Sabato Sera

Sollievo sopraggiunto, eterna lotta,
d’un orbe soffocato da un padrone,
m’elevo a mani giunte a Te, rimbrotta,
assorbi il me negato e testimone.

Rileva, prendi spunto, esterna flotta;
la serpe ha ormai placato ogni tenzone,
l’alcova è non più unta, sverna rotta,
le turbe hanno assediato altra fazione.

E penso a te, alla virtude mancante,
sommersa da una peste celebrata,
pusilla servitrice assai banale;

l’immenso re ormai ci esclude, distante,
dispersa già ogni festa, disertata.
Sobilla, o meretrice, non fai male!

Astruso Sole

Colpi dal petto e calore in crescendo,
nella clausura costretto mi stringo,
solo, cattivo, il pennello m’intingo,
turbo la candida tela, scribendo.

D’esiti antichi non giunge memoria,
posteri atti secreto proietto,
prono in ginocchio d’un Divo al cospetto,
scaccia remota da me vanagloria.

Astruso Sole, vestuto da nembi,
candidi cieli sul grigio deserto,
compiono vici nudati di vita.

Resto quiescente in espera infinita,
d’esser minuto ed inerme ormai certo,
logoro afferro di vesti Tue i lembi.