Casa Surace – L’ultimo pacco da giù – Parte 3

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(…Continua da qui – Parte 2)

– Buongiornissimo!!! Caffè? – fece Davide a Guglielmo, porgendogli un bicchiere americano fumante, con entusiasmo irritante e provocatorio, prendendosi gioco di lui per l’età e per il suo ormai incipiente pensionamento. Si trovavano sotto un diluvio imponente e il più giovane se ne stava lì, porgendogli quel recipiente caldo con un sorriso strafottente sul volto, intanto che Guglielmo cercava concentrato un paio di torce dal bagagliaio dell’auto. – No – rispose distrattamente e freddamente il collega, indaffarato e pensieroso com’era. Chiuse il bagagliaio, passò una delle due torce al giovane compagno di lavoro e si allontanarono entrambi dall’auto, a piedi sotto l’acqua scrosciante.

Davide, milanese da generazioni, era giovane, di bella presenza, entusiasta e ambizioso, a dispetto di Guglielmo, per gli amici Zelmo. Uomo di colore, più attempato ed esperto, sia della sua professione che delle cosiddette cose della vita; nei suoi occhi, la rassegnazione e la disillusione di chi ne ha viste tante.

– Ascolta – fece Davide a Zelmo, mentre camminavano sotto il violento acquazzone. – Sai che parli benissimo in italiano, nonostante le tue evidenti origini afroamericane? Ti ha mai detto nessuno che sei identico a…

– …a Morgan Freeman, porca troia! Finitela con questa storia ragazzi! Sono anni che me lo sento dire! Sono italiano, di origini emiliane, ok? Mio padre è di Rubiera, mentre mia madre era francese, nata da genitori algerini, per quello sono nero, ecco svelato l’arcano!

– Eh la Madonna, che permaloso che sei, Zelmo! Me lo avevano detto i tuoi colleghi di dipartimento che la cosa ti faceva incazzare, volevo prenderti un po’ in giro.

Zelmo sorvolò, preso com’era dai suoi pensieri. Aveva quasi sessantacinque anni ormai, non c’era più tempo per perdere le staffe per certe fesserie.

Entrarono nel condominio, un palazzo di sette piani, in una delle periferie più degradate e squallide di Milano. L’ascensore era rotto, probabilmente era stato manomesso. Fecero quindi pazientemente le scale a piedi, erano abituati a farlo, per cui la cosa non pesava loro particolarmente.

Raggiunsero l’ultimo piano, tutti e due con un leggero affanno. La porta d’ingresso dell’appartamento era aperta. Zelmo la spinse lievemente per aprirla del tutto ed entrambi i poliziotti penetrarono all’interno dell’abitazione. Le luci erano spente, la casa era fiocamente illuminata da quel poco di luce diurna restante, resa grigia dalle dense nuvole scure dovute al temporale che si stava abbattendo all’esterno. Accesero le torce per migliorare la visibilità nella dimora e infilarono dei guanti sterili, mentre procedevano nell’ingresso.

Diedero un’occhiata in giro. Nell’aria, uno sgradevole odore di cibo e di chiuso. Le finestre erano rimaste serrate per tre giorni e non era stato fatto nessun ricambio dell’aria. Seguirono il breve corridoio, fino a quando non entrarono nell’ampio soggiorno, al centro del quale vi era l’enorme tavolo da pranzo. Sulla parete a sinistra, qualcuno aveva scritto a caratteri cubitali, in milanese, A laurà, terùn. A capotavola, un corpo esanime sedeva, legato mani e piedi, con il volto riverso in un ormai tiepido piatto di parmigiana di melanzane.

Davide si avvicinò alla parete, passò il dito indice su quella scritta offensiva nei riguardi del Mezzogiorno, ne avvicinò la punta al naso per sentirne l’odore e, subito dopo, se la portò tra le labbra, succhiandola leggermente. Con aria investigativa, si passò brevemente la lingua sulle labbra, per percepirne il sapore e, a quel punto, affermò:

– Questo è ragù, Zelmo, ragù pippiato

Zelmo rimase impassibile, benché dentro, per un istante, avvertì il sangue rapprendersi nelle vene, come sovente accadeva quando guardava negli occhi l’ambiguità, toccava con mano l’ignoto, respirava a pieni polmoni l’enigmatico.

