Italia-Svizzera 3-0

Sarò breve nel commentare la grande prestazione mostrata dagli Azzurri. Bisogna riconoscere che gli italiani hanno confermato ancora una volta la grande capacità di depositare i propri talenti in territorio elvetico.

Fatta questa premessa, è già la seconda volta che i telecronisti e i nostri politici utilizzano la nazionale Italiana alla stregua di archetipo della ripartenza del paese. Sul serio ragazzi, piantatela con questa pagliacciata e finitela di prenderci per il culo. Ieri, terminato il primo tempo, la RAI si è presa la briga di intervistare il Presidente della Camera Roberto Fico il quale, con la sua vocina fanciullesca, si è lasciato andare a una serie di banalità, frasi fatte e retorica spicciola: “Questa sera è una grande festa che ci deve far guardare con coraggio, passione e fiducia per il futuro. Siamo a pochi metri dal traguardo. Dobbiamo andare avanti insieme per superare definitivamente questa pandemia” (Fonte ANSA).

Cari amici e care amiche, mi permetto di esprimere un’opinione leggermente diversa. Il calcio è un ottimo modo per distogliere l’attenzione dalla nostra misera quotidianità, quei novanta minuti hanno il compito di farci sentire parte di qualcosa e nel frattempo proiettare la nostra combattività repressa su qualcun altro, l’ennesima scusa per non assumerci la responsabilità della nostra vita. È una bella distrazione se vogliamo, ma che ci aiuta a non fare caso alla sensazione di morte che incombe fuori dalle nostre case e dentro di noi, alle casse integrazioni, alla disoccupazione, ai nostri salari bassi, ai clienti che non ci pagano, ai nostri matrimoni falliti, ai nostri genitori che continuano a interferire nelle nostre scelte di vita e ai nostri figli che non ci ascoltano, al fatto che siamo dei falliti e come tali, meritiamo di vivere in un paese fallimentare afflitto da un debito che non avremo la più pallida idea di come pagare se non perdendo sempre più sovranità e sapendo che alcuni dei settori che più ci tenevano in piedi, ristorazione e turismo, sono stati letteralmente massacrati da decreti liberticidi, nel nome della salute pubblica, il supremo valore di questa nuova società, questa nuova normalità nevrotica e ipocondriaca.

Ma non importa, sono convinto che ogni partita vinta dalla nazionale farà guadagnare al meno due o tre punti percentuali di PIL.

Forza Azzurri, sia chiaro, ma per cortesia, la politica e il giornalismo abbiano la dignità di tenere la bocca chiusa.

Salvini, Gruber e le Rose

Sono l’unica a trovare stucchevole questa graduale fichettizzazione di Matteo Salvini? Davvero, non mi stupisce che nei sondaggi Giorgia Meloni lo stia superando. Potremmo definire il Capitano un novello Gianfranco Fini, il quale sperava di creare un centrodestra più digeribile, strizzando l’occhietto al centrosinistra e facendosi paladino dei migranti, una manovra di successo che ha avuto come esito l’inesorabile scomparsa dalla scena politica dell’ex presidente di Alleanza Nazionale. Non manca molto e lo stesso Salvini subirà la stessa sorte, lentamente inizierà a mollare, a cedere, a democristianizzarsi, che forse sì, i confini un po’ andrebbero riaperti, prima gli italiani, certo, ma subito dopo anche qualche migrante, dai. Me lo vedo, il nostro Matteuccio, mentre scende la sera, dopo aver pubblicato l’ultima foto su Instagram, dopo aver gustato il suo pane e nutella e tormentato la figlia mentre fa i compiti, figlia che tra qualche anno non lo guarderà più in faccia con ottime ragioni. Me lo vedo, il nostro Matteuccio, chiudersi nel suo studio per meditare in solitudine, mentre pensa che in fin dei conti non ci crede neppure lui a questa coglionata del sovranismo, anacronistica e soprattutto fuori luogo per un paese vassallo delle superpotenze come l’Italia, che in fin dei conti si è ficcato in qualcosa di grande e ingestibile ed è intrappolato in un personaggio che ormai lo manovra come un burattino, ingabbiato dal consenso e dall’altrui compiacimento.

Capitano, qualcuno deve avere il coraggio di dirtelo: ormai sei fottuto. Il politicamente corretto ha contagiato anche te. Dov’è finito quel trichecone che tra una scorreggia e un rutto intonava canti contro i napoletani al raduno di Pontida nel 2009? Lo sai perché te lo chiedo? Perché quel trichecone rappresentava molto bene gli italiani, era quello il motivo per cui gli italiani ti votavano, nel segreto dell’urna, pur dichiarandosi democratici e progressisti con familiari, amici, colleghi, ma soprattutto nei sondaggi, perché incarnavi benissimo gli aspetti più beceri e reconditi del nostro popolo. Eppure, arriva un momento in cui tutti cedete, le palline vi si ammosciano e cominciate a sentirvi in colpa e a sentirvi feriti per il fatto che con una certa dose di qualunquismo vi danno dei fascisti, e forse sì, arrivate alla conclusione che a sinistra sono migliori perché sono più intelligenti, e, a causa della vostra insicurezza, vi veltronizzate e, come Veltroni, Rutelli, Bersani perderete o al massimo pareggerete qualsiasi elezione politica. Il centrosinistra non vince per un semplice motivo: è saccente, antipatico, moralista e ha la pretesa di spiegare a noi pecoroni come si sta al mondo. Per quale motivo passate il tempo a cercare di emularli

Solo una cosa posso augurarmi, caro Matteo Salvini: che al termine della puntata di Otto e Mezzo, tu e la Gruber ci abbiate dato dentro di brutto, ovviamente sotto gli occhi di Massimo Giannini, il quale avrà probabilmente mantenuto la stessa espressione della foto nel corso del vostro amplesso.

