Regime

Se un alunno è positivo,
tracciamento e quarantena,
che il controllo resti attivo,
che nessuno provi pena

per fanciulli e genitori
e docenti sopra tutti,
tutti potenziali untori
da schedare, farabutti!

Quest’Italia è una galera,
un paese illiberale,
un ducetto ormai qui impera,
e il suo bene ci fa male,

ci fa schiavi ipocondriaci,
d’un’infida diffidenza,
tutto al più ci fa maniaci
e campioni d’indolenza,

che subiscono passivi
il volere capriccioso
d’un potere (restiam vivi?)
seducente e vanitoso.

Il Monopolio Satirico di Crozza

maurizio-crozza.jpg

È da un po’ che si è insinuato in me un dubbio, che dà origine alla seguente domanda: sono l’unico ad averne un po’ le palle piene di Maurizio Crozza?

Intendiamoci, non lo ritengo malvagio come comico, a suo modo alcune sue gag e imitazioni sanno essere esilaranti. Quello che però è divenuto vagamente insopportabile del comico ligure è la sua costante e ossessiva presenza in televisione, accompagnata da una sorta di ansia da prestazione, che lo porta il più delle volte a una caccia immediata, spasmodica e compulsiva all’imitazione dell’emergente personaggio di turno del mondo della politica, del giornalismo, dello spettacolo, un’angoscia che non sempre lo conduce a risultati egregi. Insomma, una sorta di gara ad arrivare prima degli altri, come se negli ultimi tempi, poi, ci fosse davvero qualche concorrente serio ad ostacolarlo.

Pensateci per un attimo: in molti lo osannano, diversi politici lo trovano simpatico, i grandi giornali ne esaltano la vis comica, pubblicando spesso spezzoni video dei suoi sketch nelle edizioni online. Proprio in merito a questo, pertanto, quello che mi chiedo è se costui si possa per davvero considerare un autore satirico. Se è così ben voluto dal potere, la sensazione è che Crozza tenda sempre più a tramutarsi in un guitto di regime, tutto sommato una comoda arma, non graffiante, per un potere politico e mediatico che fa sempre più la vittima ed è ancora convinto di stare all’opposizione. Ho la percezione che gli attacchi più feroci di Crozza siano rivolti in realtà soprattutto alla vera opposizione (si veda imitazione di Feltri), che altro non fa che che esprimere un’opinione differente dall’attuale morale comune, sostenuta dai novelli chierici progressisti, sacerdoti del politically correct che sono arrivati al punto di farmi rimpiangere il Cardinal Bagnasco della CEI. A questo proposito, mi vien da sorridere quando penso che se prima il sesso era vietato dalla morale cattolica, frutto di una cattiva interpretazione votata al sacrificio del pensiero cristiano, adesso sono le sacerdotesse del #metoo e suoi derivati a proibirlo, insinuando la paura di commettere e subire molestia in ogni dove. Chissà perché, ma in un modo o nell’altro, la società riesce sempre a essere sessuofobica, anche se in forme diverse, a seconda dell’epoca.

Insomma, per tornare al discorso di partenza, davvero possiamo mettere sullo stesso piano Maurizio Crozza con Daniele Luttazzi, Corrado Guzzanti, Paolo Rossi? O sono forse i tempi a esser cambiati e sembra strano invocare una satira che attacchi il potere attuale, estremamente suscettibile, infido, permaloso e convinto di essere dalla parte “giusta”?

George Orwell 2020

Giuseppe-Conte-ti-guarda.jpg

Immaginiamo una rivisitazione di 1984 di George Orwell, ambientato questa volta nel 2020, in Italia, a Messina, in piena pandemia da Coronavirus.

Winston e Julia, in questo caso italiani, si incontrano per l’ultima volta, nella stanza da letto del negozio di antiquariato del signor Charrington, al piano di sopra, violando i DPCM che impongono il distanziamento sociale. Sono lì, abbracciati gli uni agli altri, fianco a fianco, dopo aver fatto l’amore, che osservano dalla finestra una tozza e anziana signora nell’intento di stendere pannolini alla fune del bucato nel giardino sottostante, mentre canta: dicono che il tempo sana tutto / e che ogni cosa tu ti puoi scordar / ma gli anni se ne vanno e il tuo sorriso / ancora il cuore mi viene a straziar.