Davide proseguì: – Questo qui minimo è morto d’infarto, sarà sicuramente un terrone! – fece il giovane meneghino sarcastico, sorridendo e ostentando sicumera. A dire il vero, era solito abusare del suo cinismo, il cinismo di facciata tipico dell’investigatore di primo pelo, mentre, al contrario, cercava di reprimere il profondo turbamento che provava tutte le volte che si trovava dinanzi a un corpo esanime. Gli tornò per un momento alla mente il suo primo caso, un bambino assassinato, in Valle d’Aosta. Quella volta, quando si trovò dinanzi al corpicino privo di vita di quel fanciullo, nonostante un’esibita noncuranza, provò la medesima sensazione d’una pugnalata al cuore e, terminata la visita di ricognizione, si allontanò dai suoi colleghi per rinchiudersi in auto, dove ebbe un attacco di panico, a cui fece seguito una lunga vomitata.

– Vuoi stare zitto, per cortesia? – replicò Zelmo con severità. Davide, distolto repentinamente da quelle dolenti rimembranze, lo guardò e il suo sorriso falso si spense istantaneamente, lasciando sul suo giovane volto un’autentica espressione di dolore. In verità, si comportava da pagliaccio anche nel tentativo di compiacere il suo collega più anziano che, per quanto trattasse con strafottenza, sentiva come un mentore, come un secondo padre.

Zelmo analizzò attentamente quel corpaccione meridionale, con la testa affondata in quel cuscino di melanzane ormai fredde, avvicinandone la torcia alla nuca, ove ebbe modo di notare un ematoma circolare.

– Qualcuno gli ha tenuto una pistola puntata per chissà quanto tempo…- fece Zelmo.

– Cristo Santo – fece Davide – hai visto quanti piatti sporchi ci sono sul tavolo? Me lo dicevi tu che questa è una casa popolata da terroni fuori sede vero?

– Sì, Davide, è un gruppo di studenti meridionali fuori corso. Hanno più di trent’anni e i genitori continuano a mantenerli agli studi. Pare che qui dentro ci viva solo un milanese, un certo Massimo, detto Ricky, non è ben chiaro cosa ci faccia in mezzo a questa manica di lavativi lazzaroni.

– E questo coglione come mai si trova legato con la faccia immersa in un piatto di parmigiana? – fece Davide.

– Da’ un’occhiata sotto il tavolo, gentilmente…- fece Zelmo educatamente, di rimando, sperando che il buon esempio limitasse il suo linguaggio scurrile.

Davide si chinò sui talloni, sollevò la tovaglia con la mano sinistra mentre con la destra torcia alla mano, faceva luce nella penombra. Notò la presenza di un secchio. Avvicinò il viso a quel recipiente per visionarne il contenuto, ma dovette allontanarsi di colpo: un fetore mefitico e nauseabondo era penetrato violentemente nelle sue narici. Si alzò di colpo in piedi, portando il gomito su naso e bocca, tossendo e trattenendo a stento i conati di vomito:

– Cristo di un Dio! Che schifo, cazzo! – fece Davide, mentre sentiva risalire in gola il caffè di poc’anzi.

– Che roba c’è la dentro? – chiese Zelmo.

– Cazzo ne so, Zelmo. C’è odore di vomito, merda e piscio.

– C’erano anche tracce di ragù?

– Che cazzo di domanda è, stupido? Vuoi accomodarti e dare un’occhiata anche tu? Favorisca, prego… – fece Davide, caustico.

Zelmo alzò gli occhi al cielo, conservando la pazienza tipica della senilità. Continuò, con la torcia, a perlustrare il corpaccione rigonfio di cibo di Pasqui, mentre finalmente si decise a toccarlo. Posò una mano sulla sua spalla, rimanendo per un istante stupito, finché non proferì:

– E’ ancora caldo…

– Vuoi dire che questo stronzo di un terrone è ancora vivo?

