Delprete Fiction

Delprete fece un profondo respiro e richiuse il suo laptop. Si erano ormai fatte le dieci di sera, la giornata volgeva al termine e aveva realizzato di non avere ulteriori rabbiose invettive anti-sovraniste da pubblicare sui suoi profili social. Si sentiva spento e svuotato, sua madre gli aveva telefonato un’ora prima, tempestandolo di domande invadenti e raccomandandosi sul fatto che non uscisse di casa, perché “c’era il virus”. Delprete provava sempre un gran nervoso quando interloquiva con quest’ultima, nonostante non lasciasse trapelare pubblicamente questi sentimenti disdicevoli, che non sarebbero stati utili alla sua reputazione e alla sua immagine.
Si levò dalla sedia, fece pochi passi e si accomodò sul divano letto accanto alla scrivania, dinanzi al quale vi era un tavolo con una pila di libri che non aveva mai letto e un piccolo vassoio di alluminio che conteneva qualche bomboniera mai aperta e confetti scaduti appartenenti ai numerosi matrimoni a cui aveva partecipato negli anni passati. Viveva in uno squallido monolocale, che negli ultimi tempi gli faceva mancare sempre più l’aria, ma non avendo un lavoro fisso, schiavo com’era della sua ambizione e totalmente eterocentrato e diretto dall’altrui giudizio e dalla sua popolarità sui social, non disponeva di entrate sufficienti per potersi permettere una casa più grande, se non una paghetta mensile di circa cinquecento euro che i suoi genitori gli erogavano tramite bonifico. Delprete fantasticava con frequenza, sognava a occhi aperti il giorno in cui avrebbe ottenuto il successo sperato, mediante una carriera nel mondo della politica culminata, perché no, con un seggio in parlamento. Probabilmente questa era la sua unica e reale ambizione, mancandogli totalmente la voglia di far fatica e non conoscendo fino in fondo il significato della parola lavoro.
Intanto, il suo gatto, accovacciato a sua volta sul divano, si rimise lestamente sulle zampe e osservò con attenzione i movimenti del suo padrone, finché, non appena quest’ultimo si sedette, scappò lontano da lui.

– Vieni qui, Ettore, dai su… – fece Delprete, ma il micio si era già rifugiato in bagno, dove era dislocata la sua lettiera, per sfogare i suoi bisogni fisiologici. La cosa accadeva tutte le volte che il suo proprietario cercava di avvicinarsi a lui. A quanto pare, il felino lo disprezzava profondamente. Delprete, a quella reazione del suo gatto, si sentì profondamente amareggiato e abbattuto. Il senso di abbandono e l’esclusione erano una costante nella sua vita, una sorta di fastidioso rumore di fondo. Soffriva terribilmente di una solitudine atavica, con l’aggravante che percepiva quella sensazione anche in compagnia di altre persone, non avendo in verità mai trovato un posto nel mondo, una collocazione che lo facesse sentire a suo agio. La sua vita online, la sua presenza ossessiva sui social costituivano per lui l’unico sfogo e diletto, nonostante non fosse in grado di ammettere a se stesso di esser divenuto totalmente dipendente dalle reazioni dei suoi follower, che ormai intervenivano più per abitudine che per reale stima nei suoi riguardi.

D’un tratto, dei colpi alla porta d’ingresso lo destarono da quei pensieri cupi. Delprete sobbalzò, chiedendosi stupito chi mai potesse presentarsi a casa sua a quell’ora. Un lume di speranza s’accese nei suoi occhietti non troppo svegli, dato che avrebbe finalmente avuto l’occasione di interloquire con una persona in carne e ossa, qualcuno che non appartenesse alla sua famiglia d’origine, magari una donna, perché no. Erano forse anni che non intratteneva alcun tipo di relazione con una ragazza e l’unica possibilità che aveva escogitato per sublimare nevroticamente la sua libido era tramite le parolacce utilizzate per concludere i suoi post infantili, nella convinzione che divertissero i suoi seguaci, facendolo sentire alla stregua di un autore satirico.
S’alzò dal divano color caffè, fece pochi passi sul finto parquet giallastro, che, come tanti, pronunciava “palqué” e, con una tenue speranza, indossando delle pantofole Ikea da quattro soldi, si avvicinò alla porta d’ingresso e l’aprì. Quella speme si trasdusse immediatamente in terrore, quando realizzò chi fossero i due individui sulla soglia, incredulo di ritrovarseli davanti in carne e ossa. Sentì una forte fitta allo stomaco.