D’un tratto, la voce metallica del sindaco Cateno De Luca alle loro spalle li fa sobbalzare: – Voi siete i morti! Dove cazzo andate? Tornate a casa!

Il quadro attaccato alla parete della stanza viene giù e rivela un piccolo teleschermo. Il vetro della finestra va in frantumi, mentre droni circondano la casa, dai quali risuona ancora una volta la voce del sindaco: – Non si esce, questo è l’ordine del sindaco De Luca e basta! Vi becco a uno a uno! Non si esce da casa! A calci in culo! Ecco qual è il modo per fare applicare le norme! E già che ci siamo: ecco la carrozza che ti porta alla festa, ecco la scure che ti taglia la testa. 

Una scala si infila attraverso la finestra, rompendone il telaio. Su di essa, vi si arrampica un carabiniere fino a fare il suo ingresso nella stanza. Ne irrompono altri, questa volta dalla porta, coadiuvati dal signor Charrington e da un paio di infermieri, i quali si avvicinano a Winston e a Julia, che si danno le spalle con le mani dietro alla testa, tremanti, senza toccarsi.

– Inclinate il capo! – giunge perentorio l’ordine.

I due amanti eseguono e gli infermieri, armati di mascherina e guanti, estraggono un tampone a testa e lo inseriscono nelle narici dei due fuorilegge. A quel punto ripongono i tamponi con i campioni di muco nelle rispettive confezioni e li consegnano al signor Charrington che esce dalla stanza per inviarli a un laboratorio di analisi. Winston e Julia rimangono in piedi con le mani sopra alla testa, sotto stretta sorveglianza delle forze dell’ordine per qualche ora, finché il signor Charrington non fa ritorno nella camera da letto e annuncia:

– Sono positivi, portateli via!

A quel punto i due vengono portati di peso a Roma e rinchiusi nel Ministero della Sanità, dove vengono curati e torturati a lungo, per poi essere condotti entrambi nella famigerata “stanza 101”, all’interno della quale, messi di fronte al loro orrore più grande, ossia la possibilità che Giuliano Amato diventi Presidente della Repubblica nel 2022, sono costretti a tradirsi, attribuendosi a vicenda la responsabilità del contagio e accusandosi reciprocamente di essere il paziente zero.

Alla fine della storia, una volta liberi, Winston e Julia si incontrano nuovamente, al Bar del Castagno, e dichiarano di essersi traditi a vicenda, per il bene del paese. Dopo la difficile confessione, Julia, divenuta una bimba di Giuseppe Conte, lascia il bar e Winston, seduto da solo a quel tavolo, con una scacchiera davanti a sé, strafatto di gin, dà un’occhiata al teleschermo, su cui capeggia l’immagine del premier, del quale ha finalmente inteso a fondo la benevolenza del suo sorriso e la sensualità delle sue fossette e, mentre due lacrime maleodoranti di gin gocciolano ai lati del suo naso, finalmente realizza che è tutto a posto. La lotta è finita, è riuscito a trionfare su se stesso.

Ora ama Giuseppe Conte.

 

Dino Veniti alle Urne – Parte 3

dino_veniti_matteo-salvini.jpg

(…Continua da qui – Parte 2)

