Fotogramma

Si scioglieranno quei nodi contorti,
fintanto ch’occultati permarranno
già per omessa virtù nell’esporti,
un atto di viltà che causa affanno?

Perdonerai quei subìti già torti,
ch’ancor ti paion grande e grosso danno
per fare dono d’amori e conforti
e offrirti a quanti, forse, ancor non sanno?

Ancor dall’ulcer fiera emerge fiamma,
que’ prìstini fantasmi l’accompagna
non sarà l’acque a spenger, ché ristagna,

ma lagrima ch’il viso ancor non bagna
e resta lì, in sospeso, nel diaframma,
manente per un degno fotogramma.






All’Altare

Seguo ramingo, sin fissa dimora,
randagio vago inquieto e ancor ricerco,
remoto ormai da qualsivoglia alterco,
mia Itaca promessa, disti ancora.

Una ferita antica in me lavora,
son pianta che, sommersa dallo sterco,
levarmi per dar frutto almeno cerco,
e tollero il dolor ch’in me dimora.

In marcia! Si riparte, in alto mare,
la ciurma si rinnovi e m’accompagni
nel mio peregrinare senza fine

per chi si sente a viver vita incline
e dentro la palude non ristagni,
del darsi me sacrifico all’altare.



Regime

Se un alunno è positivo,
tracciamento e quarantena,
che il controllo resti attivo,
che nessuno provi pena

per fanciulli e genitori
e docenti sopra tutti,
tutti potenziali untori
da schedare, farabutti!

Quest’Italia è una galera,
un paese illiberale,
un ducetto ormai qui impera,
e il suo bene ci fa male,

ci fa schiavi ipocondriaci,
d’un’infida diffidenza,
tutto al più ci fa maniaci
e campioni d’indolenza,

che subiscono passivi
il volere capriccioso
d’un potere (restiam vivi?)
seducente e vanitoso.

Giornalisti

Giornalisti prezzolati,
che noleggian opinioni,
al governo allineati
danno tutte le attenzioni.

Non contestano il potere,
gli si mettono a novanta
e gli leccano il sedere,
mentre suona e se la canta.

Con nemici alla bisogna
terrorizzano le masse,
non conoscono vergogna,
col regime creano un asse.

San giostrar l’indignazione
della gente verso il male
e di eroi celebrazione
fan per farci la morale.

Prezzolati giornalisti,
la retorica pomposa,
d’irritanti moralisti,
per concluder è assai odiosa.

Non lasciatevi irretire
da codesti malandrini
che vi impongon cosa dire:
che sia Scanzi o Gramellini.

Fatica

Fatica, invadi l’alme e anche le membra
d’erranti cavalier cui nomadismo,
distanti, mai legger, senza lassismo,
pervade antica chiama e i cocci assembra

di parti tra lor scisse, è quanto sembra,
che ottenebran il corso con cinismo
che genera una morsa d’egoismo.
Che scarti inutil fisse, ciò rimembra!

Tra decezioni e pavori perseguon
la via d’un demone già sussurrata
nel mentre il tedio del mondo l’assale

e al ventre assedia un’immonda vestale
mai pia, sin remore, castra efferata,
salve eccezion: coi timori, proseguon!

Palma

Di te il ricordo ancor suscita pianto,
dell’amor tuo paziente, mai invasivo,
quel dar del qual giammai facesti vanto.

Quel fare allegro tuo, così incisivo,
che scosse l’acque mie, ch’allor stagnanti,
repente il lor fluir tornò massivo.

Ripenso ancor a pochi intensi istanti,
e senza men lo so: mai più rimpianti.

Estate

Le rimembranze del tuo guardo perso,
quell’iridi cangianti grandi e fondi
ancor non rendon il mio cielo terso;

bramo una lagrima, che l’alma mondi,
che doni a quest’amor un altro verso,
e al cor letizia mova, che m’inondi.

Estate: fa’ ch’in pace cada, sperso,
non d’obblighi, nel mar permanga immerso.

E Veggo è Sera

Rientrato nella polvere invadente,
d’inospital magione ancor informe,
di lei, Maestà, non più perseguo l’orme,
ma a un Dio, già sibilante, impenitente,

prostrato sto. A quel suo voler sigente,
per tale vocazione, or ora enorme,
ed io, lo sa, mi piego alle sue norme,
m’avvio seduta stante, ed è imminente

l’angoscia tenue d’incerto dimani,
ch’in gola stringe e le nebbie infittisce,
ma seggo e spero il loro diradarsi.

E veggo è sera; né più dimandarsi
s’è un vol che spinge alle sabbie e inasprisce
chi lascia quanto certo, a basse mani.

Madre Dama

E già respira quest’amènte corsa,
travolto ormai dal rio del divenire
e vive il mio deseo a quel tempo in morsa.

Fu stolto pavor mio, ma l’avvenire,
sirena (ingannatrice?) forte chiama
e, colto, pago il fio; per non morire.

Catene stringon polsi e come lama
dan pene, in prigionia di Madre Dama.

Cadon Macerie

Cadon macerie al castello dorato,
solerti sudditi noi, avemmo in cura,
giacché, quel triumvirato rassegnato
per negligenza sua causò iattura.

E tocca ordunque proluder, nebbiato
dal meto infìdo, sottile paura,
per volger al diman sempre ignorato
e perseguir coscienza, la più pura.

È quindi tempo d’andar al cammino
pur lacerato, tirato da numi
opposti nel volere, dispettosi:

il primo, che scenari perigliosi
dipinge; l’altro, ch’eccede di lumi,
fa correr l’àlea e m’inebria di vino.