Un Re

Un Re padrone d’una folta corte
servivo ed ascoltavo ancor virgulto,
quel suo parlar mi dava gran manforte,
maestà della cui luce feci culto.

Un dì battaglia giunse ed il nemico
nell’arce entrò, con la sua acuta spada
in petto penetrò. Creduto amico,
giurai vendetta:”Ciò non più m’accada!”.

Al Re mi volsi e dimandai giustizia,
tremanti i polsi e lagrime di fuoco,
quel giorno l’ebbi persa la letizia,
e crebbi e terminò l’era del giuoco.

Il Re promise guerra e i suoi soldati
schierò ormai pronti, a risanar l’offesa,
ma giunti al campo furono fermati
dall’ordine del Re:”Lasciam l’impresa!”

Furioso chiesi al Re per qual ragione
avesse rinunziato a tant’onore,
il Re, silente, di quell’inazione
mi disse:”Scorda!”, privo di calore.

Trascorsi sono i lustri, ormai lontani,
al re non resta che un castello vuoto,
e sulla testa e sulle dure mani,
corone e anelli pesan, resta immoto.

Ed io, remoto, vecchio cortigiano,
apprendo ora ad amar le mie ferite,
quei segni restan lì, ma non invano
di dignità da tempo riacquisite.

E’ tempo di pensare al nuovo regno,
felice, mentre erigo il mio castello,
son libero, pagando un alto pegno,
ma indosso la corona ed il mantello.

Ricordo d’Oltre Decade Trascorsa

Ricordo, d’oltre decade trascorsa,
un tempo ora remoto,
nel qual al prio travaglio m’accingevo.
Ristretto in una morsa,
manipolo d’ingente gente noto
io ventilar solevo.
Sì ingenuo mi ponevo!
Protetto d’intemperie fui cresciuto,
ignoti m’eran giuochi della vita
ben poca sofferenza aveo patita,
per quanto l’alma mia v’ebbi pasciuto
d’un mal di viver che m’attanagliava
e spine il cor straziava.

Ed ivi tu, di pelle oliva fosca,
ricorri, che m’osservi  
con l’occhi grandi e scuri d’acque specchi.
Ch’in me tu riconosca
gli stessi fini aculei che conservi
a cui non porgi orecchi?
Ragione per cui pecchi!
Tu stessa poc’avvezza a questa valle
di lacrime, esistenza parca viva
e fiori e piante in te non si coltiva
ma ài ricco spirto tuo di fertil falle
e dunque nosci in me che l’acque chiare
dissetan gole amare.

E’ buio e siam in due, l’argenteo carro
s’accinge alla dimora.
Insisto, alfin mi schiudo e manifesto,
a orgoglio fo uno sgarro,
i gravidi tormenti, giunge l’ora
a rilasciar m’appresto.
Da qual torpor mi desto!
Silente ora ti poni, ascolti attenta, 
benevolo ‘l tuo riso s’apre muto,
infin d’amor deseo stanotte incuto,
a lungo ebbi sentito l’alma spenta,
ma un vento dentro soffia e la riaccende
e verso te protende.

Dapprima, in un complesso dolce sciolti,
calore ci elargiamo.
Dedotti, udiam profondi i nostri unguenti
su’ voluttuosi volti,
coi spiri dalle labbra ci sfioriamo
di baci assai impudenti.
Amanti impenitenti!
Sapori e pelli e lagrime e memorie
mesciamo nelle notti fin all’alba
pugnando contra un’esistenza scialba,
librandoci di quell’antiche scorie,
dimentichi di noi nell’incendiarci
e al tempo dissetarci.

Fu breve e tosto t’ebbi persa, amore
vetito, assai bramato.
Quand’ecco, colpa che di te s’avvalse
e giunse il mio dolore
bruciante nel mio petto sì infiammato
pretendere rivalse.
Quant’odio in me prevalse!
Mai senso d’abbandono più violento
eriger alte mura ben protette
mi fece, e dalle torri quelle vette
lontane, che toccai, rimirai spento.
Ad òpra di me stesso, fui recluso,
dall’orbe ‘sterno escluso.

