Ilario

– Ho appena donato venti euro per Wikipedia!

Ilario, giovane informatico, era seduto alla sua scrivania, come di consueto, mentre digitava freneticamente codice C++. Si sentiva euforico ed entusiasta. Era solito esserlo, amava condividere e ostentare con i suoi colleghi la sua produttività, la sua propositività, il suo ottimismo e la sua volontà di “fare squadra”, mostrandosi costantemente disponibile e servile verso i suoi superiori. Aveva compiuto da poco trent’anni. Cattolico praticante, di bell’aspetto, era sposato con una donna bellissima, secondo però canoni estetici basati sul sentire comune e non sul suo. A volte faceva fatica a fare l’amore con lei, ma ciò nonostante, avevano concepito un bimbo che adesso aveva due anni. Ilario non voleva dare peso alle ombre della sua esistenza: sentiva di avere una vita perfetta e questo lo faceva sentire onnipotente. Nella convinzione di avere il mondo in mano e una protezione speciale da parte del Signore, era sicuro che il suo stile di vita lo avrebbe portato lontano.

Il primo giorno di lavoro, in ufficio, pesando attentamente le parole e ostentando una fine diplomazia, dichiarò di non essersi mai arrabbiato in vita sua e di essere stato sempre politicamente corretto nei confronti degli altri, in particolar modo in ambito professionale. Seguiva alla lettera e in maniera didattica il Vangelo, accompagnando al contempo le sacre scritture a manuali di miglioramento personale, che divorava con voracità cannibalesca. Rientrato a casa, soleva chiudersi per ore in bagno, dove preparava una collezione di discorsi da fare in ufficio, in modo da fare bella figura con i suoi colleghi, inerenti a tematiche professionali, economiche, politiche e sociali, senza naturalmente prendere una posizione chiara in merito. Era solito registrare questi discorsi sul suo smartphone, per poi riascoltarli in modo da modulare il tono di voce affinché risultasse il più persuasivo e convincente possibile. Oltre a ciò, pronunciava i suoi monologhi dinanzi allo specchio, in modo da perfezionare al contempo la gestualità delle mani e la postura. Sua moglie, cristianamente, sopportava l’idea di avere un giovane marito preso esclusivamente dal lavoro. Era un buon partito, in fin dei conti, e anche un bell’uomo, ma lei cominciava a sentirsi malinconica e spenta, trascurata.

Dino era il suo vicino di postazione. Disilluso, disincantato, realista, era in ogni caso il collega più stimato del suo dipartimento. Un colpo e un centro era la sua filosofia: lavorava nella giusta misura e soprattutto, si occupava unicamente di quello che lo interessava davvero. Con questo spirito, era riuscito a portare all’azienda pochi, ma interessanti progetti e anche un po’ di fatturato, nonostante il suo apparente distacco nei confronti delle cose. Questo atteggiamento aveva dato una sincera credibilità agli occhi dei suoi superiori, che gli davano piena fiducia e incarichi prestigiosi.

Dino aveva capito immediatamente chi era Ilario, fin dal primo giorno in cui gli aveva stretto la mano. Dal suo arrivo in ufficio, non aveva fatto altro che studiarlo e osservarlo mentre recitava la sua parte. Aveva immediatamente captato la sua irritante tendenza a non prendere mai nessuna posizione precisa e a cercare di dare ragione a chiunque, vittima com’era della sua stessa ambizione e della sua dipendenza dal compiacimento altrui.

Un po’ con fare malizioso, un po’ per dargli una svegliata, in risposta all’entusiasmo del giovane collega relativo alla sua donazione, proferì poche e semplici parole, con tono autenticamente solenne:

– Credo che Wikipedia non possa essere considerata attendibile come fonte d’informazione.

Ilario percepì quella frase come una scudisciata sul ventre, come una scarica elettrica che all’improvviso, lo fece vacillare. Senti le carni strapparsi dalle ossa. Si girò e squadrò Dino con occhi indemoniati e pieni di odio, reclinando la testa e incrociando le braccia, cercando di darsi autorevolezza in base a quanto appreso dai manuali di auto-miglioramento, ma risultando agli occhi di Dino semplicemente miserabile e ridicolo. Dino si divertiva a farlo cadere in contraddizione, ma al contempo provava una certa tenerezza nei suoi confronti.

– In che senso? – Proferì Ilario. Lo diceva spesso, in tono irritato, quando si sentiva colto in castagna. Pronunciava quelle tre parole socchiudendo gli occhi con fare fintamente investigativo e con aria vagamente minacciosa. Lo faceva nella speranza di mettere in soggezione l’interlocutore, sperando di avere la meglio nella discussione. Ilario non concepiva la possibilità di un dialogo costruttivo, doveva averla vinta sempre e comunque. Non poteva permettersi che qualcuno avesse la meglio su di lui. Questo faceva vacillare le sue certezze, la sua immagine perfetta, il suo essere un soldato di Cristo. Non tollerava che qualcuno potesse contraddirlo, portando con fierezza quella variante al femminile del nome Ilaria, che gli dava un tocco così dandy. Non poteva deludere inoltre le aspettative di sua madre, verso la quale aveva un complesso di Edipo irrisolto che, in alcune circostanze, si tramutava in una vaga fantasia sessuale nei confronti di quest’ultima. L’immagine di lei che lavava i piatti ogni tanto ancora lo eccitava, ma Ilario reprimeva con durezza questo pensiero, ingoiandolo come un rospo amaro.

– Dico che mi sembra assurdo che un’enciclopedia online venga riempita da utenti anonimi i cui inserimenti vengono valutati da altri utenti a loro volta anonimi in base a non si sa bene quali competenze. Chi c’è dietro gli articoli di filosofia? Di letteratura? Di psicologia? Di matematica? Di fisica? Persone competenti del settore o gli stessi che votano sulla piattaforma Rousseau del Movimento 5 Stelle?

A quelle parole, Ilario impallidì e cominciò a farfugliare. Sapeva che stava per andare in corto circuito. Provò un lieve senso di vertigine e una leggera nausea. Dino dentro di sé gongolava: aveva fatto centro anche stavolta, lo aveva smascherato. Si sentiva però un po’ in colpa per aver umiliato il suo giovane collega.

– Ma è gratuita!

– Siamo d’accordo, la considero anche io una grande invenzione. Dico solo che quello che c’è scritto va preso cum grano salis e che non la userei mai per fare una ricerca scientifica o per scrivere un articolo su Primo Levi.

