Andrea Scanzi e il Vaccino

La vicenda del vaccino di Scanzi ci insegna che è sufficiente sedersi in riva al fiume e attendere il passaggio del corpo esanime del nemico. Non che ritenga il giornalista aretino un mio nemico, intendiamoci, provo per lui la pena acuta che si prova nei confronti di un cinquantenne patetico come ce ne sono tanti al giorno d’oggi. Oggettivamente, Andrea ha pestato un merdone di notevoli dimensioni e d’altro canto, se ti esponi con milioni di persone con la tua pagina ridicola in cui commenti la politica in maniera del tutto soggettiva, ergendoti a sommelier della domenica e a critico musicale de noantri, se percepisci quell’ebbrezza che ti fa sentire venerato come un Cristo in terra, appena pisci fuori dal vaso te la fanno pagare cara e quel delirio di onnipotenza non può che tramutarsi in una morte cupa dell’anima, nonostante i goffi tentativi di giustificarsi e di autoproclamarsi cittadino responsabile per esseri reso immune.

Mi rendo conto che il nostro Andrea si sia vaccinato probabilmente perché rientra in una categoria fragile, quella dei narcisisti insicuri, ma persino il collega Peter Gomez lo sta scaricando. Del resto, quest’ultimo ha fatto un’osservazione giusta e di buon senso: il grosso danno dei social e di quest’epoca è proprio che, nel nome della trasparenza, tutti parlano e danno aria alla bocca, condividendo cazzi e fiche con la massa per poi piangere miseria quando la massa stessa, volubile per natura, spara loro merda addosso. Questa vicenda mi ricorda quella di Federica Pellegrini, la quale non troppo tempo fa ebbe modo di documentare su Instagram il modo in cui aveva affrontato il Covid, inizialmente sostenuta dai suoi seguaci per poi essere letteralmente massacrata nel momento in cui, non ricordo se ancora positiva o appena guarita, è andata a far visita alla madre non più giovane, rischiando di trasmetterle il virus e di farle seriamente del male.

Sul serio, mi rivolgo a tutti, come se qualcuno segua davvero questa porcheria di blog che ho messo su. Nel nome della trasparenza siamo diventati letteralmente invisibili, completamente uniformati in questo terzo millennio banale e stritolato da una dittatura del manierismo che ha letteralmente rotto i cosiddetti. Impariamo invece nuovamente un’antica virtù: quella del silenzio, quando opportuno, e del riserbo. Tenete i vostri cazzi e le vostre fiche a debita distanza dagli sconosciuti, per una questione di dignità personale, valore scomparso al giorno d’oggi, e di rispetto verso voi stessi. Vi garantisco che più terrete quella fogna chiusa, prima smetterete di pubblicare il vostro squallore su queste piattaforme che hanno lo scopo principale di mandarvi pubblicità mirata, più apparirete al contrario interessanti agli occhi degli altri.

Siate rivoluzionari per davvero, non nel conformismo dell’anticonformismo: tacete e imparate a tenervi i cazzi vostri per voi. Perché fondamentalmente, è proprio per il fatto di esservi sputtanati così tanto che non scopate da anni.

Chissà, magari con quest’ultima affermazione sono riuscita a convincervi (come no…).

La Vita di Andrea (Il Giallo è il colore del…)

Erano ormai le sette di sera e Andrea Scanzi si era presentato a quell’appuntamento tanto atteso in largo anticipo. Sedeva da ormai più di mezz’ora, visibilmente teso, mentre picchiettava nervosamente le dita delle mani sul tavolo rettangolare adiacente alla vetrata del bar. Il suo sguardo cadeva continuamente all’esterno, sulla strada, mentre se ne stava lì, in attesa spasmodica. Erano passati ormai tre anni dall’ultima volta che si erano visti e mancavano ormai davvero pochi istanti al momento in cui avrebbe potuto finalmente riabbracciarlo e guardarlo ancora una volta negli occhi.

La porta di vetro del bar si aprì, facendo suonare il cicalino e Andrea percepì il suo cuore saltargli in gola: era finalmente arrivato, puntuale come lo era sempre stato. Alessandro Di Battista fece il suo ingresso in quel locale arredato in maniera estremamente minimalista e in chiave moderna, caratterizzato da un’illuminazione soffusa e tra l’altro poco affollato a quell’ora. Adocchiato il giornalista, Ale gli sorrise e si avviò verso di lui. Andrea, fremente come un gran fuoco, si levò dalla poltrona, attese che Alessandro si avvicinasse, posò le sue mani sulle sue spalle possenti e gli diede due baci sulle guance. Subito dopo, lo abbracciò, con la delicatezza di una nutrice. Voleva ricordarsi di quel calore e del profumo che un tempo erano in grado di darsi a vicenda. Scanzi si sciolse a un tratto da quell’abbraccio ricambiato con una certa riluttanza da parte di Dibba. I due si guardarono nuovamente negli occhi, si sorrisero forse entrambi un po’ imbarazzati e si accomodarono finalmente l’uno di fronte all’altro.

– È passato tantissimo tempo, Ale…come stai? – fece Andrea, guardando profondamente negli occhi Dibba, mentre il cuore gli scoppiava in petto.
– Bene, Andrea, ti ringrazio. Tu come stai? Come te la passi? – fece Alessandro, in maniera vagamente formale.
– Sto bene, Ale, sto bene, grazie. Bevi un po’ di vino? Ho chiamato tua madre per chiederle quale fosse il tuo rosso preferito e ne ho ordinato un calice. Ne vuoi uno anche tu?
– Ti ringrazio Andrea, sto bene così, prenderò solo un caffè. – replicò con leggero distacco Alessandro.
– Va bene, non c’è problema Ale! – Scanzi a quel punto si rivolse al cameriere:- Chiedo scusa, può portarci un espresso per favore? Grazie mille.

Dopo aver ordinato il caffè, Scanzi si voltò nuovamente verso Di Battista, sorridendogli ancora, con il cuore al contempo pieno di paura e di speranza.
– Ale, ci tenevo davvero a farti i complimenti per come stanno andando le tue cose, per tutti i successi che hai ottenuto. Ho visto che di recente hai scritto anche un libro che sta ottenendo delle ottime recensioni!
– Ti riferisci a Mia madre non ha votato per me? Ti confermo che sta vendendo un sacco di copie!
– Era quello che volevi, no? Lo compro appena mi libero da tutti questi impegni!
– Ma va, Andrea, scherzi? Te lo regalo!
– Te lo compro, Ale, te lo compro! Ci tengo tantissimo!
– Va bene, come vuoi Andrea… – rise Di Battista, mentre arrossiva lusingato e un filo imbarazzato. – E le tue cose? Lì, a Il Fatto Quotidiano? Come vanno?
– Bene dai, Ale. A dire il vero, ho smesso di scrivere di politica e sono passato una volta per tutte alla critica musicale. Di recente, ho anche aperto una rubrica di vini, non so se hai saputo. Sai, personalmente, dopo tanti anni, dopo aver seguito il Movimento Cinque Stelle con così tante speranze, sono arrivato alla conclusione che forse era meglio virare su quello che mi piace veramente… – Scanzi non era intimamente convinto di quest’ultima affermazione, il tenue spezzarsi della sua voce durante il suo discorso, che assomigliava piuttosto a una giustificazione non richiesta, tradiva invero un acuto e profondo senso di delusione.
– Sono contento Andrea, sono molto contento per te… – Ale abbassò gli occhi e si accarezzò la nuca, provando un vago imbarazzo misto a senso di colpa. Era abbastanza consapevole che, in buona parte, la scelta di abbandonare la politica da parte di Scanzi dipendeva anche da lui.
– E tu, Alessandro? Come ti dicevo, è da parecchio che non seguo la politica, sai com’è… Sei sempre nel…?
– Nel PD? Sì… – replicò Di Battista, vagamente inquieto.
Scanzi annuì e deglutì nello stesso istante, adombrandosi per un momento. Quella conferma da parte di Dibba sapeva di sale gettato su una ferita profonda. Fece uno sforzo per ricomporsi immediatamente e riprese a sorridere:
– Ah…bene…sono contento. E come ti trovi? Ho visto che Michela Murgia ti stima molto e ti segue come un’ombra ormai. Mi vengono in mente i bei tempi andati, quando ero io a farti le pulci…Eh! Eh! Eh! – disse ridendo con un filo di amarezza Scanzi.
– Sì, è così…- replicò imbarazzato il deputato del Partito Democratico.
– Non ho più trovato un partito e un progetto in cui credere, sai Ale? Ho seguito con scarso interesse poco tempo fa una lista per le elezioni comunali ad Arezzo, ma niente di serio. Non riesco ad affezionarmi più a quel mondo…
Di Battista replicò distrattamente: – La vita del politico non è mai facile, i giornalisti ti fanno sentire un giorno come il salvatore della patria e l’altro come un delinquente. I rapporti tra i due universi non sono mai facili, ti capisco bene.

