Un Gesto d’Affetto

Le verdi foglie fruscian con il vento,
zittiscono inquietudi e frenesia,
sovente di dolor anestesia,
che non guardiamo mai, se non a stento.

E vedi spoglie, lascian te un po’ spento,
svaniscon gioventudi, che eresia!
Assenti i grandi amor, per amnesia,
ché non ci amiamo, sai, solo l’ostento.

Passano i giorni e di quel ragazzetto,
schiacciato e servo dell’altrui volere,
non resta che nostalgico ricordo;

un re sta, alquanto energico, un po’ sordo,
lanciato verso lotte di potere,
spera ritorni anche un gesto d’affetto.

Incontri e Addii

Incontri e addii questo tempo che passa
scandiscono, e ritornano talvolta
ricordi che memoria avea sepolta
d’amici cui membranza mi rilassa.

Un’epoca d’un’alma ch’in matassa
di nodi costringeva ed era avvolta;
lo veggo con chiarezza, è ormai disciolta
e tutto quel dolore s’oltrepassa.

Ritornano fratelli di quell’era,
rinati, frastornati dalla vita
che a volte duri colpi sa ferire;

eppur bisogna starci nel patire,
perché la gran virtù venga carpita:
pazienza, dona forza, quella vera.

All’Amico Valerio

È sabato sera, ho ordinato la mia patetica pizza d’asporto, annaffiando il tutto con una generosa birra rossa, ormai l’unico svago che mi concedo in questi tempi di clausura, ove persino lavorare di domenica costituisce un diversivo, uno svago, avendo quantomeno una buona scusa per chiedere un ricarico del cinquanta percento sulle mie fatture. Giunge il momento di concedersi momenti di pigrizia, quegli attimi in cui rifletti su quanto siano diventati squallidi i fine settimana, mentre ti perdi nel tuo smartphone e dai una pigra ripassata alla lista di contatti di Whatsapp, un po’ come Verdone in cerca di un compagno per una gita in Polonia a Ferragosto.

Sono in contatto con pochissime persone ormai, pochi, ma buoni, ciò nonostante la mia rubrica è invero affollata di gente che un tempo, sia per lunghi periodi che per pochi istanti, ha fatto parte della mia vita. In questa esplorazione, in questo nostalgico tuffo nel passato, mi soffermo sulle immagini del profilo di taluni e le vedo cambiare periodicamente, a volte con cadenza quindicinale, a volte con cadenza mensile, e questo mi consente di avere un blando resoconto delle loro vite. In tutto questo, mi cade l’occhio sul profilo di Valerio, un mio vecchio amico del periodo universitario e post-universitario. Con velata nostalgia, lo ricordo a quei tempi spensierato, tutto sommato un buon diavolo, un gregario al quale andava bene tutto. – Valerio, ti va di andare a bere una birra venerdì sera? – Ma sì, perché no! – Valerio, ti va di fare bungee jumping sabato? –  Ma sì, perché no! – Valerio, possiamo fare una grigliata a casa tua domenica? – Ma sì, perché no! – Valerio, posso provarci con tua sorella? – Ma sì, perché no!


Mi manca tanto, Valerio, che ambiva a fare l’operaio per avere la medesima attitudine in ambito lavorativo, a non avere responsabilità e a far sì che fossero gli altri a decidere per lui e, per una sorta di dantesco contrappasso, si è ritrovato invece responsabile di reparto, con un contratto tramite agenzia interinale rinnovato ogni tre mesi a forse mille euro netti al mese. Già mi vedo la scena, il suo titolare gli chiede: – Valerio, te la senti di fare il responsabile di reparto? – Ma sì, perché no!


Eppure, lo ricordo come un tipo giocoso e fedele come un maltese. Ricordo bene che non si è mai impegnato più di tanto per cercare una partner, i suoi svaghi principali erano la playstation, ballare, bere e di tanto in tanto, fare una capatina in territorio elvetico per pagare delle piacenti signorine dell’Europa dell’Est con lo scopo di scaricare la sua irrequieta libido senza il rischio di contrarre malattie veneree, in una sorta di basilare sfogo delle sue pulsioni più animalesche, nel nome di un edonismo un gradino sotto il regno animale. Questa sua eterna routine è andata avanti per diversi anni, in un ciclo che sembrava dovesse durare in eterno, finché, nello stupore generale, non è stato rimorchiato su Facebook da una giovane e piacente fanciulla in cerca di marito. Ricordo ancora le sue incertezze, la sua titubanza, l’acuto terrore provato nel momento in cui una donna ha mostrato per lui un sincero interesse. Ricordo che ai tempi abbiamo spinto perché ci uscisse insieme, affinché avesse finalmente una relazione seria, affinché, in qualche modo, si elevasse, crescesse, maturasse, finché, vinto il suo timore, il terrore acuto di mostrarsi nudo come un verme e nella sua limitatezza dinanzi a un “altro da sé”, non ha ceduto. Lentamente, è stato risucchiato anche lui nel vortice delle responsabilità, della necessità di essere un buon partner e, gradualmente, dopo aver cancellato con un colpo di spugna il suo passato e le sue dipendenze, non ha dato più notizie di lui, finché entrambi non sono convolati a nozze. Già mi vedo la scena, la sua fidanzata gli chiede: – Valerio, te la senti di sposarci? – Ma sì, perché no!

