri di creta,
ordente, insozzi le suole ai tuoi figli!

Fendente

Iniquo mondo, qui in bolle distanti,
ognuno ch’ormai mira i suoi fantasmi
mutevoli e cangianti ad ogni istanti;

quale destino ci resta sperare,
immersi ormai solinghi nei miasmi
d’un claustro ch’imminente s’ha da fare?

Ché la salvezza si fa nel presente,
parando della vita ogni fendente!

Fotogramma

Si scioglieranno quei nodi contorti,
fintanto ch’occultati permarranno
già per omessa virtù nell’esporti,
un atto di viltà che causa affanno?

Perdonerai quei subìti già torti,
ch’ancor ti paion grande e grosso danno
per fare dono d’amori e conforti
e offrirti a quanti, forse, ancor non sanno?

Ancor dall’ulcer fiera emerge fiamma,
que’ prìstini fantasmi l’accompagna
non sarà l’acque a spenger, ché ristagna,

ma lagrima ch’il viso ancor non bagna
e resta lì, in sospeso, nel diaframma,
manente per un degno fotogramma.