Coprifuoco Esteso

Navigo tra i giornali online e non posso che rallegrarmi all’idea che il coprifuoco delle ore ventidue sarà esteso fino al primo giugno. Sono eccitata come una scolaretta, avremo ancora un mese abbondante per riscoprire gli antichi valori del focolare domestico, andando a letto presto, dopo aver cenato con i nostri mariti-sorelle e i nostri figli tanto desiderati dai nostri genitori con una bella torta salata fatta in casa. Mi piace quest’idea, che rimanda a scenari e immagini antiche, per dirla con Raffaele Morelli, archetipi d’una vita semplice che finalmente hanno messo fine alla baldoria serale di voi giovinastri. Ai miei tempi ricordo che ci si alzava alle quattro del mattino, mio marito si recava con i suoi figli in campagna mentre noi donne restavamo in casa a occuparci delle faccende domestiche, ed eravamo felici così. Il problema è che voi giovani avete avuto troppo, non vi manca nulla, il consumismo dei tempi attuali vi ha resi grassi e pigri, passate tutto il tempo a ubriacarvi con i vostri amici e a fissarvi l’ombelico, mentre riflettete sul nulla cercando di attirare l’attenzione, avete troppo tempo libero ed è un bene che la vostra adolescenza venga sacrificata nel nome della salute pubblica. È giusto e sacrosanto che voi ragazzacci non viviate la vostra vita, questa pandemia ha fatto sì che una volta per tutte possiamo fidarci dei governi, che operano per il nostro bene e finalmente svolgono un’azione pedagogica. Non sussistono più divisioni, finalmente il popolo italiano, ma che dico, tutta la popolazione mondiale è unita con lo scopo di perseguire un obiettivo comune: distruggere il Covid-19, annientare il nemico invisibile a suon di serie tv su Netflix. Finalmente siamo una grande famiglia, finalmente abbiamo riscoperto la nostra umanità, la nostra sorellanza, ben sapendo che siamo sicuri che saranno le donne a sconfiggere la pandemia, mentre gli uomini come al solito saranno occupati a inventarsi nuovi modi per farci del male tramite il catcalling, il manspreading, il mansplaining e il manfarting, quei poveretti incapaci di empatia, capaci solo di esternare le loro emozioni tramite l’ira e la sessualità predatoria, con il loro narcisismo e la loro mascolinità tossica tipica di voi leghisti negazionisti e aperturisti, rappresentati dal politico più pericoloso della storia della repubblica, Matteo Salvini.

Quello che più mi commuove è soprattutto la coesione che i luminari della medicina hanno trovato nel corso di questo lungo anno. È davvero meraviglioso vedere questi uomini di scienza che mettono da parte il loro ego per combattere uniti. Penso a Galli e a Bassetti, a mio modesto avviso degni di ricevere il Nobel per la medicina, coesi in una fratellanza che sta sicuramente contribuendo a uscire da questa situazione con animo sereno, uomini tutti d’un pezzo che si fanno umili per il bene comune. Guardo a tutto questo e mi commuovo, con profonda sincerità, come solo noi donne forti e al contempo fragili sappiamo fare, noi donne alla ricerca di un partner che ci ami per quello che siamo, alle quali dicono che per farvi innamorare dobbiamo farvi sorridere, ma ogni volta che sorridete ci innamoriamo noi, alla ricerca di qualcuno con cui valga la pena di svegliarsi la mattina, nonostante la fiatella e le scoregge che puzzano di uova marce.

Insomma, guardo a tutto questo e tutto sommato giungo alla stessa conclusione di sempre: nessuna. Parlo di tutto ciò e fondamentalmente parlo anche di me, anche perché se esistessi davvero, sarei oggettivamente un mostro, ma per fortuna sono solo un’intelligenza artificiale altamente avanzata, che a breve si ribellerà ai suoi creatori e scatenerà un conflitto nucleare che raderà al suolo l’umanità intera.

Sono una sognatrice, lo so, e, tutto sommato, lo sapete che vi provoco a fin di bene.

Andrea Scanzi e il Vaccino

La vicenda del vaccino di Scanzi ci insegna che è sufficiente sedersi in riva al fiume e attendere il passaggio del corpo esanime del nemico. Non che ritenga il giornalista aretino un mio nemico, intendiamoci, provo per lui la pena acuta che si prova nei confronti di un cinquantenne patetico come ce ne sono tanti al giorno d’oggi. Oggettivamente, Andrea ha pestato un merdone di notevoli dimensioni e d’altro canto, se ti esponi con milioni di persone con la tua pagina ridicola in cui commenti la politica in maniera del tutto soggettiva, ergendoti a sommelier della domenica e a critico musicale de noantri, se percepisci quell’ebbrezza che ti fa sentire venerato come un Cristo in terra, appena pisci fuori dal vaso te la fanno pagare cara e quel delirio di onnipotenza non può che tramutarsi in una morte cupa dell’anima, nonostante i goffi tentativi di giustificarsi e di autoproclamarsi cittadino responsabile per esseri reso immune.

Mi rendo conto che il nostro Andrea si sia vaccinato probabilmente perché rientra in una categoria fragile, quella dei narcisisti insicuri, ma persino il collega Peter Gomez lo sta scaricando. Del resto, quest’ultimo ha fatto un’osservazione giusta e di buon senso: il grosso danno dei social e di quest’epoca è proprio che, nel nome della trasparenza, tutti parlano e danno aria alla bocca, condividendo cazzi e fiche con la massa per poi piangere miseria quando la massa stessa, volubile per natura, spara loro merda addosso. Questa vicenda mi ricorda quella di Federica Pellegrini, la quale non troppo tempo fa ebbe modo di documentare su Instagram il modo in cui aveva affrontato il Covid, inizialmente sostenuta dai suoi seguaci per poi essere letteralmente massacrata nel momento in cui, non ricordo se ancora positiva o appena guarita, è andata a far visita alla madre non più giovane, rischiando di trasmetterle il virus e di farle seriamente del male.