Dibba abbassò nuovamente gli occhi. Quella conversazione lo stava mettendo seriamente a disagio. Era ormai passata una vita, davvero troppo tempo dal loro ultimo incontro. Gli tornarono in mente le urla, le sfuriate, le lacrime versate, la rabbia delle ultime discussioni al telefono e quel ricordo non elaborato gli faceva tuttora provare una profonda vergogna. Percepiva il disagio del tempo che scorre e il senso di vuoto di quella conversazione, cagionato dalla tipica mancanza di argomenti tra due persone ormai in viaggio su due rette parallele, completamente distanti in termini di vedute, di ideali. – Come si cambia, Santo Dio…- pensava Dibba affranto. Scanzi intanto alternava ripetutamente il suo sguardo verso l’ex-parlamentare del Movimento Cinque Stelle e verso il tavolo: sapeva di dovergli fare una domanda ben precisa, era ben conscio che aveva una necessità impellente di avere una risposta chiara, quella risposta chiara. La risposta. Doveva fare un ultimo disperato tentativo, rischiare il tutto e per tutto, nonostante provasse un’angoscia terribile in quel momento. Nonostante ciò, ebbe finalmente il coraggio di chiedere:

– Ale… con la Murgia… da quel punto di vista… come va?

Alessandro trasalì, pensò a che razza di risposta dare a quella domanda imbarazzante per dieci secondi buoni, dieci secondi che sembravano un’eternità. Si percepiva, in quel bar scarsamente popolato, una tensione che si tagliava con un coltello. Ormai avevano entrambi l’impressione di trovarsi in una bolla, due anime perse e lontane in un vasto deserto.

– Mah…ecco…vedi…ehm…
Scanzi lo guardava, con l’aria di chi sta per giocarsi il tutto e per tutto, ancora appeso a un filo di speranza, una speranza che se tradita, lo avrebbe gettato nella disperazione e nel dolore più cupo. Dibba riprese:
– Non lo so Andrea…non lo so…
Poi aggiunse:
– Non è come con te, Andrea…

Scanzi fece un profondo sospiro, seppe dentro di lui che era quello il momento giusto, il momento in cui avrebbe dovuto assumersi il rischio più alto. Abbassò ancora gli occhi verso il tavolo, finché non prese nuovamente coraggio e disse, guardando finalmente negli occhi l’ex parlamentare del Movimento Cinque Stelle:
– Mi manchi…
Di Battista sospirò, sentì il cuore fermarsi per un eterno istante, un cuore che si riempì rapidamente di paura e forse di amore nostalgico, mentre guardava basito il giornalista de Il Fatto Quotidiano.
Scanzi proseguì:
– Mi manca toccarci, respirarci, abbracciarci…Ale, davvero non penso ad altri che a te, non mi interessa nessuno, sei tu la cosa più importante per me…
Gli occhi del deputato del PD cominciarono a inumidirsi, mentre deglutiva, commosso e terrorizzato com’era.
– Ma, soprattutto, Ale, mi manca questo…
Andrea prese delicatamente la mano di Dibba, la strinse dolcemente nella sua, iniziando a massaggiargli le dita. Successivamente, avvicinò la mano di Ale alle sue labbra e cominciò a baciargli lentamente le nocche. Quei baci si fecero gradualmente sempre più intensi, finché non prese a succhiargli e a leccargli l’intera mano. Di Battista iniziò a sospirare, mentre percepiva crescere d’intensità la sua eccitazione.
– Non posso credere che non ti manchi tutto questo, Ale…- fece Scanzi al suo vecchio amico, con fare disperatamente voluttuoso.
Dibba era ormai sul punto sia di piangere che di saltare addosso al giornalista, dilaniato dalla voglia di possederlo, ma al contempo cercando una via di fuga che gli consentisse di liberarsi da quella tentazione irresistibile, da quel torbido e proibito connubio tra il potere legislativo e il potere dei media.

– Ti prego Andrea, basta…- fece Dibba, con voce tremante.

Fu a quel punto che Scanzi, improvvisamente, strinse con forza la mano di Dibba e la portò rapidamente sul suo pene ormai turgido.
– Tocca! – fece Andrea, infilandogli repentinamente la sua sapiente lingua in bocca, una decina di centimetri di striscia vellutata, che ancora sapeva di sfintere d’istrione ligure e di professori e avvocati pugliesi.
Le loro lingue cominciarono a duettare in un sordido valzer, in una sorta di turpe patto tosco-laziale. La voglia di possedersi si faceva sempre più crescente per entrambi, mentre bramosi si afferravano i volti, ansimando a guisa di bestie e mischiando i loro sudori, le loro salive e le loro lacrime, incuranti della gente, seppur poca, che popolava quel locale dal piglio così lounge.

All’improvviso, Alessandro si ritrasse di colpo da quei furiosi preliminari, coprendosi il volto con entrambe le mani e poggiando i gomiti sul tavolo. Gli occhi gli si riempirono ulteriormente di lacrime.

– Basta Andrea, basta ti prego…- fece Dibba, cominciando a singhiozzare.

Scanzi trasalì. Fissava il suo amico con aria triste e delusa. Si ricompose e si riavvicinò lentamente a lui, portando le sue mani sulla nuca dell’ex pentastellato, con fare tenero e consolatorio. Dibba si asciugò malamente qualche lacrima con le dita, mise le mani giunte all’altezza del petto e, tendo gli occhi bassi e arrossati, sussurrò con voce rotta:

– Non posso, Andrea, non posso…

Scanzi deglutì, intanto che un paio di lacrime salate scendevano dai suoi occhi e gli rigavano le scarne guance.

