Renzi e i Millenials

Mi è davvero difficile, negli ultimi tempi, guardare il viso di Matteo Renzi e non associarlo a un grasso e flaccido culo parlante, mentre indossa la mascherina a guisa d’un pannolone. Osservo le sue guanciotte, quei nei buttati un po’ a caso, quella boccuccia striminzita che ricorda l’ano minuto di uno stitico, mai lavato, riesco persino a percepire odore di letame quando costui proferisce verbo e penso ai danni irreversibili che questo figuro ha cagionato alle giovani generazioni. Renzi è stato colui che ha dato il colpo di grazia ai già coglionissimi millenials, giovani Steve Jobs della domenica “hungry e foolish”, ma perennemente mantenuti da mamma e papà. Ricordo con orrore il primo discorso da Presidente del Consiglio del giovane di Rignano sull’Arno, poco prima di giurare nelle mani del Presidente della Repubblica, subito dopo aver tradito con un cinismo che farebbe orrore persino a Belzebù il compagno di partito Enrico Letta, vecchio democristiano, siamo d’accordo, ma senz’altro con più dignità. Ricordo bene quel discorso agghiacciante, le sue parole dal sapore mefistofelico che suonavano più o meno così: ”Questo dimostra che anche un ragazzo come me, in questo paese, può farcela a diventare Presidente del Consiglio dei Ministri”.

Bene, quel “ragazzo” aveva trentanove anni. Sappiate che questo andazzo, cari giovani millenials, caro giovane Ilario, prigioniero della tua eterna adolescenza, del tuo entusiasmo posticcio, del tuo alzare la voce quando stai lavorando per metterti in mostra e compiacere i capi, mentre ti trema la voce tradendo in verità la tua enorme fragilità, questo trattarvi da “ragazzi” fino a trenta, quaranta, cinquant’anni serve solo ed esclusivamente a una cosa, e il vero potere lo ha capito benissimo: a pagarvi poco, quando vi va bene, e a farvi lavorare come dei muli, prospettandovi promozioni e aumenti che, mettetevi belli comodi, non arriveranno mai, mentre colmi di vana speranza continuerete a sacrificare affetti, salute fisica e mentale, benessere personale e a produrre, in attesa del vostro momento, del vostro giorno di gloria. Sia chiara una cosa: nessuno vi regalerà niente, i posti di potere disponibili sono pochissimi, e non sarete senz’altro voi, segaioli fuori tempo massimo, a conquistarli. I vecchi volponi sentono l’odore della gloria da molto lontano e vi batteranno sempre sul tempo. State correndo contro dei fuoriclasse, degli autentici maratoneti, mentre voi avete già il fiatone dopo un paio di chilometri, non potrete farcela, non ce la farete mai a raggiungere l’ambita meta, la doppia scrivania e i due monitor per il computer tanto agognati. Invero, ad aspettarvi in piedi al traguardo ci sarà lui, il vecchio Sorriso, elegantissimo e rilassato, che vi guarderà con commiserazione, strizzerà gli occhietti in un sorriso ipocrita, mostrando le simpatiche zampette di gallina agli angoli delle palpebre, si accomoderà alla sedia e vi ripeterà la solita frase che ormai vi ripete da circa dieci anni: ”Tranquillo Ilario, sei ancora giovane, non avere fretta, il posto sarà tuo l’anno prossimo.”

Insomma, per farla breve, cari giovani coglioni, c’è solo una cosa che dovete fare: tornare in ginocchio dai vostri padri e lasciar perdere ogni ambizione, ogni sogno, ogni speranza di essere migliori della generazione precedente. Lasciate a loro il potere, restituitelo alla loro esperienza e alla loro saggezza. Non avete la stoffa per comandare, non avete un’autentica visione, inquinata com’è da un narcisismo patetico che sa di rancore, rivalsa e ricerche su google.

Lo abbiamo visto, un personaggio di questo tipo ai posti di comando, è stato addirittura la quarta carica dello Stato, per ben tre anni.

Tre anni.
Non ripetiamo mai più lo stesso errore.

Mai più.
Grazie.

Responsabili e Costruttori

Responsabili, costruttori, parole d’un certo tenore, pregne d’una connotazione positiva, alla ricerca della fiducia per sostenere l’avvocato Giuseppe Conte per il bene del paese, l’affascinante professore esordiente in questo mondo un po’ birbantello della politica italiana e che ha conquistato i nostri cuori. Non metto in dubbio che una parte di costoro abbia a cuore le sorti della nostra nazione, ma oltre a questo c’è senza meno l’aspetto che più risalta ai nostri occhi: l’umano attaccamento al potere, la volontà di non perdere lo scranno e di rischiare di tornare a fare una vita ordinaria, schiantarsi al suolo dopo aver volato alto, nella convinzione di sentirsi immortali, migliori degli altri, liberi.