Dino amava infarcire i suoi discorsi con dei latinismi. Gli piaceva ostentare la sua cultura da Liceo Classico, sapendo che Ilario aveva frequentato l’ITIS. Non lo faceva per sentirsi superiore o migliore di Ilario. Lo faceva per farlo sentire inferiore, un po’ per divertimento, un po’ per insegnargli la realtà, che Dino conosceva ormai piuttosto bene.

– Come tutte le cose, del resto! – replicò Ilario con una frase stereotipata e qualunquista, della quale non era convinto minimamente e che aveva sentito chissà dove. Si espresse con voce tremante, mentre gli occhi gli si fecero lucidi, pieni di rabbia e dolore. Chissà, quella frase, da dove proveniva davvero: se da lui, da sua madre, da suo padre, da sua sorella, dal suo confessore e padre spirituale Don Egidio. Dentro di sé, Ilario provava sentimenti ambivalenti per Dino. Da un lato lo considerava una sorta di mentore, un fratello maggiore irraggiungibile, che seduceva con il suo disincanto e la sua aria malinconia, il più delle volte usata strategicamente al solo scopo di evitare rotture di scatole. D’altro canto, Ilario odiava profondamente Dino, verso il quale, senza esserne del tutto consapevole, provava una grande invidia, che gli causava spesso notti insonni. Questo non lo avrebbe mai riconosciuto pienamente: Ilario non era in grado di ammettere a sé stesso di provare rabbia e odio per qualcuno, imprigionato com’era nelle fitte maglie di un Cattolicesimo anni cinquanta di stampo meridionale e intimorito com’era dall’idea di finire all’inferno.

Dino chiuse la conversazione. Era un tipo pragmatico che non amava sprecare energie in discussioni inutili e si rimise a lavorare.

Anche Ilario si rimise a lavorare, ingoiando il suo violento e silente rancore e rivolgendosi a un altro collega con il consueto finto ottimismo frutto di interpretazioni sbagliate dei testi sacri e di anni e anni di letture di manuali tossici.

Ma quella rabbia lo logorava come un tarlo, e si faceva, giorno dopo giorno, sempre più insistente.

Anche quella notte, Ilario non chiuse occhio.

Il giorno dopo, la recita sarebbe cominciata di nuovo.

 

Sfigo Ricky – Capitolo 3 – L’orrido abbigliare

Il richeo abbigliare è un’altra delle preponderanti peculiarità che contraddistingue la sua persona.

Svariate sono le caratteristiche degli indumenti da lui indossati che ne conferiscono un ulteriore decremento per quanto concerne il suo decoro.

Si parte innanzitutto dalle camicie, sovente confuse per tovaglie, a causa della presenza fissa di righe o quadrettini che le rendono sgradevoli agli occhi. In svariate circostanze, i suoi compagni, durante le lezioni, solevan fingere di cibarsi sulla richea schiena, additandolo perciò a guisa di un becero tavolo imbandito in una sordida bettola.

Un paio di scarpe gioca un ruolo fondamentale nel picconare la richea onorabilità: nere, alte e logorate, parevan queste ultime provenire dal fondo d’un lago, nel corso di una battuta di pesca. Difatti, usavano i suoi compagni soprannominarle “Le scarpe del lago di Como”.

I pantaloni concludono la vagonata di aberrazioni vestiarie, a cagion dei loro bizzarri colori, totalmente inimmaginabili su un paio di calzoni.

La combinazione di questi elementi dà luogo ad un ulteriore baluardo che caratterizza il richeo nella scelta dei capi di vestiario: la totale aleatorietà con cui questi ultimi vengono prelevati dall’armadio e indossati. Sovente, egli non mostra la minima attenzione negli abbinamenti, presentandosi in svariate occasioni coperto di tessuti dai colori il meno possibile concordi tra loro, dando luogo a risultati atti a scatenare le risa del circondario. Si rimembrano a tal proposito un paio di avvenimenti che mettono in luce questo deficit, secondo alcuni cagionato da daltonismo, secondo altri arrecato dalla sua intrinseca sfighità, feconda madre degli innumerevoli baluardi elencati in cotale testo.

Il primo evento riguarda una serata presso il cinematografo. Il nostro, ritardatario cronico, a cagion del suo solito prepararsi in fretta e furia, si presentò affannato e grondante di sudore all’appuntamento. Un giaccone lungo, dovuto al rigido clima invernale, non lasciava trapelare inizialmente nulla. Giunti però nella sala in cui sarebbe stata proiettata la pellicola, era giunta per il richeo l’ora di liberarsi dell’ingombrante giubbotto. E quell’evento fu, per l’autore e i suoi compagni, come scartare un ghiotto cioccolatino dal suo involucro. Il richeo presentava un abbinamento di colori che lo rendevano una bizzarra e ignomignosa macchietta: calzoni rossi, scarpe nere e maglione blu. La sua immagine rimandava a quella di un zotico e aberrante giocatore di golf. E tra le risa generali e i frizzi e i lazzi al fulmicotone, i suoi compagni proferivano:

– Ricky…ma come cazzo sei vestito?

– Eh…ho fatto di fretta…

– Dove hai lasciato le mazze?

– Mah…WAAAAAAAAAAAAAAAH!

– Mi passeresti un driver?

– La mia dignità ormai è andata…

Un altro episodio, forse il più emblematico tra gli innumerevoli, concerne una mattinata nei pressi della sua università. A causa della prematura ora mattutina, l’autore non aveva fatto inizialmente caso a come il richeo amico avesse deciso di agghindarsi. Ma, nel corso delle lezioni, qualcuno gli fece notare con diplomazia ed educazione, sussurrandogli: – Ma come cazzo si è vestito oggi Ricky?