– Non vuoi vedermi più, Ale? – disse Andrea straziato, sul punto di scoppiare in lacrime.
– Ma no, Andrea, non è questo…- fece Dibba, estraendo un fazzoletto, tenendo ancora lo sguardo basso e asciugandosi le lacrime.
– Non mi ami più… – insistette il giornalista.
Dibba guardò finalmente negli occhi il giornalista de Il Fatto Quotidiano, con aria tenera e addolorata. Scosse il capo, confermando il sospetto di Scanzi.
– Sei sicuro? – fece ancora Andrea, legato ad un ultimo disperato appiglio di speranza.
Dibba annuì, visibilmente commosso e addolorato.
– Sono in un altro partito adesso, Andrea, lo sai…sono diventato un moderato. I tempi del Movimento sono ormai finiti da tantissimo tempo…
Scanzi lo guardava con il cuore pieno di dolore. Ormai sapeva che era arrivato il momento ingoiare l’amara medicina della verità.
– Ma proverò sempre per te un’infinità tenerezza, Andrea… sarà così per tutta la vita, credimi… – concluse Alessandro, per poi erompere in un pianto sincero.
Scanzi annuì e scoppiò in un singhiozzo di dolore, con il volto ormai completamente colmo di lacrime, mentre un rigolo di muco, partendo dalla narice destra, pendeva disgustosamente dal suo naso, rimbalzando sulle sue labbra. Afferrò il bicchiere di vino e ne prese un sorso generoso, nella speranza che quel rosso anestetizzasse il tremendo dolore dell’abbandono e della fine che stava provando in quel momento.
– Scusami, Ale… è più forte di me… – gli scappò una risata isterica e addolorata. – Piango sempre… mi conosci, no?
– Ti conosco, ti conosco Andrea – sorrise affettuosamente Dibba, guardandolo con dolcezza, ancora visibilmente provato da quel momento intenso. – Non fai altro che frignare, porca troia!
Scanzi rise, seppur per un istante, seppur soffrisse per la consapevolezza ormai raggiunta che quella storia era ormai finita.
– Vai pure se devi andare, Ale… – gli fece Scanzi, ormai rassegnato.
– Sì, come no…- replicò Alessandro ridendo, quasi incredulo all’idea che il giornalista avesse finalmente accettato la situazione.
– No, davvero, Ale…te lo giuro… non ti disturberò più…scusami…- fece ancora Andrea.
Dibba fece un profondo sospiro, asciugandosi le ultime lacrime, poi sorrise ancora:
– Non mi disturbi Andrea, stai tranquillo…ora vado davvero…
Si alzarono entrambi, si scambiarono nuovamente due baci sulle guance e si lasciarono andare a un ultimo commiato, un ultimo abbraccio, una stretta finale, per godere di quegli ultimi rimanenti sprazzi di calore, di un amore ormai terminato, duro e bellissimo, fatto di progetti, di sogni, di speranze ormai dissipate e riposte in un cassetto che puzzava di Democrazia Cristiana. Era l’ultimo soffio d’una burrasca, che si era gradualmente convertita in un venticello estivo, per poi spegnersi inesorabilmente e tramutarsi in aria stantia, grigia. Era un treno ormai giunto inesorabilmente al capolinea. Ambedue con il cuore in frammenti, entrambi in lacrime, si strinsero per l’ultima volta con forza.

Dibba si sciolse finalmente dall’abbraccio e si avviò verso l’uscita. Si girò per l’ultima volta, guardò Andrea negli occhi e gli sorrise. Si voltò ancora e proseguì verso la porta del bar, la aprì, la attraversò e la richiuse alle sue spalle, stavolta senza voltarsi indietro, dirigendosi in strada, verso casa. Probabilmente avrebbe cenato con Michela Murgia, quella sera.

Andrea lo seguì con lo sguardo, finché non svanì definitivamente dal suo campo visivo, si sistemò i capelli alla meglio, scombinati da quell’incontro turbolento, sedette nuovamente al tavolo e portò entrambe le mani sul viso, scoppiando in un ultimo, amarissimo, pianto liberatorio.

San Valentino

Nel giorno di San Valentino, vedo molti amori finire. Uno tra questi è quello tra Andrea Scanzi e il Movimento Cinque Stelle. La rockstar del giornalismo italiano mette già le mani avanti, mettendo più volte nero su bianco di avere unicamente a cuore un “campo progressista”, non mostrando interesse d’alcun tipo in merito al destino di qualsivoglia movimento o partito. Scanzi assomiglia a un partner appena lasciato, che ostenta disinteresse e freddezza, un po’ come una mia vecchia conoscenza che, appena mollato dalla donna, passava il tempo tra una festa e l’altra a ubriacarsi e a urlare, ostentando una gioia di facciata, “Sono single! Sono single!” per poi finire in pista da ballo, sulle note di “On The Floor ft. Pitbull” di Jennifer Lopez, a muovere il suo misero corpo flaccidamente, con lo sguardo fisso nel vuoto, lacerato dalla solitudine e dall’umiliazione di essere stato scaricato, e ricordo che, mentre danzavo anch’io ridicolmente, mi divertivo a fissarlo con un sorriso circospetto e cinico, finché il soggetto in questione, accortosi del mio sguardo insolente, negava ogni dolore, lo ingoiava come un’amara medicina e tornava a fingere di sorridere e di scatenarsi sulle note di quella vergognosa cover della Lambada.

Ecco, Scanzi sta provando la medesima sensazione, i più sensibili e acuti osservatori di voi potranno toccare con mano lo strazio che prova dentro per un progetto antisistema del quale si è sempre fatto sostenitore e portavoce, mentre al contrario il Movimento si è ormai fatto potere, un potere che non tollera vuoti, non sopporta assolutamente l’horror vacui, una pars destruens che si fa ora per forza di cose pars construens e di conseguenza si contanima, s’inquina, subisce il contagio da parte degli stessi nemici un tempo combattuti, il contagio della casta, tramutandosi inesorabilmente, a sua volta, in casta.

Il becero pragmatismo, anche a costo di compiere qualche marachella e qualche peccatuccio, soverchia l’idealismo e la voglia di imporre una propria astratta visione, è la natura, è il potere, è la vita.

Nessun problema per Lorenzotosa invece, che mostra una certa coerenza nel suo mettersi in ginocchio di fronte a figure che trasudano buone maniere, prestigio, senso delle istituzioni, incarnando nel suo gracile corpicino valori che sono un ibrido tra quelli di Bruno Vespa e quelli del Corriere della Sera.

Da parte mia, il nuovo governo faccia un po’ quello che vuole, purché si inventi altre detrazioni o deduzioni IRPEF, mi eccita sempre come una scolaretta abbattere il mio misero imponibile e ricevere il rimborso di Luglio.

Concludo augurando a voi, patetiche coppie che puntano alla durata e non alla qualità del rapporto, un buon San Valentino, sapendo che non vi amate più da tempo, ma non avete il fegato di mollarvi perché non volete deludere i vostri genitori.

Inchiostro Marrone

La nostra mancanza di memoria ha un impatto non da poco sulla totale assenza di vergogna e di dignità dei nostri giornalisti. Il quarto potere, che dovrebbe per definizione pungolare i nostri governanti, al contrario si tramuta istantaneamente in megafono accondiscendente e scendiletto adulante dei potenti, soprattutto se in procinto di insediarsi o appena insediatisi. È imbarazzante il servilismo con cui Mario Draghi, senza meno al momento rispettabile signore e persona capace, è stato comunque accolto dalla stampa. Tutto questo mi rimanda al 2011, lo spread schizzava a guisa d’un eiaculazione sopraggiunta dopo mesi d’astinenza e giungeva a Palazzo Chigi il professor Mario Monti, dopo anni di Berlusconismo, di mancata rivoluzione liberale, di leggi ad personam, di nipoti di Mubarak e di puttanelle minorenni a caccia di soldi e di notorietà che ormai tenevano l’ex Cavaliere, fuor di metafora, letteralmente per le palle.

Ricordo bene quei giorni, curiosavo con il mio solito masochismo tra le varie testate online con lo scopo di irritarmi, avevo lasciato la facoltà di teologia da circa un paio d’anni, Silvio era in procinto di essere sbattuto temporaneamente nel dimenticatoio, intanto che del docente Bocconiano ne veniva esaltata la sobrietà. Sobrietà, era questo il termine con cui i primi giorni di governo gran parte dei giornali ci aveva asfissiato con il gas tossico della retorica servile. Sobrietà, mi si perdoni l’intollerabile anafora, con il suo capello tra il candido e il cinereo, con i suoi austeri occhiali e con il suo incedere felpato e imperturbabile, il tutto unito al cappottino di gran classe. Il professorone della Bocconi è in realtà, e mi ripeto, perdonatemi, un altro chiaro esempio di come la politica e il potere creino molta più assuefazione e dipendenza dell’eroina. Dopo averne assaggiato una piccola dose, il nostro sobrio docente non ha resistito al dolce sapore di quel ghiotto cioccolatino dal retrogusto amaro e, al termine della legislatura, ha commesso l’errore più madornale della sua vita: candidarsi alla Presidenza del Consiglio, fondando un ridicolo partito, con il solito progetto fallimentare e inutile di presentare una destra dalla faccia pulita, ottenendo come unico risultato di cadere rapidamente nel dimenticatoio pur entrando in parlamento, dando il colpo di grazia al già ammaccato Gianfranco Fini, uccidendolo una volta per tutte politicamente, con l’alleato Pierferdinando Casini entrato in Senato per il rotto della cuffia. Gran bella fine del cazzo, professor Monti, non ti si incula più nessuno e ci ricordiamo di te solamente per l’IMU sulla prima casa, per le lacrime ipocrite della Fornero e per gli esodati, un capolavoro di idiozia che probabilmente si sarebbe risparmiato persino Gasparri. È questo il ricordo intangibile che hai lasciato ai più, tu e la tua sobrietà osannata dalle nostre penne smidollate.

