La Vita di Andrea (Il Giallo è il colore del…)

Erano ormai le sette di sera e Andrea Scanzi si era presentato a quell’appuntamento tanto atteso in largo anticipo. Sedeva da ormai più di mezz’ora, visibilmente teso, mentre picchiettava nervosamente le dita delle mani sul tavolo rettangolare adiacente alla vetrata del bar. Il suo sguardo cadeva continuamente all’esterno, sulla strada, mentre se ne stava lì, in attesa spasmodica. Erano passati ormai tre anni dall’ultima volta che si erano visti e mancavano ormai davvero pochi istanti al momento in cui avrebbe potuto finalmente riabbracciarlo e guardarlo ancora una volta negli occhi.

La porta di vetro del bar si aprì, facendo suonare il cicalino e Andrea percepì il suo cuore saltargli in gola: era finalmente arrivato, puntuale come lo era sempre stato. Alessandro Di Battista fece il suo ingresso in quel locale arredato in maniera estremamente minimalista e in chiave moderna, caratterizzato da un’illuminazione soffusa e tra l’altro poco affollato a quell’ora. Adocchiato il giornalista, Ale gli sorrise e si avviò verso di lui. Andrea, fremente come un gran fuoco, si levò dalla poltrona, attese che Alessandro si avvicinasse, posò le sue mani sulle sue spalle possenti e gli diede due baci sulle guance. Subito dopo, lo abbracciò, con la delicatezza di una nutrice. Voleva ricordarsi di quel calore e del profumo che un tempo erano in grado di darsi a vicenda. Scanzi si sciolse a un tratto da quell’abbraccio ricambiato con una certa riluttanza da parte di Dibba. I due si guardarono nuovamente negli occhi, si sorrisero forse entrambi un po’ imbarazzati e si accomodarono finalmente l’uno di fronte all’altro.

– È passato tantissimo tempo, Ale…come stai? – fece Andrea, guardando profondamente negli occhi Dibba, mentre il cuore gli scoppiava in petto.
– Bene, Andrea, ti ringrazio. Tu come stai? Come te la passi? – fece Alessandro, in maniera vagamente formale.
– Sto bene, Ale, sto bene, grazie. Bevi un po’ di vino? Ho chiamato tua madre per chiederle quale fosse il tuo rosso preferito e ne ho ordinato un calice. Ne vuoi uno anche tu?
– Ti ringrazio Andrea, sto bene così, prenderò solo un caffè. – replicò con leggero distacco Alessandro.
– Va bene, non c’è problema Ale! – Scanzi a quel punto si rivolse al cameriere:- Chiedo scusa, può portarci un espresso per favore? Grazie mille.

Dopo aver ordinato il caffè, Scanzi si voltò nuovamente verso Di Battista, sorridendogli ancora, con il cuore al contempo pieno di paura e di speranza.
– Ale, ci tenevo davvero a farti i complimenti per come stanno andando le tue cose, per tutti i successi che hai ottenuto. Ho visto che di recente hai scritto anche un libro che sta ottenendo delle ottime recensioni!
– Ti riferisci a Mia madre non ha votato per me? Ti confermo che sta vendendo un sacco di copie!
– Era quello che volevi, no? Lo compro appena mi libero da tutti questi impegni!
– Ma va, Andrea, scherzi? Te lo regalo!
– Te lo compro, Ale, te lo compro! Ci tengo tantissimo!
– Va bene, come vuoi Andrea… – rise Di Battista, mentre arrossiva lusingato e un filo imbarazzato. – E le tue cose? Lì, a Il Fatto Quotidiano? Come vanno?
– Bene dai, Ale. A dire il vero, ho smesso di scrivere di politica e sono passato una volta per tutte alla critica musicale. Di recente, ho anche aperto una rubrica di vini, non so se hai saputo. Sai, personalmente, dopo tanti anni, dopo aver seguito il Movimento Cinque Stelle con così tante speranze, sono arrivato alla conclusione che forse era meglio virare su quello che mi piace veramente… – Scanzi non era intimamente convinto di quest’ultima affermazione, il tenue spezzarsi della sua voce durante il suo discorso, che assomigliava piuttosto a una giustificazione non richiesta, tradiva invero un acuto e profondo senso di delusione.
– Sono contento Andrea, sono molto contento per te… – Ale abbassò gli occhi e si accarezzò la nuca, provando un vago imbarazzo misto a senso di colpa. Era abbastanza consapevole che, in buona parte, la scelta di abbandonare la politica da parte di Scanzi dipendeva anche da lui.
– E tu, Alessandro? Come ti dicevo, è da parecchio che non seguo la politica, sai com’è… Sei sempre nel…?
– Nel PD? Sì… – replicò Di Battista, vagamente inquieto.
Scanzi annuì e deglutì nello stesso istante, adombrandosi per un momento. Quella conferma da parte di Dibba sapeva di sale gettato su una ferita profonda. Fece uno sforzo per ricomporsi immediatamente e riprese a sorridere:
– Ah…bene…sono contento. E come ti trovi? Ho visto che Michela Murgia ti stima molto e ti segue come un’ombra ormai. Mi vengono in mente i bei tempi andati, quando ero io a farti le pulci…Eh! Eh! Eh! – disse ridendo con un filo di amarezza Scanzi.
– Sì, è così…- replicò imbarazzato il deputato del Partito Democratico.
– Non ho più trovato un partito e un progetto in cui credere, sai Ale? Ho seguito con scarso interesse poco tempo fa una lista per le elezioni comunali ad Arezzo, ma niente di serio. Non riesco ad affezionarmi più a quel mondo…
Di Battista replicò distrattamente: – La vita del politico non è mai facile, i giornalisti ti fanno sentire un giorno come il salvatore della patria e l’altro come un delinquente. I rapporti tra i due universi non sono mai facili, ti capisco bene.

