Delprete Fiction

Delprete fece un profondo respiro e richiuse il suo laptop. Si erano ormai fatte le dieci di sera, la giornata volgeva al termine e aveva realizzato di non avere ulteriori rabbiose invettive anti-sovraniste da pubblicare sui suoi profili social. Si sentiva spento e svuotato, sua madre gli aveva telefonato un’ora prima, tempestandolo di domande invadenti e raccomandandosi sul fatto che non uscisse di casa, perché “c’era il virus”. Delprete provava sempre un gran nervoso quando interloquiva con quest’ultima, nonostante non lasciasse trapelare pubblicamente questi sentimenti disdicevoli, che non sarebbero stati utili alla sua reputazione e alla sua immagine.
Si levò dalla sedia, fece pochi passi e si accomodò sul divano letto accanto alla scrivania, dinanzi al quale vi era un tavolo con una pila di libri che non aveva mai letto e un piccolo vassoio di alluminio che conteneva qualche bomboniera mai aperta e confetti scaduti appartenenti ai numerosi matrimoni a cui aveva partecipato negli anni passati. Viveva in uno squallido monolocale, che negli ultimi tempi gli faceva mancare sempre più l’aria, ma non avendo un lavoro fisso, schiavo com’era della sua ambizione e totalmente eterocentrato e diretto dall’altrui giudizio e dalla sua popolarità sui social, non disponeva di entrate sufficienti per potersi permettere una casa più grande, se non una paghetta mensile di circa cinquecento euro che i suoi genitori gli erogavano tramite bonifico. Delprete fantasticava con frequenza, sognava a occhi aperti il giorno in cui avrebbe ottenuto il successo sperato, mediante una carriera nel mondo della politica culminata, perché no, con un seggio in parlamento. Probabilmente questa era la sua unica e reale ambizione, mancandogli totalmente la voglia di far fatica e non conoscendo fino in fondo il significato della parola lavoro.
Intanto, il suo gatto, accovacciato a sua volta sul divano, si rimise lestamente sulle zampe e osservò con attenzione i movimenti del suo padrone, finché, non appena quest’ultimo si sedette, scappò lontano da lui.

– Vieni qui, Ettore, dai su… – fece Delprete, ma il micio si era già rifugiato in bagno, dove era dislocata la sua lettiera, per sfogare i suoi bisogni fisiologici. La cosa accadeva tutte le volte che il suo proprietario cercava di avvicinarsi a lui. A quanto pare, il felino lo disprezzava profondamente. Delprete, a quella reazione del suo gatto, si sentì profondamente amareggiato e abbattuto. Il senso di abbandono e l’esclusione erano una costante nella sua vita, una sorta di fastidioso rumore di fondo. Soffriva terribilmente di una solitudine atavica, con l’aggravante che percepiva quella sensazione anche in compagnia di altre persone, non avendo in verità mai trovato un posto nel mondo, una collocazione che lo facesse sentire a suo agio. La sua vita online, la sua presenza ossessiva sui social costituivano per lui l’unico sfogo e diletto, nonostante non fosse in grado di ammettere a se stesso di esser divenuto totalmente dipendente dalle reazioni dei suoi follower, che ormai intervenivano più per abitudine che per reale stima nei suoi riguardi.

D’un tratto, dei colpi alla porta d’ingresso lo destarono da quei pensieri cupi. Delprete sobbalzò, chiedendosi stupito chi mai potesse presentarsi a casa sua a quell’ora. Un lume di speranza s’accese nei suoi occhietti non troppo svegli, dato che avrebbe finalmente avuto l’occasione di interloquire con una persona in carne e ossa, qualcuno che non appartenesse alla sua famiglia d’origine, magari una donna, perché no. Erano forse anni che non intratteneva alcun tipo di relazione con una ragazza e l’unica possibilità che aveva escogitato per sublimare nevroticamente la sua libido era tramite le parolacce utilizzate per concludere i suoi post infantili, nella convinzione che divertissero i suoi seguaci, facendolo sentire alla stregua di un autore satirico.
S’alzò dal divano color caffè, fece pochi passi sul finto parquet giallastro, che, come tanti, pronunciava “palqué” e, con una tenue speranza, indossando delle pantofole Ikea da quattro soldi, si avvicinò alla porta d’ingresso e l’aprì. Quella speme si trasdusse immediatamente in terrore, quando realizzò chi fossero i due individui sulla soglia, incredulo di ritrovarseli davanti in carne e ossa. Sentì una forte fitta allo stomaco.

