Ancora Al Chiuso

Attesa, nella gravità ch’è assente
nel qui, bambagia grigia che, sospetta,
così, m’adagi, bigia, ma sei infetta;
ottusa, dell’oscurità servente.

Ripresa di speciosità, si mente
a chi, qui, indugia ligio, ma rifletta
al dì che già al prestigio s’erge eretta
la resa alla viltà, ad un espediente.

Chiudici a chiave, docente vigliacco!
Hai tra le mani dei nastri di seta,
intento, mozzi le gole a conigli,

unici schiavi, lo ostenti e dai scacco;
sia mai il domani, siam mostri di creta,
ordente, insozzi le suole ai tuoi figli!

Fendente

Iniquo mondo, qui in bolle distanti,
ognuno ch’ormai mira i suoi fantasmi
mutevoli e cangianti ad ogni istanti;

quale destino ci resta sperare,
immersi ormai solinghi nei miasmi
d’un claustro ch’imminente s’ha da fare?

Ché la salvezza si fa nel presente,
parando della vita ogni fendente!

Ignavo Seggo

Ignavo seggo, früendo quïete,
forse più apprendo, silente, qui in pace,
ch’in moto dal tormento; dalla rete

corsi, e non spendo più niente, o mendace
pavido padre, ch’incommodo sfuggi
perso, ch’offendi una mente tenace.

Viscido ladro, il mio mondo distruggi,
ma pugnerò; ch’il cor mio non s’aduggi!

Ai Sogni e alle Illusioni

Col guardo assente ed i pensieri sciolti,
solenne avviene già nuncupazione
ai sogni e all’illusioni, ormai dissolti;

sfrecciante il dardo dell’assolti imperi
proviene, da perenne occupazione,
visioni di bisogni non più veri.

Vesto le vesti del buon generale,
errante, nova è l’imago, e m’assale!

Un Re

Un Re padrone d’una folta corte
servivo ed ascoltavo ancor virgulto,
quel suo parlar mi dava gran manforte,
maestà della cui luce feci culto.

Un dì battaglia giunse ed il nemico
nell’arce entrò, con la sua acuta spada
in petto penetrò. Creduto amico,
giurai vendetta:”Ciò non più m’accada!”.

Al Re mi volsi e dimandai giustizia,
tremanti i polsi e lagrime di fuoco,
quel giorno l’ebbi persa la letizia,
e crebbi e terminò l’era del giuoco.

Il Re promise guerra e i suoi soldati
schierò ormai pronti, a risanar l’offesa,
ma giunti al campo furono fermati
dall’ordine del Re:”Lasciam l’impresa!”

Furioso chiesi al Re per qual ragione
avesse rinunziato a tant’onore,
il Re, silente, di quell’inazione
mi disse:”Scorda!”, privo di calore.

Trascorsi sono i lustri, ormai lontani,
al re non resta che un castello vuoto,
e sulla testa e sulle dure mani,
corone e anelli pesan, resta immoto.

Ed io, remoto, vecchio cortigiano,
apprendo ora ad amar le mie ferite,
quei segni restan lì, ma non invano
di dignità da tempo riacquisite.

E’ tempo di pensare al nuovo regno,
felice, mentre erigo il mio castello,
son libero, pagando un alto pegno,
ma indosso la corona ed il mantello.

Mar Marasma

E’ quel timor d’amar, nel mar marasma,
che porta me nel fondo dell’abisso,
ancor mi percepisco parco scisso,
in lotta con l’ennesimo fantasma.

Tormente, venti, fuoco, in lotta eterna,
si staglian grevi, emanan fumi foschi,
fiammate brevi incendian verdi boschi,
e in un letargo nero vita iberna.

Tradito, il mio tradir traduco e stride
con quella fede cieca ai motti d’alma,
mia guida e musa. Il tempo della calma
intento e attento attendo, mentre incide

sul cor quella luttuosa lama acuta
ch’insiste e il sangue scorre e si raggruma
asfittico, mi schiaccia e mi consuma,
perché la colpa mia è cosa dovuta.

Pargolo Ridente

A G.

A te, che pur urlando nel deserto,
che sbraiti ormai perdìto, l’alma in pezzi
supino, il volto volgi al cielo aperto
giacché volsti disfarti de’ tuoi vezzi.

A te, ch’in toto mergi te nell’acque
palustri e furve, d’infero privato,
protenditi a quel Lume che rinacque
da rime. Il meto tuo già t’àn mostrato.

Risali ordunque all’aere in isperanza,
che vento e sol detergano e rinnovin
fiducia in petto e quiete alla tua mente.

Che tu sia libro d’ogne antica usanza,
vetusti l’odi e l’ire in te non covin,
ritorna ad esser pargolo ridente!

Ebbro

Il mondo esterno deserto oggi ignoro
con l’oro biondo che circola dentro
che dalle vene fluisce al cervello
stempera ansie paure e controllo
porta la gioia che quasi scordavo
dona la forza di guardar l’interno
senza dar peso a minacce di fine
che prego forte non giunga imminente
tanto da fare e da dare m’attende
sento la vita che spinge pressante
a pesar della clausura opprimente
cerco gli sguardi negli occhi tuoi paion
prati d’immensa distesa nei quali
correre fino a spaccarmi i polmoni
per poi lasciarmi cadere sul fresco
mentre la brina mi bagna le gote
pur ignorando il tuo fertile odore
auspico un giorno il tuo abbraccio accogliente
mentre raccogli i miei fiumi salati
che quei vetusti dolori disciolgon
per ricomporre quell’alma mia rotta
verso quel Tutto che centra e dà luce

Siediti lungo la riva del fiume

Siediti lungo la riva del fiume e osservalo, perché non c’è altro da fare.

Guarda l’acqua torbida che scorre e abbi pazienza, nessuna azione concreta può decontaminarla, ripulirla definitivamente. Sarebbero soluzioni temporanee. Quella che vedi è acqua che non può fare altro che fluire, e tu non puoi far altro che star lì a guardarla, a osservare la corrente che porta via con sé pesci morti, plastica, liquami, spazzatura, merda, a sopportare i miasmi e l’odore terrificante che sei l’unico a percepire, che prova a invischiarti, a travolgerti, che ti fa sentire solo, incompreso e arrabbiato verso un mondo che percepisci come giudicante e superficiale.

Tieni duro, aspetta, sopporta, osserva, non giudicare, respira. Lascia che accada, che l’acqua si ripulisca.

Forse una cosa potresti farla: raggiungere quel macchinario infernale in fondo al sentiero, che produce rifiuti e li versa nella sorgente, e provare a spegnerlo, anche se inciamperai e cadrai, anche se ti sbuccerai le ginocchia e i palmi delle mani e, soprattutto, anche se il vento lungo il cammino ti farà volare via come una foglia e ti riporterà spesso al punto di partenza. Non scoraggiarti, credici, riprovaci, entraci di nuovo, ogni giorno farai un pezzo di strada in più. E poi di nuovo.

Siediti lungo la riva del fiume e osservalo, perché non c’è altro da fare.