Ho riflettuto a lungo sul potere, così ambito, così famelicamente desiderato da noi tutti, autentica ossessione per i più ambiziosi di noi. Chiunque comandi è invidiato, detestato e, al contempo, venerato e adulato, nella convinzione di trovarsi dinanzi a qualcuno che abbia trovato la chiave per raggiungere libertà e felicità. Invero, la condizione di costoro è tutt’altro che tale, anche perché il potere è fondamentalmente una puttana, irrequieta e sfuggente. Un giorno giace al vostro fianco e vi promette amore eterno, il giorno dopo è nel bagno di un autogrill a succhiare l’uccello del vostro migliore amico. Guardate nel vostro quotidiano, nei vostri luoghi di lavoro, quanti sarebbero disposti a fare carte false per occupare la poltrona di un ufficetto fatto da quattro poveri cristi frustrati, in guerra tra loro da vent’anni per riuscire a portare il pane a casa. Guardate al giovane Ilario, con la lingua ormai consumata dalla quantità di culi leccati, che lavora fino alle undici di sera per compiacere i suoi superiori e intanto sono mesi che gli si ammoscia il cazzo tutte le volte che sua moglie lo desidera, considerata come un impiccio alla sua scalata. Guardate al vecchio Sorriso, il suo capo, che in prossimità della pensione gli promette di cedergli il posto e, all’improvviso, comincia a dannarsi l’anima per restare inchiodato alla scrivania, smentendo la sua promessa una settimana dopo, nella consapevolezza che la fine della carriera professionale lo farà cadere nel dimenticatoio, che la pensione lo costringerà a una paga mensile ridotta e a ridimensionare il suo stile di vita, che dovrà uscire di scena e quindi sperimentare una sensazione di morte dalla quale probabilmente non riuscirà a risorgere. Quotidianamente ho a che fare con uomini di potere, continuamente massacrati dai capricci di chi è a sua volta sopra di loro, costretti a passare una vita a recitare la parte dei freddi calcolatori, dei grigioni nei loro abiti eleganti che somigliano alle uniformi dei controllori di un’azienda di trasporti. Mi piace soffermarmi a guardare i loro occhietti, in realtà intrisi di colpa per la scia di cadaveri lasciati alle spalle per conquistare la vetta e dell’acuto terrore di chi, tutto sommato, percepisce la precarietà di quella posizione e sa bene che basterebbe un colpo di vento, un soffio da parte di chi a sua volta è sopra di loro per farli precipitare a terra da un momento all’altro.

Miei cari, dovessero proporvi posizioni di responsabilità, agite controcorrente: lasciate perdere, ringraziate e rifiutate con educazione. Vi ritroverete dipendenti forse da una droga al cui confronto l’eroina è innocuo zucchero filato. Il potere vi lusingherà, vi darà un miraggio di libertà, ma in realtà finirete con il diventare inesorabilmente degli schiavi, schiavi di chi vi comanda, ma, soprattutto, schiavi di chi comandate, schiavi dei vostri schiavi. Questi ultimi sanno bene che ogni loro mancanza ricadrà su di voi e faranno il possibile, se vi odiano, per far sì che veniate bistrattati e umiliati. Oltre a questo, sono proprio gli schiavi a essere i veri detentori del potere, visto che avete assoluto bisogno di loro e della loro manodopera, concetto che Hegel saprà spiegarvi meglio di me nella sua dialettica signore-servo.

Pertanto, siate liberi, siatelo per davvero. Uscite dalle gerarchie, o, se proprio non potete, restate degli umili sottoposti e divertitevi a fare impazzire i vostri responsabili, comportandovi in maniera imprevedibile e negligente, scavalcandoli il più possibile e facendo intendere loro quanto non abbiate bisogno di loro e del loro mendicare attenzioni nei vostri riguardi.

Perché questo è fondamentalmente un uomo di potere, salvo rarissime eccezioni di chi si è messo davvero al servizio degli altri e ha avuto la saggezza di ritirarsi al momento opportuno: un misero e vigliacco re, solo come un cane, che mendica le attenzioni del suo popolo.

Renzi

In questi giorni stiamo assistendo al patetico teatrino politico nel corso del quale un leader di partito con un consenso ridotto ai minimi termini, un uomo che ha ormai la stessa autorevolezza di un amministratore di un condominio a Vaprio d’Adda, minaccia una crisi di governo nel bel mezzo di un’emergenza sanitaria mondiale. No, fermi tutti, non chiedo a nessuno di schierarsi a favore di questo o quel partito, non mi interessa fare un’analisi politica del fenomeno, quanto un’analisi umana del personaggio in questione.
In effetti, guardo a Matteo Renzi e ripenso alla sua gioventù, l’Ilario della politica, ormai totalmente in crisi d’astinenza da potere, successo e visibilità, in preda al suo ego ipertrofico e al suo narcisismo. Questa mezza tacca non ha in realtà nessuna idea, nessuna visione, nessun piano in mente. Il suo unico obiettivo è quello di contare qualcosa, esserci, perché è terrorizzato dall’idea di non esistere più. Guardiamolo, l’uomo che voleva cambiare l’Italia con la sua freschezza e voleva stravolgere la Costituzione Italiana nel nome di una rapidità nei processi decisionali, specchio di una frenesia giovanile che ha contagiato persino gli over sessanta, tramutandoli in una manica di patetici coglioni in ansia da prestazione e in competizione con individui aventi trent’anni in meno.

Ascolto la sua parlata toscanaccia, che appare ormai sempre più fuori luogo, che sa di stantio, di datato, di “già dato”, e penso che i personaggi come lui facciano perdere un sacco di tempo a chi ha davvero voglia di lavorare e di creare valore, di lasciare un segno con i fatti e non con un’arte oratoria priva di contenuti. Penso a come questi personaggi, che sono ovunque, non solo nella politica, non facciano altro che lottare contro i mulini al vento, opponendosi contro l’inesorabile scorrere del tempo, contro la vita stessa, che inevitabilmente te lo fa capire in mille modi che devi andare fuori dalle palle, che sei diventato una zavorra inutile, una palla al piede, insopportabile per chi ti circonda e che magari un tempo ti stimava.
Eppure, guardo a quest’uomo e alla sua faccia da cazzo moscio, immerso nel suo completo scuro, che lo fa somigliare ancora di più a un cadavere e tutto sommato giungo alla conclusione che provo per lui una pena acuta. Ripenso a questo eterno ragazzo un tempo pieno di sogni, entrato in politica per “rottamare”, per far fuori “i vecchi”, pieno di grinta, ma totalmente privo di esperienza, buon senso e saggezza. Del resto, si sa, la saggezza deriva dalla capacità di superare anche dolori profondi, che senz’altro il coglione fiorentino non ha vissuto, visto che la sua esperienza di vita più drammatica è stata probabilmente la sconfitta finale a “La Ruota della Fortuna”. In verità, siamo di fronte a un ragazzetto viziato con scarsa voglia di lavorare, un boy scout saputello che a un certo punto ha assaggiato il potere e il successo, la cosa gli è piaciuta e non vuole più mollarla.