– Si può? – fece con tono solenne e perentorio Matteo Salvini, guardando Delprete con aria di sfida.

– Ma…veramente…è un po’ tardi sa… – replicò Delprete, balbettando, quasi paralizzato dallo shock.

– No? – fece ancora Salvini, con tono strafottente. Indossava gli occhiali color pannolino e la sua solita camicia bianca, con le maniche rimboccate. Al suo fianco, un uomo alto e robusto, in abito istituzionale, sfoggiava una sgargiante cravatta rossa, mentre lasciava cadere le braccia dalle sue possenti spalle lungo i fianchi, guardando di sbieco il leader della Lega e reclinando leggermente il capo dalla chioma ormai ingrigita, serrando le labbra in una smorfia che suonava come una via di mezzo tra sicumera e disgusto, annuendo lievemente: era Donald Trump, l’ex presidente degli Stati Uniti d’America.

– Ma figuratevi, prego, entrate pure, siete i benvenuti a casa mia… – fece Delprete fingendo di ricomporsi, teso come una corda di violino, ma divenuto insolitamente ossequioso e servile.

– Ah, questa sarebbe una casa? Donald, occhio a non perderti qui dentro, eh! – fece l’ex ministro dell’Interno, caustico, scoppiando in una risata. Trump guardò ancora il suo complice, muto, conservando la medesima espressione e annuendo con sicumera.

I due politici fecero il loro ingresso nel minuscolo appartamento, mentre Delprete se ne stava ancora sulla soglia, raccolto nelle spalle con aria intimorita, intanto che i due leader perlustravano con minuzia quella modesta abitazione. Salvini si avvicinò alla scrivania di Delprete, mentre Trump si sedette sul divano a braccia conserte, senza proferire verbo. Il leader della Lega si accomodò alla scrivania, aprì il laptop, aspettò qualche secondo perché si riavviasse, in un’attesa silente e carica di tensione, finché lo schermo non mostrò nuovamente il web browser con il profilo Facebook di Delprete in bella vista. Diede una scorsa ai post, finché non invitò il leader repubblicano ad avvicinarsi.

– Donald, vieni qui, vieni a vedere… – fece Matteo Salvini con moderato entusiasmo. Trump si alzò con fierezza dal divano. La sua imponente e ingombrante figura si stagliava in quella casa modesta, occupando spazio. Con passo sicuro, si avvicinò alla scrivania, appropinquando il suo volto allo schermo del computer e assumendo un’aria indagatrice. – Dai un’occhiata a questo… – insistette Salvini. Era un post risalente al 4 novembre 2020, nel quale Delprete dava del verme e del vecchio clown all’ex-presidente, in risposta a un tweet nel quale “The Donald” reclamava la sua vittoria in Pennsylvania nel corso degli spogli relativi alle ultime elezioni presidenziali. Trump strinse gli occhi e, con fiero contegno, annuì. Si mise ritto sulla schiena e si voltò verso Delprete, che nel frattempo aveva preso posto su una sedia da quattro soldi posizionata accanto al divano, lo fissò negli occhi con aria severa e disse:

You are a nasty, vindictive, horrible person!

– Cosa? – fece Delprete terrorizzato, incapace com’era di capire l’inglese parlato.