Ti veggo ancor, canzon di rimembranze,
con animo disteso,
vi narro di vicenda già sin peso.
Con fede m’ergo pigro dalla rocca,
d’istanti, la novella via s’imbocca.

 

 

Laura

Un transito incombente mette fine
al tempo del pusillo ed arto spazio,
per plaga dare al tempo in cui m’ingrazio
la volontà d’un Padre a me ora affine.

E penso a te, mia Laura, a quei tuoi occhi,
nel mentre che il mio corpo resta in quiete,
epistole e parole dolci e liete
che come di campana dei rintocchi,

nel fragile mio marmo fecer crepe
che la tua gentil forza ebbe scalfito.
Aperse danze al crollo delle mura

di quel fortino che, sol per paura,
erigo per rinchiudermi ferito,
in quella tana, ch’anche angusta tepe.

Anna

Al mio primo grande Amore

Freddi eran quei pomeriggi invernali
ritto in attesa fumavo dinanzi
al solitario binario nel mentre
che il tren antico facesse il suo ingresso

io vi salissi e sedevo isolato
tanto il vagon percorreva campagne
e meditavo aspettando paziente
che traversasse quel giallo e quel verde
d’ulivi e campi stridendo veloce
mentre i minuti passavan volando

prima fermata librava il convoglio
e d’altra gente riempiva il suo spazio
poi ripartiva al destino prescelto
altra natura lontana dal borgo
gelido vento correva tra i vetri
e una manciata soltanto mancava

alla seconda fermata giungeva
toccava a me venir via nell’aperto
spazio salendo da quella stazione
per ritrovarmi nella bigia piazza

ed ero lì che speravo fumando
con il favor d’una luce che tosto
lenta lasciava il suo posto all’occaso
triste crepuscolo arancio dorato.

Eccoti scendere lungo la strada,
stretta nei bracci bardata in quel nero
cappotto seria con passo veloce
di quel borghetto ridotto padrona.

Stretto giungeva il tuo abbraccio accogliente
coi seni tuoi che spingevan sul petto
stringermi e invadermi quel tuo profumo
che ancor sovente mi torna alla mente
quale indelebile tua rimembranza
quei verdi occhi giganti espressivi
che si nutrivan di me il tuo sorriso
d’amor intenso faceva sentirmi
sì ben voluto, accettato e compreso.

Quanti quei baci nel buio la sera
nel nostro covo d’argento occultato
su quella panca di legno nel freddo
in quel paesino sperduto ed antico
di quella semplice vita raccolta
che tant’angustia mi dava in quel tempo.

Punge nostalgico freddo d’inverno
d’un primo amor mal compreso infruttuoso
per il timore di sciogliersi sordo
a quel destino che t’urla e ch’impone
di tirar dritto scordando chi t’ama
non sol per gloria ma d’altra ragione

quella ricerca incessante mai doma
di ricercarlo quel posto nel mondo
ordunque adempiere ad una missione
perché spronato da demoni ignoti.

Non era quello il mio luogo mio amore
non era quella la strada mia dolce
Anna che spesso volesti indossare
vesti non tue per sol me compiacere.

Quest’oggi torni a trovarmi serena
ti piango ancora e comprendo mia cara
quanto mi mancan quei giorni talvolta
ché il tuo ricordo mi scalda e mi nutre.

Colpi di coda

L’adolescenza dà i suoi ultimi colpi di coda.

Un campanello interno suona ormai, quando ci comportiamo da adolescenti, sempre più severo, pronto a redarguirci, a ricordarci che non è più tempo, per certe cose.

La vita è severa, crudele e ci prende a sberle, anche.

Perché la vita è bellissima, quando è una vita completa, una vita di gioia e dolore, che si compenetrano poeticamente.

E a quel punto, si osservano le acque scure, in piedi sulla piattaforma, completamente nudi e ci si tuffa dentro, in quel bagno doloroso e angosciante, freddo, ci si lascia travolgere dalle onde oscure, smettendo di far girare gli ingranaggi del cervello alla ricerca di una soluzione che dia sollievo. Basta aspettare.