Sapete perché lo so? Perché siamo tutti come Renzi, siamo tutti dei discolacci con una più o meno latente volontà di potenza, siamo identici a lui, siamo tutti suoi fratelli e sorelle e io non sono da meno. In alcuni contesti, ho una piccola quota di potere, la esercito e la percepisco anch’io, quell’ebbrezza, quell’illusione viscerale che ti fa andare il sangue al cervello e ti fa sentire migliore degli altri. Quando do un ordine a qualcuno e costui lo esegue mi sento un cazzo di rottinculo di Padreterno, finché non mi accorgo che il potere è una ragazzaccia isterica alla continua ricerca di nuovi partner, una battona da scoparsi a giorni alterni, talvolta in gruppo, in una bella orgia, una troia da condividere con altri infoiati come me e, a quel punto, dopo aver vissuto l’acuto dolore della perdita, credendo di essere l’unico per lei, sollevo le spalle e ci rido su, sapendo che fondamentalmente finirò a concimare la terra come tutti. Siamo tutti dei piccoli Renzi che cercano il loro posto su questo palcoscenico del cazzo, che ambiscono anche solo per un momento alle luci della ribalta, in questo circo di pagliacci chiamato vita, in cui tutti recitiamo un ruolo in commedia, nella gran parte dei casi per ottenere l’altrui compiacimento, schiavi come siamo del nostro essere bambini a vita, circondati da persone incompatibili a noi pur di non dirci soli.

Siate clementi, pertanto. Al posto di Renzi, ci comporteremmo allo stesso modo.

Buonanotte.

La Pandemia del Pensiero Positivo

I social network sono ormai letteralmente infestati di frasi motivazionali, citazioni di Fulatino de Tal, Menganito de Cual e Juan Nadie attribuite erroneamente a Gandhi, Steve Jobs o a quel fottuto onnipresente alcolizzato di merda di Bukowski. Quest’altra orrenda pandemia ha prescritto, da troppo tempo a questa parte e ben prima dell’avvento dei social, l’obbligo di “pensare positivo” e di rimuovere ogni dolore esistenziale, imponendoci di dare un’etichetta alle emozioni e rendendoci di conseguenza incompleti e scissi, grigi, falsamente sorridenti mentre l’anima strepita e implora pietà, esigendo la libertà di piangere e di incazzarsi, strafatti come siamo di ottimismo posticcio, al servizio di una produttività portata all’estremo e di un perfezionismo maniacale che alla lunga saranno causa, nel migliore dei casi, di diarree, orticarie, gastriti e depressioni croniche.

Fermiamoci per un momento a pensare alla degenerazione dell’arte. Questa rimozione di massa del dolore ha avuto, tra le tante conseguenze, la produzione di contenuti artistici mediocri, banali e squallidi. Chi ha prodotto contenuti immortali è sempre stato caratterizzato da infanzie traumatiche e profondamente pervaso da tormenti inesprimibili e da un’inquietudine esistenziale di fondo. Pensiamo a Jim Morrison, Jimi Hendrix, Kurt Cobain, Chris Cornell, Janis Joplin, per citarne alcuni del mondo della musica, pensiamo a Vincent Van Gogh, volendo menzionare un pittore lacerato da uno strazio indicibile. Costoro si sono letteralmente lasciati andare, si sono assunti la responsabilità della loro autodistruzione, in certi casi dando un taglio finale netto o, in alternativa, per opera di uno stillicidio cagionato da un abuso di alcol e droghe. Bene, siamo grati a costoro e alle loro depressioni del cazzo, per la grandiosità delle loro opere e del privilegio di poterne usufruire.

Pensiamo ora a ciò che resta al giorno d’oggi, invece. Figli di papà schiavi del consumismo con una videocamera acquistata su un qualsiasi portale di e-commerce, ed eccoci circondati da robaccia da voltastomaco come Casa Surace e The Jackal. Ragazzetti che dovrebbero tornare a frequentare le scuole dell’obbligo anziché tentare una carriera nel mondo della musica ed ecco a voi Il Volo, Benji e Fede, Gio Evan del cazzo, pronti a tormentarci nel prossimo festival di Sanremo. A questo si aggiungano i fotografi della domenica con relativo account Flickr e Tumblr, reduci da inutili costosissimi corsi, muniti di ridicole reflex, in perenne competizione tra chi predilige il marchio Canon e chi il marchio Nikon, che immortalano banali tramonti e si sentono novelli Cartier-Bresson. Per non parlare, infine, dei poetastri da quattro soldi che parlano di fiore cuore amore, vanno a capo senza criterio convinti di adoperare correttamente l’enjambement, totalmente a digiuno di metrica e di figure retoriche, nel vano obiettivo, scontatissimo, di attirare fica, lemma che, in questo caso, sto adoperando come sineddoche.

Noi tutti auspichiamo che questi ultimi altro non siano che fuochi di paglia che prima o poi cadano in miseria, ma per intenderci ed essere molto chiari: questa mia invettiva finale contro i presunti poeti da social non è affatto un mio tentativo di emergere. Al contrario, ritengo le mie poesie velleitarie, eccessivamente e forzatamente barocche e criptiche e, ogni volta che le rileggo, me ne vergogno e mi faccio schifo.

Vi invito pertanto a continuare come avete sempre fatto: a non mettere nessun like ai miei versi ridicoli e, possibilmente, anche a smettere di seguire questo patetico blog, in modo che possa tornare a fare il mio lavoro di esorcista senza distrazioni e continuare a umiliare Ilario ignorandolo con i miei silenzi.