– Si può? – fece con tono solenne e perentorio Matteo Salvini, guardando Delprete con aria di sfida.

– Ma…veramente…è un po’ tardi sa… – replicò Delprete, balbettando, quasi paralizzato dallo shock.

– No? – fece ancora Salvini, con tono strafottente. Indossava gli occhiali color pannolino e la sua solita camicia bianca, con le maniche rimboccate. Al suo fianco, un uomo alto e robusto, in abito istituzionale, sfoggiava una sgargiante cravatta rossa, mentre lasciava cadere le braccia dalle sue possenti spalle lungo i fianchi, guardando di sbieco il leader della Lega e reclinando leggermente il capo dalla chioma ormai ingrigita, serrando le labbra in una smorfia che suonava come una via di mezzo tra sicumera e disgusto, annuendo lievemente: era Donald Trump, l’ex presidente degli Stati Uniti d’America.

– Ma figuratevi, prego, entrate pure, siete i benvenuti a casa mia… – fece Delprete fingendo di ricomporsi, teso come una corda di violino, ma divenuto insolitamente ossequioso e servile.

– Ah, questa sarebbe una casa? Donald, occhio a non perderti qui dentro, eh! – fece l’ex ministro dell’Interno, caustico, scoppiando in una risata. Trump guardò ancora il suo complice, muto, conservando la medesima espressione e annuendo con sicumera.

I due politici fecero il loro ingresso nel minuscolo appartamento, mentre Delprete se ne stava ancora sulla soglia, raccolto nelle spalle con aria intimorita, intanto che i due leader perlustravano con minuzia quella modesta abitazione. Salvini si avvicinò alla scrivania di Delprete, mentre Trump si sedette sul divano a braccia conserte, senza proferire verbo. Il leader della Lega si accomodò alla scrivania, aprì il laptop, aspettò qualche secondo perché si riavviasse, in un’attesa silente e carica di tensione, finché lo schermo non mostrò nuovamente il web browser con il profilo Facebook di Delprete in bella vista. Diede una scorsa ai post, finché non invitò il leader repubblicano ad avvicinarsi.

– Donald, vieni qui, vieni a vedere… – fece Matteo Salvini con moderato entusiasmo. Trump si alzò con fierezza dal divano. La sua imponente e ingombrante figura si stagliava in quella casa modesta, occupando spazio. Con passo sicuro, si avvicinò alla scrivania, appropinquando il suo volto allo schermo del computer e assumendo un’aria indagatrice. – Dai un’occhiata a questo… – insistette Salvini. Era un post risalente al 4 novembre 2020, nel quale Delprete dava del verme e del vecchio clown all’ex-presidente, in risposta a un tweet nel quale “The Donald” reclamava la sua vittoria in Pennsylvania nel corso degli spogli relativi alle ultime elezioni presidenziali. Trump strinse gli occhi e, con fiero contegno, annuì. Si mise ritto sulla schiena e si voltò verso Delprete, che nel frattempo aveva preso posto su una sedia da quattro soldi posizionata accanto al divano, lo fissò negli occhi con aria severa e disse:

You are a nasty, vindictive, horrible person!

– Cosa? – fece Delprete terrorizzato, incapace com’era di capire l’inglese parlato.

A quel punto, Salvini si alzò e si avvicinò lentamente a Fabrizio, ormai totalmente in preda alla confusione e annebbiato da un terrore cagionato dal fatto che qualcosa di terribile stava per accadergli.

– Lo capisci l’inglese, fenomeno? – fece il leader della Lega con sicurezza.