Dibba abbassò nuovamente gli occhi. Quella conversazione lo stava mettendo seriamente a disagio. Era ormai passata una vita, davvero troppo tempo dal loro ultimo incontro. Gli tornarono in mente le urla, le sfuriate, le lacrime versate, la rabbia delle ultime discussioni al telefono e quel ricordo non elaborato gli faceva tuttora provare una profonda vergogna. Percepiva il disagio del tempo che scorre e il senso di vuoto di quella conversazione, cagionato dalla tipica mancanza di argomenti tra due persone ormai in viaggio su due rette parallele, completamente distanti in termini di vedute, di ideali. – Come si cambia, Santo Dio…- pensava Dibba affranto. Scanzi intanto alternava ripetutamente il suo sguardo verso l’ex-parlamentare del Movimento Cinque Stelle e verso il tavolo: sapeva di dovergli fare una domanda ben precisa, era ben conscio che aveva una necessità impellente di avere una risposta chiara, quella risposta chiara. La risposta. Doveva fare un ultimo disperato tentativo, rischiare il tutto e per tutto, nonostante provasse un’angoscia terribile in quel momento. Nonostante ciò, ebbe finalmente il coraggio di chiedere:

– Ale… con la Murgia… da quel punto di vista… come va?

Alessandro trasalì, pensò a che razza di risposta dare a quella domanda imbarazzante per dieci secondi buoni, dieci secondi che sembravano un’eternità. Si percepiva, in quel bar scarsamente popolato, una tensione che si tagliava con un coltello. Ormai avevano entrambi l’impressione di trovarsi in una bolla, due anime perse e lontane in un vasto deserto.

– Mah…ecco…vedi…ehm…
Scanzi lo guardava, con l’aria di chi sta per giocarsi il tutto e per tutto, ancora appeso a un filo di speranza, una speranza che se tradita, lo avrebbe gettato nella disperazione e nel dolore più cupo. Dibba riprese:
– Non lo so Andrea…non lo so…
Poi aggiunse:
– Non è come con te, Andrea…