A quel punto, Salvini si alzò e si avvicinò lentamente a Fabrizio, ormai totalmente in preda alla confusione e annebbiato da un terrore cagionato dal fatto che qualcosa di terribile stava per accadergli.

– Lo capisci l’inglese, fenomeno? – fece il leader della Lega con sicurezza.

– Cosa? – replicò ancora Delprete.

– Ah, no? – fece ancora Salvini, sempre più minaccioso.

– Cosa? – ormai era divenuto un disco rotto.

Trump annuì sconsolato, sospirò e diede nuovamente le spalle a Delprete, continuando a perlustrare la casa. Nel frattempo, Salvini aveva afferrato il tavolo accanto al divano e, in uno scatto di rabbia, lo rovesciò a terra, facendo cadere rovinosamente al suolo gli oggetti che vi poggiavano sopra.

– Di’ cosa un’altra volta! Di’ cosa un’altra volta, figlio di puttana! Ti sembriamo delle puttane forse?

– N…n…no, no!

– E allora perché hai cercato di fotterci? A noi non piace farci fottere da nessuno, eccetto che da Francesca e Melania, non necessariamente in quest’ordine! – urlò Salvini. A quel punto, sfogata la sua ira, fece uno dei suoi sospiri artefatti, ricomponendosi. Annuiva velatamente, guardando Delprete con un’aria di pena e commiserazione acuta, il quale era sul punto di scoppiare in lacrime, mentre si agitava freneticamente sulla sedia, tenendo entrambe le mani sopra la testa e occultando il volto tra i gomiti.

– Dì un po’, fenomeno – fece Salvini – preghi ogni tanto?

Delprete fece sbucare il suo sguardo dalle braccia, incrociando quello del Capitano. Inarcò le sopracciglia in un’espressione di dolore e paura e proferì, singhiozzando timidamente:

– S…sì…

Salvini, in quel momento, lo guardò con benevolenza, come si guarda a un fratello minore un po’ discolo, sospirò ancora e abbozzò un sorriso. – Bene! – gli rispose. A quel punto, estrasse dalla camicia il suo famoso rosario, lo baciò come sempre e disse:

– Allora pregheremo insieme, fenomeno, oggi è il tuo giorno fortunato! Dai forza, insieme a me. L’eterno riposo, dona loro Signore… lo conosci il testo, sì?
– Cosa? – Delprete si stava agitando di nuovo.
– Prega con me, avanti, fenomeno: L’eterno riposo, dona loro Signore…

Delprete, confuso, spaesato e impaurito, guardò ancora Salvini. Sapeva di non avere molta scelta e a quel punto, fece eco al leader leghista.

L’eterno riposo, dona loro Signore
…e splenda ad essi la luce perpetua.
Riposino in pace. Amen!
…and Awomen! – fece Delprete convinto, ricevendo in risposta un ceffone in pieno viso, il cui suono riecheggiò in tutta la stanza. Trump si era voltato per un istante, distratto dal rumore di quello schiaffo, per poi ricominciare a perlustrare la casa, scuotendo la testa in segno di disapprovazione.

– Non fare lo spiritoso, figlio di puttana, prega come Dio comanda! – fece severo Salvini.

Delprete proseguiva con voce rotta, ormai consapevole di non avere scampo, privo di un’idea chiara in merito a ciò che l’attendeva: – L’eterno riposo, dona loro Signore…

– Donald, avvicinati pure, ci siamo quasi, tu intanto non fermarti e prega, coglione! – disse il Capitano. Trump si avvicinò e si posizionò alla destra di Delprete che continuava a recitare ciclicamente la nota orazione in onore dei cari estinti. A seguire, Salvini si liberò del suo rosario e lo appese al collo di Delprete, porgendo il crocifisso nella sua mano.

– Bacialo ora, ripetutamente! – ordinò il leader della Lega.