– Cosa? – replicò ancora Delprete.

– Ah, no? – fece ancora Salvini, sempre più minaccioso.

– Cosa? – ormai era divenuto un disco rotto.

Trump annuì sconsolato, sospirò e diede nuovamente le spalle a Delprete, continuando a perlustrare la casa. Nel frattempo, Salvini aveva afferrato il tavolo accanto al divano e, in uno scatto di rabbia, lo rovesciò a terra, facendo cadere rovinosamente al suolo gli oggetti che vi poggiavano sopra.

– Di’ cosa un’altra volta! Di’ cosa un’altra volta, figlio di puttana! Ti sembriamo delle puttane forse?

– N…n…no, no!

– E allora perché hai cercato di fotterci? A noi non piace farci fottere da nessuno, eccetto che da Francesca e Melania, non necessariamente in quest’ordine! – urlò Salvini. A quel punto, sfogata la sua ira, fece uno dei suoi sospiri artefatti, ricomponendosi. Annuiva velatamente, guardando Delprete con un’aria di pena e commiserazione acuta, il quale era sul punto di scoppiare in lacrime, mentre si agitava freneticamente sulla sedia, tenendo entrambe le mani sopra la testa e occultando il volto tra i gomiti.

– Dì un po’, fenomeno – fece Salvini – preghi ogni tanto?

Delprete fece sbucare il suo sguardo dalle braccia, incrociando quello del Capitano. Inarcò le sopracciglia in un’espressione di dolore e paura e proferì, singhiozzando timidamente:

– S…sì…

Salvini, in quel momento, lo guardò con benevolenza, come si guarda a un fratello minore un po’ discolo, sospirò ancora e abbozzò un sorriso. – Bene! – gli rispose. A quel punto, estrasse dalla camicia il suo famoso rosario, lo baciò come sempre e disse:

– Allora pregheremo insieme, fenomeno, oggi è il tuo giorno fortunato! Dai forza, insieme a me. L’eterno riposo, dona loro Signore… lo conosci il testo, sì?
– Cosa? – Delprete si stava agitando di nuovo.
– Prega con me, avanti, fenomeno: L’eterno riposo, dona loro Signore…

Delprete, confuso, spaesato e impaurito, guardò ancora Salvini. Sapeva di non avere molta scelta e a quel punto, fece eco al leader leghista.

L’eterno riposo, dona loro Signore
…e splenda ad essi la luce perpetua.
Riposino in pace. Amen!
…and Awomen! – fece Delprete convinto, ricevendo in risposta un ceffone in pieno viso, il cui suono riecheggiò in tutta la stanza. Trump si era voltato per un istante, distratto dal rumore di quello schiaffo, per poi ricominciare a perlustrare la casa, scuotendo la testa in segno di disapprovazione.

– Non fare lo spiritoso, figlio di puttana, prega come Dio comanda! – fece severo Salvini.

Delprete proseguiva con voce rotta, ormai consapevole di non avere scampo, privo di un’idea chiara in merito a ciò che l’attendeva: – L’eterno riposo, dona loro Signore…

– Donald, avvicinati pure, ci siamo quasi, tu intanto non fermarti e prega, coglione! – disse il Capitano. Trump si avvicinò e si posizionò alla destra di Delprete che continuava a recitare ciclicamente la nota orazione in onore dei cari estinti. A seguire, Salvini si liberò del suo rosario e lo appese al collo di Delprete, porgendo il crocifisso nella sua mano.

– Bacialo ora, ripetutamente! – ordinò il leader della Lega.

Delprete, ormai totalmente stremato e fiaccato nella volontà, eseguì senza opporsi. Con sguardo spento, faceva schioccare le sue labbra sull’immagine di Cristo, quest’ultimo forse caduto in una pena ancora più crudele della crocifissione. Intanto, Salvini si posizionò alla sua sinistra, si accovacciò, estrasse lo smartphone dalla tasca sinistra e lo sollevò in modo i tre cadessero nell’inquadratura, esibendo il più smagliante dei suoi sorrisi. Anche Trump si era accovacciato, sorridendo senza mostrare denti e labbra, alla sua maniera, finché il leader della Lega non scattò la foto. Si alzò in piedi e ne osservò compiaciuto il risultato, raggiunto immediatamente da Trump che avvicinò il volto allo schermo dello smartphone, poggiando amichevolmente la mano sulla spalla del Capitano.