Di colpo, s’udì nell’aria il suono irritante della Tarantella del Ciutaglione. Era la suoneria di Pasqui, il quale, improvvisamente, alzò la testa dal piatto di parmigiana, facendo un respirone profondo, inalando con feroce fame d’ossigeno tutta l’aria che gli era mancata fino a quel momento. I due poliziotti, balzarono all’indietro, mettendo mano alle loro fondine. Ripresi i sensi di colpo, Pasqui emise un sonoro scorreggione, a cui fece seguito una scarica di diarrea che gli riempì le mutande di merda. A quel punto, si liberò le mani dalle corde, riprese il secchio sotto il tavolo e vi vomitò dentro, mentre i due poliziotti lo guardavano inorriditi e basiti. Subito dopo, afferrò il cellulare, che nel frattempo aveva continuato a squillare, riempiendo l’ambiente circostante di quel fastidiosissimo motivetto.

– Oh, è mia madre! Meh, signori, fatemi rispondere! – fece Pasqui con il suo fastidiosissimo e posticcio accento barese, rientrando nella sua parte come se nulla fosse accaduto.

– Oh, Ma’. Vedi che qua mi sono mangiato tutto. Sì, sì, tutto a posto. No, Ricky non c’è, si è offeso per qualche cosa, non ho capito bene. Sì, ma tanto poi gli passa, da mo che lo conosco a quello là. Senti Ma’, qua vedi che i pacchi da giù sono finiti, devi mandare qualcos’altro. Eh sì, oggi pomeriggio studio, Ma’. Eh sì, ho capito che c’ho trent’anni, che non mi sono ancora laureato, ma mo l’adolescenza dura molto di più. Ai tuoi tempi vi sposavate a diciott’anni, consentimi di dire che le cose sono cambiate. Sì, Ma’, non ti preoccupare. Sto bene, forse ho mangiato troppo, infatti c’ho un po’ di mal di stomaco, ho avuto un po’ di diarrea. Sì, sì, non ti preoccupare. Mo mi prendo una pastiglietta di Dissenten e sto a posto. Sì, sì. Meh, fammi andare Ma’. Anch’io ti voglio bene. Ciao, un bacione, Ma’.

I due poliziotti si guardarono attoniti, mentre Pasqui, chiusa la chiamata, li osservò con un sorriso ebete e compiaciuto che gli allargava i radi baffi neri, socchiudendo al contempo gli occhi alla sua maniera. Aveva il mento, la fronte e le gote cremisi, insozzate dal sugo della parmigiana. Non era affatto colpito da quelle presenze estranee in casa.

– Oh, signori – fece Pasqui in maniera invadente – volete favorire? Meh, accomodatevi, vi faccio un caffè. Vi faccio assaggiare un po’ dell’ospitalità meridionale, che voi qua al nord dite sempre che noi siamo terroni, che non ci abbiamo voglia di lavorare. Meh, sedetevi, dove c’è da mangiare per uno, c’è da mangiare per cento. Favorite! Tanto mia madre mo mi manda altri pacchi da giù!

I due poliziotti rimasero in piedi, silenti. Per la prima volta, percepirono di sentirsi affini, complici, di condividere un sentimento, nonostante la differenza d’età e di vedute. Forse. in quel momento, era nata un’amicizia. Qualcosa finalmente li accomunava, li faceva sentire parte di un ideale comune, di una scala di valori condivisa.

Si lanciarono un’occhiata di intesa e fu quello il momento: estrassero entrambi le pistole dalle fondine e le puntarono direttamente verso i testicoli di Pasqui.

Davide si voltò verso il collega, tenendo il braccio destro teso e diretto verso le gonadi del finto barese: – Zelmo, come giustifichiamo la cosa con il capo?

Zelmo, in risposta, guardò il giovane compagno con la coda dell’occhio: – Diremo che alla fine della scorpacciata, il suo torturatore ha voluto porre fine alle sue sofferenze e ha giudicato costui indegno di generar prole.

– Che classe, Zelmo, che classe… – fece in risposta Davide, sentendo un nodo in gola per l’entusiasmo.

Pasqui era lì, che osservava le due canne delle pistole rivolte verso il suo organo riproduttivo. Il suo sorriso si era tramutato in una smorfia di stupore, una muta domanda, dalla quale traspariva finalmente una sincera preoccupazione.

– Signori, meh? Non vi accomodate? – fece Pasqui, con voce tremante, ben sapendo che, con buona probabilità, quelle sarebbero state le ultime parole pronunciate con un timbro vocale postpuberale.

