Ilario e il lavoro di squadra

Come sempre, era stata una durissima giornata per Ilario. Il giovane informatico trentenne, ormai esausto, spense finalmente il computer. Era ormai da mesi che lavorava da casa, a causa delle restrizioni imposte dal governo per effetto della pandemia da Covid-19. L’effetto della cocaina sniffata ore prima stava ormai scemando. Anche stavolta, aveva lavorato fino alle undici di sera, al solito carico di progetti e di scadenze da rispettare, ai quali non era stato in grado di dir di no, nella convinzione ingenua, al solito accompagnata da un entusiasmo di facciata derivante da un’educazione cattolica fatta di oratori e ritiri spirituali, che a una mole maggiore di lavoro avrebbe coinciso finalmente il riconoscimento che gli spettava, che i suoi sacrifici avrebbero ottenuto l’amore e l’apprezzamento dei suoi responsabili e colleghi. Erano ormai passati mesi dall’ultima volta in cui aveva fatto l’amore con sua moglie. In quell’ultima squallida circostanza, ci era riuscito grazie a un aiuto farmacologico di colore azzurro. Lui era durato quindici secondi, lei era rimasta nuovamente incinta. Martina, così si chiamava la sua sposa, bella e dolcissima, sopportava la situazione cristianamente e pazientemente. In fin dei conti, era fortunata a stare con un bravo ragazzo, con un buon partito, almeno questo si ripeteva prendendosi in giro, nonostante le assenze del marito la stessero facendo sfiorire, invecchiare precocemente e ingrassare.

Le ragioni dell’impotenza di Ilario erano svariate: oltre all’enorme quantità di ore di lavoro e all’abuso di cocaina, il problema principale era costituito dal suo collega più anziano e mentore, Dino, verso il quale provava al solito sentimenti ambivalenti e inaccettabili. Dino era divenuto da poco suo responsabile in un importante progetto, il cui obiettivo era quello di occuparsi della manutenzione di un database che raccoglieva i dati sui consumi dei clienti di un grosso fornitore di energia elettrica. La cosa turbava Ilario parecchio, in quanto Dino era uno stronzo, oltre che una presenza ingombrante e misteriosa: da un lato era un animale da palcoscenico che si esibiva con naturalezza e sfrontatezza, dall’altro una persona estremamente riservata e, almeno apparentemente, fragile. Ilario, al contrario, soleva esibire un esibizionismo posticcio, fatto di compiacenza fasulla, patetico ottimismo da pubblicità, pacche sulle spalle e sorrisi di convenienza, tutte mosse malamente studiate a tavolino che malcelavano l’intenzione di sferrare la fatidica coltellata alla schiena al malcapitato di turno, a guisa d’un giovane e ambizioso Renzi. Sarebbe stato disposto a tutto pur di emergere. A dire il vero, generalmente questa patetica buffonata si concludeva sempre con il collega vittima designata che lo coglieva in castagna, facendogli puntualmente fare la figura del miserabile, del meschino e della spia. Era stato suo padre, palazzinaro toscano, a insegnargli a non guardare in faccia a nessuno pur di emergere e innalzarsi sugli altri, alla stregua d’un ecomostro abusivo eretto su una spiaggia.

In ogni caso, recentemente Ilario si stava rendendo vagamente conto di come, forse, gli insegnamenti paterni cominciassero a stridere e a entrare in contrasto con la sua religiosità ossessiva, fatta di penitenze e confessioni superficiali presso il suo padre spirituale don Egidio, che, inconsapevolmente, gli servivano a sciacquarsi, con scarsa efficacia, una coscienza sporchissima che non riusciva a mettere bene a fuoco. Non era ben consapevole di se stesso e neppure di quali fossero in realtà i suoi veri peccati. Sapeva solamente che ogni carognata lo faceva sentire prepotentemente impuro e lacerato. Ciò nonostante, ignorava e trascurava questi suoi sentimenti, a suo avviso inaccettabili, anestetizzandoli con la cocaina e con un quantitativo disumano di lavoro.

Dino, anch’egli carogna, paranoico e gran figlio di puttana, seppur in modo diverso, lo aveva perfettamente inquadrato. Da fine conoscitore dell’animo umano percepiva ormai in maniera quasi telepatica le sue contraddizioni e giocava d’anticipo per evitare di farsi cogliere in castagna. Ilario aveva preso l’abitudine di rivolgersi a Dino alla stregua di consigliere, usando talvolta un piglio autorevole artificioso, preso da chissà quale manuale di automiglioramento. In realtà, Dino sapeva benissimo che tutti i consigli che Ilario gli dava in ambito lavorativo non erano affatto disinteressati. Ilario voleva solo ingraziarselo per ottenere coinvolgimento, in modo da poterlo accoltellare alla schiena alla prima occasione, solendo sovente appellarsi a un famigerato spirito di squadra, secondo il quale tutte le informazioni dovevano essere condivise con il team. Ilario usava inglesismi con lo scopo di darsi un tono. Invero, egli aveva come unico scopo quello di impossessarsi furbescamente di preziose informazioni aziendali, con l’unico obiettivo di poterle utilizzare una volta fuori da quel lavoro da incubo e poter finalmente realizzare il suo sogno recondito: fondare una start up tecnologica tutta sua, in modo da poter sbattere in faccia a suo padre il fatto di essere migliore di lui. Dino aveva intuito tutto questo e, sovente, ripensando alla banalità degli obiettivi di Ilario, per quanto quest’ultimo fosse convinto d’essere un furbo di tre cotte, soleva sghignazzare di soppiatto alle sue spalle.
Un giorno, Ilario, deciso a guadagnare posizione e visibilità nei confronti di Dino, sognando e illudendosi ancora una volta di poter diventare il suo braccio destro, decise di inviargli un messaggio nella chat aziendale.

