In Quegli Occhi

Vedo in quegli occhi di donna introversa
quei desideri e quei sogni svaniti
di gioventù che è da tempo dispersa;

e t’assomiglio, nei modi compìti,
nell’ampio mondo ch’ormai m’attraversa,
di cui già più non temo i bui, schiariti.

Oggi ti penso con cuore sereno,
son molti i nodi sciolti e son assenti
sgradevoli ricordi e tradimenti;
nel sangue mio non scorre più veleno.

Chiudi Gli Occhi

Le foglie mosse, tacite, dal vento,
ch’osservi mentre ondeggiano soavi,
già mandan via lontano certi ignavi
e placano il dolor del tradimento.

E non ti riconosci, quasi a stento,
nei tempi ormai lontani, quando urlavi
e immerso con il fango te ne stavi,
e tutto quell’ardore pare spento.

Eppure quella fiamma ancora brucia,
ci s’alza ancora in piedi, pur feriti
da mani che t’abbassan sui ginocchi.

Che il tempo certi graffi ormai ricucia
e scuoti le tue vesti dai detriti,
e ignuda t’addormenti; chiudi gli occhi.

Pace

Desisti, ché il tuo animo è sereno,
quest’oggi niente calici d’olivi
magnanimo ch’offristi di veleno.

Ascolta quel sussurro viscerale,
miraggi ben vindici seppellivi,
azzurro ciel, la volta è più vitale.

Se pensi a cento lidi, al chiostro invito:
ti guidi il vento e i sensi al nostro sito!

Fotogramma

Si scioglieranno quei nodi contorti,
fintanto ch’occultati permarranno
già per omessa virtù nell’esporti,
un atto di viltà che causa affanno?

Perdonerai quei subìti già torti,
ch’ancor ti paion grande e grosso danno
per fare dono d’amori e conforti
e offrirti a quanti, forse, ancor non sanno?

Ancor dall’ulcer fiera emerge fiamma,
que’ prìstini fantasmi l’accompagna
non sarà l’acque a spenger, ché ristagna,

ma lagrima ch’il viso ancor non bagna
e resta lì, in sospeso, nel diaframma,
manente per un degno fotogramma.






Ignavo Seggo

Ignavo seggo, früendo quïete,
forse più apprendo, silente, qui in pace,
ch’in moto dal tormento; dalla rete

corsi, e non spendo più niente, o mendace
pavido padre, ch’incommodo sfuggi
perso, ch’offendi una mente tenace.

Viscido ladro, il mio mondo distruggi,
ma pugnerò; ch’il cor mio non s’aduggi!

Tregua

Silente nella tana,
consunto dal travaglio,
di questa guerra vana,
ripongo nel bagaglio

quell’armi di battaglia,
per meritata tregua,
contr’omini di paglia
alla mia stessa stregua.

Sirena strilla acuta,
richiamo repulsivo,
giammai ti sia dovuta
sentendomi sì vivo,

di ceder al tuo canto,
che porge doni vacui,
rimembro fin al pianto
quel dì che mesto tacqui

tradito da fiducia
riposta malamente
ferita ch’ancor brucia,
volgendo alla mia mente

essendomi mentito
s’illusa rendenzione
d’un bravo mai pentito
chiodato da coazione

sul fresco verde siedo,
il rivo scroscia e netta,
a quel sollievo cedo
l’osservo e faccio incetta

di pace meritata
sperando ben composto,
Signora mai ventata,
che tutto metta a posto.

Oduné

Mani s’appigliano all’anima nera,
pensiero vola a una voce ormai stanca,
quel corpo rotto, un frammento che manca,
un tempo fiera prorompere intera.

Cedo nel ventre d’un pozzo invitante,
nell’atro affondo, in attesa impaziente,
di questo cappio alla gola sì urgente,
si sciolga il nodo sul pomo estenuante.

Colpo di colpe mie incerte m’affligge,
solo una resa stroncante mi resta,
quest’oduné che s’infuria e che appesta,
ferro tagliente sul core s’infligge.

Sento lo sprito più forte, rabbioso,
d’un veneficio per nulla voluto,
ecco quell’urlo, da sempre taciuto,
sgorga ora pieno, fluente, copioso.

Questo è il volere del Lume, o mio fato,
aspro docente, ch’afferra pei piedi,
l’interra in suolo, fin quando non vedi,
finché la pace non t’abbia espugnato.