Silente Amica

Ormai soltanto t’amo nel ricordo
remoto de’ tuoi bei virenti occhi
immersi al timoroso sguardo sordo

di me, già scendon lagrime al pensiero
di quella primavera; ormai s’imbocchi
il corso ch’al futur rivolge. E spero.

Mia isola, seppure con fatica,
respiri ormai con me, silente amica.



Un Tempo Sospeso

Un tempo ormai sospeso ci cattura;
nell’isola, individuo singolare
ti tempra, vilipeso questi giura
e ha rivoli d’un livido amorale.

Mordace ed ambizioso, congettura,
pianifica e, vindice d’affrontare,
opaco e tenebroso, non abiura,
specifica i nemici d’annientare.

Oppresso da se stesso e d’ambizione
sorride al suo dolore lacerante
per spinte di vetusti agri veneni

e spesso che ha represso, dannazione,
sé irride, anch’il colore scintillante
o tinte già più illustri, in mete oscene.

Novello Ardore

Novello ardore, ch’infiammi, divampo,
ai polsi le caten di cortigiani,
dettami che al parer non danno scampo;

espelle odori d’infami sfuggenti,
accolsi le promesse alquanto immani,
reclamo dell’orror di certe genti.

Le nebbie si diradino, è ormai ora
di rifuggir chi vita mi divora!



Sabato Sera

Sollievo sopraggiunto, eterna lotta,
d’un orbe soffocato da un padrone,
m’elevo a mani giunte a Te, rimbrotta,
assorbi il me negato e testimone.

Rileva, prendi spunto, esterna flotta;
la serpe ha ormai placato ogni tenzone,
l’alcova è non più unta, sverna rotta,
le turbe hanno assediato altra fazione.

E penso a te, alla virtude mancante,
sommersa da una peste celebrata,
pusilla servitrice assai banale;

l’immenso re ormai ci esclude, distante,
dispersa già ogni festa, disertata.
Sobilla, o meretrice, non fai male!

Schegge

Sospeso siedi, vegliardo canuto;
del gregge stolto, esecutor prudente,
già nell’estrario tace l’urlo muto,
sopra vivente.

E un cinguettare, sol sòno di vita,
l’aere ora riempie e i muri vitri frange;
gente dissolta che tra sé s’addita
nel mentre piange.

Ove aderire, secrete mie schegge?
Per quale tramite invenir lucente
dalla caligine cinerea legge
d’un conte assente?


Ancora Al Chiuso

Attesa, nella gravità ch’è assente
nel qui, bambagia grigia che, sospetta,
così, m’adagi, bigia, ma sei infetta;
ottusa, dell’oscurità servente.

Ripresa di speciosità, si mente
a chi, qui, indugia ligio, ma rifletta
al dì che già al prestigio s’erge eretta
la resa alla viltà, ad un espediente.

Chiudici a chiave, docente vigliacco!
Hai tra le mani dei nastri di seta,
intento, mozzi le gole a conigli,

unici schiavi, lo ostenti e dai scacco;
sia mai il domani, siam mostri di creta,
ordente, insozzi le suole ai tuoi figli!

Fendente

Iniquo mondo, qui in bolle distanti,
ognuno ch’ormai mira i suoi fantasmi
mutevoli e cangianti ad ogni istanti;

quale destino ci resta sperare,
immersi ormai solinghi nei miasmi
d’un claustro ch’imminente s’ha da fare?

Ché la salvezza si fa nel presente,
parando della vita ogni fendente!

Virologi

Se ti farai curare da Burioni,
ti lascerà ahimè privo dei polmoni,
qualora ti recassi dal prof Galli,
trapianterà laggiù due barbagalli,
nel caso in cui tu optassi per Pregliasco
ti troverai col fegato di Vasco,
che dire poi se andassi da Zangrillo,
probabile ti attacchi anche il morbillo.

Insomma, tutta ‘sta virologia,
ch’appesta più del Covid esso stesso,
fa perdere la voglia di far sesso
e fa rivalutar l’astrologia.

M’affido dunque a streghe e cartomanti,
sian loro dunque ad indicar la via
d’uscita da ‘sta brutta pandemia
di medici, ormai star tromboneggianti.

Covid

Ormai nei quotidiani
del Covid sol si legge,
la gravità non regge
i miei coglioni immani.

La nuova religione
dell’ansia e ipocondria
del senno fa razzia
di masse pecorone

che non si fan quesiti,
per quanto ormai da mesi
pur permanendo illesi
son tutti ormai ammattiti.

‘Sto Covid non si regge,
incontri quotidiani
con dei coglioni immani,
cui gravità è ormai legge!

Silenzio Atteso

Sul petto l’aspra lapide l’atterra
incauta contra que’ mùnera lotta
lì incontra lauto, ben nero, ormai rotta,
eretto vespro, che rapido sferra

nel buio verberi antichi e la terra
zolle disfatte l’illustra e l’adotta,
imbelle matta in quel lustro corrotta,
orgoglio imberbe, tra giunchi ella erra.

Accolga i demoni tutti, è ormai ora,
tremendi spettri che tendon agguati,
turpi rumori ch’infrangon quïete

e amori e corpi divelgon. Stogliete!
Scettro sospenda, che vengan domati,
or volga e domini, muti, in controra.