Notti d’un Tiepido Maggio

Sei ormai lontana, un antico miraggio
benché bruciammo assieme di passione
d’amor ch’avea il sapor di una missione
in quelle notti d’un tiepido Maggio.

E venne giugno ed ancora tuo ostaggio,
mi giunge rimembranza, una visione:
dovetti, per librarmi d’oppressione,
in lacrime riprendere il mio viaggio.

Dove sarai, mio impossibile amore?
Non nuoci più, somigli ad un tramonto
cui raggi neppur scaldano la pelle.

Con gli occhi ormai di sbiadito colore,
ben presto a un nuovo tuffo sarò pronto
nel mar d’un nuovo sguardo, come stelle.

Silente Amica

Ormai soltanto t’amo nel ricordo
remoto de’ tuoi bei virenti occhi
immersi al timoroso sguardo sordo

di me, già scendon lagrime al pensiero
di quella primavera; ormai s’imbocchi
il corso ch’al futur rivolge. E spero.

Mia isola, seppure con fatica,
respiri ormai con me, silente amica.



Sabato Sera

Sollievo sopraggiunto, eterna lotta,
d’un orbe soffocato da un padrone,
m’elevo a mani giunte a Te, rimbrotta,
assorbi il me negato e testimone.

Rileva, prendi spunto, esterna flotta;
la serpe ha ormai placato ogni tenzone,
l’alcova è non più unta, sverna rotta,
le turbe hanno assediato altra fazione.

E penso a te, alla virtude mancante,
sommersa da una peste celebrata,
pusilla servitrice assai banale;

l’immenso re ormai ci esclude, distante,
dispersa già ogni festa, disertata.
Sobilla, o meretrice, non fai male!

Nostalgia

E ci ripenso, a casa, ci ripenso all’origine di tutto, ci ripenso al fatto che sono quasi quattro anni che non faccio ritorno. Lo conosco il motivo e, forse, solo adesso riesco a focalizzarlo con chiarezza, ed è la paura, la paura che non sia rimasto più niente di quell’età spensierata, quelle sbronze, quel fare numero a discapito della qualità dei rapporti, quella totale mancanza di responsabilità, quella separazione ormai netta, quelle strade ormai divise, che non voglio vedere. Non me la sento, non voglio.

Tornare significa sentirsi a casa, non voglio sentirmi di nuovo a casa sapendo che dovrò andar via a breve, sapendo che non può più essere casa, voglio evitare quel dolore, quel lutto tutte le volte rinnovato, perché è scontato che sarà così, lo sento che non potrà andare diversamente, che non avrò più nulla da dire a nessuno, che non mi stupirà più nulla, che la nostalgia mi strazierà.

Sono andato avanti per mia volontà, ho quasi forzato quel me stesso che spingeva a restare, più ancorato a un passato edulcorato e idealizzato che altro. È finito tutto, non è rimasto più nulla.

Eppure ricordo tante cose, belle, forse poetiche, se ci ripenso oggi, i capelli lunghi, le sigarette fumate nel bagno del liceo, i treni provinciali presi per andare a trovare il mio primo amore nel paesino vicino, il ritrovarsi con quattro gatti in piazza la domenica sera anche con un freddo cane, il sentirsi adulto in quinta con quelli di terza, una carovana di amici ormai non pervenuti, è stato bello, è stato formativo, ero io, in piccola parte, inconsapevole di tante cose, ma c’ero già, e usavo le mie energie in modo diverso, spesso in modo sbagliato, ma non importa, i miei sbagli, i miei errori, sono fatti miei.

Ed eccomi qua ora, più vecchio, in un’età che ha senso che sia questa, è giusto.

Non possiamo fare altro che andare avanti, per fortuna, purtroppo.

Palma

Di te il ricordo ancor suscita pianto,
dell’amor tuo paziente, mai invasivo,
quel dar del qual giammai facesti vanto.

Quel fare allegro tuo, così incisivo,
che scosse l’acque mie, ch’allor stagnanti,
repente il lor fluir tornò massivo.