– Niente male, vero Donald? Sembriamo davvero un terzetto affiatato, un trio di amici di vecchia data. Guarda com’è venuto bene il fenomeno, con quanta fede bacia il rosario. – Trump annuì con convinzione e stima nei riguardi del suo collega italiano.

Fu solo a quel punto che Delprete realizzò quale fosse l’idea dei due politici sovranisti, in quel bizzarro quanto insolito vertice bilaterale tra Italia e Stati Uniti d’America. Piagnucolando, strillò:

– No, no, no! Vi supplico, non fatelo! Vi scongiuro, no! Questo, no!

Salvini guardò di sbieco Delprete, sorridendogli in maniera machiavellica e, a quel punto, si accomodò nuovamente alla scrivania. Una volta seduto, si rivolse per l’ultima volta a Fabrizio, esclamando:

– Questo sì, fenomeno…

Ci mise un attimo: collegò con un cavo USB il suo smartphone al laptop e caricò la foto appena scattata su tutti i profili social di Delprete, accompagnando quell’immagine alla seguente didascalia:

Solo gli imbecilli non cambiano idea.
Annateveneaffanculo testedecazzo!
#salvini #trump #sovranismo


Gli effetti di quel post si scatenarono dopo pochi secondi. Quella foto costituiva un ignobile tradimento nei confronti di tutti coloro che lo avevano seguito fino a quel momento. I suoi seguaci commentarono inviperiti quell’imperdonabile voltafaccia del loro idolo, finché, dopo pochissimi minuti, lasciarono in massa i suoi profili, facendolo cadere immediatamente nel dimenticatoio. Delprete, per ogni follower perso, percepiva il lento e inesorabile crepitio del suo cuore spezzarsi. Ripensò agli anni d’oro, al successo ottenuto con quelle blande battaglie politiche accompagnate dalla sua ruspante semplicità pugliese, nella convinzione che un domani avrebbe potuto vivere solo di quello, ma fu in quel momento che, al contrario, la cruda realtà gli venne sbattuta in faccia impietosamente: non avrebbe mai recuperato nessun tipo di credibilità. Qualsiasi cosa avesse pubblicato successivamente, non avrebbe avuto più alcun peso. Era finito, del tutto. Non aveva altra scelta: doveva trovarsi un lavoro modesto o, in alternativa, tornare a casa dei genitori e continuare a farsi mantenere. Avrebbe optato per la seconda opzione, era troppo tardi per iniziare a lavorare sul serio. Troppo tardi per far fatica. Troppo tardi per tutto.

Trump e Salvini, compiuta la loro missione, uscirono senza salutare dallo squallido monolocale, seguiti a ruota dal gatto, il quale in quell’istante capì che avrebbe avuto senz’altro una vita migliore e più dinamica come randagio.

La porta si chiuse. E in quell’istante, Delprete toccò con mano la sua pochezza, la sua ultima solitudo. Era stato nient’altro che un becero fuoco di paglia, come ce ne sono tanti.

Cadde in ginocchio al suolo, cacciò un urlo lancinante e scoppiò in un pianto disperato.

Si era ormai fatto nulla, nulla assoluto.

Il Lato Oscuro di Andrea Scanzi – Parte 1

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Aveva appena terminato la diretta Facebook, nel suo studio, la parete alle sue spalle tappezzata delle foto in bianco e nero dei suoi idoli musicali, tra i quali spiccavano Knopfler, Bowie, Gaetano. In mezzo ai suoi musicisti preferiti, faceva capolino il logo de Il Fatto Quotidiano.