Sì, è sufficiente mettersi in attesa, mentre le acque agitate ci portano a fondo.

D’un tratto, il miracolo: si riemerge. E il dolore si trasforma, in gioia, in pace. Ciò che sembrava irreversibile, irrimediabile, buio, si illumina.

Il tempo si dilata, gli istanti diventano eterni.

Anche se abbiamo i giorni contati.

Il giro di boa verso l’età adulta procede, non è indolore, è una rinascita, che ovviamente porta le doglie di un parto difficile. Non è ammessa anestesia epidurale, né cesareo. Si esce dalla strettoia, si passa evangelicamente dalla porta stretta, sporchi di placenta, ancora, e ancora, e ancora.

La pelle si spacca, urliamo il dolore della muta, per poi, passato il pericolo, guardarci allo specchio, sempre più belli, sempre più veri, sempre più luminosi, sempre più in pace, sempre più centrati.

Sempre più noi.

Sempre più , sempre meno io.

Sempre meno.

Sempre.

Come se avessimo ancora cent’anni da vivere.

Come se fossimo immortali.

Anche se il tempo stringe.

Anche se abbiamo i giorni contati.

Nodulo Oscuro

Pietra sul petto che spinge sul cuore,
senza il potere di agire e fermare,
questa matassa che osa avanzare,
nodulo estraneo sì tronfio d’onore.

Ecco l’oscuro, che soffoca dentro,
fitte taglienti nell’alba nebbiosa,
ecco, rimembra in maniera impietosa,
quella gran colpa che al cuore fa centro.

Quanto dolore si abbatte a catena,
urta più anime un tempo vicine,
colpe, omissioni, che mai avranno fine,
nulla può farsi per toglier la pena.

Nodulo gonfio, nero ed oscuro,
resta lì, in stallo, non ti arrogare
questo diritto, lì non puoi stare,
abbi pietà del mio cuore ormai duro.

Amare nel ricordo

Come mai mi manchi così tanto, amore mio?

Che cosa mi manca precisamente?

I tuoi occhi, forse? La tua riservatezza? Quel perderti silenziosa nei tuoi pensieri mentre ti abbracciavo da dietro e posavi le tue mani sulle mie braccia?

Sei stata importante, per me. E’ stato, dopo anni, l’amore dirompente, improvviso, che mi ha terrorizzato. Non mi ricordavo più come si facesse ad amare, non sapevo neppure da dove cominciare.

Sono sorpreso dalla mia stessa nostalgia. Come passi le tue giornate adesso? Ci vai ancora in palestra? Hai ancora l’entusiasmo della novità? Quella voglia di rimetterti in gioco, di uscire dal torpore di una vita rassegnata e monotona? O ti sei rassegnata all’infelicità?

Mi pensi? Senti anche tu la mia mancanza?

Credo di sì. Ho sempre pensato che la nostalgia, l’amore e la mancanza siano reciproci. Non posso credere al fatto che io non ti manchi, anche se magari lo negherai a te stessa.

Perché, a malincuore, hai deciso di andare a Granada? Speravi forse che avrei accettato la tua decisione?

L’ho accettata, alla fine. Con amarezza e rassegnazione. E ho deciso di non scriverti e di non chiamarti più.

E non ti chiamerò, non ti scriverò, anche se mi manchi da morire, amore mio.

E grazie, per tutto l’amore e la pazienza che mi hai dato. Quell’amore fatto di piccoli gesti, come quando mi sono commosso quando volevi rifare il letto della mia stanza d’albergo e te l’ho impedito.

E ricordo ancora con commozione quell’ultima domenica sera, in quel cinema scalcinato, mentre mi abbracciavi e mi guardavi negli occhi, con quel sorriso così genuino, così innamorato.

Grazie di tutto, amore mio. Chissà se leggerai mai queste parole, se un giorno troverò un modo per fartele pervenire.