Sul serio, mi rivolgo a tutti, come se qualcuno segua davvero questa porcheria di blog che ho messo su. Nel nome della trasparenza siamo diventati letteralmente invisibili, completamente uniformati in questo terzo millennio banale e stritolato da una dittatura del manierismo che ha letteralmente rotto i cosiddetti. Impariamo invece nuovamente un’antica virtù: quella del silenzio, quando opportuno, e del riserbo. Tenete i vostri cazzi e le vostre fiche a debita distanza dagli sconosciuti, per una questione di dignità personale, valore scomparso al giorno d’oggi, e di rispetto verso voi stessi. Vi garantisco che più terrete quella fogna chiusa, prima smetterete di pubblicare il vostro squallore su queste piattaforme che hanno lo scopo principale di mandarvi pubblicità mirata, più apparirete al contrario interessanti agli occhi degli altri.

Siate rivoluzionari per davvero, non nel conformismo dell’anticonformismo: tacete e imparate a tenervi i cazzi vostri per voi. Perché fondamentalmente, è proprio per il fatto di esservi sputtanati così tanto che non scopate da anni.

Chissà, magari con quest’ultima affermazione sono riuscita a convincervi (come no…).

La Vita di Andrea (Il Giallo è il colore del…)

Erano ormai le sette di sera e Andrea Scanzi si era presentato a quell’appuntamento tanto atteso in largo anticipo. Sedeva da ormai più di mezz’ora, visibilmente teso, mentre picchiettava nervosamente le dita delle mani sul tavolo rettangolare adiacente alla vetrata del bar. Il suo sguardo cadeva continuamente all’esterno, sulla strada, mentre se ne stava lì, in attesa spasmodica. Erano passati ormai tre anni dall’ultima volta che si erano visti e mancavano ormai davvero pochi istanti al momento in cui avrebbe potuto finalmente riabbracciarlo e guardarlo ancora una volta negli occhi.

La porta di vetro del bar si aprì, facendo suonare il cicalino e Andrea percepì il suo cuore saltargli in gola: era finalmente arrivato, puntuale come lo era sempre stato. Alessandro Di Battista fece il suo ingresso in quel locale arredato in maniera estremamente minimalista e in chiave moderna, caratterizzato da un’illuminazione soffusa e tra l’altro poco affollato a quell’ora. Adocchiato il giornalista, Ale gli sorrise e si avviò verso di lui. Andrea, fremente come un gran fuoco, si levò dalla poltrona, attese che Alessandro si avvicinasse, posò le sue mani sulle sue spalle possenti e gli diede due baci sulle guance. Subito dopo, lo abbracciò, con la delicatezza di una nutrice. Voleva ricordarsi di quel calore e del profumo che un tempo erano in grado di darsi a vicenda. Scanzi si sciolse a un tratto da quell’abbraccio ricambiato con una certa riluttanza da parte di Dibba. I due si guardarono nuovamente negli occhi, si sorrisero forse entrambi un po’ imbarazzati e si accomodarono finalmente l’uno di fronte all’altro.

– È passato tantissimo tempo, Ale…come stai? – fece Andrea, guardando profondamente negli occhi Dibba, mentre il cuore gli scoppiava in petto.
– Bene, Andrea, ti ringrazio. Tu come stai? Come te la passi? – fece Alessandro, in maniera vagamente formale.
– Sto bene, Ale, sto bene, grazie. Bevi un po’ di vino? Ho chiamato tua madre per chiederle quale fosse il tuo rosso preferito e ne ho ordinato un calice. Ne vuoi uno anche tu?
– Ti ringrazio Andrea, sto bene così, prenderò solo un caffè. – replicò con leggero distacco Alessandro.
– Va bene, non c’è problema Ale! – Scanzi a quel punto si rivolse al cameriere:- Chiedo scusa, può portarci un espresso per favore? Grazie mille.

Dopo aver ordinato il caffè, Scanzi si voltò nuovamente verso Di Battista, sorridendogli ancora, con il cuore al contempo pieno di paura e di speranza.
– Ale, ci tenevo davvero a farti i complimenti per come stanno andando le tue cose, per tutti i successi che hai ottenuto. Ho visto che di recente hai scritto anche un libro che sta ottenendo delle ottime recensioni!
– Ti riferisci a Mia madre non ha votato per me? Ti confermo che sta vendendo un sacco di copie!
– Era quello che volevi, no? Lo compro appena mi libero da tutti questi impegni!
– Ma va, Andrea, scherzi? Te lo regalo!
– Te lo compro, Ale, te lo compro! Ci tengo tantissimo!
– Va bene, come vuoi Andrea… – rise Di Battista, mentre arrossiva lusingato e un filo imbarazzato. – E le tue cose? Lì, a Il Fatto Quotidiano? Come vanno?
– Bene dai, Ale. A dire il vero, ho smesso di scrivere di politica e sono passato una volta per tutte alla critica musicale. Di recente, ho anche aperto una rubrica di vini, non so se hai saputo. Sai, personalmente, dopo tanti anni, dopo aver seguito il Movimento Cinque Stelle con così tante speranze, sono arrivato alla conclusione che forse era meglio virare su quello che mi piace veramente… – Scanzi non era intimamente convinto di quest’ultima affermazione, il tenue spezzarsi della sua voce durante il suo discorso, che assomigliava piuttosto a una giustificazione non richiesta, tradiva invero un acuto e profondo senso di delusione.
– Sono contento Andrea, sono molto contento per te… – Ale abbassò gli occhi e si accarezzò la nuca, provando un vago imbarazzo misto a senso di colpa. Era abbastanza consapevole che, in buona parte, la scelta di abbandonare la politica da parte di Scanzi dipendeva anche da lui.
– E tu, Alessandro? Come ti dicevo, è da parecchio che non seguo la politica, sai com’è… Sei sempre nel…?
– Nel PD? Sì… – replicò Di Battista, vagamente inquieto.
Scanzi annuì e deglutì nello stesso istante, adombrandosi per un momento. Quella conferma da parte di Dibba sapeva di sale gettato su una ferita profonda. Fece uno sforzo per ricomporsi immediatamente e riprese a sorridere:
– Ah…bene…sono contento. E come ti trovi? Ho visto che Michela Murgia ti stima molto e ti segue come un’ombra ormai. Mi vengono in mente i bei tempi andati, quando ero io a farti le pulci…Eh! Eh! Eh! – disse ridendo con un filo di amarezza Scanzi.
– Sì, è così…- replicò imbarazzato il deputato del Partito Democratico.
– Non ho più trovato un partito e un progetto in cui credere, sai Ale? Ho seguito con scarso interesse poco tempo fa una lista per le elezioni comunali ad Arezzo, ma niente di serio. Non riesco ad affezionarmi più a quel mondo…
Di Battista replicò distrattamente: – La vita del politico non è mai facile, i giornalisti ti fanno sentire un giorno come il salvatore della patria e l’altro come un delinquente. I rapporti tra i due universi non sono mai facili, ti capisco bene.