– Tu credi di esserti salvato il culo, cambiando parrocchietta, razza di fariseo voltagabbana? Hai un’idea vaga del secolo in cui ci troviamo? Te lo dico io, nel caso te ne fossi dimenticato: nel ventunesimo! Siamo abbondantemente nel terzo millennio, cazzone! E tu credi davvero che il partito unico non verrà a conoscenza del tuo passato da progressista, da sinistro, da radical chic con questa bella spolverata di cristianesimo ostentato, tanto per avere la botte piena e la moglie ubriaca? Credi che il partito non avrà a disposizione un corposo archivio su cui, a caratteri cubitali, fa bella mostra il tuo nome e il tuo faccione rassicurante? Pensi che al suo interno non ci siano tutte le tue telefonate, le tue lettere cartacee di quando eri ragazzino, le tue conversazioni sui vecchi e nuovi sistemi di messaggistica istantanea, i tuoi post sulle reti sociali, le tue foto alle manifestazioni per la libertà di stampa e per la pace, ai concerti del primo maggio, quando da adolescente ci andavi solo per ubriacarti e fumarti quale spinello? E, dulcis in fundo, sei davvero così convinto che il partito non abbia archiviato tutte le domande che hai posto ai motori di ricerca? Sapranno tutto, persino i tuoi pensieri più reconditi, le tue paure più inconfessabili, le tue depravazioni e perversioni. Il tuo passato è incancellabile. E il nuovo governo non si fiderà mai, ti dico mai e poi mai, di una banderuola al vento come te.

Dino era paralizzato dal terrore e dal dolore. Osservò a lungo l’ometto, che aveva parlato con così tanta chiarezza e sicumera, colpendo nel segno e disarmandolo. Si sentiva nudo come un verme. A un tratto, recuperando il respiro e un pizzico di lucidità, si mise in ginocchio ed ebbe la forza di pronunciare, in maniera piagnucolosa:

– Dimmi cosa posso fare. Voglio tornare indietro. Dammi quelle schede, le annullerò, non posso permettere tutto questo. Ti scongiuro, ridammele, lascia che le strappi!

Il piccino fece un sospirone. Fissò intensamente Dino con i suoi lucenti occhietti stellati. Fu una pausa interminabile, un’eternità di sguardi reciproci e intensi. Dino aveva ancora un’espressione di speranza negli occhi. Sperava che l’omuncolo inquietante, in un modo o nell’altro, gli permettesse di cambiare le sorti del paese e della sua vita, di riavvolgere il nastro della storia e di riportarlo al punto di partenza. A quel punto, l’orrido soldo di cacio, dopo aver lungamente atteso, proferì crudamente:

– Goditi il nuovo regime, pezzo di coglione!

L’ometto scomparve nel nulla. Il pavimento ai piedi di Dino, all’interno di quel cubicolo claustrofobico, cominciò a riempirsi di crepe finché non collassò facendo precipitare il malcapitato elettore nel nulla. Venìti emise un urlo che, a mano a mano, si faceva sempre più flebile, lontano, grave.

Finalmente, Dino si sfracellò al suolo, risvegliandosi di colpo: era stato uno spasmo ipnico. D’un tratto, si trovava nella sua Volkswagen T-Cross, parcheggiata dinanzi a casa sua, con entrambe le mani sudate e tremule sul volante. Attorno a lui, era un completo deserto. Il cielo era grigio. Lungo il viale alberato, non vedeva anima viva, né un auto parcheggiata. Gli alberi erano spogli e foglie secche sui marciapiedi e in strada strisciavano in crepitii accompagnando il fischio acuto del vento invernale. A parte questo, un silenzio tombale. Le villette accanto alla sua avevano le tapparelle completamente abbassate e dalle fessure di queste non trapelava luce alcuna. Dino si accorse ben presto che qualcosa non quadrava. Mani al volante, si voltò verso il marciapiede opposto alla sua villetta, presso cui erano installati gli stendardi urbani su cui il comune era solito apporre gli avvisi, le delibere del consiglio e i necrologi. Adesso questi erano tappezzati unicamente di manifesti su cui campeggiavano slogan di questo tipo:

Prima gli Italiani
Sovranismo e Autarchia contro gli Eurocrati
Confini chiusi
Famiglia e Tradizione
La Lira Libera

In basso a destra, i manifesti erano marchiati a fuoco con l’inevitabile, ormai inamovibile, simbolo della Lega.

