Nizza

L’occaso volge su Nizza, splendente,
spossato in spiaggia seggo, intanto osservo
la triade di colori, ch’un coacervo
di sogni ispira, a quel diman suadente.

Prima v’è il blu del cielo transalpino,
cinereo, da pochi astri puntellato,
nel mentre d’un aereo traversato,
con esso va la mente, al suo destino.

Dopo v’è il blu del mare scuro, nero,
che culla minatorio chi l’osserva,
spietate salse l’acque, tergiversa,
nella sua danza a riva, il suo mistero.

Infine v’è quel candido mosaico
di sassi, a cui s’alternan certi, grigi,
rimanda noi al dovere, troppo ligi,
ma è ciò che rende l’esser men prosaico.

L’occaso è giunto su Nizza, ormai fermo,
pervaso dal torpore ancora siedo,
e m’ancoro qui al suolo e ancor mi chiedo
s’è tempo di seguir col mio errar ermo.

La Pioggia Cede

La pioggia cede, da grigia, giù, volta,
scrosci me cullan dell’acqua battente,
le verdi frasche danzano contente,
sì dolci e lasche, al viridario accolta.

La mente incede, dall’estra, giù, dentro,
spume me cingon nell’acqua stagnante,
azzurre rimembranze di rimpiante
quell’iridi ch’al cor fecero centro.

E’ sera, cogitante sul donarsi
permango immoto, di demerger muto
temendo, e intanto so che è quanto bramo.

Io non t’ignoro, amor, t’ho conosciuto
seppur esterri me, tu sei catarsi,
dolendo gioia, a cui ci abbandoniamo.

Ebbro

Il mondo esterno deserto oggi ignoro
con l’oro biondo che circola dentro
che dalle vene fluisce al cervello
stempera ansie paure e controllo
porta la gioia che quasi scordavo
dona la forza di guardar l’interno
senza dar peso a minacce di fine
che prego forte non giunga imminente
tanto da fare e da dare m’attende
sento la vita che spinge pressante
a pesar della clausura opprimente
cerco gli sguardi negli occhi tuoi paion
prati d’immensa distesa nei quali
correre fino a spaccarmi i polmoni
per poi lasciarmi cadere sul fresco
mentre la brina mi bagna le gote
pur ignorando il tuo fertile odore
auspico un giorno il tuo abbraccio accogliente
mentre raccogli i miei fiumi salati
che quei vetusti dolori disciolgon
per ricomporre quell’alma mia rotta
verso quel Tutto che centra e dà luce

Fanciullo

Muta improvvisa la notte sull’urbe
chiusa, blindata, ristretta nel guscio.
Speme impaziente, fissando quell’uscio
s’apra e ci libri le menti ormai orbe.

Soffio dell’aere, le pelli solinghe,
ante tangevano simil sorelle,
spire di talco, ormai dalle celle
luoghi distanti già volgon raminghe.

Mira, Fanciullo, compagni di giuoco
ombre del nido che scacci crudele.
Volgi, rabbioso, quell’occhi alla vita,

chiama imperiosa, con forza t’invita,
Fato tremendo. Rilascia quel miele,
dolce veneno, t’annienta nel fuoco!

Sera

Strade silenti, un bel tempo ruggenti,
taccion solenni all’occaso che giunge,
cielo che ostenta i suoi astri splendenti,
e una clausura che l’alma mia punge.

Spirito domo, disteso ormai equo,
priva questioni su postere ore,
supra timor dell’orrore del vacuo,
inspice e cura un auspicio d’amore.

Carità data invitata non muta,
scambio parziale di verbi e d’effigi,
nostalgia antica, la mano tua avuta,
sui velli del volto mio vaghi grigi.

Strade ruggenti, ora mute e silenti,
gridavan fiere alla luce maestosa,
aere che offrivi i tuoi grigi violenti,
libra lo iato a quest’alma bramosa.