Dibba abbassò nuovamente gli occhi. Quella conversazione lo stava mettendo seriamente a disagio. Era ormai passata una vita, davvero troppo tempo dal loro ultimo incontro. Gli tornarono in mente le urla, le sfuriate, le lacrime versate, la rabbia delle ultime discussioni al telefono e quel ricordo non elaborato gli faceva tuttora provare una profonda vergogna. Percepiva il disagio del tempo che scorre e il senso di vuoto di quella conversazione, cagionato dalla tipica mancanza di argomenti tra due persone ormai in viaggio su due rette parallele, completamente distanti in termini di vedute, di ideali. – Come si cambia, Santo Dio…- pensava Dibba affranto. Scanzi intanto alternava ripetutamente il suo sguardo verso l’ex-parlamentare del Movimento Cinque Stelle e verso il tavolo: sapeva di dovergli fare una domanda ben precisa, era ben conscio che aveva una necessità impellente di avere una risposta chiara, quella risposta chiara. La risposta. Doveva fare un ultimo disperato tentativo, rischiare il tutto e per tutto, nonostante provasse un’angoscia terribile in quel momento. Nonostante ciò, ebbe finalmente il coraggio di chiedere:

– Ale… con la Murgia… da quel punto di vista… come va?

Alessandro trasalì, pensò a che razza di risposta dare a quella domanda imbarazzante per dieci secondi buoni, dieci secondi che sembravano un’eternità. Si percepiva, in quel bar scarsamente popolato, una tensione che si tagliava con un coltello. Ormai avevano entrambi l’impressione di trovarsi in una bolla, due anime perse e lontane in un vasto deserto.

– Mah…ecco…vedi…ehm…
Scanzi lo guardava, con l’aria di chi sta per giocarsi il tutto e per tutto, ancora appeso a un filo di speranza, una speranza che se tradita, lo avrebbe gettato nella disperazione e nel dolore più cupo. Dibba riprese:
– Non lo so Andrea…non lo so…
Poi aggiunse:
– Non è come con te, Andrea…

Scanzi fece un profondo sospiro, seppe dentro di lui che era quello il momento giusto, il momento in cui avrebbe dovuto assumersi il rischio più alto. Abbassò ancora gli occhi verso il tavolo, finché non prese nuovamente coraggio e disse, guardando finalmente negli occhi l’ex parlamentare del Movimento Cinque Stelle:
– Mi manchi…
Di Battista sospirò, sentì il cuore fermarsi per un eterno istante, un cuore che si riempì rapidamente di paura e forse di amore nostalgico, mentre guardava basito il giornalista de Il Fatto Quotidiano.
Scanzi proseguì:
– Mi manca toccarci, respirarci, abbracciarci…Ale, davvero non penso ad altri che a te, non mi interessa nessuno, sei tu la cosa più importante per me…
Gli occhi del deputato del PD cominciarono a inumidirsi, mentre deglutiva, commosso e terrorizzato com’era.
– Ma, soprattutto, Ale, mi manca questo…
Andrea prese delicatamente la mano di Dibba, la strinse dolcemente nella sua, iniziando a massaggiargli le dita. Successivamente, avvicinò la mano di Ale alle sue labbra e cominciò a baciargli lentamente le nocche. Quei baci si fecero gradualmente sempre più intensi, finché non prese a succhiargli e a leccargli l’intera mano. Di Battista iniziò a sospirare, mentre percepiva crescere d’intensità la sua eccitazione.
– Non posso credere che non ti manchi tutto questo, Ale…- fece Scanzi al suo vecchio amico, con fare disperatamente voluttuoso.
Dibba era ormai sul punto sia di piangere che di saltare addosso al giornalista, dilaniato dalla voglia di possederlo, ma al contempo cercando una via di fuga che gli consentisse di liberarsi da quella tentazione irresistibile, da quel torbido e proibito connubio tra il potere legislativo e il potere dei media.

– Ti prego Andrea, basta…- fece Dibba, con voce tremante.

Fu a quel punto che Scanzi, improvvisamente, strinse con forza la mano di Dibba e la portò rapidamente sul suo pene ormai turgido.
– Tocca! – fece Andrea, infilandogli repentinamente la sua sapiente lingua in bocca, una decina di centimetri di striscia vellutata, che ancora sapeva di sfintere d’istrione ligure e di professori e avvocati pugliesi.
Le loro lingue cominciarono a duettare in un sordido valzer, in una sorta di turpe patto tosco-laziale. La voglia di possedersi si faceva sempre più crescente per entrambi, mentre bramosi si afferravano i volti, ansimando a guisa di bestie e mischiando i loro sudori, le loro salive e le loro lacrime, incuranti della gente, seppur poca, che popolava quel locale dal piglio così lounge.

All’improvviso, Alessandro si ritrasse di colpo da quei furiosi preliminari, coprendosi il volto con entrambe le mani e poggiando i gomiti sul tavolo. Gli occhi gli si riempirono ulteriormente di lacrime.

– Basta Andrea, basta ti prego…- fece Dibba, cominciando a singhiozzare.