– Buongiornissimo Dino! Tutto bene? Sai dirmi se la minuta della riunione è stata inviata?

Dino lesse quell’orrido buongiornissimo, alzò gli occhi al cielo e scosse la testa, aveva già capito che Ilario stava provando a combinarne una delle sue.

– Ciao Ilario, no. Mi sono limitato a mandarla ai responsabili. – A quel punto, restò in attesa della risposta, divertito.

– Ah ok, ascolta Dino, se posso permettermi di darti un suggerimento…quando ci sono delle riunioni, puoi mandare la minuta a tutta la squadra? In questo modo, siamo tutti allineati.

Dino rimase per un minuto buono a osservare quel messaggio penoso, dal quale trasudava un’ambigua solidarietà verso gli altri colleghi. Era chiaro che l’idea di Ilario era quella di mettersi in mostra, come al solito. Riusciva quasi a vederlo, Ilario, mentre si gongolava dall’altra parte dello schermo, nella patetica convinzione di aver colto nel segno e di essere stato persuasivo. Dino, a quel punto, sorrise diabolicamente, fece un bel respiro e inviò la sua risposta:

– No. Purtroppo devo tener conto di questioni di carattere organizzativo con il responsabile tecnico.

Ilario percepì quel no come una scudisciata sulla schiena. Una scarica elettrica lo pervase dalla testa ai piedi, mentre provava tangibilmente la sensazione che una lama lo stesse penetrando nel costato. Ebbe la solita dolorosa percezione, raccontata chissà quante volte al suo psicanalista, migliaia di euro gettati in inutili sedute, che le carni gli si stessero staccando dalle ossa. Provava il terribile dolore del rifiuto e dell’abbandono, della mancata accettazione, a guisa di migliaia di punture di spillo sulla sua pelle sottile.

– Come preferisci… – rispose a malapena il giovane informatico, mentre il rancore e l’ira iniziavano a farsi strada. Ingoiò come sempre quelle inaccettabili emozioni come un amarissimo rospo. Ebbe all’improvviso la necessità impellente di farsi un altro tiro di coca, per evitare di sentirsi totalmente sopraffatto da quei fantasmi che lo tormentavano. Per un istante, gli si palesò dinanzi il ricordo di suo padre, quando, ancora bambino, lo metteva in competizione con suo fratello nei tornei di tennis, quel padre assente, imprenditore famelico e vorace, una sorta di Crono, divoratore dei suoi stessi figli e della loro personalità, che al contempo non aveva mai insegnato loro il senso del limite e il saper accettare un rifiuto e gli aveva imposto di rimuovere qualsiasi tipo di sentimento nei confronti di chiunque, pur di far carriera. Provò per un istante una rabbia atroce che gli scuoteva le membra, che quasi rasentava una volontà patricida. Le mani gli tremavano e gli occhi gli si erano riempiti di lacrime. Fu a quel punto che decise di correre in bagno, dove aprì l’antina dell’armadietto, da cui estrasse un sacchetto pieno di polvere bianca, forse la sua unica vera amica. Così, ne versò una manciata sul lavandino, prese una banconota da dieci euro arrotolata e fece quello che doveva fare.

Si sentì un po’ meglio, quelle orribili sensazioni si erano attenuate.

Ma anche quella sera, lui e sua moglie non avrebbero fatto l’amore. E i suoi figli si sarebbero addormentati senza la sua buonanotte.

Il giorno dopo, tutto sarebbe ricominciato come sempre.

Un Tempo Sospeso

Un tempo ormai sospeso ci cattura;
nell’isola, individuo singolare
ti tempra, vilipeso questi giura
e ha rivoli d’un livido amorale.

Mordace ed ambizioso, congettura,
pianifica e, vindice d’affrontare,
opaco e tenebroso, non abiura,
specifica i nemici d’annientare.

Oppresso da se stesso e d’ambizione
sorride al suo dolore lacerante
per spinte di vetusti agri veneni

e spesso che ha represso, dannazione,
sé irride, anch’il colore scintillante
o tinte già più illustri, in mete oscene.