Scanzi aveva utilizzato la solita scaletta: introduzione con un brano di suo gradimento, preceduto, come spesso accadeva in quelle circostanze, da un velato riferimento al fatto di aver consumato un rapporto sessuale con la sua compagna. A ciò, aveva fatto seguito la consueta degustazione di vino, per poi partire con i soliti attacchi nei confronti di Matteo Salvini e Matteo Renzi. Oltre a questo, il giornalista aveva avuto modo di utilizzare la diretta per sfogarsi con i suoi fan, ribadendo con veemenza di essere alto un metro e ottantotto centimetri, dato che, secondo il parere di alcuni, “in televisione sembrava più basso”.

Andrea chiuse il suo Apple e spense la telecamera. Era molto stanco e affaticato, lo percepiva concretamente. Su consiglio del suo analista, ormai dichiarava apertamente parte delle sue fragilità anche nel corso delle sue dirette. Era a conoscenza, anche se non del tutto, del fatto di essere un narcisista patologico e insicuro, ma questa consapevolezza non era sufficiente, e neppure la sua strategica autoironia reggeva più, né poteva costituire in qualche modo un balsamo per le sue antiche ferite d’infanzia. Quel manto di perfezione era diventato un fardello, un peso, così come quel milione e mezzo di follower, verso i quali era tenuto quasi per obbligo a ostentare una sicumera che in realtà non gli apparteneva. Per lui, il consenso era ormai divenuto peggio dell’eroina, una droga della quale non poteva più fare a meno: era divenuto dipendente dai suoi fan. A volte immaginava con terrore che cosa sarebbe accaduto se avesse perso il fondamento della sua autostima di cartapesta, chissà se avrebbe retto un giorno, il duro colpo dell’abbandono, qualora fosse avvenuto. Fondamentalmente, quel suo ego ipertrofico e quell’iperattività erano correlate da un desiderio di rivalsa e dal terrore di invecchiare. Aveva ormai quarantasei anni. Lo spauracchio dei cinquanta non era così lontano e, quando qualcosa, nel suo inconscio pieno di buchi neri, ogni tanto glielo ricordava, scacciava con rapidità quel pensiero. Aveva paura, terrore, di vedersi vecchio, stanco, dimenticato e, peggio ancora, negli ultimi tempi era terrorizzato dalla paura di morire. Quel giorno si sentiva di cristallo, sarebbe bastato un piccolo stimolo a frantumarlo in mille pezzi e a scatenargli una crisi di pianto.

Si alzò e uscì dal suo studio, affranto, cupo, pesante. In quel momento, il suo cellulare squillò. Aveva scelto come suoneria “Another Brick in The Wall”.

– Dovrò decidermi a cambiare questa suoneria di merda prima o poi, detesto questi cazzi di Pink Floyd! – pensò tra sé e sé. Diede un’occhiata allo schermo, era Matteo Salvini. Rispose.

– Senatore buonasera, come sta? – fece Scanzi caustico, scacciando via temporaneamente le nebbie mortifere che lo fagocitavano e ricomponendosi, parlando con tono strafottente e ostentando la consueta sicumera.

– Carissimo Andrea! – rispose Salvini – Ho appena visto la tua diretta su Facebook e, come al solito, non me le hai mandate a dire neppure questa volta, vero? Eh! Eh! Eh!

– Caro Matteo, non occorre che ti ricordi tutte le volte l’accordo che abbiamo fatto, dato che ne sei ampiamente a conoscenza. Io mi auguro sempre, con il cuore te lo dico, credimi, che tu non la prenda mai e poi mai sul personale. Purtroppo non abbiamo altra possibilità che recitare questa parte, dato che siamo entrambi preoccupati di mantenere il supporto e il consenso dei nostri reciproci sostenitori.

– Senza dubbio, Andrea, senza dubbio! Ti pare che me la sia presa? Non dare ascolto alle voci di corridoio o, peggio, alle chiacchiere di Giorgetti, che mi dipingono come permaloso e vendicativo. Puoi attaccarmi come e quanto ti pare. E’ anche grazie a te che riesco a mantenermi sopra il 25% dei voti, questo almeno secondo gli ultimi sondaggi. Lo sappiamo entrambi, amico mio: ogni eroe ha bisogno della sua nemesi, è così che funziona il mondo della politica e le sue narrazioni. E mi sembra di capire che, negli ultimi tempi, anche il giornalismo si sia adeguato a questo andazzo.