Ripenso ancor a pochi intensi istanti,
e senza men lo so: mai più rimpianti.

Estate

Le rimembranze del tuo guardo perso,
quell’iridi cangianti grandi e fondi
ancor non rendon il mio cielo terso;

bramo una lagrima, che l’alma mondi,
che doni a quest’amor un altro verso,
e al cor letizia mova, che m’inondi.

Estate: fa’ ch’in pace cada, sperso,
non d’obblighi, nel mar permanga immerso.

Un Re

Un Re padrone d’una folta corte
servivo ed ascoltavo ancor virgulto,
quel suo parlar mi dava gran manforte,
maestà della cui luce feci culto.

Un dì battaglia giunse ed il nemico
nell’arce entrò, con la sua acuta spada
in petto penetrò. Creduto amico,
giurai vendetta:”Ciò non più m’accada!”.

Al Re mi volsi e dimandai giustizia,
tremanti i polsi e lagrime di fuoco,
quel giorno l’ebbi persa la letizia,
e crebbi e terminò l’era del giuoco.

Il Re promise guerra e i suoi soldati
schierò ormai pronti, a risanar l’offesa,
ma giunti al campo furono fermati
dall’ordine del Re:”Lasciam l’impresa!”

Furioso chiesi al Re per qual ragione
avesse rinunziato a tant’onore,
il Re, silente, di quell’inazione
mi disse:”Scorda!”, privo di calore.

Trascorsi sono i lustri, ormai lontani,
al re non resta che un castello vuoto,
e sulla testa e sulle dure mani,
corone e anelli pesan, resta immoto.

Ed io, remoto, vecchio cortigiano,
apprendo ora ad amar le mie ferite,
quei segni restan lì, ma non invano
di dignità da tempo riacquisite.

E’ tempo di pensare al nuovo regno,
felice, mentre erigo il mio castello,
son libero, pagando un alto pegno,
ma indosso la corona ed il mantello.

Ricordo d’Oltre Decade Trascorsa

Ricordo, d’oltre decade trascorsa,
un tempo ora remoto,
nel qual al prio travaglio m’accingevo.
Ristretto in una morsa,
manipolo d’ingente gente noto
io ventilar solevo.
Sì ingenuo mi ponevo!
Protetto d’intemperie fui cresciuto,
ignoti m’eran giuochi della vita
ben poca sofferenza aveo patita,
per quanto l’alma mia v’ebbi pasciuto
d’un mal di viver che m’attanagliava
e spine il cor straziava.

Ed ivi tu, di pelle oliva fosca,
ricorri, che m’osservi  
con l’occhi grandi e scuri d’acque specchi.
Ch’in me tu riconosca
gli stessi fini aculei che conservi
a cui non porgi orecchi?
Ragione per cui pecchi!
Tu stessa poc’avvezza a questa valle
di lacrime, esistenza parca viva
e fiori e piante in te non si coltiva
ma ài ricco spirto tuo di fertil falle
e dunque nosci in me che l’acque chiare
dissetan gole amare.

E’ buio e siam in due, l’argenteo carro
s’accinge alla dimora.
Insisto, alfin mi schiudo e manifesto,
a orgoglio fo uno sgarro,
i gravidi tormenti, giunge l’ora
a rilasciar m’appresto.
Da qual torpor mi desto!
Silente ora ti poni, ascolti attenta, 
benevolo ‘l tuo riso s’apre muto,
infin d’amor deseo stanotte incuto,
a lungo ebbi sentito l’alma spenta,
ma un vento dentro soffia e la riaccende
e verso te protende.

Dapprima, in un complesso dolce sciolti,
calore ci elargiamo.
Dedotti, udiam profondi i nostri unguenti
su’ voluttuosi volti,
coi spiri dalle labbra ci sfioriamo
di baci assai impudenti.
Amanti impenitenti!
Sapori e pelli e lagrime e memorie
mesciamo nelle notti fin all’alba
pugnando contra un’esistenza scialba,
librandoci di quell’antiche scorie,
dimentichi di noi nell’incendiarci
e al tempo dissetarci.