 

Casa Surace – L’ultimo pacco da giù – Parte 2

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(…Continua da qui – Parte 1)

Ricky sedeva nella sala da pranzo. Le luci erano spente e solo il crepuscolo fuori dalla finestra la illuminava fiocamente. Aveva preso posto su una sedia accanto all’antica cristalliera marrone, distante dal lungo tavolo ovale situato al centro della stanza. Era vestito di tutto punto: camicia bianca, completo nero e papillon. Aveva la manica sinistra sollevata. Prese un laccio emostatico e lo legò vigorosamente al braccio, stringendolo ulteriormente tenendone l’estremità con i denti e tirando forte. A quel punto, raccolse la siringa dal pavimento, ormai riempita di quel liquido vagamente giallastro. Giacevano al suolo un cucchiaino di alluminio, dentro il quale aveva scaldato la dose, l’accendino e lo spicchio di limone completamente spremuto. Osservò per qualche istante quella siringa piena:

– Tu sì che hai personalità, amore mio, sei l’unica amica che ho…- disse, guardandola con voluttà.

Esplorò con attenzione il suo braccio sinistro, alla ricerca di qualche vena ben visibile. Non si faceva spesso, riusciva a mantenere un ritmo costante di una dose alla settimana da circa un annetto, da quando aveva iniziato. Eppure, puntuale come un orologio, ogni giovedì alle ore diciannove, quella dose era divenuta strettamente necessaria, imprescindibile. Qualcosa dentro di lui gli diceva che, prima o poi, avrebbe ceduto come tutti e avrebbe aumentato il numero di pere, ma per il momento resisteva. Appoggiò l’ago sulla vena più in evidenza e lo spinse dentro. Una goccia di sangue emerse dal minuscolo forellino creato. A quel punto, fu un attimo, e pigiò sullo stantuffo. Applicò una pressione lenta e costante, in modo che l’eroina entrasse gradualmente. Ansimava lievemente, mentre il liquido entrava in circolo, finché lo stantuffo non raggiunse la fine della corsa e tutto il contenuto fu svuotato nella vena.

Eccola, la solita sensazione, anche se ormai molto più blanda. Non gli dava più il piacere della prima volta, quei mille orgasmi tutti insieme che sentiva su tutto il corpo, a cui seguiva quella irripetibile, irrinunciabile sensazione di pace assoluta. Sì, si stava ancora bene, ma non era più la stessa cosa. L’eroina era una grande amica, oltre ad essere una gran troia. Faceva il suo bravo lavoro, ti consolava finché lo riteneva opportuno, e a un certo punto decideva che il suo lavoro era finito e lentamente andava via. Al suo posto, i problemi, le ansie e le preoccupazioni di sempre tornavano prepotenti, più forti e fastidiose di prima, più intollerabili.

Ricky stette un paio d’ore, accasciato sulla sedia, a non pensare a nulla, quieto, anche se di tanto in tanto un vaghissimo e anestetizzato senso di colpa faceva capolino. Sarebbe arrivato violentissimo, finito l’effetto della droga.

Pasqui era seduto a capotavola, con le mani legate dietro la sedia, ancora rintronato per la forte botta che il suo vecchio amico gli aveva dato sulla testa. Quel vasetto di ragù, spaccato con tanta violenza sul suo cranio, lo aveva sconquassato nei sensi. Ricky, dopo averlo legato, gli aveva medicato e bendato la ferita, per poi pulirgli il volto e la testa dai residui di sangue rappreso e ragù pippiato. Gli aveva anche messo una maglietta pulita. Pasqui si stava leggermente riprendendo, rumoreggiava e mormorava, biascicando e scuotendo la testa lentamente, finché a poco a poco non riprese un minimo di conoscenza e fu in grado di emettere dei suoni intellegibili.

– Oh, Ricky…- disse con voce impastata.

Ricky si alzò a fatica dalla sedia. In piedi, portò entrambe le mani sui fianchi e inarcò la schiena, stiracchiandosi. Successivamente abbassò la manica della camicia e della giacca, sistemò il farfallino e si rimise composto.