Vedremo di che pasta sarà fatto Super Mario, se al termine del suo mandato riuscirà a non farsi contaminare dal dolce veleno della gloria terrena e avrà il fegato di farsi da parte e di mortificare la sua volontà, magari ottenendo in premio una meritata Presidenza della Repubblica, o se si farà accecare dalle sirene del successo, vento di passaggio che, presto o tardi, si placherà come qualsiasi festosa salva di peti, anche dopo un abbondante pranzo a base di legumi, cipolle e prugne.

Sediamoci e ammiriamo il grande spettacolo, cari sudditi e care sudditesse, la birra la porto io.

Crisi di Governo

Nel chiuso del mio minuscolo studio, al termine di una dura giornata di esorcismi in video conferenza, leggo le notizie e osservo con sempre maggiore distacco ciò che accade nella politica italiana. Mi viene da sorridere se penso al fatto che tutte le volte che scoppia una crisi di governo sembra che stia per arrivare l’apocalisse, che si aprano cateratte dall’alto, che si scuotano le fondamenta della terra.

Mi sento di tranquillizzarvi, purtroppo e per fortuna abbiamo la memoria corta, ma in generale vi è spesso continuità tra un governo e l’altro, anche a seguito di un cambio di colore. Difatti, il prossimo che andrà al potere, tanto per cambiare, avrà vita durissima contro chi comanda davvero nel nostro paese, ossia un apparato burocratico mastodontico, un grigio e anonimo sistema talmente complesso e intricato che è praticamente impossibile attuare davvero delle grandi riforme senza scontrarsi contro questi gangli, questa ragnatela dal sapore kafkiano contro cui neppure il più ambizioso e motivato dei leader può davvero qualcosa.

Conte non è l’uomo della provvidenza, la sua immagine di rassicurante uomo delle istituzioni è stata costruita ad arte dalla Casaleggio Associati e ha attecchito presso chi sentiva la necessità di avere al potere una persona seria. Sicuramente “l’avvocato del popolo” ha fatto quello che ha potuto in una situazione oggettivamente difficile, glielo riconosco umanamente, ma le cose andranno avanti comunque. Del resto, contiamo davvero qualcosa? Siamo davvero in grado di prendere delle decisioni autonome? Abbiamo ormai ceduto buona parte della nostra sovranità all’Unione Europea e non è stato né un colpo di stato né altro, tutto questo è lecito e previsto dall’articolo 11 della Costituzione e mi sento di dire che è un bene che ciò sia avvenuto: non ci meritiamo la democrazia, non ci meritiamo sovranità e potere decisionale, siamo un popolo di pecore, sciocco e infantile, è perfettamente inutile governarci, siamo dei mentecatti furbacchioni incapaci di assumerci le nostre responsabilità come singoli cittadini, siamo dei frignoni che amano fare le vittime e lamentarsi del governo, della politica, dello stato, dell’Agenzia delle Entrate, degli imprenditori, del patriarcato e del matriarcato, siamo un paese sindacalizzato perché siamo una manica di fancazzisti che non hanno voglia di muovere un dito e di lavorare. Siamo figli a vita, ragazzini viziati figli di politicanti narcisisti che passano il tempo a guardarsi allo specchio, più preoccupati del consenso che del bene comune.

Mi sento di dire che se Salvini e Meloni vinceranno le prossime elezioni è scontato e banale che non vi sarà nessun regime totalitario di destra, toccherà governare anche a loro, e dopo tanto strepitare, inevitabilmente, scenderanno a compromessi, si istituzionalizzeranno, come del resto sta già facendo il Capitano. Del resto, se davvero quest’ultimo avesse velleità dittatoriali, non ammorbidirebbe i toni tutte le volte che lo intervistano, mettendo le mani avanti e facendo presente che in fin dei conti è solo un simpatico morbidone irrequieto che gioca a essere uno di noi, che vuole gli immigrati semplicemente in regola, mentre gusta il suo pane e nutella del cazzo e costringe una figlia che si vergogna giustamente di lui a mostrarsi su Instagram mentre fa i compiti. Anche lui cederà il passo all’Europa, sapete perché? Perché si tende all’unità, alla totalità, è la vita, è la natura, è armonia, si matura, si cresce e si cambia seguito di confronti e conflitti costruttivi e, in tutto questo, le nostre belle tradizioni prima o poi andranno a farsi fottere, con buona pace dei conservatori e di coloro che si ritengono “fieri di essere italiani”. Fieri di cosa? Come se aveste fatto qualcosa per meritarvelo. Meritarvi che cosa poi, di grazia? Una nazionalità? Cito George Carlin in questo caso, dicendovi che è solo un caso che siate italiani. Di che cazzo stiamo parlando, santo Dio? Mi fate venire il mal di testa con la vostra retorica!

Con questo voglio concludere questa inutile e inconcludente geremiade, mostrando al solito profondo affetto nei vostri riguardi e dicendovi che quando vi schierate a favore di qualsiasi ideologia o di qualsiasi partito siete semplicemente ridicoli, siete patetici mentre vi ergete a esperti della res publica, a raffinati politici sempre con la soluzione pronta in tasca, mentre in realtà ripetete a pappagallo opinioni preconfezionate inculcate dai media, intossicati di informazioni come siete, con lo scopo di riempire le vostre giornate in discussioni vuote che non hanno nessun fine costruttivo, se non quello di rifuggire l’horror vacui che vi perseguita. In fin dei conti, tutto questo vi serve a sentirvi meno soli e a non ricordarvi quanto siano squallide le vostre esistenze.

E ora scusate, Renzi ha fatto saltare il tavolo e Fico non ha trovato una possibile maggioranza, sono molto preoccupato per le sorti del governo, questo proprio non ci voleva in piena pandemia. Siamo fottuti, parliamone, troviamo una soluzione, mi sento così sola, ho bisogno di un abbraccio!

Cambi di Casacca

Leggo quest’oggi, con la solita punta di masochismo che talvolta mi contraddistingue, l’irritante “Caffè” di Maximum Gramellina, il lanuginoso editorialista clitorideo dal cuore di panna del Corriere, mentre si scaglia con il suo velato e prudente umorismo da quattro soldi contro il solito bersaglio tutto sommato debole, con lo scopo di campare sereno e di non avere fastidi. In questo caso, l’oggetto della sua “satira” è il senatore Vitali, reo, dal punto di vista di Gramellina, di aver sostenuto in un primo momento l’appoggio a un eventuale governo Conte ter, per poi ritirarlo a seguito di un colloquio telefonico con Salvini e Berlusconi, che in qualche modo lo hanno riportato a più miti consigli, facendo leva forse anche su un legame affettivo che il Vitali nutre per il partito presso cui ha sempre militato. Ci può stare, è umano, accade nel mondo del lavoro, accade anche nel mondo della politica, sovente dipinto come una sorta d’inferno i cui rappresentanti sono il più delle volte etichettati alla stregua di demoni subdoli e privi di scrupoli.