E lì che gli occhi di entrambi si rivolsero verso la richea sagoma, lasciando loro sbalorditi e attoniti: il nostro presentava un paio di pantaloni verde chiaro acceso, con su una camicia bianca a righe blu verticali. Era ancora inverno. Il tutto rimandava ad una paesaggistica quanto inaspettata e nostalgica immagine estiva: il suo vestire rimembrava una sedia a sdraio posta in mezzo a un prato. Qualcuno proferì, al termine delle lezioni:
– Ricky…certo che hai un coraggio a vestirti così…- Ma il richeo difendeva a spada tratta i suoi indumenti, cercando di portar invano avanti la tesi che quella degenerazione di pantaloni fossero all’ultimo grido e indossati ormai da una buona fetta della popolazione. Ma l’autore non mancò di fargli notare che, se si fosse guardato nei paraggi, nessuno all’infuori di lui, nel raggio di chilometri, indossava quell’immondo capo di vestiario. Giunse l’ora di pranzo, e i nostri recaronsi nei pressi della mensa. E lì probabilmente, il fato o una forza o un’entità superiore miseci la mano. Il richeo aveva ordinato un trancio di pizza. Mentre cercava, con impacciate manovre, di prelevare l’insalata e di porla sul vassoio su cui già giaceva il pezzo di margherita, un colpo fortuito fece rovesciare quest’ultimo sui suoi orridi pantaloni, tramutandoli all’istante in una sorta di bizzarra bandiera dell’Italia. Le risa e gli scherni raggiunsero livelli mai visti in quella circostanza. Qualcuno osò dire che i pantaloni avevano subito un netto miglioramento. Qualcuno pensò che fosse stato un segno del destino o perché no, una punizione divina. Qualcuno intonò l’inno di Mameli. E in ogni caso, come un sol uomo, molti eran concordi sul fatto che quelle terribili braghe avevano fatto la fine che meritavano.

Il richeo, una sera, volle porre rimedio alle terribili figure fatte in precedenza. Recatosi assieme ai suoi compagni presso un pub per una birra, magari anche perché in quella circostanza presentaronsi alcune esponenti del gentil sesso, il richeo volle tentare di mostrarsi alla platea con un tocco di classe: camicia bianca, jeans e giacca elegante. I suoi compagni e le ragazze presenti, inizialmente, complimentaronsi con il nostro per la scelta dell’abbigliare, una volta tanto dettata dal criterio e non dalla casualità e dal caos. Qualcheduno però, dopo un’analisi più approfondita degli indumenti che ricoprivan il suo buffo corpicino, obiettò e scoprì un’altra strampalata chicca da aggiungere all’ormai innumerevole elenco di baluardi: il richeo amico era abbigliato a guisa d’un agente immobiliare. Quando, con la consueta impertinenza, glielo si fece notare, il richeo si inginocchiò e, con il solito suo fare implorante, esplose in un lamento irritante, stupito. Chiedeasi il nostro in cosa avesse fallito in quella circostanza, convinto che con quell’abbigliare avrebbe cambiato l’opinione dei suoi critici compagni, che però avean trovato un’ulteriore ragione per scalfire il suo onore.

 

Memorie Olfattive di Due Vagine

Stella_Max.jpg– Si accomodi pure! – esclamò Massimo Gramellini, sorridendo alla sua maniera e mantenendo la porta come un gentiluomo d’altri tempi. Stella Pulpo lo guardò, attraverso i suoi occhiali da sole, nonostante fossero le undici di sera. Sorrise sorniona e procedette all’interno dell’attico del giornalista del Corriere con passo da sfilata.

Era stata una bella serata. Avevano cenato alla Terrazza Aperol, in Piazza Duomo. Stella Pulpo, nel corso della cena, aveva fatto presente a Gramellini che, probabilmente, i tempi erano maturi perché la piazza venisse ribattezzata come Piazza Di Donna. Gramellini aveva elegantemente replicato, con il suo fare morigerato tipico del giornalista prudente che non vuole cacciarsi nei guai, che Duomo si scriveva senza apostrofo. Stella Pulpo si sentì ferita da quella osservazione e, in cuor suo, pensò che anche lui, tutto sommato, era il tipico pene sapiens maschilista. Gramellini, nel corso della cena, aveva mantenuto costantemente la sua solita espressione facciale.

Stella si tolse l’impermeabile e si accomodò sul divano, nell’immenso soggiorno. Gramellini si recò presso la cucina a vista per preparare due Negroni Sbagliati: spumante, Vermut, Campari, due fette d’arancia e ghiaccio ed eccoli pronti. Prese in mano i due bicchieri Old Fashioned, tornò al divano e ne porse uno alla Pulpo. Si sedette accanto a lei.

–  La birra Raffo non ce l’avevo. – scherzò il Gramellini, sorridendo nello stesso solito modo in cui aveva sorriso per tutta la serata.

– Due cocktail impeccabili, dottore, conosce alla perfezione la ricetta. Osservo tra l’altro che lei legge il mio blog. – rispose la Pulpo, accendendosi una sigaretta e sorseggiando il suo drink.

– Mi piace il suo modo di scrivere. Lei ha un grande talento. Inoltre, adoro sentirmi in colpa per il semplice fatto di essere nato uomo. Le confesso che la cosa mi procura un’eccitazione sessuale masochistica. Certo che lei fuma parecchio, dottoressa. Non le farà male?

– Mi manca la mia Taranto e mi sento in colpa a stare qui, lontana dagli arrosti di carne, dagli amici di sempre, dal sole, dalla birra Raffo, dall’impepata di cozze mangiata alla ripa di mare al tramonto, dai vicoli giallognoli di Taranto Vecchia, da mia zia che mi ingozza di burratine, dallo spirito che resta giù quando vai su, dai saluti in stazione che ti stracciano l’anima e ci fanno una ratatouille di nostalgia e insofferenza, e dubbi iperbolici, e domande retoriche sul senso di vivere in funzione delle bollette da pagare invece che degli affetti da amare. Per espiare tutto questo, non potendo respirare l’aria inquinata dovuta all’ex-Ilva, compenso fumando accanitamente. Lo faccio per solidarietà nei confronti della mia città e dei miei concittadini.

Gramellini aveva gli occhi lucidi, commosso dall’armonia poetica, nostalgica e reazionaria con cui la Pulpo, citando a memoria uno dei suoi post, parlava delle sue radici. Si sentì per un momento destabilizzato: quel monologo rischiava di far crollare le sue finte certezze di radical chic, per far venire a galla la sua vera identità di conservatore, che, nel suo intimo, voleva semplicemente avere una famiglia tradizionale.

– Mi manca la mia mamma, dottoressa Pulpo. – Gramellini le afferrò la mano e la guardò intensamente negli occhi, mentre una lacrima scorreva sul suo faccione rotondo e sporadicamente barbuto. L’espressione del viso era immutata anche in questa circostanza.