 

Sfigo Ricky – Capitolo 4 – Il Richeo Umorismo

Il richeo, in svariate occasioni, si rende conto della sua condizione di sfigo studente universitario e della sua dignità ormai travolta e tenta, in talune circostanze, di porre rimedio all’agghiacciante posizione da egli stesso creata. In qualche occasione, cerca di recuperare la sua scalfita immagine, cimentandosi in patetiche esibizioni comiche, allo scopo di compiacere invano e di mutare l’altrui opinione, oramai consolidata tenacemente, a cause delle innumerevoli sfighità contraddistinguenti il nostro.

Svariati e innumerevoli sono i tentativi principali che spingono il richeo alla disperata ricerca di un onore ormai irrecuperabile. In talune circostanze, il soggetto si cimenta in battute che solitamente rimandano all’ultima lezione universitaria affrontata, rasentando il ridicolo e ottenendo come unico risultato l’autodevastazione della sua reputazione. Talvolta, anche per accentuare di proposito un ruolo che ormai considera tutto sommato consolidato, dimostra titubanza quando gli si pone dinanzi il problema di affrontare la per lui annosa scelta di farsi una generosa scopata o di risolvere un’equazione differenziale.

Il fiore all’occhiello del richeo umorismo sono sicuramente le sue imitazioni, o presunte tali. Il nostro, in più di una circostanza, usa cimentarsi nel riprodurre vocalmente personaggi buffi del mondo dello spettacolo, ad esempio Maurizio Costanzo o Luca Giurato, con scarsissimi risultati qualitativi, esibendosi generalmente dinanzi ad una folla attonita, che è solita guardarsi negli occhi, mentre in ognuno corre il medesimo pensiero in testa: – Ma che cazzo vuole questo qui? –

In linea di massima, il richeo umorismo è estremamente pesante, con una spiccata tendenza alla lamentela e al vittimismo, e generalmente suscita risa, ma isteriche, o nella gran parte dei casi, costringe chi lo ascolta ad alzare gli occhi al cielo pregando un dio qualsiasi che lo fulmini all’istante.

A questo proposito, si vuole rimandare alla memoria uno dei casi più eclatanti. Si era in gruppo, studiando alcuni temi aberranti relativi ai sistemi hamiltoniani, corso tenuto da un docente fortemente effeminato e con un fastidiosissimo difetto di pronuncia concernente la consonante esse. Anch’egli, come il nostro richeo, era contraddistinto da un pessimo gusto nel vestire. La sua immagine rimandava difatti a quella di un becero cameriere da bar, a seguito della sua abitudine di indossare un panciotto nero sulla sua camicia bianca. Eclatante fu, a tal proposito, l’episodio che lo etichettò per sempre in tal guisa. Avvenne infatti che, nel corso di una sua soporifera lezione, egli redarguì due studenti in quel mentre distratti e sorpresi a chiacchierare e ridere tra loro, con la seguente frase : – Volete che vi porti un caffè? -, dandosi definitivamente la zappa sui piedi e scatenando le risa sommesse dell’autore e dei suoi compagni. In un’altra circostanza, nel corso della correzione di una delle due prove scritte del suo esame, lo stesso docente, riferendosi al compito svolto dall’autore, gli si rivolse con la seguente frase, a rimarcare per l’ennesima volta più di un dubbio sui suoi gusti sessuali:
– Faccia bene la seconda prova, così glielo tiro un po’ più su.
Tale frase provoca tuttora angosce e turbamenti all’autore di quest’opera.

Ma non divaghiamo. A un certo punto, il richeo amico, leggendo parte di un paragrafo del libro, scritto dal docente di cui sopra, saltò fuori dicendo:

– Ragazzi, scusate se vi interrompo, che cos’è l’ampliezza?

– Eh?

E il richeo, imponendo ancor più vigore al sarcasmo del suo tono di voce:

– Sul serio ragazzi, che cos’è un’ampliezza? E’ scritto qui. E’ un concetto del quale non ho mai sentito parlare, sapreste illuminarmi?