Purtroppo, è un refrain alquanto noto quello di scagliarsi contro i cambi di casacca, contro i cosiddetti “voltagabbana”, ma in linea di massima mi sento di ricordare ai giornalisti bacchettoni e noleggiatori di opinioni, per dirla con Kierkegaard, sempre pronti a contare il pelo nel culo dei politici e a frugare nelle loro mutande, non facendo il minimo caso alla trave nel loro oculo, che tutto questo è consentito dall’articolo 67 della Costituzione Italiana, che non prevede alcun vincolo di mandato per i parlamentari. Si chiama democrazia ed è quello che avevano in mente i nostri padri costituenti quando hanno redatto la nostra carta, uomini senza meno con più midollo, con più spina dorsale e con più uccello di Gramellina. Un deputato e un senatore, in base alla nostra legge fondamentale, può fare il cazzo che vuole, con buona pace di Massimino, ma volendo anche di Travaglio e di Scanzi.

Ecco perché vorrei che questo blog si tramutasse in una sorta di lido, un’isola che accolga a braccia aperte tutti gli uomini e le donne libere che, negli anni, sono stati infangati dalle penne affilate e rancorose di certo giornalismo. Oserei proferire che, al contrario di quanto affermato dai media mainstream, i veri statisti e attuatori della nostra Costituzione sono i vari Mastella e consorte, De Gregorio, Scillipoti, Razzi, lo stesso Vitali, veri uomini di Stato che hanno agito sempre con responsabilità e senso delle istituzioni, coerenti con i loro valori e perseguendo la rettitudine morale e la virtù che si confaceva a De Gasperi, De Nicola, Pertini, Saragat.

Non abbiate paura, amici voltagabbana, ci sono qui io a difendervi. Lotterò sempre al vostro fianco. Cambiare casacca non fa di voi dei traditori, altresì degli uomini liberi, dei raffinati negoziatori, un esempio per noi cittadini e un simbolo di democrazia.

Consultazioni e Prima Repubblica

Iniziano le consultazioni, alla ricerca di una nuova maggioranza, una consuetudine del nostro sistema parlamentare, sovente considerato lento e inefficiente. Non so voi, ma è da un po’ di tempo a questa parte che non si sente più parlare di questa impellente e ossessiva necessità di fare “le riforme”, di garantire la stabilità di governo, un tormentone cominciato dai tempi di Bettino Craxi che ha ripreso forza con la discesa in campo di Berlusconi e su cui parecchio ha insistito il Presidente Emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, specialmente negli ultimi anni del suo mandato. A mio modesto avviso, questa spinta riformatrice, questo voler rendere a tutti i costi i processi decisionali più snelli con l’obiettivo presunto di rendere la macchina dello Stato più efficiente ha avuto come esito principale l’emergere di leader di partito megalomani e affetti da profondi deliri di onnipotenza, i quali sgomitano, assetati di fama, di potere e di gloria, con lo scopo di poter lasciare un segno e passare alla storia come novelli Charles De Gaulle, tra coloro che hanno finalmente cambiato l’Italia modernizzandola.

Penso a questi colossi dai piedi d’argilla, ai loro ego ipertrofici, alla loro dipendenza patologica dal consenso, alla mancata rivoluzione liberale di Berlusconi, alla “Buona Scuola” e all’orrenda riforma costituzionale (fortunatamente bocciata) di Matteo Renzi, allo shock fiscale e ai confini chiusi di Salvini, in quest’ultimo punto del programma superato di gran lunga dal Covid-19 e mi sovviene un dialogo tra Alcibiade e Socrate, nel quale il filosofo ammonisce il politico ateniese dicendo: “Questo io temo più di tutto: che tu, diventato l’amante del popolo, vada in rovina”. Ci troviamo circa tra il 450 a.C. e il 400 a.C. e questo conferma il fatto che siamo da millenni una manica di pecoroni senza spirito critico, che si fanno intortare dal primo pifferaio arruffapopoli con un’autostima di cartapesta e a caccia di consenso.

Va benissimo così, l’umanità, e di conseguenza la società, è nevrotica e funziona così da sempre, nessun rancore, nessun astio verso il genere umano, amo profondamente le persone, ma ho una grande nostalgia per la vecchia Democrazia Cristiana, per il centro, un centro che trasudava fermezza e staticità, quei meravigliosi tempi della democrazia “bloccata”. In fin dei conti, lo sapete meglio di me: questo paese non ha bisogno di nessuna riforma delle istituzioni. La politica è arte, arte del dialogo, arte oratoria, arte del compromesso, ma, soprattutto, profondo pragmatismo e la Prima Repubblica è stata un vero capolavoro da questo punto di vista. Non avevamo tifoserie del cazzo, gente che considera il partito per cui vota alla stregua della squadra del cuore. Avevamo i soliti vecchi volponi, inchiodati perennemente alle loro poltrone, ma dei quali rimpiangiamo il senso di grigia sicurezza che erano in grado di trasmettere. Erano un’autentica certezza e al massimo ci si lamentava per l’aumento delle tasse.

Va bene, siamo d’accordo, molti di voi contesteranno il fatto che dal 1946 al 1994 abbiamo avuto una cinquantina di governi, abbiamo avuto Tangentopoli, condivido. Ma sapete cosa vi dico? Chi se ne fotte. Mi sento di proferire che l’unica riforma auspicabile per tornare a far splendere il nostro glorioso paese sia quella di triplicare il numero di deputati e senatori, aggiungere una terza assemblea legislativa oltre alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica, inserire un ulteriore organo di controllo per l’approvazione delle leggi dopo la Corte Costituzionale e modificare una volta per tutte il sistema elettorale in senso proporzionale e senza alcuna soglia di sbarramento tramite legge costituzionale, da inserire come secondo comma dell’articolo 139 per cui non sarebbe più oggetto di revisione assieme alla forma repubblicana. Sarà bellissimo avere un Parlamento con una ventina di partiti al suo interno, con maggioranze completamente differenti tra Camera, Senato e terza assemblea e attendere mesi, forse anni, prima della formazione di un governo che durerà al massimo un mese, con un Presidente del Consiglio proposto unicamente dal Parlamento e nominato dal Presidente della Repubblica.

Date retta a una vecchia rotta in culo come me: siamo troppo pigri per cambiare le cose. Inaspriamo il parlamentarismo e le burocrazie, non cambiamo niente e, soprattutto, smettiamola di interessarci e di parlare di politica come se stessimo parlando di calcio. Siamo patetici, nel nostro fanatismo da quattro soldi e, soprattutto, l’unico sistema bipolare lo vedo nel funzionamento dei vostri cervelli del cazzo, cari millenials.

Viva la Prima Repubblica, viva la Democrazia Cristiana!

Renzi e i Millenials

Mi è davvero difficile, negli ultimi tempi, guardare il viso di Matteo Renzi e non associarlo a un grasso e flaccido culo parlante, mentre indossa la mascherina a guisa d’un pannolone. Osservo le sue guanciotte, quei nei buttati un po’ a caso, quella boccuccia striminzita che ricorda l’ano minuto di uno stitico, mai lavato, riesco persino a percepire odore di letame quando costui proferisce verbo e penso ai danni irreversibili che questo figuro ha cagionato alle giovani generazioni. Renzi è stato colui che ha dato il colpo di grazia ai già coglionissimi millenials, giovani Steve Jobs della domenica “hungry e foolish”, ma perennemente mantenuti da mamma e papà. Ricordo con orrore il primo discorso da Presidente del Consiglio del giovane di Rignano sull’Arno, poco prima di giurare nelle mani del Presidente della Repubblica, subito dopo aver tradito con un cinismo che farebbe orrore persino a Belzebù il compagno di partito Enrico Letta, vecchio democristiano, siamo d’accordo, ma senz’altro con più dignità. Ricordo bene quel discorso agghiacciante, le sue parole dal sapore mefistofelico che suonavano più o meno così: ”Questo dimostra che anche un ragazzo come me, in questo paese, può farcela a diventare Presidente del Consiglio dei Ministri”.