Fu breve e tosto t’ebbi persa, amore
vetito, assai bramato.
Quand’ecco, colpa che di te s’avvalse
e giunse il mio dolore
bruciante nel mio petto sì infiammato
pretendere rivalse.
Quant’odio in me prevalse!
Mai senso d’abbandono più violento
eriger alte mura ben protette
mi fece, e dalle torri quelle vette
lontane, che toccai, rimirai spento.
Ad òpra di me stesso, fui recluso,
dall’orbe ‘sterno escluso.

Ti veggo ancor, canzon di rimembranze,
con animo disteso,
vi narro di vicenda già sin peso.
Con fede m’ergo pigro dalla rocca,
d’istanti, la novella via s’imbocca.

 

 

Laura

Un transito incombente mette fine
al tempo del pusillo ed arto spazio,
per plaga dare al tempo in cui m’ingrazio
la volontà d’un Padre a me ora affine.

E penso a te, mia Laura, a quei tuoi occhi,
nel mentre che il mio corpo resta in quiete,
epistole e parole dolci e liete
che come di campana dei rintocchi,

nel fragile mio marmo fecer crepe
che la tua gentil forza ebbe scalfito.
Aperse danze al crollo delle mura

di quel fortino che, sol per paura,
erigo per rinchiudermi ferito,
in quella tana, ch’anche angusta tepe.

Anna

Al mio primo grande Amore

Freddi eran quei pomeriggi invernali
ritto in attesa fumavo dinanzi
al solitario binario nel mentre
che il tren antico facesse il suo ingresso

io vi salissi e sedevo isolato
tanto il vagon percorreva campagne
e meditavo aspettando paziente
che traversasse quel giallo e quel verde
d’ulivi e campi stridendo veloce
mentre i minuti passavan volando

prima fermata librava il convoglio
e d’altra gente riempiva il suo spazio
poi ripartiva al destino prescelto
altra natura lontana dal borgo
gelido vento correva tra i vetri
e una manciata soltanto mancava

alla seconda fermata giungeva
toccava a me venir via nell’aperto
spazio salendo da quella stazione
per ritrovarmi nella bigia piazza

ed ero lì che speravo fumando
con il favor d’una luce che tosto
lenta lasciava il suo posto all’occaso
triste crepuscolo arancio dorato.

Eccoti scendere lungo la strada,
stretta nei bracci bardata in quel nero
cappotto seria con passo veloce
di quel borghetto ridotto padrona.

Stretto giungeva il tuo abbraccio accogliente
coi seni tuoi che spingevan sul petto
stringermi e invadermi quel tuo profumo
che ancor sovente mi torna alla mente
quale indelebile tua rimembranza
quei verdi occhi giganti espressivi
che si nutrivan di me il tuo sorriso
d’amor intenso faceva sentirmi
sì ben voluto, accettato e compreso.

Quanti quei baci nel buio la sera
nel nostro covo d’argento occultato
su quella panca di legno nel freddo
in quel paesino sperduto ed antico
di quella semplice vita raccolta
che tant’angustia mi dava in quel tempo.

Punge nostalgico freddo d’inverno
d’un primo amor mal compreso infruttuoso
per il timore di sciogliersi sordo
a quel destino che t’urla e ch’impone
di tirar dritto scordando chi t’ama
non sol per gloria ma d’altra ragione

quella ricerca incessante mai doma
di ricercarlo quel posto nel mondo
ordunque adempiere ad una missione
perché spronato da demoni ignoti.

Non era quello il mio luogo mio amore
non era quella la strada mia dolce
Anna che spesso volesti indossare
vesti non tue per sol me compiacere.

Quest’oggi torni a trovarmi serena
ti piango ancora e comprendo mia cara
quanto mi mancan quei giorni talvolta
ché il tuo ricordo mi scalda e mi nutre.