Il nostro si riferiva ad un semplice errore di battitura relativo al lemma ampiezza. Il docente aveva di fatto commesso il grave errore di aver aggiunto una elle di troppo. Fatta notare la cosa con questo tocco di ironia, vagamente piena di livore, il richeo si lanciò in un’invettiva contro la mancanza di serietà e rigore del personale docente dell’Università degli Studi di Milano, suscitando le risa nervose dei suoi compagni di studio, concludendo la sua arringa con uno dei suoi tormentoni più noti:

– Vabbè, si sa che siamo in Italia!

 

 

Sfigo Ricky – Capitolo 3 – L’orrido abbigliare

Il richeo abbigliare è un’altra delle preponderanti peculiarità che contraddistingue la sua persona.

Svariate sono le caratteristiche degli indumenti da lui indossati che ne conferiscono un ulteriore decremento per quanto concerne il suo decoro.

Si parte innanzitutto dalle camicie, sovente confuse per tovaglie, a causa della presenza fissa di righe o quadrettini che le rendono sgradevoli agli occhi. In svariate circostanze, i suoi compagni, durante le lezioni, solevan fingere di cibarsi sulla richea schiena, additandolo perciò a guisa di un becero tavolo imbandito in una sordida bettola.

Un paio di scarpe gioca un ruolo fondamentale nel picconare la richea onorabilità: nere, alte e logorate, parevan queste ultime provenire dal fondo d’un lago, nel corso di una battuta di pesca. Difatti, usavano i suoi compagni soprannominarle “Le scarpe del lago di Como”.

I pantaloni concludono la vagonata di aberrazioni vestiarie, a cagion dei loro bizzarri colori, totalmente inimmaginabili su un paio di calzoni.

La combinazione di questi elementi dà luogo ad un ulteriore baluardo che caratterizza il richeo nella scelta dei capi di vestiario: la totale aleatorietà con cui questi ultimi vengono prelevati dall’armadio e indossati. Sovente, egli non mostra la minima attenzione negli abbinamenti, presentandosi in svariate occasioni coperto di tessuti dai colori il meno possibile concordi tra loro, dando luogo a risultati atti a scatenare le risa del circondario. Si rimembrano a tal proposito un paio di avvenimenti che mettono in luce questo deficit, secondo alcuni cagionato da daltonismo, secondo altri arrecato dalla sua intrinseca sfighità, feconda madre degli innumerevoli baluardi elencati in cotale testo.

Il primo evento riguarda una serata presso il cinematografo. Il nostro, ritardatario cronico, a cagion del suo solito prepararsi in fretta e furia, si presentò affannato e grondante di sudore all’appuntamento. Un giaccone lungo, dovuto al rigido clima invernale, non lasciava trapelare inizialmente nulla. Giunti però nella sala in cui sarebbe stata proiettata la pellicola, era giunta per il richeo l’ora di liberarsi dell’ingombrante giubbotto. E quell’evento fu, per l’autore e i suoi compagni, come scartare un ghiotto cioccolatino dal suo involucro. Il richeo presentava un abbinamento di colori che lo rendevano una bizzarra e ignomignosa macchietta: calzoni rossi, scarpe nere e maglione blu. La sua immagine rimandava a quella di un zotico e aberrante giocatore di golf. E tra le risa generali e i frizzi e i lazzi al fulmicotone, i suoi compagni proferivano:

– Ricky…ma come cazzo sei vestito?

– Eh…ho fatto di fretta…

– Dove hai lasciato le mazze?

– Mah…WAAAAAAAAAAAAAAAH!

– Mi passeresti un driver?

– La mia dignità ormai è andata…

Un altro episodio, forse il più emblematico tra gli innumerevoli, concerne una mattinata nei pressi della sua università. A causa della prematura ora mattutina, l’autore non aveva fatto inizialmente caso a come il richeo amico avesse deciso di agghindarsi. Ma, nel corso delle lezioni, qualcuno gli fece notare con diplomazia ed educazione, sussurrandogli: – Ma come cazzo si è vestito oggi Ricky?