Fece caso a un ultimo inquietante manifesto, che svettava tra tutti. Vide il faccione rassicurante e sorridente di Matteo Salvini, alla stregua di un padre buono e protettivo. Sotto il suo volto, vi era la scritta:

Il Capitano ti Osserva, ti Ascolta e ti Pensa

Dino aprì prudentemente lo sportello dell’auto, da cui scese per immergersi nella bruma del primo pomeriggio, e lo richiuse delicatamente. Si avviò di soppiatto verso la porta d’ingresso della sua villetta a schiera, su cui qualcuno aveva scritto Salonkommunist Hier. Nel leggere, Dino fu preso da un brivido che lo scosse da capo a piedi, mentre si rendeva conto che aveva bisogno di urinare. Deglutì. Prese le chiavi dalla tasca a fatica, con la mano tremante, ma purtroppo constatò che la porta era già aperta. Alzò lo sguardo e, in cima a quest’ultima, fece caso a un paio di telecamere che se ne stavano appollaiate come degli avvoltoi, in attesa di spolpare la carcassa della sua vita privata. Aprì adagio, con crescente inquietudine, mentre le viscere gli si contorcevano. Deglutì ancora. Finalmente fu in casa, posò le chiavi sul tavolino, percorse l’ingresso a passi lenti, con aria sempre più preoccupata e si avviò verso la porta del salone, aperta per metà. Si fermò per un momento: da lì, fu in grado di intravedere l’inconfondibile volto del Capitano, che in quel momento stava facendo un discorso in diretta nazionale a reti unificate, infarcito di slogan nazionalisti contro l’Unione Europea, contro l’Euro, magnificando solennemente, modulando il tono della voce in base ai dettami impartiti da “La Bestia”, i benefici di una nazione sovranista e indipendente. Il Capitano sedeva alla sua scrivania, indossando il vistoso giaccone della Polizia di Stato, con alle spalle il tricolore.

– Amore, bambini, ci siete? Papà è tornato! – fece Dino con voce tremante. Un silenzio atroce, in risposta.

L’inquietante presentimento si rafforzò, Dino procedette verso la porta del salone, vi appoggiò la mano e la aprì del tutto. E vide.

Vide i corpi impiccati della sua signora e dei gemelli Venìti, col capo reclinato, gli occhi chiusi, lividi in volto, penzolanti dal soffitto.

Dino si accasciò in ginocchio, strizzò gli occhi con tutte le sue forze, strinse i pugni, portandoli al petto, rivolse il capo al cielo e spalancò la bocca, emettendo un urlo muto. Il dolore era così disperatamente lancinante che non fu capace di proferire alcun suono, né di versare una lacrima.

Quando li riaprì, Dino, come di sorpresa, si ritrovò nuovamente in piedi, nella cabina elettorale numero due.

Le schede giacevano lì, aperte, nessuna croce era stato apposta su nessun simbolo. Si voltò di scatto, emettendo un rapido respiro, con la fretta di chi vuole immediate rassicurazioni: alle sue spalle, c’era nuovamente la tenda.

Dino si girò nuovamente verso le due schede, lievemente affannato, con la bocca aperta per metà e gli occhi spalancati.

– Cristo Santo, che botta! – sussurrò tra sé e sé. Tirò un enorme sospiro per scrollarsi di dosso l’inquietudine e, finalmente, capì.

Alzò gli occhi al cielo, rasserenato, fece ancora un respiro profondo e li richiuse. Un sorriso si disegnò sul suo volto. Ora sapeva quello che c’era da fare.

Uscì dalla cabina, con le due schede accuratamente piegate, le inserì nell’enorme scatola di cartone, restituì la matita allo scrutatore, al quale subito dopo strinse la mano energicamente, ritirò il documento di identità, salutò educatamente la commissione elettorale e uscì dall’aula.

Sua moglie e i bambini erano lì ad aspettarlo.

– Ci hai messo solo due minuti. Sei stato comunque più lento di stanotte! – fece sua moglie, sarcastica.

– Ciao, amore mio! – rispose Dino euforico – sono così felice di rivederti! – le cinse un fianco e le diede un bacione sulle labbra.