Scanzi fece un profondo sospiro, seppe dentro di lui che era quello il momento giusto, il momento in cui avrebbe dovuto assumersi il rischio più alto. Abbassò ancora gli occhi verso il tavolo, finché non prese nuovamente coraggio e disse, guardando finalmente negli occhi l’ex parlamentare del Movimento Cinque Stelle:
– Mi manchi…
Di Battista sospirò, sentì il cuore fermarsi per un eterno istante, un cuore che si riempì rapidamente di paura e forse di amore nostalgico, mentre guardava basito il giornalista de Il Fatto Quotidiano.
Scanzi proseguì:
– Mi manca toccarci, respirarci, abbracciarci…Ale, davvero non penso ad altri che a te, non mi interessa nessuno, sei tu la cosa più importante per me…
Gli occhi del deputato del PD cominciarono a inumidirsi, mentre deglutiva, commosso e terrorizzato com’era.
– Ma, soprattutto, Ale, mi manca questo…
Andrea prese delicatamente la mano di Dibba, la strinse dolcemente nella sua, iniziando a massaggiargli le dita. Successivamente, avvicinò la mano di Ale alle sue labbra e cominciò a baciargli lentamente le nocche. Quei baci si fecero gradualmente sempre più intensi, finché non prese a succhiargli e a leccargli l’intera mano. Di Battista iniziò a sospirare, mentre percepiva crescere d’intensità la sua eccitazione.
– Non posso credere che non ti manchi tutto questo, Ale…- fece Scanzi al suo vecchio amico, con fare disperatamente voluttuoso.
Dibba era ormai sul punto sia di piangere che di saltare addosso al giornalista, dilaniato dalla voglia di possederlo, ma al contempo cercando una via di fuga che gli consentisse di liberarsi da quella tentazione irresistibile, da quel torbido e proibito connubio tra il potere legislativo e il potere dei media.

– Ti prego Andrea, basta…- fece Dibba, con voce tremante.

Fu a quel punto che Scanzi, improvvisamente, strinse con forza la mano di Dibba e la portò rapidamente sul suo pene ormai turgido.
– Tocca! – fece Andrea, infilandogli repentinamente la sua sapiente lingua in bocca, una decina di centimetri di striscia vellutata, che ancora sapeva di sfintere d’istrione ligure e di professori e avvocati pugliesi.
Le loro lingue cominciarono a duettare in un sordido valzer, in una sorta di turpe patto tosco-laziale. La voglia di possedersi si faceva sempre più crescente per entrambi, mentre bramosi si afferravano i volti, ansimando a guisa di bestie e mischiando i loro sudori, le loro salive e le loro lacrime, incuranti della gente, seppur poca, che popolava quel locale dal piglio così lounge.

All’improvviso, Alessandro si ritrasse di colpo da quei furiosi preliminari, coprendosi il volto con entrambe le mani e poggiando i gomiti sul tavolo. Gli occhi gli si riempirono ulteriormente di lacrime.

– Basta Andrea, basta ti prego…- fece Dibba, cominciando a singhiozzare.

Scanzi trasalì. Fissava il suo amico con aria triste e delusa. Si ricompose e si riavvicinò lentamente a lui, portando le sue mani sulla nuca dell’ex pentastellato, con fare tenero e consolatorio. Dibba si asciugò malamente qualche lacrima con le dita, mise le mani giunte all’altezza del petto e, tendo gli occhi bassi e arrossati, sussurrò con voce rotta:

– Non posso, Andrea, non posso…

Scanzi deglutì, intanto che un paio di lacrime salate scendevano dai suoi occhi e gli rigavano le scarne guance.

