E Crolla Impero

E crolla impero per man d’una prole
trina, incapace di venir a patti,
brina fugace ai lor volti, disfatti,
di tolla, invero, brucianti già a un sole

che cala triste su tristi lor, duole
noscer quel regno un bel tempo servito
smosciar indegno, in un lampo, rapito
da male piste. Egoisti non vuole

come pastor, cani sconsiderati,
stolte cicale, profuse incoscienti,
che nutronsi del sangue d’innocenti

e l’alma lor sì langue, o impenitenti!

E van gli amor, vani, desiderati,
all’occhi tuoi virenti. Ed adirati.

Venerdì

Uomo tradito, vessato, umiliato,
sette dì prima sovrano lodato,
lasci quel nugol d’ingrati, violenti,
che null’apprendono, gli impenitenti!

Urli sguaiato e deluso,
a quella Luce sì oscura,
s’infrange contro le mura
sorde, straziato da abuso.

Gli ultimi spiri, salato e grondante,
col sangue a stille sui bulbi calante,
dal gusto ferreo ch’impasta il palato,
sporco e tradito, hai or ora emanato.

L’ultimo soffio ora giunge,
già spazza l’atroce pena,
della dozzina alla cena,
ne resta uno e congiunge

quelle due donne che d’immenso Amore,
mute e contrite, ma senza timore,
ai piedi, da sangue e ruggine saldi,
a te si stringon, che pur morto scaldi.

Regina

Stipa l’attesa l’angoscia regina,
parvo pusillo fatale,
volgo lo sguardo sul vuoto totale,
del mondo esterno in sordina.

Voci lontane ed i sensi ridotti,
amori lungi bramati,
fermi cospetti remoti incantati,
sapori e tatto interrotti.

Cella che corpo protegge dal morbo,
spirito fiacca ed affligge,
pena divina dall’alto s’infligge,
colpo su colpo l’assorbo.

Musa che d’umbre di luci sussurra,
dolci primizie mi porge,
mentre un felino l’ispira s’accorge,
la volta torna già azzurra.

Resta l’attesa di speme, Regina,
fede nel soffio vitale,
volgo lo sguardo al domani, Vestale,
al mondo interno, Divina.