Fermo

Già strattonato da fulmini avversi,
qui ambulo, sull’or della vorago,
preambolo d’un cor che, giammai pago,
è avvelenato da uomini persi.

Eppur ne ho visti di cieli più tersi,
perspicui, non ne ho ricordo vago,
ma ambigua giunge a me una sorda imago,
oscura insiste su fieli sommersi.

Dunque m’arresto, sperando quïete,
pace deterga l’antichi veleni,
conduca salda prudenza e consiglio

e non traduca gaudenza in scompiglio.
Che luce emerga dai buchi, ripieni
d’acque, ben presto, spengendo la sete!

Giocondo

Serena siedi col capo reclino,
defessa dal pavore tormentoso,
impresso sta il color perspicuo, acquoso,
negli occhi tuoi cerulei e m’avvicino.

In pena cedi al volere divino,
oppressa dal terrore assai morboso,
ossessa da dolor iniquo, ombroso,
di vecchi guai, d’aculei d’un crespino;

ma incendia in te l’ardor di vita piena,
ch’ancor ignori, velato di meto,
pur tuttavia ti pare cosa aliena.

E solitaria, m’irrompi nel mondo,
guardi e languori ch’effondi al me inquieto
e già rivivo, mi riempi, giocondo.

Elezione

Lampi di luce nell’oscuro cielo,
s’abbatton dalle nubi verso il suolo,
rabattasi, assai cupo, quello stuolo,
per scempio truce d’un impur veleno

emesso dall’inteso non appieno
editto che, d’un triumvirato solo,
riflette ben il grande urlato dolo
omesso e sottinteso, ad esso alieno.

Di nuovo, la mia scelta, o umanità,
ennesima elezione, ormai consueta:
tepenti mur, benché san di viltà

cadenti pur, ridan sicurità
millesima; o l’azione, non desueta,
che covo, ormai divelta, Libertà.

 

 

 

Onde

Nell’acque gelide e scure, disperso,
alte son l’onde minacciose e cupe;
vi tacqui intrepido e duro, qui immerso,
sagitte van da nebulosa rupe.

Nel mar di crimini fasti, sì avverso,
mi trascinaron quell’immonde lupe;
per re di vimini infausti ebbi perso,
ché derubaron le mie tonde drupe.

Allor ch’intanto ch’esanim demergo,
persici e amigdale mi porgon mani
le tue. Dall’occhi tuoi, respiri emani.

Di baci ammiro, lì piangon gioiosi,
qua giue più imbocco guai, Sire maestosi,
d’amor sì tanto, ma immane, riemergo.

Restare

Siede spossata da tanti travagli,
e sùbito alla porta bussan lesti,
non dubita, son forti, indossan vesti
candide, issàti, sul manto due intagli.

Vetusti spettri ricorron, già noto,
l’accoglie e non sentenzia e l’occhi serra,
coi brogli lor non danza, pecca ed erra,
trambusti elettrici scorron nel vòto.

E’ sera e duole, tenace Signora,
ch’i pugni stringe e spenge il suo giudizio
e spera in un sollievo che ristora.

Intera suole, mordace divora,
di sogni spinge e cinge il precipizio,
restare, com’allievo nosce ancora.

Giorni Nefasti

Su sabbia nera seduto all’occaso,
rimiro il mare scuro piano e denso,
e mentre seggo a quell’avvenir penso,
l’uman consorzio ormai da furia invaso.

Ripenso al Padre, imperfetto, reciso,
il limite rimosso, surreale,
rivoluzione che volge al banale,
il vecchio saggio visto com’inviso.

Iconoclasti, che fan del passato
scarlatta e nuda carne da macello,
per libertà ch’avemmo assai implorato.

Giorni nefasti, dei qual non favello.
Imbratta, o Giuda, l’idol venerato,
viltà ch’intinge il sangue nel pennello!

Tu Voli

Crassa caligine, densa ricorre,
cinerea lungo il labbro dello iato,
spesse fuliggini, intense zavorre
fulminee, giungi ebbro di peccato.

Fallaci colpe, a puerizia spettanti,
trascendi, giunto è il tempo che ciò avvenga,
mendaci volpi, tristizia imploranti,
soffrendo spunti, e inciampo non sovvenga.

Dall’agro qui in pianura ammiri i colli,
sui qual permangon, minuti e più soli,
Titani antichi, eroici ed immortali,

e, magro per l’abiura, aggiri folli
villani e ricchi, all’indice, banali,
di mal non tangon, canuti. Tu voli.

La Pioggia Cede

La pioggia cede, da grigia, giù, volta,
scrosci me cullan dell’acqua battente,
le verdi frasche danzano contente,
sì dolci e lasche, al viridario accolta.

La mente incede, dall’estra, giù, dentro,
spume me cingon nell’acqua stagnante,
azzurre rimembranze di rimpiante
quell’iridi ch’al cor fecero centro.

E’ sera, cogitante sul donarsi
permango immoto, di demerger muto
temendo, e intanto so che è quanto bramo.

Io non t’ignoro, amor, t’ho conosciuto
seppur esterri me, tu sei catarsi,
dolendo gioia, a cui ci abbandoniamo.

Dai Colli il Sole

Sì forte spinge l’acqua sulla diga,
stagnante, pregna, e scura, di risposte,
intanto segni median forze opposte,
la tela intingon vacua e tutto intriga.

Sì lenta crea le crepe sulla pietra,
paziente, degna, e pura, d’esser spressa,
già monda ‘gegni e cure dà a chi in essa
sé merge, idea gli scopi, e non arretra.

Del gaudio il Lume alfin farà ritorno,
il fuoco infiammerà quel sangue nostro,
liquor proromperà, salso e bruciante.

Dai colli il Sole infin verrà un bel giorno,
nel cielo splenderà, quel pingue mostro
dolor più non darà, mia dolce amante.

Virgilia

L’istante che recorre alla mia mente,
in dolci rimembranze il sen si stringe.
Sul lìtor sta, sui volti si dipinge
la gioia mesta di speranze spente.

Un compito ella svolse, m’è ora chiaro,
frattanto che le lagrime disciolgon
que’ nodi scuri in petto ch’ora dolgon
già men, la nave mia s’accinge al varo.

L’esercito guardingo gettò l’armi,
lasciando inceder l’ospite inconsueto,
sorella affine, guida necessaria,

fragosa taciturna, fresca l’aria
su noi spirò, cedendo il me desueto.
A lei son grato, or possa congedarmi!