– Anche a me manca la Vagina Maestra – rispose la Pulpo. Ricambiò lo sguardo lacrimevole del Gramellini. Nel frattempo, lei aveva tolto gli occhiali da sole. – A proposito – sussurrò, avvicinando le sue labbra a quelle di Massimo – adoro il modo in cui lei, nelle sue rubriche, cita a sproposito Carl Gustav Jung. Tra l’altro, chi sarebbe?

Si baciarono. Dapprima delicatamente, sulle labbra. In breve, le loro lingue si intrecciarono per diventare un vortice di mulinelli. La blogger terrons pseudo-femminista e il soffice scrittore posato e prudente del Corriere cominciarono a unirsi carnalmente, forse come preludio di un nuovo progetto editoriale che parlasse alle viscere delle donne sofferenti, allo scopo di speculare sul loro dolore e turlupinarle, indossando la placida maschera dei progressisti emancipati. Gramellini liberò la Pulpo dalla camicia verde militare che indossava, facendo emergere e respirare con prepotenza i suoi vulcanici seni appuli. La Pulpo non indossava reggiseni. Era una scelta ideologica. I suoi capezzoli erano già puntuti e gonfi di desiderio. Nel frattempo, quest’ultima, ansimante e vogliosa, si era fiondata sull’elegante pantalone grigio del Gramellini e in un batter d’occhio glieli aveva sfilati, ma in quel momento, notò qualcosa di insolito e si fermò.

Santiddio Gramellini! Lei indossa mutandine da donna! – esclamò Stella, ancora ansimante e con la fronte vagamente imperlata di sudore.

La Pulpo osservò meglio. Non solo il giornalista indossava mutandine da donna, ma un altro dettaglio ancora più inquietante emergeva osservando con più attenzione. Notò che la zona del pube era completamente piatta.

– Le tolga pure, dottoressa Pulpo. Senza paura. Mi sembra giusto dirle tutto, se lo merita. – esclamò il Gramellini.

Stella Pulpo sfilò con reticenza e con uno sguardo tra l’interrogativo e lo schifato le mutande del giornalista. E quanto aveva presagito e sospettato divenne improvvisamente realtà: Massimo Gramellini aveva tra le gambe una meravigliosa quanto artistica fica. Una vagina perfetta. Grandi labbra, piccole labbra, clitoride. Una fetta di prosciutto crudo perfettamente piegata. Un odore acre, ma piacevole, emergeva dalla sua vulva.

– Quando è successo? – chiese Stella turbata. Provava perplessità, stupore, confusione ed eccitazione.

– E’ stato un processo graduale, a partire da quando ho iniziato a scrivere Il Caffè, sul Corriere. Ho notato che ogni mattina mi svegliavo e il mio pene diventava sempre più piccolo. Finché un giorno non ha raggiunto le dimensioni di un clitoride. Più avanti, la pelle che lo circondava ha cambiato forma, fino ad assumere i connotati di un’autentica vagina. Ho consultato un ginecologo e, per fortuna, mi ha tranquillizzato: il mio nuovo organo funziona perfettamente. Ho imparato a masturbarmi e a godere come una donna, con i giocattoli che tra l’altro lei sponsorizza sul suo profilo Instagram. Lei mi ha fatto scoprire un mondo completamente nuovo, dottoressa. Le sono debitore.

– Non pensavo di aver avuto un ruolo così fondamentale nella sua vita. Mi emoziona dicendo questo. – Gli occhi le si riempirono di lacrime.

Massimo Gramellini era stato il primo prototipo umano a confermare la teoria del gender: era andato mentalmente e fisicamente oltre il concetto di genere maschile e femminile.

– Sto pensando di cambiare il mio nome in Maximum Gramellina.

– Anch’io sto pensando di cambiare il mio nome in Stella Pulpa.

– Si accomodi, dottoressa. Assaggi pure e non faccia complimenti. Non vorrà mica che Il Caffè di domani abbia come titolo Le Non-Leccatrici?

– Arguto, il mio bel radical chic neutro…

Stella Pulpo si fiondò immediatamente sulla fica di Gramellina , lavorando di lingua in maniera certosina e abbeverandosi dei suoi umori come una bestia assetata. Gramellina iniziò a godere, dapprima ansimando come un umano, per poi iniziare ad emettere versi scimmieschi. Ben presto, i due si trovarono intrecciati, dapprima in un sessantanove, per poi passare tutta la notte a sforbiciare e a procurarsi orgasmi multipli, emettendo urla e farfugliando come una coppia di bonobo.

Passarono tutta la notte accoppiandosi selvaggiamente, finché ormai esausti e stravolti dagli innumerevoli orgasmi, non si placarono e non si resero conto che era già mattina.

– Devo tornare a casa! – esclamò allarmata la Pulpo, – La mia agrodolce metà sarà preoccupata!

L’appartamento era impregnato di odor di fica in maniera impressionante, memorie olfattive di due vagine.

Stella si alzò dal divano e si rivestì, mentre Gramellina la osservava disteso, con sguardo da innamorato. A un certo punto si levò anch’egli, indossò le sue mutandine da donna e una vestaglia e la accompagnò alla porta. La aprì e le disse:

– Fai uno squillo quando arrivi…

E Stella rispose:

– Fai bei sogni…

Si diederò un bacio a stampo. Poi lei uscì.

 

 

 

 

Sfigo Ricky – Capitolo 2 – Lo Spiovente

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Lo spiovente costituisce probabilmente la principale peculiarità della richea morfologia. Come mostrato in figura, costituisce un’anomalia piuttosto evidente che lo rende un caso quasi unico nel suo genere.

Il primo ad accorgersi di tale caratteristica è stato il Dottor Celenza, detto Il Criceto. Un dì, mentre ci si accingeva a una seduta di gruppo di studi sfigo matematici, egli fece notare ai presenti un inquietante aspetto: la richea nuca presentava un terribile parallelismo con la parete adiacente a quest’ultima.  – Guardate il cranio di Nash! , pronunciò birichino Il Criceto, suscitando la curiosità dei presenti.