– We, terùn! – rispose l’amico – Ti ho già detto che non stiamo recitando. Chiamami con il mio vero nome, ok?

– Scusami, Massimo…

– Così va meglio, carissimo Pasquale…- fece Massimo con solennità. Poi proseguì, mani dietro la schiena, camminando attorno al tavolo, mentre Pasqui lo guardava attonito e intristito.

– Vedi, mio caro Pasquale, sono davvero tanti, tantissimi anni che mi trovo qui recluso con voi. Non so più neppure quanto tempo sia passato, credimi. E’ una vita intera che mi trovo qui e non ho la più pallida idea di come ci sia finito, in questa setta di hippies di merda che, invece di scopare, mangiano come dei maiali. Pasquale, caro, non so che cosa mi abbiate fatto, se ho perso la memoria o cosa, ma vi faccio i complimenti: siete stati capaci di farmi dimenticare completamente la mia vita precedente, le mie origini, le mie radici. Avevo una moglie, vero? Due figli, giusto? Dove sono finiti i miei genitori, invece? Non ricordo neppure più che facce abbiano, e immagino che tu non abbia la minima intenzione di rispondermi. Vero?

Massimo si avvicinò alla finestra della sala e guardò fuori. Erano a un piano alto, questo era noto, ma fuori, nei paraggi, non c’era assolutamente nulla. Non c’era un’anima viva in giro. Solo una strada, piena di buche e, oltre, un campo di sterpaglie scosse dal vento. Accanto alla strada, maestosi e al contempo orribili si ergevano i tralicci dell’alta tensione. All’orizzonte, il sole tramontava, rendendo la sala da pranzo sempre più scura.

– Non ho neppure ben chiaro dove ci troviamo. Ma saremo davvero a Milano qui? Che cazzo di quartiere è? – proseguì Massimo, portando lo sguardo ancora verso l’orizzonte e tenendo le mani dietro la schiena.

Pasqui, legato alla sedia, lo osservava, ancora rintronato, con aria supplichevole. Ascoltò per un po’ l’amico, poi prese coraggio e parlò anche lui.

– Massimo – fece Pasqui, questa volta senza il suo fastidioso accento barese. Aveva al contrario una dizione perfetta. – Slegami, per favore! Mi fanno male i polsi…

– Slegarti? Bella questa, ma se ti sei appena accomodato. Ti ho preparato una bella sorpresa…

Massimo si avvicinò alla porta d’ingresso della sala, affianco alla quale c’era l’interruttore della luce. Vi pigiò sopra e, improvvisamente, una luce maestosa proveniente dall’antico lampadario a cristallo sul soffitto illuminò la sala. La tavola era imbandita di ogni ben di Dio: lasagne, pasta al forno, polpette, peperoni ripieni, cotolette, caciotte, mozzarelle, insaccati, pizze. C’era da sfamare l’intero quartiere. Questo spiegava perché la sala fosse impregnata di quell’intenso profumo di cibo, su cui, in particolare, prevaleva quello di ragù pippiato.

– Vedi, Pasquale – proseguì Massimo – hai presente per quanti giorni hai dormito? Tre giorni interi. Nel corso di questi lunghissimi giorni, non potendo uscire da qui, sai cosa ho fatto? Innanzitutto ti ho curato quella bella ferita che ti ho procurato sulla testa. Dopo di che mi sono messo a cucinare, esattamente come fa tua madre. Mi sono svegliato tutte le mattine alle quattro e ho praticamente cucinato tutto quello che c’era nei tuoi dannatissimi pacchi da giù. Adesso, però, se non vuoi che io ci rimanga male, dovrai mangiare tutto quanto. Sono stato chiaro?

– Massimo – fece Pasqui terrorizzato – ma sei impazzito? Non posso mangiare da solo tutta questa roba!

Massimo si avvicinò al mobile vicino alla cristalliera, sul quale poggiava un vecchio giradischi. Nel vano inferiore del mobile, vi erano diversi LP. Ne estrasse uno, poggiò il vinile sul piatto rotante, avvicinò la puntina e, dopo una trentina di secondi di lieve fruscio, il suono de La Grande Bouffè di Philippe Sarde iniziò a riecheggiare nella stanza. Successivamente, si avvicinò all’amico con estrema tranquillità, estrasse una pistola dalla tasca della giacca e gliela puntò sulla nuca:

– Pasquale, carissimo amico mio. Come dice tua madre, ti mangi tutto senza pane! – sorrise con uno sguardo che sapeva di divertito, addolorato e rassegnato.

