Onde

Nell’acque gelide e scure, disperso,
alte son l’onde minacciose e cupe;
vi tacqui intrepido e duro, qui immerso,
sagitte van da nebulosa rupe.

Nel mar di crimini fasti, sì avverso,
mi trascinaron quell’immonde lupe;
per re di vimini infausti ebbi perso,
ché derubaron le mie tonde drupe.

Allor ch’intanto ch’esanim demergo,
persici e amigdale mi porgon mani
le tue. Dall’occhi tuoi, respiri emani.

Di baci ammiro, lì piangon gioiosi,
qua giue più imbocco guai, Sire maestosi,
d’amor sì tanto, ma immane, riemergo.

Assolto

Ingenuo dal pavore finalmente
collustro intento, la cura ritengo,
le tenebre fittizie tardo spengo;

e strenuo, sin livore, amabilmente,
mentre austro vento depura i miei lutti,
mai funebre, letizie diano frutti.

E si concluda il dì di requie degno,
diman volgiam all’usitato impegno.

Pargolo Ridente

A G.

A te, che pur urlando nel deserto,
che sbraiti ormai perdìto, l’alma in pezzi
supino, il volto volgi al cielo aperto
giacché volsti disfarti de’ tuoi vezzi.

A te, ch’in toto mergi te nell’acque
palustri e furve, d’infero privato,
protenditi a quel Lume che rinacque
da rime. Il meto tuo già t’àn mostrato.

Risali ordunque all’aere in isperanza,
che vento e sol detergano e rinnovin
fiducia in petto e quiete alla tua mente.

Che tu sia libro d’ogne antica usanza,
vetusti l’odi e l’ire in te non covin,
ritorna ad esser pargolo ridente!

Colpevole

Colpevole fuggito da prigione,
m’assilla in petto un buco nero fondo,
che mozza il fiato e occlude l’evasione.

Dalla cinerea arce, vecchio mondo,
io corro e piove forte e in mezzo al fango
m’adduco su pei colli nello sfondo.

Proseguo a perdifiato e già rivango
quel tempo in cui, protetto da intemperie,
ingrato rifiutavo, ordunque infrango

la legge di quel regno, di cui inferie
delle maestà mutabili eravamo,
pertanto ai culti miei dedico ferie

e il sal il qual sovente lasciavamo
versar sulle ferite nostre aperte
giammai s’infonderà, perché ci amiamo!