E’ necessaria, prima di proseguire, una doverosa digressione. John Nash costituisce il più antico dei richei soprannomi. Fu attribuitogli a causa delle sue notevoli capacità nel risolvere problemi matematici e fisici di estrema complessità. Nel corso di una lezione di informatica, fu il solito Criceto a presentarlo al docente, proferendo: – Prof. Lui è John Nash!, il quale, in tutta risposta, dichiarò: – Spero meno pazzo!. Mai speranza fu più vana, né risposta più profetica. Sovente, il nostro era chiamato Johnny da parte di Manganello,  ultras sfegatato del Milan, naturalmente assolutamente ignaro su chi fosse il vero John Nash. Stiamo parlando di un individuo che una volta, interrogato su come avesse passato il fine settimana, rispose all’autore con la seguente frase: – Ho usato il pene!

Ma non divaghiamo. In quell’istante, mai il nostro richeo amico avrebbe immaginato le conseguenze di poche parole messe alla rinfusa da parte del suo minuto collega.

Nei giorni a venire, le cricètee parole, apparentemente innocue, avevano maliziosamente stimolato la creatività dell’autore. Ai tempi, si era usi  disegnare caricature dei colleghi universitari e dei docenti più buffi che occupavano l’aula durante le tediose ore di lezione. Erano momenti in cui a stento si trattenevano le risa, con il grosso rischio di essere malamente cacciati dal docente di turno. In tutto questo, si soleva raffigurare il richeo volto unicamente mediante una rappresentazione frontale. La cricètea osservazione sulla conformazione cranica del Ricky fornì un punto di vista innovativo, alla stregua di una nuova corrente pittorica. Per l’autore fu un momento di transizione, un po’ come un Picasso che lascia alle sue spalle il periodo rosa per entrare di prepotenza nel cubismo. Da quel momento, si cominciò a mettere a frutto una rappresentazione laterale del richeo volto, essendo il profilo ben più ricco di dettagli capaci di fargli perdere la dignità, suscitando le risa di coloro che gli stavano attorno. Nelle frequenti rappresentazioni, la nuca, paurosamente verticale e pertanto denominata lo spiovente, era solitamente l’ultima ad essere tracciata, ma non per questo si dava minor importanza ad essa. Al tenue tratto atto a demarcare gli inconfondibili lineamenti del viso, seguiva un violento quanto rumoroso procedere verticale della penna, che rompeva prepotentemente la tensione accumulata fino a quel momento, mettendo inesorabilmente nero su bianco la terrificante verticalità della cervice. Era proprio l’echeggiare di tale suono a cagionare il maggior scalfirsi della richea dignità, mentre i suoi compagni esplodevano in una risata liberatoria. Il richeo amico reagiva con smorfie di disperazione, alla ricerca di un’onorabilità che cominciava pericolosamente ad oscillare.

Sovente, il richeo amico veniva raffigurato sempre di profilo, ma con il corpo di un ortaggio, il più delle volte una Daucus Carota, spesso dovuto ai bizzarri colori vegetali con cui soleva abbigliarsi, tematica rimandata al capitolo successivo. In altre occasioni, si era soliti riprodurre il richeo profilo alla stregua di un monte dei suicidi, aggiungendo al suo volto dei simpatici ometti stilizzati sul capo, mentre si lanciavano disperati lungo lo spiovente. In altre occasioni, a causa della tendenziale richea lamentosità, l’autore, per smorzare le sue geremiadi, lo invitava a non avere il primato della sofferenza e per rafforzare il messaggio, armato di gessetto, riproduceva alla lavagna il richeo profilo su un ipotetico podio del dolore, naturalmente medaglia d’oro. In queste occasioni, il richeo non ci vedeva più dalla frustrazione e fuggiva via inviperito dall’aula presso cui si era recato per una sessione di studi. Infine, la verticalità della nuca, unita alla forma tendenzialmente rettangolare del richeo cranio, permetteva a quest’ultimo di essere trasformato secondo Fourier, ottenendo nel dominio delle frequenze un cranio avente forma di seno cardinale.

Nel prossimo capitolo, ci occuperemo di un altro baluardo che ha contribuito a scalfire la dignità di Ricky: l’abbigliamento.

Sfigo Ricky – Capitolo 1 – L’alitosi

L’alitosi di Ricky ha origini controverse.

Si pensava che uno dei problemi che più attanagliano il genere umano e i rapporti sociali non gli appartenesse. Ma anche in questo caso ci si sbagliava.

Un giorno, terminate le lezioni e il pranzo in mensa, Ricky si trovò assieme ad altri  compagni di corso in una delle numerose sale studio dell’ateneo. Per chi non le avesse bene in mente, trattavasi di una di quelle sale studio in cui vige un tesissimo quanto religioso silenzio, popolate da altri sfigo studenti, tipicamente vestiti con maglioni a quadrettoni e jeans di tre taglie più larghe, magari già calvi alla veneranda età di vent’anni. Quel pomeriggio, mentre il nostro Ricky si accingeva a studiare con uno dei suoi tre amici, pare che la distanza che separava il suo cavo orale dal naso del malcapitato compagno a cui stava spiegando alcuni concetti di matematica discreta si sia ridotta notevolmente. Il compagno, che preferisce mantenere l’anonimato, dopo qualche minuto di stoica sopportazione, si racconta sia sbottato e abbia proferito quanto segue:

–  Ricky, prima che tu vada avanti…

–  Dimmi!

– Scusa se te lo dico, magari ce l’ho anche io…però…

– Che cosa?

– Hai un alito terrificante!!!

– …!!!

Risate grasse si fecero immediatamente strada nell’aula che accoglieva i due giovani, riferite al tanfo putrido proveniente dalla sua bocca. Altri compagni che assistevano in quel momento, dopo il birichino evento, forse colti da un temporaneo momento di pietà, decisero inizialmente di mantenere il segreto su quanto accaduto e di metterci una pietra sopra. Si proseguì dunque con gli studi, cercando di dimenticare quanto successo. Ma tra una matrice e l’altra, e monoidi e gruppi e campi ed anelli, come si poteva al contempo non esser memori di un sì divertente evento:

– Ricky, meno male che non sei il dio dei venti.

– Vi prego…ho una dignità.

– Ricky, potresti trattenere il respiro?

– Ma che vi ho fatto di male…

– HHHHHHHHAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHH!

E nasi che turavansi al sol proferire di verbo da parte dello sciagurato. E risa e lagrime divertite. Dentro di sé, Ricky era ormai conscio che un nuovo tormentone faceasi strada per arricchire le uggiose giornate dei suoi compagni, devastando, in contemporanea, l’ormai già scalfita dignità sua.