– Non vuoi vedermi più, Ale? – disse Andrea straziato, sul punto di scoppiare in lacrime.
– Ma no, Andrea, non è questo…- fece Dibba, estraendo un fazzoletto, tenendo ancora lo sguardo basso e asciugandosi le lacrime.
– Non mi ami più… – insistette il giornalista.
Dibba guardò finalmente negli occhi il giornalista de Il Fatto Quotidiano, con aria tenera e addolorata. Scosse il capo, confermando il sospetto di Scanzi.
– Sei sicuro? – fece ancora Andrea, legato ad un ultimo disperato appiglio di speranza.
Dibba annuì, visibilmente commosso e addolorato.
– Sono in un altro partito adesso, Andrea, lo sai…sono diventato un moderato. I tempi del Movimento sono ormai finiti da tantissimo tempo…
Scanzi lo guardava con il cuore pieno di dolore. Ormai sapeva che era arrivato il momento ingoiare l’amara medicina della verità.
– Ma proverò sempre per te un’infinità tenerezza, Andrea… sarà così per tutta la vita, credimi… – concluse Alessandro, per poi erompere in un pianto sincero.
Scanzi annuì e scoppiò in un singhiozzo di dolore, con il volto ormai completamente colmo di lacrime, mentre un rigolo di muco, partendo dalla narice destra, pendeva disgustosamente dal suo naso, rimbalzando sulle sue labbra. Afferrò il bicchiere di vino e ne prese un sorso generoso, nella speranza che quel rosso anestetizzasse il tremendo dolore dell’abbandono e della fine che stava provando in quel momento.
– Scusami, Ale… è più forte di me… – gli scappò una risata isterica e addolorata. – Piango sempre… mi conosci, no?
– Ti conosco, ti conosco Andrea – sorrise affettuosamente Dibba, guardandolo con dolcezza, ancora visibilmente provato da quel momento intenso. – Non fai altro che frignare, porca troia!
Scanzi rise, seppur per un istante, seppur soffrisse per la consapevolezza ormai raggiunta che quella storia era ormai finita.
– Vai pure se devi andare, Ale… – gli fece Scanzi, ormai rassegnato.
– Sì, come no…- replicò Alessandro ridendo, quasi incredulo all’idea che il giornalista avesse finalmente accettato la situazione.
– No, davvero, Ale…te lo giuro… non ti disturberò più…scusami…- fece ancora Andrea.
Dibba fece un profondo sospiro, asciugandosi le ultime lacrime, poi sorrise ancora:
– Non mi disturbi Andrea, stai tranquillo…ora vado davvero…
Si alzarono entrambi, si scambiarono nuovamente due baci sulle guance e si lasciarono andare a un ultimo commiato, un ultimo abbraccio, una stretta finale, per godere di quegli ultimi rimanenti sprazzi di calore, di un amore ormai terminato, duro e bellissimo, fatto di progetti, di sogni, di speranze ormai dissipate e riposte in un cassetto che puzzava di Democrazia Cristiana. Era l’ultimo soffio d’una burrasca, che si era gradualmente convertita in un venticello estivo, per poi spegnersi inesorabilmente e tramutarsi in aria stantia, grigia. Era un treno ormai giunto inesorabilmente al capolinea. Ambedue con il cuore in frammenti, entrambi in lacrime, si strinsero per l’ultima volta con forza.

Dibba si sciolse finalmente dall’abbraccio e si avviò verso l’uscita. Si girò per l’ultima volta, guardò Andrea negli occhi e gli sorrise. Si voltò ancora e proseguì verso la porta del bar, la aprì, la attraversò e la richiuse alle sue spalle, stavolta senza voltarsi indietro, dirigendosi in strada, verso casa. Probabilmente avrebbe cenato con Michela Murgia, quella sera.

Andrea lo seguì con lo sguardo, finché non svanì definitivamente dal suo campo visivo, si sistemò i capelli alla meglio, scombinati da quell’incontro turbolento, sedette nuovamente al tavolo e portò entrambe le mani sul viso, scoppiando in un ultimo, amarissimo, pianto liberatorio.

Casa Surace – Le Ali Tarpate della Schiavitù

Era stata una giornata durissima. Tra clienti arroganti, maleducati, litigiosi, dalla scarsa igiene personale, incapaci di rispettare la fila, quel turno di otto ore alle casse del supermercato Lidl di Largo Balestra sembrava essere durato in eterno. Al solito, gli dolevano le mani e la schiena per aver passato tutto il tempo seduto a spostare merce e a battere scontrini. Non ultimo, un cliente era entrato esattamente cinque minuti prima della chiusura e aveva ritardato la fine del turno di venti minuti. Pasqui uscì dal supermercato alle dieci e trenta di sera, con ancora indosso la divisa e, con passo lento e rassegnato, si avviò verso casa. Sapeva che avrebbe dovuto affrontare circa tre quarti d’ora di cammino per raggiungere il monolocale in affitto in Via Gola, presso cui viveva ormai da cinque anni. Non poteva permettersi l’abbonamento per i mezzi pubblici, così come non riusciva a far fronte alle spese dell’affitto da solo, alle quali badava come sempre mamma Antonella, ormai ottantenne e con molti acciacchi, ma comunque ancora capace di comandarlo a bacchetta. Pasqui era totalmente invischiato nella sua ormai ventennale dipendenza da cocaina, oltre a essere consumato da un grave alcolismo e dalla frequentazione di escort, queste ultime ormai non più di lusso per problemi di budget, ragion per cui sfogava le sue pulsioni sessuali con donne in età avanzata, in rapporti squallidi della durata di circa trenta secondi. I tempi d’oro di Casa Surace erano ormai finiti, il format aveva chiuso da un paio di lustri e lui era stato cacciato via dal cast poco prima, a causa di rancori e conflitti mai risolti con il suo vecchio amico Massimo, in arte Ricky, il quale aveva tagliato ogni tipo di comunicazione con lui. Dalle notizie che gli erano giunte per vie traverse, quest’ultimo aveva trovato lavoro come impiegato presso il comune di Vimodrone, grazie alla raccomandazione di uno zio maresciallo. Del resto del cast, invece, non aveva che pochissime notizie. Le donne, Fernanda e Sara, erano tornate a Sala Consilina e avevano messo su famiglia, sposandosi con degli impiegati comunali, buoni partiti secondo la mentalità del posto, andando a vivere a due passi dalle loro madri. I sogni di libertà, le loro ambizioni, la loro speranza di poter sfondare nel mondo del cinema, utilizzando Casa Surace e il web come trampolino di lancio, erano stati uccisi dai loro sensi di colpa nei confronti dei genitori che si inventavano malesseri e malanni d’ogni tipo per ricattarle, oltre che da un richiamo atavico al dovere di procreare per compiacimento nei confronti del senso comune. Erano cadute anche loro nella rete di un matrimonio grigio e spento, accompagnato dall’obbligo dei pranzi domenicali con i parenti. La loro bellezza e freschezza di un tempo erano ormai divenute un’antica rimembranza e avevano lasciato il posto a delle donne sfiorite, sempre più canute, ingrassate e somiglianti alle loro anziane e ingombranti madri. I soci fondatori di Casa Surace, infine, erano letteralmente scomparsi nel nulla dopo che la società, a un passo dalla bancarotta, era stata ceduta a una multinazionale cinese per quattro soldi.