Teoria e Pratica del Gender

Riflettevo, come uomo e padre di famiglia, sulle conquiste ottenute da noi donne con il femminismo, sulla parità di genere, sulla lotta contro il patriarcato, nello specifico nei confronti dei temibili uomini di quest’epoca, fino allo scorso anno, prima della pandemia, taciturni animali da compagnia dagli occhi spenti di donne in cerca d’intrattenimento isterico e in preda a desideri capricciosi presso notti bianche, concerti, serate, eventi, mostre. Guardo costernato quelle foto ormai risalenti a un’epoca antica, che immortalano gruppi eterogenei di uomini e donne, almeno da un punto di vista biologico, donne e “maschi di donna”, soffermandomi su questi ultimi, contriti, privi di slancio, svuotati, ammaestrati come cani da compagnia, probabilmente muniti solamente d’un minuscolo orifizio utile alla minzione, tristemente piallati lì nell’area circostante, dove non batte il sole. Non posso fare a meno di pensare a quanto tutta questa gente si sia magari frequentata anche per diversi anni senza aver avuto nessun tipo di flirt, nessun approccio, reciprocamente spaventati da quest’idea, nel timore di rovinare una “bella amicizia”, nell’attesa di una persona giusta, sognata e astratta, che tarda ad arrivare perché abbiamo dato priorità all’intelletto e a qualsiasi tipo di razionalizzazione, terrorizzati dalle pulsioni vitali dell’eros. In una parola, per usare un eufemismo, osservo quelle foto e vengo pervaso da un angosciante, soffocante e opprimente senso di morte.

Rifletto sulla liquidità di questa vita moderna, per dirla con Bauman, che ci ha dato l’illusione di poter essere dei camaleonti, capaci di tramutarci in qualsiasi cosa volessimo, rendendoci in verità degli individui privi di identità definita, cavie perfette di una spietata società dei consumi, e giungo alla conclusione che, tutto sommato, con queste mie nuove fattezze, sono davvero un gran pezzo di fica. Penso che queste mie sembianze femminee potrebbero drasticamente innalzare il numero di “like” e “followers”, questa pagina si popolerebbe in breve tempo di altri “maschi di donna”, i quali sosterebbero senz’indugio su questo inutile spazio pieno di invettive e frustrazioni contro il mondo, paradossi e penose poesie, riempiendo i miei post di reazioni e commenti lusinghieri, massaggiandosi nel mentre il campanaccio nella remota speranza di potermi un giorno incontrare per congiungersi carnalmente con me.

Rifletto su tutto questo, intanto che la pioggia ha smesso di cadere e il sole è finalmente tornato a splendere, rileggo quanto ho scritto, correggendo eventuali refusi con maniacale puntiglio e, premettendo che non ve la darò mai, non giungo a nessuna conclusione, nessuna risposta.

E va benissimo.

Così.

Buona domenica.

Bilancio di Fine Anno

Tempo di bilanci, l’anno si chiude e si sente il bisogno di un resoconto, di una lista di cose accadute in questo 2020, giudicato dai più “annus horribilis”. Abbiamo questa necessità di ripetere a noi stessi quanto la pandemia ci abbia migliorati, illudendoci che abbia avuto luogo una palingenesi collettiva, quando al contrario, a mio modesto avviso, questo evento ha tirato fuori in buona parte dei casi il lato peggiore e mediocre di tutti noi, tra delazioni e scontri ideologici persino in un contesto drammatico come questo. Dobbiamo metterlo però nero su bianco qui sulle reti sociali, quanto abbiamo rivalutato l’essenziale, quanto abbiamo tenuto duro chiudendoci in casa come dei vigliacchi, con lo scopo di ricevere l’accondiscendenza dei nostri “amici”, ostentando quell’insana voglia di succhiarci vicendevolmente i nostri minuscoli uccelletti e i nostri grilletti secchi e rugosi, ostentando una profondità che, neppure osservata con troppa attenzione, è invero intrisa di banalità e di ovvietà. Lo so bene, la sento anch’io, la sentite voi, la sentiamo tutti, magari solo per un istante, quell’energia che ci ricarica, desideri e sogni che potrebbero realizzarsi, progetti, idee, visioni, missioni, voglia di cambiare noi stessi, voglia di cambiare gli altri, voglia di cambiare il mondo, ma a quel punto ci penserà nostra moglie, nostro marito, i nostri figli, i nostri genitori, i nostri suoceri a farci rimettere i piedi per terra, a seguire esclusivamente il senso del dovere e il senso di colpa, a rientrare nei ranghi, rinchiusi nella gabbia di una serenità di facciata e di una vita da schiavi, tiepida, molle, piena di rimpianti e di rancori verso chi ci ama, nostri padroni e servi a loro volta d’altri padroni servi a loro volta d’altri padroni, in un circolo vizioso generazionale senza via d’uscita.Per la gran parte di noi, si sappia: una volta giunta la fatidica mezzanotte, non cambierà assolutamente nulla, a prescindere dal contesto, a prescindere da pandemie, virus, carestie, guerre, vaccini, arcobaleni, Gramellini, Lorenzotosa, Delprete, Avvocathy e “odio che ci costa”. Resteremo vincolati alle nostre coazioni a ripetere, sintomo patognomonico perfetto di un’esistenza piena di menzogne e totalmente soverchiata dall’altrui volere.

Sappiatelo: la speranza di una vita felice, piena e soddisfacente c’è, a prescindere da ciò che ci accade intorno. Le vie d’uscita ci sono, ma costano fatica e siamo troppo pigri per metterci davvero in gioco. Non divorzieremo neppure quest’anno, non compreremo quella casa al mare che ci piace tanto, non cambieremo lavoro neppure nel 2021. Pazienza.

Domani, se erro, sarà il 32 dicembre 2020.

Trentadue. Dicembre. Duemilaventi.

Buona serata.

Vaccino Anti-Covid

Molto bene, è una giornata storica, il vaccino anti-covid è finalmente giunto nel Belpaese e le prime dosi sono state somministrate. La collettività gioisce dinanzi a questa notizia, nutrendo la speranza che in circa sei mesi si possa tornare alla vita d’un tempo.