Sfigo Ricky – Prefazione

Notevoli sono i baluardi su cui si basa la sfiga di Riccardo, altrimenti detto Sfigo Ricky. In questo manuale ho voluto raccoglierle tutte, cercando di non omettere dettagli e raccogliendo le testimonianze di chi lo conosce bene. Le scoperte fatte, gli aneddoti non sono elencati necessariamente in ordine cronologico.

Preme ovviamente all’autore far conoscere il personaggio anche dal punto di vista biografico.

Nasce il 10 maggio 1978. Nel 1997 si iscrive alla facoltà di Matematica.

Null’altro da aggiungere alla sua misera vita.

L’autore precisa che Sfigo Ricky è un personaggio totalmente frutto della sua mente malata e ogni riferimento a persone, fatti ed eventi realmente accaduti è puramente casuale.

L’Orrenda Signora

Era tardo pomeriggio, quando Mario uscì dal suo appartamento. Abitava al quinto piano ed era solito fare le scale, da bravo salutista qual era. Percorrendo i gradini, raggiunto il primo piano, si imbatté in una famiglia che in condominio non aveva mai avuto occasione di incontrare. Padre grasso e madre sui cinquant’anni, figlio e figlia molto graziosa, sui venti, in quel mentre presi con il trasporto del mobilio, a seguito di recente trasloco.

La famiglia si presentò con educazione a Mario, il quale ricambiò. La sua attenzione cadde in particolare sulla madre: indossava una maglietta a maniche corte bianca, aderente. Aveva capelli rossi corti a caschetto, denti storti e accavallati, occhiali vetusti, le cui lenti le ingigantivano gli occhi e un pizzico di alitosi, dovuta forse al fatto che, avendo impiegato tutto il giorno nel trasloco, non aveva avuto occasione di lavarsi i denti.

Mario rimase vagamente turbato da quella donna. Era oggettivamente orrida di aspetto, ma nonostante il volto picassiano, unito alle braccia glabre, al fiato non esattamente mentolato, ai seni inesistenti e a un vago accenno di pancia, si sentì eccitato sessualmente.

Passarono alcuni giorni. Il nostro Mario, ancora una volta, uscì di casa e percorse le scale. Incrociò nuovamente la donna, questa volta sola, ed educatamente, da galantuomo depravato qual era, la salutò e volle scambiare due parole.

– Come va il trasloco allora?

-Bene – rispose la donna – a breve iniziamo i lavori di ristrutturazione.

A quel punto Mario, preso da una diabolica volontà seduttiva, fissò intensamente la donna negli occhi ingigantiti dalle lenti dei suoi occhiali ampiamente fuori moda, e proferì sibillino:

-Avete per caso bisogno di un architetto che vi supporti nelle ristrutturazioni?

Utilizzò strategicamente il verbo “supportare”, condito da un sapiente uso del congiuntivo e della consecutio temporum.

La donna, oltre ad essere colpita dal suo italiano forbito, fu come ipnotizzata dal suo sguardo magnetico. Retrocedendo con il capo, a sua volta fissando Mario negli occhi, rispose:

-Ehm…no, no…abbiamo già chi ci darà una mano…

Mario si rese conto in quel momento che, nonostante l’aspetto orripilante della signora, unito ad un modo di vestire totalmente dettato dal caso, provava un’intensa e perversa eccitazione sessuale nei suoi confronti.

Seguirono, nei giorni a venire, nuove occasioni di incontro. Un pomeriggio, mentre Mario si trovava al supermercato, fu distratto da una voce femminile che lo chiamò:

-Ciao, Mario!

Vide da lontano il volto orribile della signora, che lo guardava con voluttà. Ricambiò il saluto e, con sguardo da volpe, le offrì un passaggio a casa, mentre il sangue cominciava pian piano ad affluire in prossimità dei suoi corpi cavernosi. Lei rifiutò gentilmente, considerando il fatto che era sposata, pertanto il suo desiderio perverso nei confronti di un uomo più giovane e piacente faceva a cazzotti con la morale comune, la sua fede in Dio e il senso di colpa nei confronti di un marito ciccione ormai assolutamente privo di sensualità, ma ben voluto come un fratello.

Un’altra volta, nel corso di un’assemblea condominiale, Mario manifestò nuovamente il suo desiderio nei confronti della brutta donna, sedendosi al suo fianco e poggiando “casualmente” la sua gamba sulla sua, con fare vischioso. La signora in un primo momento accettò di buon grado il contatto, per poi successivamente ritirarsi, lacerata dalle diatribe interiori di cui si parlava poc’anzi.

A volte, Mario la adocchiava a Messa. Lei era solita sedersi sempre ai primi banchi con sua madre. In quei momenti, il nostro Mario, cattolico estremamente contraddittorio e peccatore recidivo, non era assolutamente capace di convogliare la sua libido verso Nostro Signore, distratto com’era da quella signora che aveva il potere di scatenargli quelle fantasie piccanti.

Con il tempo, Mario rincarò la dose. Aveva in un certo senso la necessità di capire perché quella brutta donna lo intrigasse così tanto e gli solleticasse in maniera così birichina i sensi. Negli incontri casuali con la signora, che avvenivano sempre in condominio e al supermercato, si fece più spavaldo, invitandola ripetutamente e sfacciatamente a prendere un caffè a casa sua. In quelle occasioni, la donna chinava lo sguardo e arrossiva, sempre rifiutando, ma internamente combattuta, mentre Mario, in quei momenti, si compiaceva delle sue stesse erezioni. Ormai la signora era divenuta una costante delle sue fantasie sessuali. Immaginava di possedersi insieme, sudati e puzzolenti, con lei che a un tratto, nella sua artistica ed erotica nefandezza, raggiungeva l’estasi suprema.

Un giorno, qualcosa accadde: fu la signora che, dopo aver incrociato ancora una volta Mario sul pianerottolo, decise di invitarlo a casa sua a prendere un caffè. Nell’appartamento non c’era nessuno. Non c’era il marito,  non c’erano i figli. Chiacchierarono amabilmente, in un clima ambiguo e malizioso. La signora sorseggiava il suo caffè appoggiando le labbra alla tazza in un modo che scatenava in Mario delle fantasie inimmaginabili e irripetibili. Parlarono ancora e si raccontarono, finché la signora non comunicò al nostro che sua figlia era in procinto di rientrare. Figlia, ricordiamo, bella, giovane e graziosa. Ma ciò nonostante, per Mario, era la signora l’obiettivo. Mario, non volendo farsi trovare in casa dalla figlia di lei, decise di congedarsi. La signora gli porse la mano per salutarlo, in maniera formale. In tutta risposta, Mario le cinse il fianco, la salutò con due baci e si congedò dicendole:

-La prossima volta sali tu da me e il caffè te lo offro io – sfiorandole il culo.

