Mar Marasma

E’ quel timor d’amar, nel mar marasma,
che porta me nel fondo dell’abisso,
ancor mi percepisco parco scisso,
in lotta con l’ennesimo fantasma.

Tormente, venti, fuoco, in lotta eterna,
si staglian grevi, emanan fumi foschi,
fiammate brevi incendian verdi boschi,
e in un letargo nero vita iberna.

Tradito, il mio tradir traduco e stride
con quella fede cieca ai motti d’alma,
mia guida e musa. Il tempo della calma
intento e attento attendo, mentre incide

sul cor quella luttuosa lama acuta
ch’insiste e il sangue scorre e si raggruma
asfittico, mi schiaccia e mi consuma,
perché la colpa mia è cosa dovuta.

Viandante

Primi compagni di gioco,
pargoli ben educati,
metto quei tempi ora a foco,
che paion tanto ormai andati

quando per mano vestiti
per Carnevale sì antico,
per primi amici compìti,
ci scondavamo nel vico.

Ora lontano il dolore
m’assedia eneca e mi strozza,
ancor non veggo il colore,
regna un cinereo che sgozza.

Con il respiro carente
che non s’emana, egoista
mi sento ed impenitente
procedo lungo la pista

della missione a me imposta,
lasciando tutto alle spalle.
Voltarmi addietro mi costa
per non cader nella valle,

perché la vetta a fatica
tento di prender spossato
perché nessuno mi dica
d’aver cammino sbagliato.

Tenace seguo pertanto
in questo vol tormentoso,
nessun me ne farà vanto
per tanto agir oltraggioso.

Ma giunge or ora il momento
di quietar tosto quel moto,
accedo in me mesto e lento,
consesso a guisa di loto,

per osservar quel tormento
e fare spazio a quel vuoto.
Poscia a disfarmi ci tento
di quel dolore ormai noto,

d’aver discesso chi m’ama,
per vocazione imperante.
Per quanto affondi la lama.
son ciò che sono, un viandante!