Ad Afelia

Desueto volgi ormai, travaglio noto,
d’intensa decade scorsa tra prelia,
consueto, sporgi e vai al vaglio: immoto;

su, pensa, o nomade, è persa camelia
ch’univa te a quel foco che s’estingue,
immenso neca. Di corsa ad afelia,

giammai renderan più il tuo ventre pingue,
il Fato vuol te! Fuor le malelingue!

Elezione

Lampi di luce nell’oscuro cielo,
s’abbatton dalle nubi verso il suolo,
rabattasi, assai cupo, quello stuolo,
per scempio truce d’un impur veleno

emesso dall’inteso non appieno
editto che, d’un triumvirato solo,
riflette ben il grande urlato dolo
omesso e sottinteso, ad esso alieno.

Di nuovo, la mia scelta, o umanità,
ennesima elezione, ormai consueta:
tepenti mur, benché san di viltà

cadenti pur, ridan sicurità
millesima; o l’azione, non desueta,
che covo, ormai divelta, Libertà.

 

 

 

Pace

Mentre già fondo e finisco nel nero
pece di colpa, dolore e presagio,
dentro l’oscuro già fluttuo a mio agio,
un grave in cor che mi strozza ormai fero.

 Corto il respiro e le membra cascanti,
sul trono mio già s’adàgian rovesce,
pallide s’apron al cielo che mesce
grigi ed azzurri nell’alto imperanti.

 Mentre lo stato permane immutato,
per quella colpa matrigna trasmessa,
che come chioccia la trama ella intessa,
come d’un tempo Giocasta ha imperato,

 ecco improvvisa la luce divampa,
leva nell’àere, destino nell’onde
d’un mare blu che s’infrange su sponde
di terre ignote cui beltà s’accampa.

 Burattinaia, disciolta nell’acque,
torno a elezioni, ad arbitrio vitale,
seppur errante ed in lotta mortale,
per fin la voce tua d’un tratto tacque.