Eppure, parliamoci chiaro, siamo davvero sicuri che questa sia una buona notizia? Pensateci seriamente: tra pochi mesi si tornerà a condividere l’ufficio con gente che abbiamo sempre detestato, le mascherine verranno meno e torneremo a sentire l’alito fetido dei nostri colleghi. Ilario, il toccaccione di trent’anni appena compiuti che vuole cambiare il mondo, magari assunto da poco, si presenterà dandoci una pacca sulla schiena e massaggiandocela, chiamandoci con il nome di battesimo o, peggio, con il nostro diminuitivo, come se ci conoscesse da una vita, con lo scopo di elemosinare la nostra simpatia prima di sferrare l’inevitabile coltellata alla schiena. Le strade torneranno a essere trafficate, saremo costretti nuovamente a uscire il sabato sera alla ricerca di parcheggio e di un posto libero in pizzeria e il prossimo Natale lo passeremo nuovamente con genitori, suoceri e parenti, non più in videochiamata, per cui saremo costretti a rispondere de visu a tutte le domande imbarazzanti dei nostri vecchi rottinculo.
Cari lettori e care lettrici, diciamoci la verità: ma quanto cazzo siamo stati da Dio in questa situazione?

Buon vaccino, una volta immuni, sapete qual è la prima cosa che dovete fare. A buon intenditor…

Casa Surace – Le Ali Tarpate della Schiavitù

Era stata una giornata durissima. Tra clienti arroganti, maleducati, litigiosi, dalla scarsa igiene personale, incapaci di rispettare la fila, quel turno di otto ore alle casse del supermercato Lidl di Largo Balestra sembrava essere durato in eterno. Al solito, gli dolevano le mani e la schiena per aver passato tutto il tempo seduto a spostare merce e a battere scontrini. Non ultimo, un cliente era entrato esattamente cinque minuti prima della chiusura e aveva ritardato la fine del turno di venti minuti. Pasqui uscì dal supermercato alle dieci e trenta di sera, con ancora indosso la divisa e, con passo lento e rassegnato, si avviò verso casa. Sapeva che avrebbe dovuto affrontare circa tre quarti d’ora di cammino per raggiungere il monolocale in affitto in Via Gola, presso cui viveva ormai da cinque anni. Non poteva permettersi l’abbonamento per i mezzi pubblici, così come non riusciva a far fronte alle spese dell’affitto da solo, alle quali badava come sempre mamma Antonella, ormai ottantenne e con molti acciacchi, ma comunque ancora capace di comandarlo a bacchetta. Pasqui era totalmente invischiato nella sua ormai ventennale dipendenza da cocaina, oltre a essere consumato da un grave alcolismo e dalla frequentazione di escort, queste ultime ormai non più di lusso per problemi di budget, ragion per cui sfogava le sue pulsioni sessuali con donne in età avanzata, in rapporti squallidi della durata di circa trenta secondi. I tempi d’oro di Casa Surace erano ormai finiti, il format aveva chiuso da un paio di lustri e lui era stato cacciato via dal cast poco prima, a causa di rancori e conflitti mai risolti con il suo vecchio amico Massimo, in arte Ricky, il quale aveva tagliato ogni tipo di comunicazione con lui. Dalle notizie che gli erano giunte per vie traverse, quest’ultimo aveva trovato lavoro come impiegato presso il comune di Vimodrone, grazie alla raccomandazione di uno zio maresciallo. Del resto del cast, invece, non aveva che pochissime notizie. Le donne, Fernanda e Sara, erano tornate a Sala Consilina e avevano messo su famiglia, sposandosi con degli impiegati comunali, buoni partiti secondo la mentalità del posto, andando a vivere a due passi dalle loro madri. I sogni di libertà, le loro ambizioni, la loro speranza di poter sfondare nel mondo del cinema, utilizzando Casa Surace e il web come trampolino di lancio, erano stati uccisi dai loro sensi di colpa nei confronti dei genitori che si inventavano malesseri e malanni d’ogni tipo per ricattarle, oltre che da un richiamo atavico al dovere di procreare per compiacimento nei confronti del senso comune. Erano cadute anche loro nella rete di un matrimonio grigio e spento, accompagnato dall’obbligo dei pranzi domenicali con i parenti. La loro bellezza e freschezza di un tempo erano ormai divenute un’antica rimembranza e avevano lasciato il posto a delle donne sfiorite, sempre più canute, ingrassate e somiglianti alle loro anziane e ingombranti madri. I soci fondatori di Casa Surace, infine, erano letteralmente scomparsi nel nulla dopo che la società, a un passo dalla bancarotta, era stata ceduta a una multinazionale cinese per quattro soldi.

Pasqui camminava e rimuginava su tutto questo, pensava a quei ricordi un tempo felici, fissando lo sguardo nel vuoto, il cuore gonfio di malinconia. I suoi capelli e i baffi erano ormai divenuti grigi, i denti ingialliti a causa del fumo, rughe profonde solcavano la sua fronte e il contorno dei suoi occhi, mentre il ventre s’era fatto pingue. Non era sicuramente ciò che si suole definire un figurino ai tempi, ma il rallentamento del metabolismo dovuto all’età, l’abuso di alcol e droghe e la vita sedentaria lo avevano ormai reso completamente obeso.

Finalmente raggiunse casa. Erano quasi le undici e mezza, ci aveva messo praticamente un’ora per raggiungere il suo domicilio. Aveva il fiatone ed era completamente sudato. Infilò la chiave nel pesante portone d’ingresso del condominio, lo aprì ed entrò nel cortile. Fece pochi passi verso la porta di casa, preceduta da due gradini che percorse con passo affaticato. A quel punto inserì la chiave nella toppa, diede due giri, la spinse ed entrò. Aveva preso un monolocale al piano rialzato, venti metri quadrati con bagno cieco, una sola finestra nel soggiorno/notte che dava sul locale rifiuti. Quel tugurio era malamente ammobiliato con dell’arredamento vetusto da quattro soldi. Vi era, inoltre, un odore insopportabile di chiuso e di cipolla. Pasqui aprì la finestra per far arieggiare quell’unica stanza, memore degli insegnamenti di mamma Antonella, ormai metabolizzati, in merito al fatto che la casa adda piglià aria, per quanto fosse praticamente inutile effettuare un’operazione del genere in quel buco, che sarebbe rimasto comunque fetido, anche se fosse rimasto per anni con porta e finestra aperta.