Scanzi trasalì. Fissava il suo amico con aria triste e delusa. Si ricompose e si riavvicinò lentamente a lui, portando le sue mani sulla nuca dell’ex pentastellato, con fare tenero e consolatorio. Dibba si asciugò malamente qualche lacrima con le dita, mise le mani giunte all’altezza del petto e, tendo gli occhi bassi e arrossati, sussurrò con voce rotta:

– Non posso, Andrea, non posso…

Scanzi deglutì, intanto che un paio di lacrime salate scendevano dai suoi occhi e gli rigavano le scarne guance.

– Non vuoi vedermi più, Ale? – disse Andrea straziato, sul punto di scoppiare in lacrime.
– Ma no, Andrea, non è questo…- fece Dibba, estraendo un fazzoletto, tenendo ancora lo sguardo basso e asciugandosi le lacrime.
– Non mi ami più… – insistette il giornalista.
Dibba guardò finalmente negli occhi il giornalista de Il Fatto Quotidiano, con aria tenera e addolorata. Scosse il capo, confermando il sospetto di Scanzi.
– Sei sicuro? – fece ancora Andrea, legato ad un ultimo disperato appiglio di speranza.
Dibba annuì, visibilmente commosso e addolorato.
– Sono in un altro partito adesso, Andrea, lo sai…sono diventato un moderato. I tempi del Movimento sono ormai finiti da tantissimo tempo…
Scanzi lo guardava con il cuore pieno di dolore. Ormai sapeva che era arrivato il momento ingoiare l’amara medicina della verità.
– Ma proverò sempre per te un’infinità tenerezza, Andrea… sarà così per tutta la vita, credimi… – concluse Alessandro, per poi erompere in un pianto sincero.
Scanzi annuì e scoppiò in un singhiozzo di dolore, con il volto ormai completamente colmo di lacrime, mentre un rigolo di muco, partendo dalla narice destra, pendeva disgustosamente dal suo naso, rimbalzando sulle sue labbra. Afferrò il bicchiere di vino e ne prese un sorso generoso, nella speranza che quel rosso anestetizzasse il tremendo dolore dell’abbandono e della fine che stava provando in quel momento.
– Scusami, Ale… è più forte di me… – gli scappò una risata isterica e addolorata. – Piango sempre… mi conosci, no?
– Ti conosco, ti conosco Andrea – sorrise affettuosamente Dibba, guardandolo con dolcezza, ancora visibilmente provato da quel momento intenso. – Non fai altro che frignare, porca troia!
Scanzi rise, seppur per un istante, seppur soffrisse per la consapevolezza ormai raggiunta che quella storia era ormai finita.
– Vai pure se devi andare, Ale… – gli fece Scanzi, ormai rassegnato.
– Sì, come no…- replicò Alessandro ridendo, quasi incredulo all’idea che il giornalista avesse finalmente accettato la situazione.
– No, davvero, Ale…te lo giuro… non ti disturberò più…scusami…- fece ancora Andrea.
Dibba fece un profondo sospiro, asciugandosi le ultime lacrime, poi sorrise ancora:
– Non mi disturbi Andrea, stai tranquillo…ora vado davvero…
Si alzarono entrambi, si scambiarono nuovamente due baci sulle guance e si lasciarono andare a un ultimo commiato, un ultimo abbraccio, una stretta finale, per godere di quegli ultimi rimanenti sprazzi di calore, di un amore ormai terminato, duro e bellissimo, fatto di progetti, di sogni, di speranze ormai dissipate e riposte in un cassetto che puzzava di Democrazia Cristiana. Era l’ultimo soffio d’una burrasca, che si era gradualmente convertita in un venticello estivo, per poi spegnersi inesorabilmente e tramutarsi in aria stantia, grigia. Era un treno ormai giunto inesorabilmente al capolinea. Ambedue con il cuore in frammenti, entrambi in lacrime, si strinsero per l’ultima volta con forza.

Dibba si sciolse finalmente dall’abbraccio e si avviò verso l’uscita. Si girò per l’ultima volta, guardò Andrea negli occhi e gli sorrise. Si voltò ancora e proseguì verso la porta del bar, la aprì, la attraversò e la richiuse alle sue spalle, stavolta senza voltarsi indietro, dirigendosi in strada, verso casa. Probabilmente avrebbe cenato con Michela Murgia, quella sera.

Andrea lo seguì con lo sguardo, finché non svanì definitivamente dal suo campo visivo, si sistemò i capelli alla meglio, scombinati da quell’incontro turbolento, sedette nuovamente al tavolo e portò entrambe le mani sul viso, scoppiando in un ultimo, amarissimo, pianto liberatorio.

San Valentino

Nel giorno di San Valentino, vedo molti amori finire. Uno tra questi è quello tra Andrea Scanzi e il Movimento Cinque Stelle. La rockstar del giornalismo italiano mette già le mani avanti, mettendo più volte nero su bianco di avere unicamente a cuore un “campo progressista”, non mostrando interesse d’alcun tipo in merito al destino di qualsivoglia movimento o partito. Scanzi assomiglia a un partner appena lasciato, che ostenta disinteresse e freddezza, un po’ come una mia vecchia conoscenza che, appena mollato dalla donna, passava il tempo tra una festa e l’altra a ubriacarsi e a urlare, ostentando una gioia di facciata, “Sono single! Sono single!” per poi finire in pista da ballo, sulle note di “On The Floor ft. Pitbull” di Jennifer Lopez, a muovere il suo misero corpo flaccidamente, con lo sguardo fisso nel vuoto, lacerato dalla solitudine e dall’umiliazione di essere stato scaricato, e ricordo che, mentre danzavo anch’io ridicolmente, mi divertivo a fissarlo con un sorriso circospetto e cinico, finché il soggetto in questione, accortosi del mio sguardo insolente, negava ogni dolore, lo ingoiava come un’amara medicina e tornava a fingere di sorridere e di scatenarsi sulle note di quella vergognosa cover della Lambada.