Bene, quel “ragazzo” aveva trentanove anni. Sappiate che questo andazzo, cari giovani millenials, caro giovane Ilario, prigioniero della tua eterna adolescenza, del tuo entusiasmo posticcio, del tuo alzare la voce quando stai lavorando per metterti in mostra e compiacere i capi, mentre ti trema la voce tradendo in verità la tua enorme fragilità, questo trattarvi da “ragazzi” fino a trenta, quaranta, cinquant’anni serve solo ed esclusivamente a una cosa, e il vero potere lo ha capito benissimo: a pagarvi poco, quando vi va bene, e a farvi lavorare come dei muli, prospettandovi promozioni e aumenti che, mettetevi belli comodi, non arriveranno mai, mentre colmi di vana speranza continuerete a sacrificare affetti, salute fisica e mentale, benessere personale e a produrre, in attesa del vostro momento, del vostro giorno di gloria. Sia chiara una cosa: nessuno vi regalerà niente, i posti di potere disponibili sono pochissimi, e non sarete senz’altro voi, segaioli fuori tempo massimo, a conquistarli. I vecchi volponi sentono l’odore della gloria da molto lontano e vi batteranno sempre sul tempo. State correndo contro dei fuoriclasse, degli autentici maratoneti, mentre voi avete già il fiatone dopo un paio di chilometri, non potrete farcela, non ce la farete mai a raggiungere l’ambita meta, la doppia scrivania e i due monitor per il computer tanto agognati. Invero, ad aspettarvi in piedi al traguardo ci sarà lui, il vecchio Sorriso, elegantissimo e rilassato, che vi guarderà con commiserazione, strizzerà gli occhietti in un sorriso ipocrita, mostrando le simpatiche zampette di gallina agli angoli delle palpebre, si accomoderà alla sedia e vi ripeterà la solita frase che ormai vi ripete da circa dieci anni: ”Tranquillo Ilario, sei ancora giovane, non avere fretta, il posto sarà tuo l’anno prossimo.”

Insomma, per farla breve, cari giovani coglioni, c’è solo una cosa che dovete fare: tornare in ginocchio dai vostri padri e lasciar perdere ogni ambizione, ogni sogno, ogni speranza di essere migliori della generazione precedente. Lasciate a loro il potere, restituitelo alla loro esperienza e alla loro saggezza. Non avete la stoffa per comandare, non avete un’autentica visione, inquinata com’è da un narcisismo patetico che sa di rancore, rivalsa e ricerche su google.

Lo abbiamo visto, un personaggio di questo tipo ai posti di comando, è stato addirittura la quarta carica dello Stato, per ben tre anni.

Tre anni.
Non ripetiamo mai più lo stesso errore.

Mai più.
Grazie.

Renzi

In questi giorni stiamo assistendo al patetico teatrino politico nel corso del quale un leader di partito con un consenso ridotto ai minimi termini, un uomo che ha ormai la stessa autorevolezza di un amministratore di un condominio a Vaprio d’Adda, minaccia una crisi di governo nel bel mezzo di un’emergenza sanitaria mondiale. No, fermi tutti, non chiedo a nessuno di schierarsi a favore di questo o quel partito, non mi interessa fare un’analisi politica del fenomeno, quanto un’analisi umana del personaggio in questione.
In effetti, guardo a Matteo Renzi e ripenso alla sua gioventù, l’Ilario della politica, ormai totalmente in crisi d’astinenza da potere, successo e visibilità, in preda al suo ego ipertrofico e al suo narcisismo. Questa mezza tacca non ha in realtà nessuna idea, nessuna visione, nessun piano in mente. Il suo unico obiettivo è quello di contare qualcosa, esserci, perché è terrorizzato dall’idea di non esistere più. Guardiamolo, l’uomo che voleva cambiare l’Italia con la sua freschezza e voleva stravolgere la Costituzione Italiana nel nome di una rapidità nei processi decisionali, specchio di una frenesia giovanile che ha contagiato persino gli over sessanta, tramutandoli in una manica di patetici coglioni in ansia da prestazione e in competizione con individui aventi trent’anni in meno.

Ascolto la sua parlata toscanaccia, che appare ormai sempre più fuori luogo, che sa di stantio, di datato, di “già dato”, e penso che i personaggi come lui facciano perdere un sacco di tempo a chi ha davvero voglia di lavorare e di creare valore, di lasciare un segno con i fatti e non con un’arte oratoria priva di contenuti. Penso a come questi personaggi, che sono ovunque, non solo nella politica, non facciano altro che lottare contro i mulini al vento, opponendosi contro l’inesorabile scorrere del tempo, contro la vita stessa, che inevitabilmente te lo fa capire in mille modi che devi andare fuori dalle palle, che sei diventato una zavorra inutile, una palla al piede, insopportabile per chi ti circonda e che magari un tempo ti stimava.
Eppure, guardo a quest’uomo e alla sua faccia da cazzo moscio, immerso nel suo completo scuro, che lo fa somigliare ancora di più a un cadavere e tutto sommato giungo alla conclusione che provo per lui una pena acuta. Ripenso a questo eterno ragazzo un tempo pieno di sogni, entrato in politica per “rottamare”, per far fuori “i vecchi”, pieno di grinta, ma totalmente privo di esperienza, buon senso e saggezza. Del resto, si sa, la saggezza deriva dalla capacità di superare anche dolori profondi, che senz’altro il coglione fiorentino non ha vissuto, visto che la sua esperienza di vita più drammatica è stata probabilmente la sconfitta finale a “La Ruota della Fortuna”. In verità, siamo di fronte a un ragazzetto viziato con scarsa voglia di lavorare, un boy scout saputello che a un certo punto ha assaggiato il potere e il successo, la cosa gli è piaciuta e non vuole più mollarla.


Sapete perché lo so? Perché siamo tutti come Renzi, siamo tutti dei discolacci con una più o meno latente volontà di potenza, siamo identici a lui, siamo tutti suoi fratelli e sorelle e io non sono da meno. In alcuni contesti, ho una piccola quota di potere, la esercito e la percepisco anch’io, quell’ebbrezza, quell’illusione viscerale che ti fa andare il sangue al cervello e ti fa sentire migliore degli altri. Quando do un ordine a qualcuno e costui lo esegue mi sento un cazzo di rottinculo di Padreterno, finché non mi accorgo che il potere è una ragazzaccia isterica alla continua ricerca di nuovi partner, una battona da scoparsi a giorni alterni, talvolta in gruppo, in una bella orgia, una troia da condividere con altri infoiati come me e, a quel punto, dopo aver vissuto l’acuto dolore della perdita, credendo di essere l’unico per lei, sollevo le spalle e ci rido su, sapendo che fondamentalmente finirò a concimare la terra come tutti. Siamo tutti dei piccoli Renzi che cercano il loro posto su questo palcoscenico del cazzo, che ambiscono anche solo per un momento alle luci della ribalta, in questo circo di pagliacci chiamato vita, in cui tutti recitiamo un ruolo in commedia, nella gran parte dei casi per ottenere l’altrui compiacimento, schiavi come siamo del nostro essere bambini a vita, circondati da persone incompatibili a noi pur di non dirci soli.

Siate clementi, pertanto. Al posto di Renzi, ci comporteremmo allo stesso modo.

Buonanotte.