E lì che gli occhi di entrambi si rivolsero verso la richea sagoma, lasciando loro sbalorditi e attoniti: il nostro presentava un paio di pantaloni verde chiaro acceso, con su una camicia bianca a righe blu verticali. Era ancora inverno. Il tutto rimandava ad una paesaggistica quanto inaspettata e nostalgica immagine estiva: il suo vestire rimembrava una sedia a sdraio posta in mezzo a un prato. Qualcuno proferì, al termine delle lezioni:
– Ricky…certo che hai un coraggio a vestirti così…- Ma il richeo difendeva a spada tratta i suoi indumenti, cercando di portar invano avanti la tesi che quella degenerazione di pantaloni fossero all’ultimo grido e indossati ormai da una buona fetta della popolazione. Ma l’autore non mancò di fargli notare che, se si fosse guardato nei paraggi, nessuno all’infuori di lui, nel raggio di chilometri, indossava quell’immondo capo di vestiario. Giunse l’ora di pranzo, e i nostri recaronsi nei pressi della mensa. E lì probabilmente, il fato o una forza o un’entità superiore miseci la mano. Il richeo aveva ordinato un trancio di pizza. Mentre cercava, con impacciate manovre, di prelevare l’insalata e di porla sul vassoio su cui già giaceva il pezzo di margherita, un colpo fortuito fece rovesciare quest’ultimo sui suoi orridi pantaloni, tramutandoli all’istante in una sorta di bizzarra bandiera dell’Italia. Le risa e gli scherni raggiunsero livelli mai visti in quella circostanza. Qualcuno osò dire che i pantaloni avevano subito un netto miglioramento. Qualcuno pensò che fosse stato un segno del destino o perché no, una punizione divina. Qualcuno intonò l’inno di Mameli. E in ogni caso, come un sol uomo, molti eran concordi sul fatto che quelle terribili braghe avevano fatto la fine che meritavano.

Il richeo, una sera, volle porre rimedio alle terribili figure fatte in precedenza. Recatosi assieme ai suoi compagni presso un pub per una birra, magari anche perché in quella circostanza presentaronsi alcune esponenti del gentil sesso, il richeo volle tentare di mostrarsi alla platea con un tocco di classe: camicia bianca, jeans e giacca elegante. I suoi compagni e le ragazze presenti, inizialmente, complimentaronsi con il nostro per la scelta dell’abbigliare, una volta tanto dettata dal criterio e non dalla casualità e dal caos. Qualcheduno però, dopo un’analisi più approfondita degli indumenti che ricoprivan il suo buffo corpicino, obiettò e scoprì un’altra strampalata chicca da aggiungere all’ormai innumerevole elenco di baluardi: il richeo amico era abbigliato a guisa d’un agente immobiliare. Quando, con la consueta impertinenza, glielo si fece notare, il richeo si inginocchiò e, con il solito suo fare implorante, esplose in un lamento irritante, stupito. Chiedeasi il nostro in cosa avesse fallito in quella circostanza, convinto che con quell’abbigliare avrebbe cambiato l’opinione dei suoi critici compagni, che però avean trovato un’ulteriore ragione per scalfire il suo onore.

 

Sakè

Sakè, questa sera. Piccolo. Tre ochoko e mezzo. Quanto basta per inebriarsi.

Sakè, questa sera. Per vincere l’inevitabile noia della solitudine.

Sakè, questa sera. Per spegnere la fiamma del mio ardente desiderio, almeno per un po’.

Sakè, questa sera. Perché la domenica volge al termine.

Sakè, questa sera. Per mettere a tacere la voce sussurrante del mio daimon, che mi spinge incoscientemente verso il mio destino.

Sakè, questa sera. Per trasformare la paura in dolore.

Sakè, questa sera. Per essere grati a Dio.

Sakè, questa sera. Per celebrare la vita.

Sakè, questa sera. Per dimenticarsi dei sensi di colpa.

Sakè, questa sera. Per sciogliere il nodo che ho in gola e tramutarlo in lacrime.

Sakè, questa sera. Per dimenticare, almeno per un po’, che prima o poi la festa finisce.

Sakè, questa sera. Il sangue di un Cristo orientale. Per non perdere la speranza del Dopo.