Delprete, ormai totalmente stremato e fiaccato nella volontà, eseguì senza opporsi. Con sguardo spento, faceva schioccare le sue labbra sull’immagine di Cristo, quest’ultimo forse caduto in una pena ancora più crudele della crocifissione. Intanto, Salvini si posizionò alla sua sinistra, si accovacciò, estrasse lo smartphone dalla tasca sinistra e lo sollevò in modo i tre cadessero nell’inquadratura, esibendo il più smagliante dei suoi sorrisi. Anche Trump si era accovacciato, sorridendo senza mostrare denti e labbra, alla sua maniera, finché il leader della Lega non scattò la foto. Si alzò in piedi e ne osservò compiaciuto il risultato, raggiunto immediatamente da Trump che avvicinò il volto allo schermo dello smartphone, poggiando amichevolmente la mano sulla spalla del Capitano.

– Niente male, vero Donald? Sembriamo davvero un terzetto affiatato, un trio di amici di vecchia data. Guarda com’è venuto bene il fenomeno, con quanta fede bacia il rosario. – Trump annuì con convinzione e stima nei riguardi del suo collega italiano.

Fu solo a quel punto che Delprete realizzò quale fosse l’idea dei due politici sovranisti, in quel bizzarro quanto insolito vertice bilaterale tra Italia e Stati Uniti d’America. Piagnucolando, strillò:

– No, no, no! Vi supplico, non fatelo! Vi scongiuro, no! Questo, no!

Salvini guardò di sbieco Delprete, sorridendogli in maniera machiavellica e, a quel punto, si accomodò nuovamente alla scrivania. Una volta seduto, si rivolse per l’ultima volta a Fabrizio, esclamando:

– Questo sì, fenomeno…

Ci mise un attimo: collegò con un cavo USB il suo smartphone al laptop e caricò la foto appena scattata su tutti i profili social di Delprete, accompagnando quell’immagine alla seguente didascalia:

Solo gli imbecilli non cambiano idea.
Annateveneaffanculo testedecazzo!
#salvini #trump #sovranismo


Gli effetti di quel post si scatenarono dopo pochi secondi. Quella foto costituiva un ignobile tradimento nei confronti di tutti coloro che lo avevano seguito fino a quel momento. I suoi seguaci commentarono inviperiti quell’imperdonabile voltafaccia del loro idolo, finché, dopo pochissimi minuti, lasciarono in massa i suoi profili, facendolo cadere immediatamente nel dimenticatoio. Delprete, per ogni follower perso, percepiva il lento e inesorabile crepitio del suo cuore spezzarsi. Ripensò agli anni d’oro, al successo ottenuto con quelle blande battaglie politiche accompagnate dalla sua ruspante semplicità pugliese, nella convinzione che un domani avrebbe potuto vivere solo di quello, ma fu in quel momento che, al contrario, la cruda realtà gli venne sbattuta in faccia impietosamente: non avrebbe mai recuperato nessun tipo di credibilità. Qualsiasi cosa avesse pubblicato successivamente, non avrebbe avuto più alcun peso. Era finito, del tutto. Non aveva altra scelta: doveva trovarsi un lavoro modesto o, in alternativa, tornare a casa dei genitori e continuare a farsi mantenere. Avrebbe optato per la seconda opzione, era troppo tardi per iniziare a lavorare sul serio. Troppo tardi per far fatica. Troppo tardi per tutto.

Trump e Salvini, compiuta la loro missione, uscirono senza salutare dallo squallido monolocale, seguiti a ruota dal gatto, il quale in quell’istante capì che avrebbe avuto senz’altro una vita migliore e più dinamica come randagio.

La porta si chiuse. E in quell’istante, Delprete toccò con mano la sua pochezza, la sua ultima solitudo. Era stato nient’altro che un becero fuoco di paglia, come ce ne sono tanti.

Cadde in ginocchio al suolo, cacciò un urlo lancinante e scoppiò in un pianto disperato.

Si era ormai fatto nulla, nulla assoluto.