Canale Anale

Questa è bellissima. Qualche tempo fa, su Amazon, compare un libro, un saggio, un agile volume dal titolo inequivocabile: “Perché Salvini merita fiducia, rispetto e ammirazione.”Un titolo talmente accattivante per orde di leghisti, che in breve il libro scala le classifiche. A molti non sembra vero: un saggio, all’apparenza serissimo, di un noto politologo internazionale, il grande Alex Green, che finalmente attribuisce al “capitano” i meriti che giornaloni e intellettuali italiani brutti e cattivi non gli hanno mai voluto riconoscere.Solo che, quando il libro arriva a casa, non appena lo aprono, si ritrovano davanti 110 pagine interamente bianche: un quaderno per gli appunti, insomma. D’altronde l’autore era stato onesto nella descrizione: “Questo libro” aveva scritto, “è pieno di pagine vuote. Nonostante anni di ricerche, non abbiamo potuto trovare niente da dire su questo argomento.”Solo che richiedeva uno sforzo troppo grande per il leghista semplice: leggere.Genio assoluto.

Lorenzo Tosa aveva appena concluso il suo ultimo post, con la consueta retorica stucchevole, ma tanto efficace nel catturare consensi e fare proseliti sulla base d’un sentimentalismo spicciolo e d’un’opposizione cieca e manichea nei confronti di Matteo Salvini. Si era ormai fatta sera e aveva pertanto programmato la pubblicazione del post alle ore diciassette del giorno successivo, cercando di sfruttare il traffico d’utenti, normalmente intenso a quell’ora, con lo scopo di ottenere maggiori reazioni e consensi. A dire il vero, si sentiva anche piuttosto stanco e non aveva voglia di passare tempo ulteriore su Facebook, oltre che di rispondere ai vari oppositori che normalmente pullulavano sulla bacheca della sua pagina e ne mettevano in evidenza le sue contraddizioni. A questo proposito, gli tornò alla mente lo scambio avuto con una donna di bella presenza che, nel giorno del suo compleanno, gli aveva fatto presente in un commento che portava malissimo i suoi anni. – Puttana! – disse fuori dai denti Tosa, ripensando a quella fanciulla verso cui, pur facendo finta di nulla, fondamentalmente provava un intenso desiderio sessuale, per quanto sapeva benissimo che non sarebbe mai stata sua, considerando quanto fosse distante dalle sue idee politiche. Tosa, nella vita reale, pensava cose che non avrebbe mai scritto in uno dei suoi post caramellosi. Era in realtà profondamente misantropo, per quanto egli stesso fosse inconsapevole di ciò. Da tipo estroverso qual era, in senso junghiano, non era uso a scrutare i moti del suo inconscio. Tosa era definibile come un individuo costituito da puro intelletto. Tutto quanto apparteneva alla sua interiorità e al suo corpo, era per lui trascurabile e privo di utilità.

– Sono molto stanco. Quest’oggi è stata una giornata difficile. Una giornata molto difficile. Penso che mi recherò in soggiorno. Sì. A rilassarmi. Con qualche video. Su Youtube. – Tosa si era imposto di pensare esattamente nello stesso modo perentorio in cui scriveva, evitando il più possibile l’utilizzo delle subordinate, in modo da autoconferirsi una ferrea disciplina e rendere il più naturale ed efficace possibile lo stile dei suoi scritti.

Entrò in soggiorno, si adagiò sul divano e accese la smart TV, collegandosi immediatamente a Youtube. Non sapeva esattamente cosa guardare, probabilmente si sarebbe sparato un bel live dei Toto, fino a quando non avrebbe preso sonno. Rimase per un po’ a fissare lo schermo del suo moderno televisore, dubbioso sul da farsi, finché nella home page di Youtube, tra i video consigliati, la sua attenzione non cadde sull’anteprima di un curioso filmato realizzato da un certo Canale Anale. L’immagine in anteprima era inconfondibile: in primo piano, vi erano una serie di rughette, ben delineate, le quali convergevano verso un foro angusto e scuro, dal quale trapelava un’inquietante peluria vagamente sudaticcia.

– È il primissimo piano. Di un ano. Un buco. Di culo. – pensò Tosa, osservando quell’immagine con un’aria tra il perplesso e il guardingo, scandendo i pensieri e, al solito, evitando come la peste le subordinate.

Incuriosito e leggermente divertito, Lorenzo cedette alla curiosità e decise di avviare quel video, alquanto inusuale per una piattaforma che faceva della censura ai contenuti volgari uno dei suoi capisaldi.

Il video iniziò a riprodursi, aveva una durata di un’ora. Tosa attivò la modalità schermo intero e si distese comodamente sul divano. Quell’ano lo fissava silente, bruno come la pece, mentre i minuti trascorrevano e nulla accadeva. Tosa pensò che si trattasse di uno scherzo di pessimo gusto e decise che era giunto il momento di interromperlo per passare ad altri contenuti, quando all’improvvisò, dallo schermo s’udì una voce che lo fece trasalire:

– Tu, avviscinati

Tosa sobbalzò. – Cristo. Santo! – proferì angosciato.

– Non imprechi, per cortesia, è alquanto disdiscevole! – Quel parlare strascicato e paternalista gli rimembrò improvvisamente un timbro vocale noto, familiare.

– Con chi ho il piacere? Di parlare? – scandì Tosa in maniera perentoria, benché la voce gli tremasse vagamente a causa dell’inquietudine.

– Sono l’ano del Presidente del Consiglio dei Ministri.

– Presidente! Conte! – Tosa era straziato dall’emozione, non riusciva a credere di essere in contatto con il suo politico preferito.

Disciamo che lei è un po’ duro di comprendonio, caro Tosa. Le ho detto che sono l’ano del presidente del consiglio, non il presidente del consiglio!

– Ma lei ha la stessa identica voce del suo legittimo proprietario!

– Forse perché non fa molta differenza tra quello che esce dalla sua bocca e quello che esce da qui! – rispose l’orifizio della quarta carica dello stato, caustico. A quell’affermazione sarcastica, fece seguito una risata divertita.

– Non dica così. Considero il suo proprietario il più grande politico che il nostro paese abbia mai avuto. Uno statista. Un gigante tra i nani. L’unico in grado di tirarci fuori da questa tragedia. Questa pandemia. Che tante vittime a mietuto. Finora.

– Tosa, cortesemente, tutta questa punteggiatura mi sta fascendo venire il mal di testa, dovrebbe, se mi consente, utilizzare maggiormente le subordinate. A questo proposito, disciamo che ho avuto modo di dare una sbirsciata alla sua pagina Facebook. Vedo che la seguono in tanti, taluni con molto affetto, altri invesce proprio non la tollerano. Devo dire che di recente i suoi contenuti sono particolarmente lusinghieri nei miei riguardi, per quanto tempo fa Ella mi aveva additato come un burattino nelle mani di Di Maio e Salvini. Come aveva definito in un suo post Guy Verhofstadt, che mi definì in tal guisa durante un dibattito al Parlamento Europeo? “Gigantesco”, giusto?

– Presidente, non faccia così, mi spiace che se la sia presa. Mi rincresce. Ma in quei tempi, quei tempi bui, lei era alleato con un politico. Tra i più pericolosi. Della storia della nostra repubblica. Salvini. Matteo Salvini.

– Guardi Tosa, posso capire che quell’alleanza alquanto insolita abbia generato delle ambiguità sulla mia persona, ma le posso garantire che quel post, sinsceramente, mi ha stupito. Lei offende se fa così!

– Mi dispiace. Presidente, mi permetta di dirle che…

– Guardi, la interrompo subito. Non occorre che si scusi. Sappia che, accedendo a questo canale Youtube, ha avuto in realtà la possibilità di farsi perdonare. Le posso solo dire, con molta chiarezza, che in questo momento stiamo fascendo la storia.

Tosa ebbe la pelle d’oca nell’udire quelle parole. Non avrebbe mai creduto che una parte del presidente del consiglio in persona, seppur tra le più turpi, avrebbe potuto proferire quello slogan efficace nei suoi riguardi. Spalancò gli occhi e uno stupido sorriso gli si stampò in volto. Altri moti inconsci fecero capolino nel suo animo, ma anche in quella circostanza, decise di ignorarli, per automatismo nevrotico.