– Matteo, sei un vero amico e ti invito a fare altrettanto con me. Se occorre, attaccami, dammi addosso. Ok? Per me è fondamentale restare sopra il milione e mezzo di follower! Ne va della mia reputazione e di quella del giornale per cui lavoro. A proposito, prima che me ne dimentichi: sabato sera, tu e Francesca siete miei ospiti a cena, va bene? Tra l’altro, ieri mi ha chiamato Denis, avrò modo di raccontarti con calma quello che ci siamo detti. Ti faccio la solita raccomandazione: sabato, quando arrivi qui, cerca di entrare dal cancello posteriore del condominio, ok? Qui è un attimo che ci becca qualche giornalista e il gioco finisce. Un giornalista vero, voglio dire.

– Molto volentieri, Andrea caro. Ho ritrovato un vecchio vinile che sicuramente ti piacerà. Te lo porto e mi darai la tua opinione, va bene?

– Benone, amico mio! Sono proprio curioso di sapere di che si tratta! A presto!

– Ciao Andre! Un abbraccio!

Scanzi chiuse la telefonata ed emise un sospirone, sollevato. Gli tornò il solito nodo in gola e quella sensazione di cupa depressione fece nuovamente capolino e riprese a fargli compagnia. Entrò nella stretta cucina del suo trilocale, accese la luce e aprì la dispensa, dalla quale estrasse un sacchetto di plastica contenente della polvere bianca. Prese un cucchiaio da minestra, ne raccolse una montagnetta e la depositò successivamente su un tagliere per salumi. A quel punto, tirò fuori dal portafogli la sua carta di credito, con la quale divise la montagnetta in un certo numero di righe, e una banconota da cinquanta euro. Arrotolò la banconota, la inserì nella narice destra, tappandosi la sinistra con l’indice , si chinò lungo il tavolo, e a quel punto, fece un tiro energico. Non appena la coca entrò nel naso, ebbe uno scatto fulmineo all’indietro, sniffò ripetutamente per quattro volte e si portò subito la mano sull’occhio destro, presso cui avvertiva, come di consueto quando si faceva, una fitta intensa.

– Cristo, che botta! – fece Scanzi.

Si sentì meglio, la sensazione di vuoto che provava poc’anzi si dileguò vagamente, per far posto alla consueta spenta euforia. Non gli dava più lo stesso effetto delle prime volte. Ormai si faceva solo per sentirsi in uno stato d’animo leggermente normale.

Intanto, dalla camera da letto, la voce della sua compagna lo richiamava:

– Amore? Vieni a letto? E’ tardi.

(Continua…)

Dino Veniti alle Urne – Parte 3

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(…Continua da qui – Parte 2)

– Tu credi di esserti salvato il culo, cambiando parrocchietta, razza di fariseo voltagabbana? Hai un’idea vaga del secolo in cui ci troviamo? Te lo dico io, nel caso te ne fossi dimenticato: nel ventunesimo! Siamo abbondantemente nel terzo millennio, cazzone! E tu credi davvero che il partito unico non verrà a conoscenza del tuo passato da progressista, da sinistro, da radical chic con questa bella spolverata di cristianesimo ostentato, tanto per avere la botte piena e la moglie ubriaca? Credi che il partito non avrà a disposizione un corposo archivio su cui, a caratteri cubitali, fa bella mostra il tuo nome e il tuo faccione rassicurante? Pensi che al suo interno non ci siano tutte le tue telefonate, le tue lettere cartacee di quando eri ragazzino, le tue conversazioni sui vecchi e nuovi sistemi di messaggistica istantanea, i tuoi post sulle reti sociali, le tue foto alle manifestazioni per la libertà di stampa e per la pace, ai concerti del primo maggio, quando da adolescente ci andavi solo per ubriacarti e fumarti quale spinello? E, dulcis in fundo, sei davvero così convinto che il partito non abbia archiviato tutte le domande che hai posto ai motori di ricerca? Sapranno tutto, persino i tuoi pensieri più reconditi, le tue paure più inconfessabili, le tue depravazioni e perversioni. Il tuo passato è incancellabile. E il nuovo governo non si fiderà mai, ti dico mai e poi mai, di una banderuola al vento come te.