Quest’oggi osservo la sua foto profilo, in cui Valerio ha in grembo un neonato e lo vedo sorridere con le mandibole contratte, un sorriso obliquo e falso che trasuda paura, orrore, disperazione, la voglia di fuggir via da quella gabbia dorata, la voglia di ritornare ai suoi amati videogiochi, alle sue danze scalmanate sulle note di Gigi D’Agostino, alle sue sbronze a base di Negroni Sbagliato, alle mignotte di Lugano.

Ma non puoi Valerio, non puoi più, indietro non si torna. E hai scelto tu, tutte le volte, con tuoi reiterati e incoscienti “Ma sì, perché no!”

Ma sì, perché no, per citare Dylan Dog, questo è l’orrore, signore e signori, l’orrore, Mio Dio…

Questa è per te, Valerio: I still believe in your eyes / I just don’t care what you have done in your life

Nostalgia

Ti prende a volte il ricordo lontano
d’un tempo d’ingannevole letizia,
compagni il cui passaggio non fu vano;

e pungi, o nostalgia, con gran dovizia
fantasmi che non tendon la lor mano,
dissolta sempre più è quell’amicizia.

E ci son nuovi fratelli al mio fianco,
d’eriger muri mi sento un po’ stanco.



Lasciami Esser Felice

Lasciami esser felice
per altri venti minuti
restiam distesi, svenuti,
non son bugiarda né attrice.


Stretti, in quel piccolo letto
col capo sulla mia spalla
e le sue braccia al mio petto,
non son di certo farfalla,
ma un bruco e il cuore mi balla.
E intanto suona la sveglia,
dopo una notte di veglia,
triste, d’un tratto mi dice:

Lasciami esser felice
per altri venti minuti
restiam distesi, svenuti,
non son bugiarda né attrice.

Muti, sereni, in cammino
per vecchi borghi sperduti
posti che san di confino,
di sentimenti taciuti,
d’ozio annegato nel vino.
Son pochi intensi momenti
che, pur lontani, presenti
si fan sentir quando dice:

Lasciami esser felice
per altri venti minuti
restiam distesi, svenuti,
non son bugiarda né attrice.

E penso a quel che m’ha dato,
penso all’affetto che resta,
che mai sarà più scordato,
benché la fine fu mesta
di quell’amor poco amato.
Con il mio sguardo remoto
verso un futuro assai ignoto,
ricordo lei che mi dice:

Lasciami esser felice
per altri venti minuti
restiam distesi, svenuti,
non son bugiarda né attrice.

Nostalgia

E ci ripenso, a casa, ci ripenso all’origine di tutto, ci ripenso al fatto che sono quasi quattro anni che non faccio ritorno. Lo conosco il motivo e, forse, solo adesso riesco a focalizzarlo con chiarezza, ed è la paura, la paura che non sia rimasto più niente di quell’età spensierata, quelle sbronze, quel fare numero a discapito della qualità dei rapporti, quella totale mancanza di responsabilità, quella separazione ormai netta, quelle strade ormai divise, che non voglio vedere. Non me la sento, non voglio.

Tornare significa sentirsi a casa, non voglio sentirmi di nuovo a casa sapendo che dovrò andar via a breve, sapendo che non può più essere casa, voglio evitare quel dolore, quel lutto tutte le volte rinnovato, perché è scontato che sarà così, lo sento che non potrà andare diversamente, che non avrò più nulla da dire a nessuno, che non mi stupirà più nulla, che la nostalgia mi strazierà.

Sono andato avanti per mia volontà, ho quasi forzato quel me stesso che spingeva a restare, più ancorato a un passato edulcorato e idealizzato che altro. È finito tutto, non è rimasto più nulla.

Eppure ricordo tante cose, belle, forse poetiche, se ci ripenso oggi, i capelli lunghi, le sigarette fumate nel bagno del liceo, i treni provinciali presi per andare a trovare il mio primo amore nel paesino vicino, il ritrovarsi con quattro gatti in piazza la domenica sera anche con un freddo cane, il sentirsi adulto in quinta con quelli di terza, una carovana di amici ormai non pervenuti, è stato bello, è stato formativo, ero io, in piccola parte, inconsapevole di tante cose, ma c’ero già, e usavo le mie energie in modo diverso, spesso in modo sbagliato, ma non importa, i miei sbagli, i miei errori, sono fatti miei.