Ira Motrice

L’antico nido ch’impugna il suo sale,
sulla cesura manciata vi versa
d’origo antica, da nebbia sommersa,
brama dominio, severa vestale.

Brucia, la bruma dà luce a rimorsi
d’odio e d’offese, su l’ignaro schiavo,
secutor cieco talvolta anch’ignavo,
nel petto urla e grugniti e poi morsi.

Ira motrice
forza mi doni,
fuga m’imponi
cubil vindice.

Vestre maestati,
l’urbe mia attende,
core, riprendi
batti e levàti.

Colpi di coda

L’adolescenza dà i suoi ultimi colpi di coda.

Un campanello interno suona ormai, quando ci comportiamo da adolescenti, sempre più severo, pronto a redarguirci, a ricordarci che non è più tempo, per certe cose.

La vita è severa, crudele e ci prende a sberle, anche.

Perché la vita è bellissima, quando è una vita completa, una vita di gioia e dolore, che si compenetrano poeticamente.

E a quel punto, si osservano le acque scure, in piedi sulla piattaforma, completamente nudi e ci si tuffa dentro, in quel bagno doloroso e angosciante, freddo, ci si lascia travolgere dalle onde oscure, smettendo di far girare gli ingranaggi del cervello alla ricerca di una soluzione che dia sollievo. Basta aspettare.

Sì, è sufficiente mettersi in attesa, mentre le acque agitate ci portano a fondo.

D’un tratto, il miracolo: si riemerge. E il dolore si trasforma, in gioia, in pace. Ciò che sembrava irreversibile, irrimediabile, buio, si illumina.

Il tempo si dilata, gli istanti diventano eterni.

Anche se abbiamo i giorni contati.

Il giro di boa verso l’età adulta procede, non è indolore, è una rinascita, che ovviamente porta le doglie di un parto difficile. Non è ammessa anestesia epidurale, né cesareo. Si esce dalla strettoia, si passa evangelicamente dalla porta stretta, sporchi di placenta, ancora, e ancora, e ancora.

La pelle si spacca, urliamo il dolore della muta, per poi, passato il pericolo, guardarci allo specchio, sempre più belli, sempre più veri, sempre più luminosi, sempre più in pace, sempre più centrati.

Sempre più noi.

Sempre più , sempre meno io.

Sempre meno.

Sempre.

Come se avessimo ancora cent’anni da vivere.

Come se fossimo immortali.

Anche se il tempo stringe.

Anche se abbiamo i giorni contati.

Oduné

Mani s’appigliano all’anima nera,
pensiero vola a una voce ormai stanca,
quel corpo rotto, un frammento che manca,
un tempo fiera prorompere intera.

Cedo nel ventre d’un pozzo invitante,
nell’atro affondo, in attesa impaziente,
di questo cappio alla gola sì urgente,
si sciolga il nodo sul pomo estenuante.

Colpo di colpe mie incerte m’affligge,
solo una resa stroncante mi resta,
quest’oduné che s’infuria e che appesta,
ferro tagliente sul core s’infligge.

Sento lo sprito più forte, rabbioso,
d’un veneficio per nulla voluto,
ecco quell’urlo, da sempre taciuto,
sgorga ora pieno, fluente, copioso.

Questo è il volere del Lume, o mio fato,
aspro docente, ch’afferra pei piedi,
l’interra in suolo, fin quando non vedi,
finché la pace non t’abbia espugnato.

Destino

Mescendo l’acqua infocàron,
candidi neri ‘scillanti,
demoni e dei ormai danzanti,
la vita piena donàron.

Da luci ed ombre nutrito,
dall’albeggiar all’occaso,
vocan suo nome, per caso?
Giunse l’appello al convito.

Grida, di gaudio e di lutto,
l’udito ben osservante,
l’iride attenta ed udente,
vide la via verso il tutto.

Il cor espanso l’invita,
ad una quieta tempesta,
ad una pace di festa,
disse:”Che viva la Vita!”.