Dino era paralizzato dal terrore e dal dolore. Osservò a lungo l’ometto, che aveva parlato con così tanta chiarezza e sicumera, colpendo nel segno e disarmandolo. Si sentiva nudo come un verme. A un tratto, recuperando il respiro e un pizzico di lucidità, si mise in ginocchio ed ebbe la forza di pronunciare, in maniera piagnucolosa:

– Dimmi cosa posso fare. Voglio tornare indietro. Dammi quelle schede, le annullerò, non posso permettere tutto questo. Ti scongiuro, ridammele, lascia che le strappi!

Il piccino fece un sospirone. Fissò intensamente Dino con i suoi lucenti occhietti stellati. Fu una pausa interminabile, un’eternità di sguardi reciproci e intensi. Dino aveva ancora un’espressione di speranza negli occhi. Sperava che l’omuncolo inquietante, in un modo o nell’altro, gli permettesse di cambiare le sorti del paese e della sua vita, di riavvolgere il nastro della storia e di riportarlo al punto di partenza. A quel punto, l’orrido soldo di cacio, dopo aver lungamente atteso, proferì crudamente:

– Goditi il nuovo regime, pezzo di coglione!

L’ometto scomparve nel nulla. Il pavimento ai piedi di Dino, all’interno di quel cubicolo claustrofobico, cominciò a riempirsi di crepe finché non collassò facendo precipitare il malcapitato elettore nel nulla. Venìti emise un urlo che, a mano a mano, si faceva sempre più flebile, lontano, grave.

Finalmente, Dino si sfracellò al suolo, risvegliandosi di colpo: era stato uno spasmo ipnico. D’un tratto, si trovava nella sua Volkswagen T-Cross, parcheggiata dinanzi a casa sua, con entrambe le mani sudate e tremule sul volante. Attorno a lui, era un completo deserto. Il cielo era grigio. Lungo il viale alberato, non vedeva anima viva, né un auto parcheggiata. Gli alberi erano spogli e foglie secche sui marciapiedi e in strada strisciavano in crepitii accompagnando il fischio acuto del vento invernale. A parte questo, un silenzio tombale. Le villette accanto alla sua avevano le tapparelle completamente abbassate e dalle fessure di queste non trapelava luce alcuna. Dino si accorse ben presto che qualcosa non quadrava. Mani al volante, si voltò verso il marciapiede opposto alla sua villetta, presso cui erano installati gli stendardi urbani su cui il comune era solito apporre gli avvisi, le delibere del consiglio e i necrologi. Adesso questi erano tappezzati unicamente di manifesti su cui campeggiavano slogan di questo tipo:

Prima gli Italiani
Sovranismo e Autarchia contro gli Eurocrati
Confini chiusi
Famiglia e Tradizione
La Lira Libera

In basso a destra, i manifesti erano marchiati a fuoco con l’inevitabile, ormai inamovibile, simbolo della Lega.