– Cosa posso fare, Presidente?

– Tosa, guardi, le posso solo dire che anche in questo caso, non agirò con il favore delle tenebre. Questo ano la sta guardando dritto in faccia. La invito pertanto ad avviscinarsi allo schermo.

Tosa eseguì, senza farsi troppe domande. Si sollevò dal divano, si stiracchiò e, a quel punto, fece qualche passo verso lo schermo della sua smart tv.

– Ancora più viscino… – proferì il buco del culo dell’avvocato del popolo.

Tosa poggiò entrambe le mani sui fianchi e si piegò di novanta gradi, avvicinando il suo volto a pochi centimetri dallo schermo. E fu a quel punto che avvenne l’impensabile: le chiappe del primo ministro italiano emersero crudamente dallo schermo. Erano autentiche, tangibili e palpabili, due autentiche focacce di carne che circondavano inesorabilmente quell’orifizio loquace dal piglio istituzionale.

– Può lambirle, dottor Tosa. Guardi, disciamo che le si sta palesando dinanzi una grande occasione.

Tosa deglutì. Era lacerato da stati d’animo contrastanti: da un lato si sentiva preda d’un intenso desiderio di stampo masochistico, dall’altro provava un vago disgusto per quell’ano peloso dal quale trapelava un leggero odore di cloaca. Si sentiva al contempo vivo e morto, a guisa d’un servile gatto di Schrödinger. Fissò ancora a lungo il buchino del professore, prima di prendere una decisione.

– Non sia timido Tosa, lei ha l’opportunità, finalmente, di passare dalle parole ai fatti! – insistette persuasivo l’ano di Giuseppi.

Fu quella la frase che convinse una volta per tutte Tosa, il quale inspirò profondamente e fece quello che andava fatto: estrasse la sua sapiente linguetta e, con fare certosino, iniziò a leccare quel foro minuto in tutte le sue parti anatomiche visibili. Poggiò entrambe le braccia, aggrappandosi tenacemente con le mani, su quelle terga prorompenti, che al contempo, a seguito dei colpi inflitti dal giornalista, iniziarono a vibrare. Tosa mise da parte ogni perplessità, era ormai totalmente coinvolto in quel pasto e, completamente in balia della sua eccitazione, afferrò con maggiore intensità le chiappone catodiche del presidente del consiglio, mentre seguitava a sguinzagliare freneticamente la sua lingua su quell’ano impertinente. D’un tratto, avvinghiato a quei glutei alla stregua d’un koala, affondò finalmente con vigore la sua lingua penetrandolo, mentre mani, braccia e volto affondavano sempre di più in quel gigantesco deretano. Tosa era ormai in balia del piacere, si sentiva del tutto posseduto da quel mostruoso culone, al punto che fu ormai troppo tardi, quando si rese conto di esserne ormai invischiato e di non essere più in grado di venirne fuori. La sua lingua era ormai totalmente risucchiata da quel buco nero, mentre braccia e gambe affondavano totalmente nelle carni del sederone di Conte, che aveva assunto una consistenza gelatinosa e appiccicaticcia.

– Bene, Tosa, adesso chi è comanda? Chi è il burattino? Rispondi, figlio di puttana! – fece con sadica soddisfazione il culacchione vischioso del presidente del consiglio.

– Mmm…’a pre’o…mi ‘ibe’i…non e’pi’o!!! – farfugliò Tosa, ormai non più in grado di proferire alcuna parola che fosse intellegibile.

– Caro Tosa, si prepari ora: sta per arrivare il gran finale, la ciliegina sulla torta.

– MMM…’o, ‘o, ‘o, ‘a ‘ego!!! – rispose convulsamente Tosa.

– E invece sì, caro Lorenzo, sta per arrivare quanto il mio proprietario aveva promesso tempo fa, subito dopo la chiusura degli esercizi commerciali: la potenza di fuoco.

Il fondoschiena iniziò a vibrare con maggiore intensità, al punto che le scosse si diffusero in tutto il soggiorno, provocando delle crepe nel soffitto. Tosa sapeva a cosa stava andando incontro e fu dunque quello il momento in cui vide istantaneamente la sua vita passargli davanti. Rivide suo padre, assente e preso dal lavoro, brusco e privo di attenzioni nei suoi riguardi, che tanto dolore gli aveva causato da bambino. Provò nuovamente le pene della trascuratezza e della mancanza di una figura maschile forte che si prendesse cura di lui. Rivide la sofferenza e il dolore di sua madre, la quale riversava su suo figlio tutta la frustrazione causata da un marito inesistente e, per certi versi, brutale, inondandolo di lamentele tossiche che gli avevano fatto un vero e proprio lavaggio del cervello, al limite dell’alienazione parentale, e lo avevano trasformato in un femminista sfegatato. In quell’istante, Tosa realizzò che le sue incapacità con le donne, dovute a una compiacenza atavica e inconcludente nei riguardi del gentil sesso, erano state causate proprio da sua madre, verso la quale provò improvvisamente un violento rancore. Realizzò, in quell’eterno istante, che il femminismo di facciata e progressista che utilizzava per i suo post allo zucchero, derivava originariamente dall’inganno che sua madre aveva perpetrato nei suoi riguardi, da un complesso di Edipo irrisolto, ragion per cui non aveva ancora perso la verginità alla veneranda età di trentasette anni. Ebbe il tempo di formulare un ultimo pensiero, un ultimo saluto alla donna che gli aveva donato la vita, prima di andare incontro al suo destino:

– Vai a farti fottere, vecchia puttana!

Fu in quel preciso istante che le vibrazioni e le scosse si interrupperò di colpo. L’ano del presidente del consiglio si schiuse a guisa d’un gelsomino a primavera e, dopo un microsecondo, un battito d’ali d’una farfalla, un istante quasi eterno, emise uno scoreggione rumoroso e devastante, che causò la caduta di alcuni calcinacci nel soggiorno, a cui fece seguito una violenta fiumana di diarrea che scaraventò Tosa contro la parete, mentre quei potentissimi getti di merda lo sommergevano fino a coprirlo totalmente, a renderlo completamente indistinguibile dalle feci, per quanto non si trattasse di una differenza particolarmente marcata. In tutto il soggiorno, la pioggia di merda rumoreggiava come una grandinata di milioni di rospi. Tosa gorgogliava frasi incomprensibili, mentre sbatteva ripetutamente i palmi delle mani e i talloni contro il muro, alla ricerca di un disperato appiglio per liberarsi da quella punizione umiliante, mentre quel geyser di materia fecale allo stato liquido lo teneva violentemente incollato alla parete, non lasciandogli scampo alcuno.

Quella doccia scura durò circa una mezz’ora, fino a quando l’ultimo fiotto colpì in pieno il volto di Tosa, il quale, finalmente, ricadde svenuto al suolo, completamente ricoperto di cacca fumante.

Fu quello il momento in cui quel video paradossale si concluse. Cinque secondi dopo, sarebbe andata in onda l’ennesima diretta del Presidente del Consiglio, nella quale avrebbe annunciato il contenuto dell’ennesimo, confuso DPCM a tutela della salute dei cittadini per la gestione della pandemia da Covid-19.

Nel frattempo, in casa Scanzi, il buon Andrea entrò in soggiorno, si adagiò sul divano e accese la smart TV, collegandosi immediatamente a Youtube. Non sapeva esattamente cosa guardare, probabilmente si sarebbe sparato un bel live dei Pink Floyd, fino a quando non avrebbe preso sonno. Rimase per un po’ a fissare lo schermo del suo moderno televisore, dubbioso sul da farsi, finché nella home page di Youtube, tra i video consigliati, la sua attenzione non cadde sull’anteprima di un curioso filmato realizzato da un certo Canale Anale.