– Massimo…- rispose Pasqui, con la voce rotta.

Massimo insistette e ribadì:

– Mangia, piccolo Pasquale, mangia. Perché se non mangi, tu non puoi morire…

(Continua…)

 

Casa Surace e la Violazione del Tabù

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Pasqui e Fernanda giacevano nel letto matrimoniale in ferro battuto, entrambi completamente nudi. Avevano appena finito di fare l’amore. Pasqui, con le mani maschiamente dietro la testa, se ne stava steso supino, virilmente soddisfatto, con il volto baffuto in un’espressione appagata e fiera, mentre Fernanda, bellissima, gli accarezzava il petto villoso, mai depilato, e la pancia prominente, causata dai pasti luculliani a cui si sottoponeva quotidianamente grazie agli innumerevoli pacchi da giù ricevuti in dono dai suoi genitori. Di tanto in tanto, Fernanda faceva camminare la mano sinistra usando il dito indice e medio alla stregua di due delicate gambette, su e giù lungo il tronco abbronzato del suo amante. Lo sguardo di Fernanda era in quel momento molto dolce, e al contempo malinconico e perso nel vuoto. Si era temporaneamente ammutolita, dopo l’amore, nonostante l’enfasi e la passione intensa che aveva contraddistinto quell’atto, che aveva avuto un sapore così insolito, così proibito.

A un tratto, Fernanda emise un profondo respiro, e disse:

– Pasqui…

– Oh Fernà, che c’hai? – rispose Pasquale, immediatamente stizzito, tipico della sua scarsa tolleranza alla frustrazione. Notò subito che c’era qualcosa che non andava in lei.

– Abbiamo fatto bene secondo te a scappare da Milano e a tornare qui a Sala Consilina? Non lo so, mi sento in colpa…e se dovessi contagiare i miei famigliari? – rispose Fernanda, con forte accento barese.

– Oh Fernà, so’ due giorni che vai avanti con ‘sta storia! E certo che abbiamo fatto bene! Mica ci abbiamo i sintomi. Poi ‘sto virus al massimo è un’influenza, mena! Ogni volta ti devi stare a fare di ‘sti problemi! Dai, rilassati mo, che cosa! – replicò irritato Pasqui, con la sua altrettanto marcata cadenza pugliese.

Fernanda si sentì ancora più malinconica, qualcosa nella sua coscienza la logorava, sapeva che c’era qualcosa di profondamente sbagliato. Le parole del suo amante non l’avevano fatta sentire meglio.

– Oh Fernà, ti dico pure un’altra cosa! – proseguì Pasqui – Mo c’abbiamo pure l’opportunità di starcene un poco per i fatti nostri! Ricky se ne è rimasto là a Milano, in mezzo agli appestati! Finalmente c’abbiamo la possibilità di non dover stare a nascondere pure agli altri questa nostra relazione! Dovresti essere contenta, no? Mo ce ne stiamo tranquilli qua dentro e non usciamo da qua! Per fortuna i miei genitori c’hanno due case, questa ce la teniamo tutta per noi!

Fernanda si sentì leggermente più sollevata, per quanto il tarlo del senso di colpa e dell’angoscia non smetteva di tormentarla.

– Pasqui, mi spiace per Ricky, sto male per questo…stiamo insieme da tanto tempo, ed è anche il tuo migliore amico. E’ solo questo, credimi. Se si venisse a sapere, finirebbe tutto, tutto quanto! Tutto quello che avete costruito in tutti questi anni!