Pasqui camminava e rimuginava su tutto questo, pensava a quei ricordi un tempo felici, fissando lo sguardo nel vuoto, il cuore gonfio di malinconia. I suoi capelli e i baffi erano ormai divenuti grigi, i denti ingialliti a causa del fumo, rughe profonde solcavano la sua fronte e il contorno dei suoi occhi, mentre il ventre s’era fatto pingue. Non era sicuramente ciò che si suole definire un figurino ai tempi, ma il rallentamento del metabolismo dovuto all’età, l’abuso di alcol e droghe e la vita sedentaria lo avevano ormai reso completamente obeso.

Finalmente raggiunse casa. Erano quasi le undici e mezza, ci aveva messo praticamente un’ora per raggiungere il suo domicilio. Aveva il fiatone ed era completamente sudato. Infilò la chiave nel pesante portone d’ingresso del condominio, lo aprì ed entrò nel cortile. Fece pochi passi verso la porta di casa, preceduta da due gradini che percorse con passo affaticato. A quel punto inserì la chiave nella toppa, diede due giri, la spinse ed entrò. Aveva preso un monolocale al piano rialzato, venti metri quadrati con bagno cieco, una sola finestra nel soggiorno/notte che dava sul locale rifiuti. Quel tugurio era malamente ammobiliato con dell’arredamento vetusto da quattro soldi. Vi era, inoltre, un odore insopportabile di chiuso e di cipolla. Pasqui aprì la finestra per far arieggiare quell’unica stanza, memore degli insegnamenti di mamma Antonella, ormai metabolizzati, in merito al fatto che la casa adda piglià aria, per quanto fosse praticamente inutile effettuare un’operazione del genere in quel buco, che sarebbe rimasto comunque fetido, anche se fosse rimasto per anni con porta e finestra aperta.