-Eh…- rispose la signora. Un’unica sillaba, che riassumeva in sé tutti i sentimenti contraddittori provati dalla donna.

Si incrociarono ancora, ma le cose, da quella volta, cominciarono a cambiare. Con buona probabilità, la povera orrenda signora si era resa conto che stava oltrepassando un confine pericoloso, e cominciò pertanto a comportarsi in maniera più distaccata nei confronti del nostro Mario, rifiutando i suoi inviti per un caffè presso il suo appartamento. Giunse l’occasione, in cui la signora fece presente, con fermezza:

– Se vuoi, vieni a prendere un caffè con me e con tutta la mia famiglia.

Al proferire di queste parole, il nostro Mario fu preso dal dolore dell’abbandono, che si tramutò immediatamente in un’eccitazione incontenibile. Quella giravolta da parte dell’orrenda donna, lo addolorò nel profondo. Provò l’antico dolore del neonato svezzato, che piange disperato mentre reclama gli ormai banditi seni materni.

-Ma dai su! – disse Mario, dandole una pacca sul culo. La signora si affrettò a rientrare in casa, inquietata dall’audacia di Mario:

– Tu mi piaci tanto…- le sussurrò all’orecchio.

– Sì, va bene, ho capito!- disse la signora, sfuggendo alle sue mire e rientrando definitivamente in casa, nella tiepida stabilità mortifera di un matrimonio in decomposizione.

Mario provava un acuto dolore nell’aver perso quell’amore bizzarro. Quel magico inquietante incantesimo che Eros, o forse Thànatos, aveva creato, d’un tratto si era disciolto.

Nei giorni a venire, Mario incrociò diverse volte l’orrenda signora, ma si sforzò di ignorarla, nonostante alcune prepotenti forze occulte lo attraessero verso di lei e lo invogliassero a rivolgerle la parola, nella speranza che la donna si fosse ricreduta e ardesse nuovamente di desiderio per lui. Resistette un po’ di volte, salutandola a malapena, ma si rendeva conto che ogni incontro con quella bruttissima femmina lo turbava e gli faceva sentire le fiamme addosso.

L’ultima volta che la vide, la incrociò sul pianerottolo. La signora stava rientrando in casa e gli rivolse nuovamente la parola, chiedendogli se stesse bene. Mario rispose di sì, mentre il sangue gli andava alla testa e l’eccitazione cominciava a impadronirsi di lui. L’alito della donna era fetido, ma questo particolare era totalmente trascurabile rispetto alla voglie malsane e alle pulsioni di morte che avevano travolto il nostro. Mario le chiese se avesse voglia di fare due chiacchiere, ma questa rispose di no e chiuse la porta. A quel punto Mario, totalmente incosciente e in balia delle onde, bussò alla sua porta. La donna aprì:

– Dimmi – rispose la signora.

–  L’altra volta devo averti spaventato, scusami…

–  Non preoccuparti, ma trovatene una più giovane, io ho cinquantaquattro anni! – esclamò la signora, sdrammatizzando e mettendo in mostra con un sorriso l’orrida dentatura.

– Ma chi se ne frega dell’età, tu mi piaci! Ti voglio dal primo giorno che ci siamo conosciuti, quando ci siamo guardati così intensamente negli occhi, e lo so che è così anche da parte tua!

La signora negò ogni desiderio da parte sua nei confronti di Mario, il quale la guardò intensamente e iniziò ad avvicinarsi per farla sua, ma la donna, turbata gli rispose:

– No, ti prego!

E chiuse definitivamente la porta.

Mario si fece di bragia: rientrò nel suo appartamento, straziato dal dolore dell’abbandono, dall’eccitazione sessuale e da una vergogna profonda.

La mattina dopo due carabinieri si presentarono alla sua porta. Lo pregarono di seguirlo.

L’orrenda signora e il marito grassone lo hanno denunciato per molestie sessuali e sta attualmente scontando una pena di sei mesi. Mi ha chiesto di raccontare questa storia in una lettera straziante, nella quale racconta di essere diventato lo zimbello degli altri detenuti e di aver tentato il suicidio un paio di volte, cercando di impiccarsi in cella.

Ci riproverà ancora.

Appuntamenti strampalati – Ricordo di gioventù

Diverse estati fa, mi recai in una discoteca all’aperto con un folto gruppo di amici, con i quali ci si vede ormai di rado. A quei tempi ero solito bere abbastanza. In quella circostanza, l’alcol mi fece prendere una tremenda cantonata.
Ero alla seconda birra media e, come previsto, sia gli effetti euforizzanti che gli effetti diuretici della bevanda non si fecero attendere. Decisi pertanto di recarmi alla toilette, allontanandomi dal gruppo.
Strada facendo, intravidi una giovane donna in disparte. Complice la disinibizione fornita dall’alcol, decisi di approcciarla.