Ed eccomi qua ora, più vecchio, in un’età che ha senso che sia questa, è giusto.

Non possiamo fare altro che andare avanti, per fortuna, purtroppo.

Estate

Le rimembranze del tuo guardo perso,
quell’iridi cangianti grandi e fondi
ancor non rendon il mio cielo terso;

bramo una lagrima, che l’alma mondi,
che doni a quest’amor un altro verso,
e al cor letizia mova, che m’inondi.

Estate: fa’ ch’in pace cada, sperso,
non d’obblighi, nel mar permanga immerso.

Virgilia

L’istante che recorre ancora caro,
in dolci rimembranze il sen si stringe.
Sul lìtor sta, sui volti si dipinge
la gioia spenta d’un finale amaro.

Un compito ella svolse, m’è ora chiaro,
frattanto ch’una lagrima s’intinge
sul viso, il lutto mio non più respinge,
giacché la nave ormai s’accinge al varo.

L’esercito guardingo gettò l’armi,
lasciando inceder l’ospite inconsueto,
sorella affine, guida necessaria,

fragosa taciturna, fresca l’aria
su noi spirò, cedendo il me desueto.
A lei son grato, or possa congedarmi!

Anna

Al mio primo grande Amore

Freddi eran quei pomeriggi invernali
ritto in attesa fumavo dinanzi
al solitario binario nel mentre
che il tren antico facesse il suo ingresso

io vi salissi e sedevo isolato
tanto il vagon percorreva campagne
e meditavo aspettando paziente
che traversasse quel giallo e quel verde
d’ulivi e campi stridendo veloce
mentre i minuti passavan volando

prima fermata librava il convoglio
e d’altra gente riempiva il suo spazio
poi ripartiva al destino prescelto
altra natura lontana dal borgo
gelido vento correva tra i vetri
e una manciata soltanto mancava

alla seconda fermata giungeva
toccava a me venir via nell’aperto
spazio salendo da quella stazione
per ritrovarmi nella bigia piazza

ed ero lì che speravo fumando
con il favor d’una luce che tosto
lenta lasciava il suo posto all’occaso
triste crepuscolo arancio dorato.

Eccoti scendere lungo la strada,
stretta nei bracci bardata in quel nero
cappotto seria con passo veloce
di quel borghetto ridotto padrona.

Stretto giungeva il tuo abbraccio accogliente
coi seni tuoi che spingevan sul petto
stringermi e invadermi quel tuo profumo
che ancor sovente mi torna alla mente
quale indelebile tua rimembranza
quei verdi occhi giganti espressivi
che si nutrivan di me il tuo sorriso
d’amor intenso faceva sentirmi
sì ben voluto, accettato e compreso.

Quanti quei baci nel buio la sera
nel nostro covo d’argento occultato
su quella panca di legno nel freddo
in quel paesino sperduto ed antico
di quella semplice vita raccolta
che tant’angustia mi dava in quel tempo.

Punge nostalgico freddo d’inverno
d’un primo amor mal compreso infruttuoso
per il timore di sciogliersi sordo
a quel destino che t’urla e ch’impone
di tirar dritto scordando chi t’ama
non sol per gloria ma d’altra ragione

quella ricerca incessante mai doma
di ricercarlo quel posto nel mondo
ordunque adempiere ad una missione
perché spronato da demoni ignoti.

Non era quello il mio luogo mio amore
non era quella la strada mia dolce
Anna che spesso volesti indossare
vesti non tue per sol me compiacere.

Quest’oggi torni a trovarmi serena
ti piango ancora e comprendo mia cara
quanto mi mancan quei giorni talvolta
ché il tuo ricordo mi scalda e mi nutre.

Sera

Strade silenti, un bel tempo ruggenti,
taccion solenni all’occaso che giunge,
cielo che ostenta i suoi astri splendenti,
e una clausura che l’alma mia punge.

Spirito domo, disteso ormai equo,
priva questioni su postere ore,
supra timor dell’orrore del vacuo,
inspice e cura un auspicio d’amore.

Carità data invitata non muta,
scambio parziale di verbi e d’effigi,
nostalgia antica, la mano tua avuta,
sui velli del volto mio vaghi grigi.

Strade ruggenti, ora mute e silenti,
gridavan fiere alla luce maestosa,
aere che offrivi i tuoi grigi violenti,
libra lo iato a quest’alma bramosa.