Si avvicinò alla parete attrezzata di fronte al divano letto, su cui poggiava un vecchio televisore non funzionante lasciato dal proprietario del monolocale. Accanto, c’era una fotografia. Si chinò e la raccolse: era una vecchia immagine di repertorio, con immortalati tutti i suoi vecchi amici, il cast di Casa Surace al completo, vent’anni prima, sorridenti e felici, pieni di sogni e di belle speranze. Erano tutti ancora lì, i soci fondatori, Ricky, Fernanda, Sara, mamma Antonella. C’era persino nonna Rosetta in quella foto, scomparsa ormai da tre anni, in concomitanza con la cacciata di Pasqui dal cast, alla quale non aveva avuto il coraggio di fare un ultimo saluto, a causa di una profonda vergogna e per senso di colpa. Guardò quella foto e la nostalgia e i rimpianti che provò suonarono come una coltellata in piena gola. Lacrime salate cominciarono a sgorgare copiose dai suoi occhi, bruciando sulle sue gote raggrinzite, e realizzò quanto si sentisse solo e disperato. Comprese di aver investito tutte le sue energie e la sua vita in quel format con l’idea che non avrebbe mai smesso di piacere al pubblico e che sarebbe durato in eterno, quando in verità, con il passare degli anni, era divenuto noioso e ripetitivo, lentamente rimpiazzato da nuovi ingressi nel mondo delle webserie, che, per quanto apparentemente innovative, erano a loro modo inesorabilmente stereotipate e mainstream. Loro, al contrario, non erano stati capaci di adattarsi ai tempi. A un certo punto avevano cominciato a sentirsi stanchi, a perdere flessibilità, a non esser capaci di adattarsi alle esigenze del loro pubblico. Venute a mancare le energie di un tempo, avevano cominciato a vivere di rendita sui guadagni passati e a sperperarli, a utilizzare la società come una vacca da mungere, finché quest’ultima non si era completamente rinsecchita e si erano trovati improvvisamente senza un centesimo, ridotti sul lastrico, pieni di debiti e costretti a liquidare la società.
Pasqui posò nuovamente la fotografia sulla parete attrezzata e in quel momento ebbe un’amara illuminazione: non c’era più scampo, non c’era più nulla da fare. Sapeva di essere finito in disgrazia, non era stato in grado di cadere in piedi come gli altri. Da celebre attore era divenuto uno squallido commesso di un supermercato, tormentato da dipendenze d’ogni tipo e mantenuto ancora da una madre anziana, nonostante fosse sulla soglia dei cinquant’anni. In quel momento, toccò con mano la sua viva e cocente disperazione, la sua concreta e inesorabile miseria. Rimase dieci minuti buoni a fissare il pavimento, il sale delle sue lacrime ancora pizzicava sul suo volto. Si sentiva ormai svuotato, comparsa di un’esistenza priva di senso, senza prospettive e progetti, completamente annichilito. A un tratto, decise: avrebbe scritto una missiva, rivolta a qualcuno dei suoi vecchi compagni d’avventura di gioventù. L’avrebbe spedita probabilmente a Ricky, l’unico di cui conosceva l’indirizzo email, l’unica persona con cui, in quegli anni, aveva costruito un autentico legame, purtroppo reciso dopo che, ai tempi, questi aveva scoperto la sua relazione clandestina con la sua prima moglie Fernanda, anche lei estromessa dal cast e ripudiata.

Pasqui mise mano al suo vetusto smartphone, si avvicinò al tavolo da pranzo, si accomodò e cominciò a digitare:

Mio caro Ricky, è incredibile come procedano lentamente le cose qui dentro. Ricordo che una volta, quando eravamo ragazzi, vi era più frenesia, ma ora tutto tace. Sembra che all’improvviso il mondo non abbia più fretta. Dopo diciotto mesi di reddito di cittadinanza, i navigator mi hanno trovato un monolocale in zona Giambellino e un lavoro. Sono commesso in un supermercato. È un lavoro duro. Io faccio del mio meglio, ma le mani, la schiena e il culo mi dolgono in continuazione. Al direttore non sono molto simpatico. Qualche volta dopo il lavoro vado nel parco e do da mangiare agli uccelli. A volte penso che potresti venire lì, così, per farmi un saluto, ma non ti ho mai visto. Spero che dovunque ti trovi tu stia bene e ti si sia fatto nuovi amici.
Ho qualche problema a prendere sonno la notte. Faccio spesso dei brutti sogni in cui cado nel vuoto, mi sveglio spaventato e a volte mi ci vuole un po’ per ricordarmi dove sono. Magari dovrei comprarmi una pistola e rapinare il supermercato, così mi manderebbero in galera, dove almeno avrei vitto e alloggio gratis e non sarei costretto a lavorare e a continuare a farmi mantenere da una madre anziana e prepotente. Potrei sparare al direttore, già che ci sono, tanto per andare sul sicuro, ma credo di essere troppo vecchio ormai per fesserie del genere. Non mi piace qui, mi sono stancato di avere paura in continuazione. Così ho deciso di andarmene. Non credo che se la prenderà nessuno. A che serve, un terrone mantenuto come me.