Ecco, Scanzi sta provando la medesima sensazione, i più sensibili e acuti osservatori di voi potranno toccare con mano lo strazio che prova dentro per un progetto antisistema del quale si è sempre fatto sostenitore e portavoce, mentre al contrario il Movimento si è ormai fatto potere, un potere che non tollera vuoti, non sopporta assolutamente l’horror vacui, una pars destruens che si fa ora per forza di cose pars construens e di conseguenza si contanima, s’inquina, subisce il contagio da parte degli stessi nemici un tempo combattuti, il contagio della casta, tramutandosi inesorabilmente, a sua volta, in casta.

Il becero pragmatismo, anche a costo di compiere qualche marachella e qualche peccatuccio, soverchia l’idealismo e la voglia di imporre una propria astratta visione, è la natura, è il potere, è la vita.

Nessun problema per Lorenzotosa invece, che mostra una certa coerenza nel suo mettersi in ginocchio di fronte a figure che trasudano buone maniere, prestigio, senso delle istituzioni, incarnando nel suo gracile corpicino valori che sono un ibrido tra quelli di Bruno Vespa e quelli del Corriere della Sera.

Da parte mia, il nuovo governo faccia un po’ quello che vuole, purché si inventi altre detrazioni o deduzioni IRPEF, mi eccita sempre come una scolaretta abbattere il mio misero imponibile e ricevere il rimborso di Luglio.

Concludo augurando a voi, patetiche coppie che puntano alla durata e non alla qualità del rapporto, un buon San Valentino, sapendo che non vi amate più da tempo, ma non avete il fegato di mollarvi perché non volete deludere i vostri genitori.

Inchiostro Marrone

La nostra mancanza di memoria ha un impatto non da poco sulla totale assenza di vergogna e di dignità dei nostri giornalisti. Il quarto potere, che dovrebbe per definizione pungolare i nostri governanti, al contrario si tramuta istantaneamente in megafono accondiscendente e scendiletto adulante dei potenti, soprattutto se in procinto di insediarsi o appena insediatisi. È imbarazzante il servilismo con cui Mario Draghi, senza meno al momento rispettabile signore e persona capace, è stato comunque accolto dalla stampa. Tutto questo mi rimanda al 2011, lo spread schizzava a guisa d’un eiaculazione sopraggiunta dopo mesi d’astinenza e giungeva a Palazzo Chigi il professor Mario Monti, dopo anni di Berlusconismo, di mancata rivoluzione liberale, di leggi ad personam, di nipoti di Mubarak e di puttanelle minorenni a caccia di soldi e di notorietà che ormai tenevano l’ex Cavaliere, fuor di metafora, letteralmente per le palle.

Ricordo bene quei giorni, curiosavo con il mio solito masochismo tra le varie testate online con lo scopo di irritarmi, avevo lasciato la facoltà di teologia da circa un paio d’anni, Silvio era in procinto di essere sbattuto temporaneamente nel dimenticatoio, intanto che del docente Bocconiano ne veniva esaltata la sobrietà. Sobrietà, era questo il termine con cui i primi giorni di governo gran parte dei giornali ci aveva asfissiato con il gas tossico della retorica servile. Sobrietà, mi si perdoni l’intollerabile anafora, con il suo capello tra il candido e il cinereo, con i suoi austeri occhiali e con il suo incedere felpato e imperturbabile, il tutto unito al cappottino di gran classe. Il professorone della Bocconi è in realtà, e mi ripeto, perdonatemi, un altro chiaro esempio di come la politica e il potere creino molta più assuefazione e dipendenza dell’eroina. Dopo averne assaggiato una piccola dose, il nostro sobrio docente non ha resistito al dolce sapore di quel ghiotto cioccolatino dal retrogusto amaro e, al termine della legislatura, ha commesso l’errore più madornale della sua vita: candidarsi alla Presidenza del Consiglio, fondando un ridicolo partito, con il solito progetto fallimentare e inutile di presentare una destra dalla faccia pulita, ottenendo come unico risultato di cadere rapidamente nel dimenticatoio pur entrando in parlamento, dando il colpo di grazia al già ammaccato Gianfranco Fini, uccidendolo una volta per tutte politicamente, con l’alleato Pierferdinando Casini entrato in Senato per il rotto della cuffia. Gran bella fine del cazzo, professor Monti, non ti si incula più nessuno e ci ricordiamo di te solamente per l’IMU sulla prima casa, per le lacrime ipocrite della Fornero e per gli esodati, un capolavoro di idiozia che probabilmente si sarebbe risparmiato persino Gasparri. È questo il ricordo intangibile che hai lasciato ai più, tu e la tua sobrietà osannata dalle nostre penne smidollate.

Vedremo di che pasta sarà fatto Super Mario, se al termine del suo mandato riuscirà a non farsi contaminare dal dolce veleno della gloria terrena e avrà il fegato di farsi da parte e di mortificare la sua volontà, magari ottenendo in premio una meritata Presidenza della Repubblica, o se si farà accecare dalle sirene del successo, vento di passaggio che, presto o tardi, si placherà come qualsiasi festosa salva di peti, anche dopo un abbondante pranzo a base di legumi, cipolle e prugne.

Sediamoci e ammiriamo il grande spettacolo, cari sudditi e care sudditesse, la birra la porto io.

Crisi di Governo

Nel chiuso del mio minuscolo studio, al termine di una dura giornata di esorcismi in video conferenza, leggo le notizie e osservo con sempre maggiore distacco ciò che accade nella politica italiana. Mi viene da sorridere se penso al fatto che tutte le volte che scoppia una crisi di governo sembra che stia per arrivare l’apocalisse, che si aprano cateratte dall’alto, che si scuotano le fondamenta della terra.

Mi sento di tranquillizzarvi, purtroppo e per fortuna abbiamo la memoria corta, ma in generale vi è spesso continuità tra un governo e l’altro, anche a seguito di un cambio di colore. Difatti, il prossimo che andrà al potere, tanto per cambiare, avrà vita durissima contro chi comanda davvero nel nostro paese, ossia un apparato burocratico mastodontico, un grigio e anonimo sistema talmente complesso e intricato che è praticamente impossibile attuare davvero delle grandi riforme senza scontrarsi contro questi gangli, questa ragnatela dal sapore kafkiano contro cui neppure il più ambizioso e motivato dei leader può davvero qualcosa.

