Ade

Su una remota collina un castello
s’erge perfetto nel regno natale
ove il vetusto ricordo m’assale
di luce ed ombra di sfida a duello;

congiunge il cielo e la terra, un orpello
ch’è d’otto lati, d’età medievale,
d’un grande eclettico, uomo regale,
triplice vista al villaggio più bello.

Di quel villaggio or emerge il richiamo,
se porrà fine al mio peregrinare,
esploratrice solinga d’abissi.

Ade, ebbi modo che non mi rapissi,
come Persefone fosti a violare,
libro per Eros, non voro il tuo amo.

Nucleo

S’invero l’ami tanto, lascia andare

Son rimembranze edulcorate e piene
di certi abbracci, d’un amor possente
al tempo amante d’un poter ch’ottiene
la riverenza cieca a un dio, servente,
ad una dea maligna ch’è un serpente;
pavor ed ira, riprendi a volare.

Fiamme Gelanti

Fiamme gelanti, che seguon piaceri
ch’in pieno svuotan ogne ardor creanti,
in una candida aspersione, imperi
cadon sustanti.

Cori maestosi, or sorgete per astri
ad onorar caduti regni ferrei
ed osservar minuti indegni mastri,
sovrani terrei.

Ghiacci fiammanti, precedon dolori
ch’un vuoto piena ed apatia abolenti
in uno scuro ammucchiamento, amori
sorgon sopenti.

Risorgi

Di quel dolore sopito nel fondo
di quell’oceano, universo sì vasto,
forme si creano e un po’ perso l’imbasto,
per dar colore gradito al mio mondo.

Fiammate giungon repenti e nascondo
in un contegno posticcio, nefasto,
a volte indegno, un impiccio rimasto,
retate fendon fendenti, ed affondo.

Eppur s’emerge da tanto soffrire,
sopporta, osserva, comprendi, risorgi,
colpi di vento contrario in cammino.

Neppur più s’erge il suo manto, mio Sire
ch’intorta e snerva ed offende; ora scorgi
un turbamento, ordinario e divino.

Otto Dicembre

Vergine Madre, che priva di macchia,
venisti al mondo, o tu, senza peccato,
l’ansia m’invade, addio, giorni di pacchia;

rubiginoso travaglio qui attendo,
volti infelici e canuti; spossato
vaglio tra nubi, già ozioso, m’arrendo!

Scende la notte; burrasca fervente,
niente più lotte, le luci son spente.



Aragna Tela

Chi sente scorrer vita guarda audace
dinanzi a sé, crüòre del suo cor;
repente invita e corre, arde mordace!

L’aragna tela nota già venena,
romanzi che dolor dan, cui si mor,
montagne nella notte, luna piena.

Conscesa pel fastigio, laborioso,
difesa d’un servigio ch’è vischioso.

Attesa Paziente

Attenderà paziente, in questo limbo
tedioso in cui, sospeso e stretto al chiuso,
t’adagerà, presente, presto schimbo,
eroso lui, da, offeso in petto, abuso.

Sorriderà, serpente, in testa un nimbo,
astioso fa, già illeso, incetta, ottuso,
pretenderà possente festa, è un bimbo
ansioso; inteso è che a vendetta è uso.

Zoppo, or procede, ferito e rabbioso,
il sangue dall’aroma ferrugineo
eccede, e mostra i denti già fremendo;

non siede o prostra, e sente un mal tremendo,
troppa in sé fede e alla vita, penoso,
esangue, quasi in coma, mai apollineo.

Un Re in Affanno

Quel tempo in cui credesti te immortale
già volge a inesorabile tramonto,
un lampo e manifesti a me il tuo male.

Di te, Maestà, rimane un re in affanno,
e s’erge inevitabile il confronto,
giacché l’etade è immane, e non t’osanno.

E fragil, men caparbio già m’appari;
o vigile superbo, ormai scompari.

Siam Nudi e Soli

Siam nudi e soli, in questa dolce valle,
d’amari zuccheri l’avrà cosparsa
chi su di noi tramò alle nostre spalle
questa gran farsa.

Di te mi curo, fratello lontano,
e penso al male che ti porti dentro,
qualunque cosa faccia è fatta invano,
non mi decentro.

Per un po’ s’ama, in quest’intenso corso,
eterni istanti che lasciam morire,
nell’illusione che quel dolce morso
debba infinire.

Siam nudi e soli, e tali torneremo,
quando ormai sazi di quel pasto lauto,
quando ormai spenta quella fiamma avremo,
per far malcauto.