Concluse la lettera e la inviò. A quel punto, posò lo smartphone, si alzò, si recò in bagno e fece una lunga doccia, terminata la quale, aprì l’armadio e recuperò il suo miglior vestito, un vecchio abito risalente a un matrimonio tenutosi una ventina d’anni prima. L’abito gli stava ancora bene, nonostante i chili presi, d’altro canto lo aveva acquistato di qualche taglia più abbondante, seguendo i consigli della sua onnipresente madre, la quale soleva ripetergli come un mantra: “Ti starà bene quando diventerai più grande”. A quel punto, si recò verso l’angolo cottura, aprì la dispensa e recuperò il suo vecchio coltellino svizzero e una robusta cima, al cui capo era già stato preparato un perfetto nodo scorsoio. Prese una sedia, la portò al centro della stanza e vi salì sopra, legò l’altro capo della cima a una delle travi del soffitto, stringendo con forza e con il coltellino incise nella trave la scritta Pasqui è stato qui. A quel punto, infilò la testa nel cappio, ormai pronto a lasciar cadere la sedia sotto i suoi piedi e a salutare quella vita infame, quando a un tratto udì una musica familiare, una melodia che per anni aveva accompagnato la sua lunga adolescenza spensierata: La Tarantella del Ciutaglione. Era in realtà la suoneria del suo vecchio smartphone, una videochiamata di mamma Antonella. Pasqui alzò gli occhi al cielo, ma non ebbe la forza di proseguire in quell’insano gesto senza prima fare un ultimo saluto a sua madre.

– Uè Ma’! Tutto a posto! Sono appena tornato a casa! Volevo dirti che non ce la faccio più e volevo…
– Uè Pasquà! Che stai a fare sulla sedia con quella corda al collo? Scendi chissà ti fai male!
– Ma’, ascoltami un attimo! Veramente volevo dirti che non ne posso più e sto per farla fi…
– Pasquà! Senti a me! Vedi che ti ho ricaricato la Postepay, così paghi l’affitto di ‘sto mese! Domani ti arriva un altro pacco di vasetti. Se non stai a casa, dì ai vicini tuoi di fartelo trovare davanti alla porta quando torni! Vabbuò?
– Ma’, sinceramente io sto per…
– Pasquà! Ricordati di chiamare zia Pina, che oggi compie ottantasei anni! Ti sei ricordato di aprire la finestra quando sei arrivato? A casa adda piglià aria!
-Ma’, se mi fai dire una cosa…
-Pasquà, prima di addormentarti mandami un messaggio, vabbuò?
– Ma’…
– Ciao Pasquà, ci sentiamo più tardi!

Mamma Antonella chiuse la chiamata. Pasqui, basito, in piedi sulla sedia, con il cappio attorno al collo, fissava lo smartphone, mentre una rabbia feroce e disumana, dovuta a un violento senso di incomprensione che lo coglieva tutte le volte che interloquiva con sua madre, cominciava a montare dal profondo delle sue viscere, finché non esplose in un urlo disumano:

– Ascoltami, vecchia puttana di merda, cazzo!!! Mi devi ascoltare quando parlo! Chiaro, puttana schifosa? Sono un adulto ormai! Sono adulto, troia di merda! Non puoi trattarmi come un bambino! Vai a farti fottere, troia, troia, troia, puttana, puttana, puttana!!!

A quel punto, digrignando i denti e soffiando come un toro dalle narici, prese il suo smartphone e lo scagliò con furia omicida contro la parete, accompagnando il suo ultimo viaggio con un urlo bestiale e doloroso, finché non si schiantò fragorosamente contro il muro andando in frantumi. Quando vide il suo vecchio smartphone andare in pezzi, fu immediatamente colto da un terribile pentimento, dato che quella sera non sarebbe stato in grado di dare la buonanotte a sua madre, che si sarebbe preoccupata e non avrebbe chiuso occhio per causa sua. Si liberò del cappio, saltò dalla sedia e, pieno d’angoscia, raccolse i pezzi del telefono uno per uno, cercando inutilmente di rimetterli assieme con lo scopo vano di poterlo fare funzionare di nuovo, mentre ricominciò a piangere come un disperato, sapendo che non aveva denaro a sufficienza per acquistarne uno nuovo.

L’indomani, la sua giornata sarebbe ricominciata esattamente uguale alle precedenti e a tutte le altre. I suoi giorni sarebbero stati tutti uguali per tutta la sua vita, senza possibilità di salvezza, né di redenzione.

Fino al giorno in cui avrebbe esalato, non per sua scelta, l’ultimo respiro.