Si avvicinò alla parete attrezzata di fronte al divano letto, su cui poggiava un vecchio televisore non funzionante lasciato dal proprietario del monolocale. Accanto, c’era una fotografia. Si chinò e la raccolse: era una vecchia immagine di repertorio, con immortalati tutti i suoi vecchi amici, il cast di Casa Surace al completo, vent’anni prima, sorridenti e felici, pieni di sogni e di belle speranze. Erano tutti ancora lì, i soci fondatori, Ricky, Fernanda, Sara, mamma Antonella. C’era persino nonna Rosetta in quella foto, scomparsa ormai da tre anni, in concomitanza con la cacciata di Pasqui dal cast, alla quale non aveva avuto il coraggio di fare un ultimo saluto, a causa di una profonda vergogna e per senso di colpa. Guardò quella foto e la nostalgia e i rimpianti che provò suonarono come una coltellata in piena gola. Lacrime salate cominciarono a sgorgare copiose dai suoi occhi, bruciando sulle sue gote raggrinzite, e realizzò quanto si sentisse solo e disperato. Comprese di aver investito tutte le sue energie e la sua vita in quel format con l’idea che non avrebbe mai smesso di piacere al pubblico e che sarebbe durato in eterno, quando in verità, con il passare degli anni, era divenuto noioso e ripetitivo, lentamente rimpiazzato da nuovi ingressi nel mondo delle webserie, che, per quanto apparentemente innovative, erano a loro modo inesorabilmente stereotipate e mainstream. Loro, al contrario, non erano stati capaci di adattarsi ai tempi. A un certo punto avevano cominciato a sentirsi stanchi, a perdere flessibilità, a non esser capaci di adattarsi alle esigenze del loro pubblico. Venute a mancare le energie di un tempo, avevano cominciato a vivere di rendita sui guadagni passati e a sperperarli, a utilizzare la società come una vacca da mungere, finché quest’ultima non si era completamente rinsecchita e si erano trovati improvvisamente senza un centesimo, ridotti sul lastrico, pieni di debiti e costretti a liquidare la società.
Pasqui posò nuovamente la fotografia sulla parete attrezzata e in quel momento ebbe un’amara illuminazione: non c’era più scampo, non c’era più nulla da fare. Sapeva di essere finito in disgrazia, non era stato in grado di cadere in piedi come gli altri. Da celebre attore era divenuto uno squallido commesso di un supermercato, tormentato da dipendenze d’ogni tipo e mantenuto ancora da una madre anziana, nonostante fosse sulla soglia dei cinquant’anni. In quel momento, toccò con mano la sua viva e cocente disperazione, la sua concreta e inesorabile miseria. Rimase dieci minuti buoni a fissare il pavimento, il sale delle sue lacrime ancora pizzicava sul suo volto. Si sentiva ormai svuotato, comparsa di un’esistenza priva di senso, senza prospettive e progetti, completamente annichilito. A un tratto, decise: avrebbe scritto una missiva, rivolta a qualcuno dei suoi vecchi compagni d’avventura di gioventù. L’avrebbe spedita probabilmente a Ricky, l’unico di cui conosceva l’indirizzo email, l’unica persona con cui, in quegli anni, aveva costruito un autentico legame, purtroppo reciso dopo che, ai tempi, questi aveva scoperto la sua relazione clandestina con la sua prima moglie Fernanda, anche lei estromessa dal cast e ripudiata.

Pasqui mise mano al suo vetusto smartphone, si avvicinò al tavolo da pranzo, si accomodò e cominciò a digitare:

Mio caro Ricky, è incredibile come procedano lentamente le cose qui dentro. Ricordo che una volta, quando eravamo ragazzi, vi era più frenesia, ma ora tutto tace. Sembra che all’improvviso il mondo non abbia più fretta. Dopo diciotto mesi di reddito di cittadinanza, i navigator mi hanno trovato un monolocale in zona Giambellino e un lavoro. Sono commesso in un supermercato. È un lavoro duro. Io faccio del mio meglio, ma le mani, la schiena e il culo mi dolgono in continuazione. Al direttore non sono molto simpatico. Qualche volta dopo il lavoro vado nel parco e do da mangiare agli uccelli. A volte penso che potresti venire lì, così, per farmi un saluto, ma non ti ho mai visto. Spero che dovunque ti trovi tu stia bene e ti si sia fatto nuovi amici.
Ho qualche problema a prendere sonno la notte. Faccio spesso dei brutti sogni in cui cado nel vuoto, mi sveglio spaventato e a volte mi ci vuole un po’ per ricordarmi dove sono. Magari dovrei comprarmi una pistola e rapinare il supermercato, così mi manderebbero in galera, dove almeno avrei vitto e alloggio gratis e non sarei costretto a lavorare e a continuare a farmi mantenere da una madre anziana e prepotente. Potrei sparare al direttore, già che ci sono, tanto per andare sul sicuro, ma credo di essere troppo vecchio ormai per fesserie del genere. Non mi piace qui, mi sono stancato di avere paura in continuazione. Così ho deciso di andarmene. Non credo che se la prenderà nessuno. A che serve, un terrone mantenuto come me.