Pasqui si sentì improvvisamente turbato, le parole di Fernanda avevano fatto centro. Erano anni ormai che il loro format andava avanti con grande successo e, per tutto quel tempo, Pasqui aveva dovuto a tutti i costi mostrare all’Italia intera il volto del bravo ragazzo, idolo delle mamme e delle nonne. Nessuno sapeva che buona parte dei suoi guadagni venivano spesi in Svizzera, tra Pazzallo e Lugano, in escort, gioco d’azzardo, superalcolici e, negli ultimi tempi, cocaina. Nessuno, in tutto lo stivale, era a conoscenza di quei suoi lati oscuri. Un’angoscia di fondo solleticava Pasqui nello spirito. Quelle verità dovevano restare ben celate. Ma c’era un’altra domanda di fondo, che Pasqui avrebbe sempre voluto fare a Fernanda, una domanda innocente, che però in qualche modo non aveva mai e poi mai osato fare. In quell’istante, però, sentiva fortemente che, per stemperare la sua ansia e il suo tormento, quel chiarimento era divenuto doveroso, necessario.

– Oh, Fernà… – fece Pasqui, con aria tesa, dopo un lungo sospiro.

– Dimmi, amò…- rispose Fernanda, con la stessa aria malinconica di poc’anzi.

– Ma perché io e te ci abbiamo lo stesso accento, quando siamo tutti e due campani in realtà? – si decise finalmente a chiedere, dopo anni che quel tarlo lo logorava.

D’improvviso, entrambi si ammutolirono: una musica proveniva da qualche parte non ben definita. Si levarono e si misero immediatamente a sedere sul letto, perplessi e angosciati, guardando ossessivamente a destra e a manca, come a voler indovinare l’origine di quella melodia.

– Oh, Fernà! – fece Pasqui, preoccupato – Hai sentito pure tu? Che cos’è?

– Pasqui…- rispose Fernanda con aria terrorizzata e annuendo freneticamente – sai benissimo di cosa si tratta…E’ la Tarantella del Ciutaglione!

Quella musica fastidiosa e irritante si faceva gradualmente sempre più alta, sempre più vicina. Pasqui e Fernanda si tenevano per mano, terrorizzati, guardando verso la porta della camera da letto, finché quest’ultima non si aprì di colpo, mostrando una sagoma femminile ingombrante e voluminosa sulla soglia.

– Uè, Pasquà! Alzati, ché devo fare le pulizie! La casa adda piglia’ aria! – proferì autoritaria e perentoria quella figura di donna. Era mamma Antonella, chioccia come sempre, che ordinò al figlio di lasciare immediatamente la stanza per procedere con le consuete e maniacali pulizie quotidiane.

– Mamma! – dissero Pasquale e Fernanda, in coro. Fu quello l’orribile e tremendo istante in cui entrambi realizzarono tutto, la terribile e catastrofica verità. Si guardarono negli occhi, spalancati e ricolmi di orrore, per un lungo, interminabile, momento, finché entrambi, nel medesimo istante, ritirarono le mani che si stavano amabilmente tenendo poco prima.

– No, no, no! Cristo, no! Cazzo! Non può essere! – gridò Pasqui. Urlò tutta la sua rabbia e la sua disperazione più atavica e nera, cercando di liberarsi dal torbido dolore che provava in quel frangente. Era troppo. Troppo lancinante, troppo soffocante. Saltò fuori dal letto e corse fuori dalla stanza completamente nudo. Intanto, Fernanda iniziò a strillare e a piangere, mentre dentro sentiva un corpo estraneo, una sensazione scura di morte lacerarle le budella. Strillava, erano strilli acuti, come quelli di un vitellino in procinto di essere macellato, come un cane bastonato sulle zampe. Ogni strillo, una bastonata. Ogni lacrima che versava la faceva sentire dissanguata.

Pasqui scansò la madre, che, totalmente indifferente alla cosa, era ancora lì sulla soglia della porta della camera da letto, in attesa di compiere i suoi doveri domestici. Una volta che il figlio fu fuori dalla stanza, mamma Antonella accese l’aspirapolvere, avviando le operazioni di pulizia.

– Uè, Pasquà! ‘Ndo vai? Vestiti, che pigli freddo! – fece mamma Antonella, totalmente impermeabile a quanto stava accadendo in quell’istante.

Pasquale proseguì la sua corsa forsennata e disperata nel corridoio, finché non raggiunse finalmente la cucina.

Prese un coltellaccio, lo scaldò sulla fiamma blu del fornello, di un azzurro che rimandava ai poetici cieli primaverili ormai remoti dei primi entusiastici giorni di Casa Surace e, una volta che la lama fu ben rovente, si cavò gli occhi.