Sua moglie, stupita da tanto ardore, rimase basita: – Ti senti bene, Dino? Non mi hai nemmeno dato del Lei stavolta.

– Ascoltami, amore mio – proseguì Dino – C’è una cosa molto importante che noi dobbiamo fare prima possibile…

– Cosa?

– Scopare.

Sua moglie in tutta risposta, gli tirò un ceffone in pieno volto.

– Ti sembra questo il modo di parlare davanti ai bambini?

La Posta di Dino – Politica

Caro Dino,
mi piacerebbe sapere per chi voti e quali sono a grandi linee le tue idee in fatto di politica.
Mirello (Celle Ligure) 

Ciao Mirello,

ti dirò con estrema onestà come la penso in merito.

Pubblicamente, sul posto di lavoro, in famiglia e tra amici, mi spaccio per democratico, vicino alle minoranze e favorevole ai diritti civili e alla parità dei sessi. Ostento pertanto una simpatia per il PD, dichiarandomi antifascista, antinazista, femminista, partigiano, costituzionalista, animalista, gay-friendly e tutto quanto faccia parte dell’universo politically correct e radical chic. Faccio tutto questo unicamente per una questione di reputazione e di apparenza, per non dare nell’occhio e non perdere mai il mio charme e il mio prestigio agli occhi degli altri.

Quando rientro a casa, però, lontano da occhi indiscreti, nella solitudine e nell’oscurità del mio studiolo, ormai in totale intimità con me stesso, do libero sfogo a quello che penso davvero: auspico da sempre, per le prossime elezioni, una vittoria schiacciante e clamorosa della Lega di Matteo Salvini su scala nazionale, con percentuali bulgare vicine all’80%. Sogno ad occhi aperti una realtà in cui lui assuma per davvero i pieni poteri, cancelli una volta per tutte la nostra Costituzione, definita “la più bella del mondo”, introduca uno stato di polizia repressivo che controlli ogni aspetto della nostra vita e ci liberi una volta per tutte da questo regime stucchevole di intellettuali vellutati convinti di essere dalla parte del giusto perché colti, instaurando un regime totalitario sovranista e autarchico che ci porti fuori dall’Unione Europea.

Oltre a questo, c’è un altro sogno che mi sento di confessarti apertamente: mi piacerebbe vivere in un paese in cui Matteo Salvini venga osannato con un dignitoso culto della personalità, a guisa di quanto si fece in URSS per l’amatissimo compagno Iosif Vissarionovič Džugašvili, per gli amici Stalin, un vero maestro delle dittature e un esempio da seguire. Sogno un’Italia in cui ogni domenica vengano organizzate parate dell’Esercito Italiano in onore del Capitano, con quadri, fotografie e poster ovunque, nelle scuole, negli ospedali, nei luoghi di lavoro, pubblici e privati, e statue del leader leghista nelle principali piazze italiane.

Sono nato e cresciuto unicamente in un contesto democratico, mi piacerebbe fare l’esperienza di un regime totalitario nel mio paese, per vivere una nuova ed eccitantissima avventura. Tutto qui.

Infine, mi auguro che in Vaticano, come successore di Francesco, sopraggiunga al contempo un Papa ultraconservatore, alla stregua di Pio XII, che ridia lustro e vigore alla Chiesa Cattolica e che intervenga pesantemente nelle decisioni del governo italiano, imponendo l’abolizione dell’aborto e del divorzio e che stabilisca ex cathedra che questi ultimi atti, assieme a omosessualità, masturbazione ed eutanasia siano considerati tutti peccati mortali della stessa gravità dell’omicidio, per i quali venga negata l’assoluzione in caso di confessione, in modo da condannare all’inferno chiunque si macchi di queste colpe.

Credo di aver espresso il punto di vista del 100% degli italiani, impegnati come me a fingersi buoni, democratici e caramellosi, ma inconsapevoli di questo sogno latente nelle loro coscienze represse.

You may say I’m a dreamer, but I’m not the only one, cantava il vecchio John Lennon.

Mi sento meglio ad avertene parlato.

Cordialità

Dino Veniti