Concluse la lettera e la inviò. A quel punto, posò lo smartphone, si alzò, si recò in bagno e fece una lunga doccia, terminata la quale, aprì l’armadio e recuperò il suo miglior vestito, un vecchio abito risalente a un matrimonio tenutosi una ventina d’anni prima. L’abito gli stava ancora bene, nonostante i chili presi, d’altro canto lo aveva acquistato di qualche taglia più abbondante, seguendo i consigli della sua onnipresente madre, la quale soleva ripetergli come un mantra: “Ti starà bene quando diventerai più grande”. A quel punto, si recò verso l’angolo cottura, aprì la dispensa e recuperò il suo vecchio coltellino svizzero e una robusta cima, al cui capo era già stato preparato un perfetto nodo scorsoio. Prese una sedia, la portò al centro della stanza e vi salì sopra, legò l’altro capo della cima a una delle travi del soffitto, stringendo con forza e con il coltellino incise nella trave la scritta Pasqui è stato qui. A quel punto, infilò la testa nel cappio, ormai pronto a lasciar cadere la sedia sotto i suoi piedi e a salutare quella vita infame, quando a un tratto udì una musica familiare, una melodia che per anni aveva accompagnato la sua lunga adolescenza spensierata: La Tarantella del Ciutaglione. Era in realtà la suoneria del suo vecchio smartphone, una videochiamata di mamma Antonella. Pasqui alzò gli occhi al cielo, ma non ebbe la forza di proseguire in quell’insano gesto senza prima fare un ultimo saluto a sua madre.

– Uè Ma’! Tutto a posto! Sono appena tornato a casa! Volevo dirti che non ce la faccio più e volevo…
– Uè Pasquà! Che stai a fare sulla sedia con quella corda al collo? Scendi chissà ti fai male!
– Ma’, ascoltami un attimo! Veramente volevo dirti che non ne posso più e sto per farla fi…
– Pasquà! Senti a me! Vedi che ti ho ricaricato la Postepay, così paghi l’affitto di ‘sto mese! Domani ti arriva un altro pacco di vasetti. Se non stai a casa, dì ai vicini tuoi di fartelo trovare davanti alla porta quando torni! Vabbuò?
– Ma’, sinceramente io sto per…
– Pasquà! Ricordati di chiamare zia Pina, che oggi compie ottantasei anni! Ti sei ricordato di aprire la finestra quando sei arrivato? A casa adda piglià aria!
-Ma’, se mi fai dire una cosa…
-Pasquà, prima di addormentarti mandami un messaggio, vabbuò?
– Ma’…
– Ciao Pasquà, ci sentiamo più tardi!

Mamma Antonella chiuse la chiamata. Pasqui, basito, in piedi sulla sedia, con il cappio attorno al collo, fissava lo smartphone, mentre una rabbia feroce e disumana, dovuta a un violento senso di incomprensione che lo coglieva tutte le volte che interloquiva con sua madre, cominciava a montare dal profondo delle sue viscere, finché non esplose in un urlo disumano:

– Ascoltami, vecchia puttana di merda, cazzo!!! Mi devi ascoltare quando parlo! Chiaro, puttana schifosa? Sono un adulto ormai! Sono adulto, troia di merda! Non puoi trattarmi come un bambino! Vai a farti fottere, troia, troia, troia, puttana, puttana, puttana!!!

A quel punto, digrignando i denti e soffiando come un toro dalle narici, prese il suo smartphone e lo scagliò con furia omicida contro la parete, accompagnando il suo ultimo viaggio con un urlo bestiale e doloroso, finché non si schiantò fragorosamente contro il muro andando in frantumi. Quando vide il suo vecchio smartphone andare in pezzi, fu immediatamente colto da un terribile pentimento, dato che quella sera non sarebbe stato in grado di dare la buonanotte a sua madre, che si sarebbe preoccupata e non avrebbe chiuso occhio per causa sua. Si liberò del cappio, saltò dalla sedia e, pieno d’angoscia, raccolse i pezzi del telefono uno per uno, cercando inutilmente di rimetterli assieme con lo scopo vano di poterlo fare funzionare di nuovo, mentre ricominciò a piangere come un disperato, sapendo che non aveva denaro a sufficienza per acquistarne uno nuovo.

L’indomani, la sua giornata sarebbe ricominciata esattamente uguale alle precedenti e a tutte le altre. I suoi giorni sarebbero stati tutti uguali per tutta la sua vita, senza possibilità di salvezza, né di redenzione.

Fino al giorno in cui avrebbe esalato, non per sua scelta, l’ultimo respiro.


Deliri Prenatalizi

Il Santo Natale è ormai alle porte. Abbiamo ormai fatto una bella scorpacciata di retorica insopportabile relativa all’atipicità di queste festività, un Natale fatto di famiglie lontane, di figli ultratrentenni separati dai genitori a causa di questo crudele nemico invisibile che ha gettato tanto scompiglio nelle nostre vite, ormai da un anno a questa parte. Detto sinceramente, questa narrazione appare alquanto forzata e superficiale. È noto, difatti, che la gran parte di noi passerà la cena della Vigilia e il pranzo di Natale in videochiamata, per cui come al solito non perderemo occasione per lamentarci di quanto i nostri parenti siano degli impiccioni, anche se la cruda realtà è che siamo noi stessi a dar loro il consenso di intrufolarsi nelle vostre vite, incapaci di mettere dei sani limiti, a caccia della loro compiacenza e di una loro benedizione che non giungerà mai, alla stregua di pargoletti che hanno imparato da poco a camminare e vogliono mostrare ai cosiddetti adulti quanto sono bravi. Riesco a visualizzare bene le scene ridicole di domani: avrete preparato la vostra penosa pasta al salmone, magari con un’aggiunta di aneto e pepe, con delle belle tartine al tartufo, il tutto accompagnato dallo spumantino del discount, impiatterete il tutto sentendovi dei novelli Carlo Cracco e bombarderete di foto orribili i gruppi Whatsapp che avete messo su con i vostri familiari, nella speranza che vi dicano quanto siete carucci, ciccini e morbidini, ma facendo dipendere inesorabilmente la vostra autostima dal loro giudizio e non da un sano rispetto per voi stessi. Debbo dire che l’avanzamento tecnologico ha al contrario azzerato le distanze, per cui non è di fatto più possibile sparire del tutto, non farsi più trovare, darsi alla macchia. Si è rintracciabili in ogni momento, ma la grande amarezza risiede nel fatto che in fin dei conti siamo noi stessi complici di ciò. Pensiamo, solo per un istante, all’atto d’iscrizione a qualsiasi social network. La rete sociale in questione ci domanda se, con l’iscrizione e cliccando su ok, accettiamo di perdere una volta per tutte la nostra privacy e di conseguenza dignità. E noi neppure le leggiamo, quelle condizioni, e, inesorabilmente, diamo il consenso, pigiamo inesorabilmente sul tasto ok e andiamo avanti, mostriamo i nostri cazzi e le nostre fiche a chiunque, ci esponiamo continuamente, perché la parola d’ordine dei nostri tempi è trasparenza. Non bisogna nascondere più nulla, vietato occultare, vietato essere introversi, vietato avere momenti di solitudine, momenti per sé stessi, fuori dalle luci della ribalta. Di fatto, lo siamo diventati, trasparenti, praticamente invisibili, alla stregua di fantasmi di passaggio, ma che, inesorabilmente, non lasciano alcun segno.

