Rialzarmi

Son certi incontri ch’ uniscon destini
e come fiume che scorre fluisce
danza di man, si discorre e s’ambisce
a gettar ponti, a tornare bambini;

s’alzino i calici colmi di vini,
ché per il lume anche il buio perisce,
benché alle volte l’amor ci ferisce
e non fa sconti anche agli animi affini.

Si sa, si naviga spesso da soli,
ma benvenuti, compagni di viaggio,
s’anche per poco vogliate guidarmi

verso gli ambiti, remoti assai, moli,
ché sempre meno mi sento un ostaggio
e, pur cadendo, or so come rialzarmi.

Quanto Spetta

Lieti son giorni e nell’aria il profumo
di fresco ghiaccio che riempie i polmoni
ed esco; addiaccio, più in te mi consumo,
t’orno, m’acqueti da varie emozioni.

Le secche foglie il vento via, ciò assumo,
si porta e porte serrano e portoni
aperti or son per te e men mi frantumo,
sopporto sorti avverse alle mie azioni.

La via si fa talvolta alquanto stretta,
il sol tramonta e a volte notti scure
ci aspettan pria ch’un’alba nova emerga.

Si speri perché l’alma ancora aderga
e ancor s’affrontin, sciolti scotti, cure;
s’espii, una volta assolti, quanto spetta!


Ambita Luce

Quanta fatica traversar quel bosco
irto d’arbusti spinosi e sterpaglie
che laceran le sure e nelle maglie
d’infante prigioniero resti fosco.

Paludi ancor t’invischiano e conosco
orchi e trambusti onerosi e battaglie;
ch’affiorin quasi impure le avvisaglie
e intanto ne vai fiero, quasi losco.

Eppur l’ambita luce in lontananza
emerge fioca, ma pregna di speme,
di fede nel presente e nell’attesa;

non prede degli eventi, è già ripresa,
deterge e invoca, ora degna, e si freme.
Ancor vita conduce, ormai s’avanza!

Sibilo

Un sibilo sottile ed insistente
ritorna a disturbar con discrezione,
sornione l’ombra d’una direzione
sussurra al me deluso, ancora assente;

eppur si ripresenta, impenitente,
è un Dio che non s’arrende, dannazione,
un Dio che non perdona l’inazione,
ch’invita a un altro viaggio, a luci spente!

Oracolo, per dove questa volta?
Per dove debbo volgere il mio sguardo,
ancora in mare aperto, a quali lidi?

La meta tanto ambita ch’intravidi
la lascio governare al Re Vegliardo,
amico, non più ostacolo. Ora ascolta!



Notti d’un Tiepido Maggio

Sei ormai lontana, un antico miraggio
benché bruciammo assieme di passione
d’amor ch’avea il sapor di una missione
in quelle notti d’un tiepido Maggio.

E venne giugno ed ancora tuo ostaggio,
mi giunge rimembranza, una visione:
dovetti, per librarmi d’oppressione,
in lacrime riprendere il mio viaggio.

Dove sarai, mio impossibile amore?
Non nuoci più, somigli ad un tramonto
cui raggi neppur scaldano la pelle.

Con gli occhi ormai di sbiadito colore,
ben presto a un nuovo tuffo sarò pronto
nel mar d’un nuovo sguardo, come stelle.

Terra

Violati i taciti patti non scritti,
parole ch’hanno il peso delle pietre,
votati ad esistenze alquanto tetre
di regni ormai indifesi, non più ritti.

E crollano, sugli animi già afflitti,
castelli, cui gli arcieri con faretre,
difendon, mentre suonano le cetre
ai vecchi vincitori e ai danni inflitti.

È l’ora di fermar la frenesia,
di porre fine a tutte le battaglie
per ciò che dà parvenza d’eresia:

perduta fu pertanto questa guerra,
non scorra sangue per delle anticaglie,
a lungo abbiam volato, adesso a terra!

Fenice

Ma chi vuol esser davvero felice?
Chi sopportar vuole il vero più crudo
fuori da un gregge assopito e vindice,
rischiando tutto e mettendosi a nudo?

Quanti di noi, ed è ciò che si dice,
di vil menzogne si fan spesso scudo,
quanti, alla stregua d’antica fenice,
brucian, risorgon per già nuovo ludo?

E siam degli orsi, tuttora in letargo,
in questo freddo di verno, distanti,
mentre esperiamo d’attender che sorga

un sole tiepido. E luce ci porga,
che già vediamo, da tempo sì affranti,
che dia il consenso per prendere il largo.

Lontano

In questa traversata nel deserto,
appresi a distaccarmi dai miraggi
ed empio già salpai nel mare aperto
gettandovi bottiglie con messaggi;

fu mesto. Ormai salpata ebbi sofferto,
ma smisi di sfamarmi degli omaggi
che scempio e molti guai m’ebbero offerto,
sì preso ormai a disfarmi di quei saggi,

per esser piuma che libra nel vento
anche capace di libero arbitrio
con meno pesi su un cuore ferito.

Veleno, illeso, da spore, inasprito,
non più mendace. Sì fiero me mitrio,
qual re del fiume; non vibra un lamento.



E Tacque e Valse

E val la pena di fermarsi a volte,
per un fratello che cerca sollievo
dal suo dolore improvviso coevo
a un male collettivo cui siam colte,

anime piene, può darsi risolte,
dal lor fardello sovente in rilievo
per un amore reciso, e tacevo
a un tale assai invasivo vie sepolte.

A quanto pare non tutto è perduto,
quando le fiamme divampan è ora
di spengerle con fiumi d’acque salse;

il pianto amaro dà un frutto cresciuto,
spandonsi gemme che vita divora:
“Aspergimi di lume!”. E tacque e valse.

Ade

Su una remota collina un castello
s’erge perfetto nel regno natale
ove il vetusto ricordo m’assale
di luce ed ombra di sfida a duello;

congiunge il cielo e la terra, un orpello
ch’è d’otto lati, d’età medievale,
d’un grande eclettico, uomo regale,
triplice vista al villaggio più bello.

Di quel villaggio or emerge il richiamo,
se porrà fine al mio peregrinare,
esploratrice solinga d’abissi.

Ade, ebbi modo che non mi rapissi,
come Persefone fosti a violare,
libro per Eros, non voro il tuo amo.