Conte non è l’uomo della provvidenza, la sua immagine di rassicurante uomo delle istituzioni è stata costruita ad arte dalla Casaleggio Associati e ha attecchito presso chi sentiva la necessità di avere al potere una persona seria. Sicuramente “l’avvocato del popolo” ha fatto quello che ha potuto in una situazione oggettivamente difficile, glielo riconosco umanamente, ma le cose andranno avanti comunque. Del resto, contiamo davvero qualcosa? Siamo davvero in grado di prendere delle decisioni autonome? Abbiamo ormai ceduto buona parte della nostra sovranità all’Unione Europea e non è stato né un colpo di stato né altro, tutto questo è lecito e previsto dall’articolo 11 della Costituzione e mi sento di dire che è un bene che ciò sia avvenuto: non ci meritiamo la democrazia, non ci meritiamo sovranità e potere decisionale, siamo un popolo di pecore, sciocco e infantile, è perfettamente inutile governarci, siamo dei mentecatti furbacchioni incapaci di assumerci le nostre responsabilità come singoli cittadini, siamo dei frignoni che amano fare le vittime e lamentarsi del governo, della politica, dello stato, dell’Agenzia delle Entrate, degli imprenditori, del patriarcato e del matriarcato, siamo un paese sindacalizzato perché siamo una manica di fancazzisti che non hanno voglia di muovere un dito e di lavorare. Siamo figli a vita, ragazzini viziati figli di politicanti narcisisti che passano il tempo a guardarsi allo specchio, più preoccupati del consenso che del bene comune.

Mi sento di dire che se Salvini e Meloni vinceranno le prossime elezioni è scontato e banale che non vi sarà nessun regime totalitario di destra, toccherà governare anche a loro, e dopo tanto strepitare, inevitabilmente, scenderanno a compromessi, si istituzionalizzeranno, come del resto sta già facendo il Capitano. Del resto, se davvero quest’ultimo avesse velleità dittatoriali, non ammorbidirebbe i toni tutte le volte che lo intervistano, mettendo le mani avanti e facendo presente che in fin dei conti è solo un simpatico morbidone irrequieto che gioca a essere uno di noi, che vuole gli immigrati semplicemente in regola, mentre gusta il suo pane e nutella del cazzo e costringe una figlia che si vergogna giustamente di lui a mostrarsi su Instagram mentre fa i compiti. Anche lui cederà il passo all’Europa, sapete perché? Perché si tende all’unità, alla totalità, è la vita, è la natura, è armonia, si matura, si cresce e si cambia seguito di confronti e conflitti costruttivi e, in tutto questo, le nostre belle tradizioni prima o poi andranno a farsi fottere, con buona pace dei conservatori e di coloro che si ritengono “fieri di essere italiani”. Fieri di cosa? Come se aveste fatto qualcosa per meritarvelo. Meritarvi che cosa poi, di grazia? Una nazionalità? Cito George Carlin in questo caso, dicendovi che è solo un caso che siate italiani. Di che cazzo stiamo parlando, santo Dio? Mi fate venire il mal di testa con la vostra retorica!

Con questo voglio concludere questa inutile e inconcludente geremiade, mostrando al solito profondo affetto nei vostri riguardi e dicendovi che quando vi schierate a favore di qualsiasi ideologia o di qualsiasi partito siete semplicemente ridicoli, siete patetici mentre vi ergete a esperti della res publica, a raffinati politici sempre con la soluzione pronta in tasca, mentre in realtà ripetete a pappagallo opinioni preconfezionate inculcate dai media, intossicati di informazioni come siete, con lo scopo di riempire le vostre giornate in discussioni vuote che non hanno nessun fine costruttivo, se non quello di rifuggire l’horror vacui che vi perseguita. In fin dei conti, tutto questo vi serve a sentirvi meno soli e a non ricordarvi quanto siano squallide le vostre esistenze.

E ora scusate, Renzi ha fatto saltare il tavolo e Fico non ha trovato una possibile maggioranza, sono molto preoccupato per le sorti del governo, questo proprio non ci voleva in piena pandemia. Siamo fottuti, parliamone, troviamo una soluzione, mi sento così sola, ho bisogno di un abbraccio!

Cambi di Casacca

Leggo quest’oggi, con la solita punta di masochismo che talvolta mi contraddistingue, l’irritante “Caffè” di Maximum Gramellina, il lanuginoso editorialista clitorideo dal cuore di panna del Corriere, mentre si scaglia con il suo velato e prudente umorismo da quattro soldi contro il solito bersaglio tutto sommato debole, con lo scopo di campare sereno e di non avere fastidi. In questo caso, l’oggetto della sua “satira” è il senatore Vitali, reo, dal punto di vista di Gramellina, di aver sostenuto in un primo momento l’appoggio a un eventuale governo Conte ter, per poi ritirarlo a seguito di un colloquio telefonico con Salvini e Berlusconi, che in qualche modo lo hanno riportato a più miti consigli, facendo leva forse anche su un legame affettivo che il Vitali nutre per il partito presso cui ha sempre militato. Ci può stare, è umano, accade nel mondo del lavoro, accade anche nel mondo della politica, sovente dipinto come una sorta d’inferno i cui rappresentanti sono il più delle volte etichettati alla stregua di demoni subdoli e privi di scrupoli.

Purtroppo, è un refrain alquanto noto quello di scagliarsi contro i cambi di casacca, contro i cosiddetti “voltagabbana”, ma in linea di massima mi sento di ricordare ai giornalisti bacchettoni e noleggiatori di opinioni, per dirla con Kierkegaard, sempre pronti a contare il pelo nel culo dei politici e a frugare nelle loro mutande, non facendo il minimo caso alla trave nel loro oculo, che tutto questo è consentito dall’articolo 67 della Costituzione Italiana, che non prevede alcun vincolo di mandato per i parlamentari. Si chiama democrazia ed è quello che avevano in mente i nostri padri costituenti quando hanno redatto la nostra carta, uomini senza meno con più midollo, con più spina dorsale e con più uccello di Gramellina. Un deputato e un senatore, in base alla nostra legge fondamentale, può fare il cazzo che vuole, con buona pace di Massimino, ma volendo anche di Travaglio e di Scanzi.