Fece caso a un ultimo inquietante manifesto, che svettava tra tutti. Vide il faccione rassicurante e sorridente di Matteo Salvini, alla stregua di un padre buono e protettivo. Sotto il suo volto, vi era la scritta:

Il Capitano ti Osserva, ti Ascolta e ti Pensa

Dino aprì prudentemente lo sportello dell’auto, da cui scese per immergersi nella bruma del primo pomeriggio, e lo richiuse delicatamente. Si avviò di soppiatto verso la porta d’ingresso della sua villetta a schiera, su cui qualcuno aveva scritto Salonkommunist Hier. Nel leggere, Dino fu preso da un brivido che lo scosse da capo a piedi, mentre si rendeva conto che aveva bisogno di urinare. Deglutì. Prese le chiavi dalla tasca a fatica, con la mano tremante, ma purtroppo constatò che la porta era già aperta. Alzò lo sguardo e, in cima a quest’ultima, fece caso a un paio di telecamere che se ne stavano appollaiate come degli avvoltoi, in attesa di spolpare la carcassa della sua vita privata. Aprì adagio, con crescente inquietudine, mentre le viscere gli si contorcevano. Deglutì ancora. Finalmente fu in casa, posò le chiavi sul tavolino, percorse l’ingresso a passi lenti, con aria sempre più preoccupata e si avviò verso la porta del salone, aperta per metà. Si fermò per un momento: da lì, fu in grado di intravedere l’inconfondibile volto del Capitano, che in quel momento stava facendo un discorso in diretta nazionale a reti unificate, infarcito di slogan nazionalisti contro l’Unione Europea, contro l’Euro, magnificando solennemente, modulando il tono della voce in base ai dettami impartiti da “La Bestia”, i benefici di una nazione sovranista e indipendente. Il Capitano sedeva alla sua scrivania, indossando il vistoso giaccone della Polizia di Stato, con alle spalle il tricolore.

– Amore, bambini, ci siete? Papà è tornato! – fece Dino con voce tremante. Un silenzio atroce, in risposta.

L’inquietante presentimento si rafforzò, Dino procedette verso la porta del salone, vi appoggiò la mano e la aprì del tutto. E vide.

Vide i corpi impiccati della sua signora e dei gemelli Venìti, col capo reclinato, gli occhi chiusi, lividi in volto, penzolanti dal soffitto.

Dino si accasciò in ginocchio, strizzò gli occhi con tutte le sue forze, strinse i pugni, portandoli al petto, rivolse il capo al cielo e spalancò la bocca, emettendo un urlo muto. Il dolore era così disperatamente lancinante che non fu capace di proferire alcun suono, né di versare una lacrima.

Quando li riaprì, Dino, come di sorpresa, si ritrovò nuovamente in piedi, nella cabina elettorale numero due.

Le schede giacevano lì, aperte, nessuna croce era stato apposta su nessun simbolo. Si voltò di scatto, emettendo un rapido respiro, con la fretta di chi vuole immediate rassicurazioni: alle sue spalle, c’era nuovamente la tenda.

Dino si girò nuovamente verso le due schede, lievemente affannato, con la bocca aperta per metà e gli occhi spalancati.

– Cristo Santo, che botta! – sussurrò tra sé e sé. Tirò un enorme sospiro per scrollarsi di dosso l’inquietudine e, finalmente, capì.

Alzò gli occhi al cielo, rasserenato, fece ancora un respiro profondo e li richiuse. Un sorriso si disegnò sul suo volto. Ora sapeva quello che c’era da fare.

Uscì dalla cabina, con le due schede accuratamente piegate, le inserì nell’enorme scatola di cartone, restituì la matita allo scrutatore, al quale subito dopo strinse la mano energicamente, ritirò il documento di identità, salutò educatamente la commissione elettorale e uscì dall’aula.

Sua moglie e i bambini erano lì ad aspettarlo.

– Ci hai messo solo due minuti. Sei stato comunque più lento di stanotte! – fece sua moglie, sarcastica.

– Ciao, amore mio! – rispose Dino euforico – sono così felice di rivederti! – le cinse un fianco e le diede un bacione sulle labbra.

Sua moglie, stupita da tanto ardore, rimase basita: – Ti senti bene, Dino? Non mi hai nemmeno dato del Lei stavolta.

– Ascoltami, amore mio – proseguì Dino – C’è una cosa molto importante che noi dobbiamo fare prima possibile…

– Cosa?

– Scopare.

Sua moglie in tutta risposta, gli tirò un ceffone in pieno volto.

– Ti sembra questo il modo di parlare davanti ai bambini?