Anna

Al mio primo grande Amore

Freddi eran quei pomeriggi invernali
ritto in attesa fumavo dinanzi
al solitario binario nel mentre
che il tren antico facesse il suo ingresso

io vi salissi e sedevo isolato
tanto il vagon percorreva campagne
e meditavo aspettando paziente
che traversasse quel giallo e quel verde
d’ulivi e campi stridendo veloce
mentre i minuti passavan volando

prima fermata librava il convoglio
e d’altra gente riempiva il suo spazio
poi ripartiva al destino prescelto
altra natura lontana dal borgo
gelido vento correva tra i vetri
e una manciata soltanto mancava

alla seconda fermata giungeva
toccava a me venir via nell’aperto
spazio salendo da quella stazione
per ritrovarmi nella bigia piazza

ed ero lì che speravo fumando
con il favor d’una luce che tosto
lenta lasciava il suo posto all’occaso
triste crepuscolo arancio dorato.

Eccoti scendere lungo la strada,
stretta nei bracci bardata in quel nero
cappotto seria con passo veloce
di quel borghetto ridotto padrona.

Stretto giungeva il tuo abbraccio accogliente
coi seni tuoi che spingevan sul petto
stringermi e invadermi quel tuo profumo
che ancor sovente mi torna alla mente
quale indelebile tua rimembranza
quei verdi occhi giganti espressivi
che si nutrivan di me il tuo sorriso
d’amor intenso faceva sentirmi
sì ben voluto, accettato e compreso.

Quanti quei baci nel buio la sera
nel nostro covo d’argento occultato
su quella panca di legno nel freddo
in quel paesino sperduto ed antico
di quella semplice vita raccolta
che tant’angustia mi dava in quel tempo.

Punge nostalgico freddo d’inverno
d’un primo amor mal compreso infruttuoso
per il timore di sciogliersi sordo
a quel destino che t’urla e ch’impone
di tirar dritto scordando chi t’ama
non sol per gloria ma d’altra ragione

quella ricerca incessante mai doma
di ricercarlo quel posto nel mondo
ordunque adempiere ad una missione
perché spronato da demoni ignoti.

Non era quello il mio luogo mio amore
non era quella la strada mia dolce
Anna che spesso volesti indossare
vesti non tue per sol me compiacere.

Quest’oggi torni a trovarmi serena
ti piango ancora e comprendo mia cara
quanto mi mancan quei giorni talvolta
ché il tuo ricordo mi scalda e mi nutre.

Ebbro

Il mondo esterno deserto oggi ignoro
con l’oro biondo che circola dentro
che dalle vene fluisce al cervello
stempera ansie paure e controllo
porta la gioia che quasi scordavo
dona la forza di guardar l’interno
senza dar peso a minacce di fine
che prego forte non giunga imminente
tanto da fare e da dare m’attende
sento la vita che spinge pressante
a pesar della clausura opprimente
cerco gli sguardi negli occhi tuoi paion
prati d’immensa distesa nei quali
correre fino a spaccarmi i polmoni
per poi lasciarmi cadere sul fresco
mentre la brina mi bagna le gote
pur ignorando il tuo fertile odore
auspico un giorno il tuo abbraccio accogliente
mentre raccogli i miei fiumi salati
che quei vetusti dolori disciolgon
per ricomporre quell’alma mia rotta
verso quel Tutto che centra e dà luce

Pianto

Sfere di vitro incastrate,
in questa gola deforme,
tagli, da lasciar le orme,
su questo petto, vibrate.

Brama d’imago e poesia,
per liberarsi dal giogo,
bruciante qual fosse rogo,
che gela l’anima mia.

Duro, sfiancato da’ lutti,
treman le crepe per fine,
sento schioppare le mine,
che l’acqua irrompa, ch’erutti.

Lìbran cascate salate,
ch’ìnfiamman l’occhi e le gote,
singulti e melodie ‘gnote,
l’alma mia tutta levàte.