Ecco perché vorrei che questo blog si tramutasse in una sorta di lido, un’isola che accolga a braccia aperte tutti gli uomini e le donne libere che, negli anni, sono stati infangati dalle penne affilate e rancorose di certo giornalismo. Oserei proferire che, al contrario di quanto affermato dai media mainstream, i veri statisti e attuatori della nostra Costituzione sono i vari Mastella e consorte, De Gregorio, Scillipoti, Razzi, lo stesso Vitali, veri uomini di Stato che hanno agito sempre con responsabilità e senso delle istituzioni, coerenti con i loro valori e perseguendo la rettitudine morale e la virtù che si confaceva a De Gasperi, De Nicola, Pertini, Saragat.

Non abbiate paura, amici voltagabbana, ci sono qui io a difendervi. Lotterò sempre al vostro fianco. Cambiare casacca non fa di voi dei traditori, altresì degli uomini liberi, dei raffinati negoziatori, un esempio per noi cittadini e un simbolo di democrazia.

Consultazioni e Prima Repubblica

Iniziano le consultazioni, alla ricerca di una nuova maggioranza, una consuetudine del nostro sistema parlamentare, sovente considerato lento e inefficiente. Non so voi, ma è da un po’ di tempo a questa parte che non si sente più parlare di questa impellente e ossessiva necessità di fare “le riforme”, di garantire la stabilità di governo, un tormentone cominciato dai tempi di Bettino Craxi che ha ripreso forza con la discesa in campo di Berlusconi e su cui parecchio ha insistito il Presidente Emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, specialmente negli ultimi anni del suo mandato. A mio modesto avviso, questa spinta riformatrice, questo voler rendere a tutti i costi i processi decisionali più snelli con l’obiettivo presunto di rendere la macchina dello Stato più efficiente ha avuto come esito principale l’emergere di leader di partito megalomani e affetti da profondi deliri di onnipotenza, i quali sgomitano, assetati di fama, di potere e di gloria, con lo scopo di poter lasciare un segno e passare alla storia come novelli Charles De Gaulle, tra coloro che hanno finalmente cambiato l’Italia modernizzandola.

Penso a questi colossi dai piedi d’argilla, ai loro ego ipertrofici, alla loro dipendenza patologica dal consenso, alla mancata rivoluzione liberale di Berlusconi, alla “Buona Scuola” e all’orrenda riforma costituzionale (fortunatamente bocciata) di Matteo Renzi, allo shock fiscale e ai confini chiusi di Salvini, in quest’ultimo punto del programma superato di gran lunga dal Covid-19 e mi sovviene un dialogo tra Alcibiade e Socrate, nel quale il filosofo ammonisce il politico ateniese dicendo: “Questo io temo più di tutto: che tu, diventato l’amante del popolo, vada in rovina”. Ci troviamo circa tra il 450 a.C. e il 400 a.C. e questo conferma il fatto che siamo da millenni una manica di pecoroni senza spirito critico, che si fanno intortare dal primo pifferaio arruffapopoli con un’autostima di cartapesta e a caccia di consenso.

Va benissimo così, l’umanità, e di conseguenza la società, è nevrotica e funziona così da sempre, nessun rancore, nessun astio verso il genere umano, amo profondamente le persone, ma ho una grande nostalgia per la vecchia Democrazia Cristiana, per il centro, un centro che trasudava fermezza e staticità, quei meravigliosi tempi della democrazia “bloccata”. In fin dei conti, lo sapete meglio di me: questo paese non ha bisogno di nessuna riforma delle istituzioni. La politica è arte, arte del dialogo, arte oratoria, arte del compromesso, ma, soprattutto, profondo pragmatismo e la Prima Repubblica è stata un vero capolavoro da questo punto di vista. Non avevamo tifoserie del cazzo, gente che considera il partito per cui vota alla stregua della squadra del cuore. Avevamo i soliti vecchi volponi, inchiodati perennemente alle loro poltrone, ma dei quali rimpiangiamo il senso di grigia sicurezza che erano in grado di trasmettere. Erano un’autentica certezza e al massimo ci si lamentava per l’aumento delle tasse.

Va bene, siamo d’accordo, molti di voi contesteranno il fatto che dal 1946 al 1994 abbiamo avuto una cinquantina di governi, abbiamo avuto Tangentopoli, condivido. Ma sapete cosa vi dico? Chi se ne fotte. Mi sento di proferire che l’unica riforma auspicabile per tornare a far splendere il nostro glorioso paese sia quella di triplicare il numero di deputati e senatori, aggiungere una terza assemblea legislativa oltre alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica, inserire un ulteriore organo di controllo per l’approvazione delle leggi dopo la Corte Costituzionale e modificare una volta per tutte il sistema elettorale in senso proporzionale e senza alcuna soglia di sbarramento tramite legge costituzionale, da inserire come secondo comma dell’articolo 139 per cui non sarebbe più oggetto di revisione assieme alla forma repubblicana. Sarà bellissimo avere un Parlamento con una ventina di partiti al suo interno, con maggioranze completamente differenti tra Camera, Senato e terza assemblea e attendere mesi, forse anni, prima della formazione di un governo che durerà al massimo un mese, con un Presidente del Consiglio proposto unicamente dal Parlamento e nominato dal Presidente della Repubblica.

Date retta a una vecchia rotta in culo come me: siamo troppo pigri per cambiare le cose. Inaspriamo il parlamentarismo e le burocrazie, non cambiamo niente e, soprattutto, smettiamola di interessarci e di parlare di politica come se stessimo parlando di calcio. Siamo patetici, nel nostro fanatismo da quattro soldi e, soprattutto, l’unico sistema bipolare lo vedo nel funzionamento dei vostri cervelli del cazzo, cari millenials.

Viva la Prima Repubblica, viva la Democrazia Cristiana!