La donna, lì per lì, credette che facessi parte della sua compagnia di amici che, in quel momento, aveva perso di vista a causa dell’affollamento del locale. Resasi conto di essersi confusa, nonostante tutto, cominciò a interagire simpaticamente con il sottoscritto. Era piuttosto ciucca. Al termine del nostro breve dialogo, fatto di benevoli prese in giro sulle nostre reciproche professioni, riuscii a strapparle il numero di telefono e, dopo essermi liberato la vescica, rientrai alla base dai miei amici.
A distanza di un paio di giorni da quella serata, decisi di scriverle, senza farmi troppe illusioni, convinto che la ragazza non si sarebbe minimamente ricordata di me.
Dopo avermi chiesto inizialmente chi fossi, che non ricordava niente della serata, causa memorabile sbronza, improvvisamente feci nuovamente capolino nella sua memoria. Fu lei stessa, dopo un breve scambio di messaggi, a propormi di passare a trovarla, dato che abitava in una ridente cittadella del milanese, non troppo lontana da casa mia.
Ci demmo appuntamento per il sabato successivo, nel tardo pomeriggio. Sarei passato a prenderla a casa sua. Mi tirai a lucido e portai addirittura la mia vecchia Ford Focus all’autolavaggio. Mi presentai puntuale alle 19.30 sotto casa sua. Lei mi aveva già inviato un messaggio, dicendomi che avrebbe tardato di una quindicina di minuti. Attesi.
Una lieve tensione si faceva largo in me, dovuta al fatto che non ricordavo esattamente il volto della donna. Nel corso del breve scambio di battute intercorso in quella serata, ero piuttosto brillo. Decisi comunque di buttarmi le ansie alle spalle, anche perché era da diverso tempo che non avevo un appuntamento galante.
A un tratto, lei scese. Quando la rividi, mi sentii come la moglie di Lot, voltatasi a guardare la distruzione di Sodoma: divenni una statua di sale. Da sobrio, la realtà  si mostra inesorabilmente per quello che è: era orrenda. Il suo naso faceva provincia. Indossava un vergognoso abito nero attillato e aveva avuto l’orribile idea di infilarsi un fiore tra i capelli. Non so se il fiore fosse finto o vero. Nel secondo caso, fece senz’altro una fine indegna. In ogni caso, la cosa che mi scosse del tutto avvenne quando mi feci avanti per salutarla con i consueti due baci sulle guance. Il suo fiato emanava un inconfondibile olezzo di vino: era già ubriaca!
Salimmo in macchina, mentre ogni cellula del mio corpo cominciava a sentirsi in imbarazzo. La tipa era fastidiosamente loquace ed estremamente cafona, probabilmente anche a causa dell’alcol che già le scorreva nelle vene. Cominciò a parlare ad alta voce e a vanvera, chiedendomi di raccontarle qualcosa della mia vita. Risposi a malapena, mentre il mio cervello andava a caccia disperata di argomenti, come un cacciatore alla ricerca di un orso bianco all’equatore. Se in quel momento mi fossi sottoposto a un elettroencefalogramma, il risultato sarebbe stato una linea retta. Decisi di infilarmi nel primo pub per mangiare qualcosa, sperando di stemperare la tensione indicibile che stavo provando.
Ci sedemmo e ordinammo da mangiare. La tipa ordinò un bicchiere di vino. Un altro. E seguitò con il suo monologo, nel corso del quale partì con un’invettiva contro la nostra Repubblica e l’inefficienza del suo sistema giudiziario. In quel momento, mi domandai da dove giungesse tanto astio nei confronti delle nostre istituzioni. La risposta non si fece attendere. Difatti, d’un tratto, la donna svelò l’arcano:

– Sai, mi hanno condannata a lavori di pubblica utilità  per guida in stato di ebbrezza. Mi hanno ritirato patente e macchina e sarò costretta ad andare per un centinaio di giorni in un capannone a stirare.

Mi sentii come un pompeiano appena travolto dalla lava delle sue argomentazioni, espulse dalla sua bocca Vesuvio. Mentre le mie viscere erano in preda alle contorsioni, divenni una statua e il mio volto si fece di bragia.

Continuò per un po’ a eruttare ulteriori invettive. Nel frattempo, avevo ordinato un’insalata, della quale non riuscii a mandar giù che pochi bocconi. La tensione era indescrivibile e volevo essere ovunque tranne che lì, seduto in quel pub, con lei. Nel frattempo, i suoi sproloqui proseguirono.Si alzò addirittura in piedi e parlando ad alta voce, cominciò a dare spettacolo nel locale. Le intimai timidamente di abbassare il tono della voce, ma queste mie parole la irritarono, dicendomi che non aveva minimamente a cuore l’altrui giudizio. Mai come in altri momenti, desiderai che il tristo mietitore venisse a prendermi.

A un tratto, ricevette una telefonata. Rispose e dopo aver salutato calorosamente colui che l’aveva contattata, all’improvviso cominciò a insultarlo pesantemente, non ho mai capito se in chiave ironica o realmente piena di astio nei suoi confronti. Chiuse la telefonata, spiegandomi chi fosse.

– Sai, era il mio migliore amico. Da quando si è fidanzato, non si fa più sentire. Eppure abbiamo passato un sacco di bei momenti insieme. Non hai idea di quante volte abbiamo passato la notte in caserma io e lui.

Come se avessi incrociato lo sguardo di Medusa, mi pietrificai ulteriormente. Ormai la tensione aveva raggiunto livelli umanamente insopportabili. Decisi pertanto che era il momento di pagare, di andar via e di liquidarla.

Uscendo dal locale, si accese una sigaretta. Le chiesi per quale motivo avesse accettato di uscire con me, visto che eravamo un attimino “diversi”. La donna mi rispose:

– Ah, guarda, me lo sto chiedendo anche io. Sei troppo un bravo ragazzo, tu! E poi, stai sempre lì a farmi la predica sul fatto di non bere e di non fumare. Sembri mia madre!

In quel momento non ne potetti più. Tutta la tensione accumulata fino ad allora si fece prorompente. Ferito nell’orgoglio, decisi di esplodere tramite una mossa il cui intento era, in un caso o nell’altro, quello di levarmela dalle scatole il più in fretta possibile. Le dissi:

– Tua madre farebbe questo?

E la baciai.

Le nostre lingue si incrociarono timidamente. Mi sentii come un cane in procinto di abbeverarsi da una ciotola di Tavernello in cui galleggiavano svariati mozziconi di sigaretta fumati da barboni. Colpita da quella mossa inaspettata, d’improvviso si ammutolì. Tornammo alla macchina e vi risalimmo.

Mentre guidavo, decisi di andare dritto al sodo senza troppi giri di parole. Proferii unicamente questa frase:

– Se ti va, casa mia è qui vicina.

A quel punto, la tipa divenne una furia, una bestia imbizzarrita. Cominciò a urlare dicendomi che non era il tipo di persona che faceva quelle cose e che era una persona seria (sic!). Mi chiese di farla scendere, perché voleva tornare a casa. Le feci notare che casa sua era a circa 20 km da dove ci trovavamo e che in ogni caso avrei dovuto accompagnarla io.

– Ah sì?! Pensi che non trovi qualcuno che mi passi a prendere??? Fammi scendere immediatamente!!!

Non feci una piega. Accostai. Scese e andò via sbattendo la portiera.

Sollevato, rimisi in moto e tornai a casa. Ai tempi vivevo in un monolocale in affitto di venti metri quadrati.

Non la rividi mai più.

Pochi mesi dopo, smisi di bere, per lungo tempo. Ma questa è un’altra storia.