Vorrei concludere al solito con un’opinione moderata e un punto di vista che senza meno condividerete: in base a quanto detto sopra, è giusto provare una certa invidia nei confronti di quella fortunatissima generazione che ha avuto il privilegio di combattere al fronte nel corso del secondo conflitto mondiale, per il semplice fatto che hanno avuto l’opportunità di sparire per anni e non far pervenire a parenti e affini nessuna notizia in merito al loro stato di salute. D’altro canto, se a questa pandemia deve far seguito un’altra catastrofe collettiva, ben venga una guerra. Il virus ci ha costretti in casa, ci ha resi sedentari e pigri. Un conflitto di proporzioni bibliche quanto meno ci costringerebbe a fuggire sotto fiumi di bombe, consentendoci anche di fare della sana attività all’aria aperta e rendendo lo scenario più dinamico e divertente.

Non voglio mancare di rispetto a chi ha perso la vita in circostanze di questo tipo, sia chiaro, d’altro canto anche io ho perso mio nonno al fronte.

E aveva appena compiuto tre anni. Tre anni.

La pandemia del turismo compulsivo

È ormai domenica sera. Il buon Giacomo d’altro canto ci aveva avvertiti: …tristezza e noia / recheran l’ore, ed al travaglio usato / ciascuno in suo pensier farà ritorno. È dunque questo un momento assai propizio per stemperare l’angoscia dell’incombente settimana lavorativa, mediante una riflessione, al solito moderata e pacata, sull’ennesima pandemia che, purtroppo, neppure il Covid-19 è stato capace di debellare: quella del turismo compulsivo.

Facciamo un riepilogo. Immagino ricordiate bene in che condizioni erano i social network fino allo scorso anno. Mi riferisco, nello specifico, ai profili di coloro che hanno girato il mondo con i soldi di mamma e papà e ci hanno ammorbato con innumerevoli fotografie, tutte tristemente identiche tra loro, dinanzi a monumenti, paesaggi, spiagge esotiche, ostentando dita a V e sorrisi sui loro volti patinati dagli orribili filtri che riescono solo a far apparir loro ancor più miserabili, magari sentendosi anche un po’ speciali, nella convinzione di aver fatto una vacanza unica, diversa da quella fatta dai compagni di liceo con cui, alla veneranda età di quarant’anni, sono tuttora in competizione, in una ridicola guerra tra poveracci, e mai termine fu più appropriato in questa circostanza. Bene, ad oggi, spulciando tra i profili social di costoro, tra una focaccia integrale e una torta di mele, una copertina e una tisana con il partner con il quale il sesso è ormai un’antica e vetusta rimembranza, emerge una nicchia di nostalgici, una carovana di sensibiloni che si ostina a pubblicare fotografie di viaggi passati, accompagnando le immagini a struggenti didascalie che magnificano il senso d’attesa fremente in merito alla fine delle restrizioni e alla conseguente possibilità di tornare quanto prima a sperperare capitali ereditati e immeritati. Tra i post, ce n’è uno che mi ha colpito in particolare: foto di coppia, bacio platonico con lei che poggia le natiche su una palma, in una spiaggia non identificata. La didascalia che accompagnava questa meravigliosa immagine, peraltro impeccabile da un punto di vista della composizione fotografica, e questo fa molto riflettere sulla spontaneità e l’autenticità di questi momenti, era la seguente: Il giorno dopo il vaccino #dreamingof.

Bene, a questo punto, visto che a quanto pare siamo tutti un po’ sognatori e visionari, in questo mondo pazzerello e birbante, un po’ hungry e foolish, vorrei condividere un mio di sogno, un desiderio che nasce dal profondo del mio cuore: non posso che augurarmi che il vaccino contro Sars-Cov-2 funzioni pienamente, che gli anticorpi facciano il loro dovere nel proteggervi dal Coronavirus, ma che quest’ultimo sia pieno di effetti collaterali paradossali. La mia grande speranza è che, non appena avrete ricevuto in vena l’ambito antidoto, vi colga una violenta diarrea, la pelle vi si riempia di squame, diventiate verdi e magari vi spunti una bella coda, auspicando che quest’ultima ogni mezz’ora vi riempia di ceffoni, compensando anni di mancate cinghiate che i vostri genitori avrebbero dovuto darvi anziché mandarvi in giro per il mondo a bighellonare come dei lazzaroni. I vostri selfie, in quelle condizioni, sarebbero un vero spettacolo. Sarà uno spasso ammirare le vostre facce da rettili deperite con una didascalia del tipo “Sono diventato/a orribile, ma ciò nonostante sorrido sempre e questo mi dà la forza per andare avanti”.

Andare avanti verso dove, mi chiedo poi? Ma dove cazzo volete andare?

Buonanotte.