Vecchi Dolori

A volte bruciano vecchi dolori,
s’avverton come fiamme dentro al petto
ricordi che tramutan ogni affetto
in nero, che soverchia altri colori;

bruciano meno e hanno nuovi sapori,
di tradimento e abbandono han l’aspetto,
ma restan lì, non mi chino al cospetto
e attendo si dissolvan, quei livori.

E la ferita diviene un passaggio,
stretto ed angusto, ma un passo in avanti
verso una luce ormai placida, calma;

e quel bruciare diviene un messaggio,
spengo i pensieri, è questione d’istanti
e troverai nuova pace, o mia alma!

Un Vaso Prezioso

E come un vaso prezioso caduto,
eri in frammenti, un ricordo che punge,
in lor balia in verità, posseduto;

quelle fratture ora l’oro congiunge,
ora che quanto a te stesso hai taciuto
osi enunciar e altri cocci t’aggiunge.

E in armonia con l’universo emergi,
d’un vecchio io già le ceneri aspergi.

Risorgi

Di quel dolore sopito nel fondo
di quell’oceano, universo sì vasto,
forme si creano e un po’ perso l’imbasto,
per dar colore gradito al mio mondo.

Fiammate giungon repenti e nascondo
in un contegno posticcio, nefasto,
a volte indegno, un impiccio rimasto,
retate fendon fendenti, ed affondo.

Eppur s’emerge da tanto soffrire,
sopporta, osserva, comprendi, risorgi,
colpi di vento contrario in cammino.

Neppur più s’erge il suo manto, mio Sire
ch’intorta e snerva ed offende; ora scorgi
un turbamento, ordinario e divino.

Fatica

Fatica, invadi l’alme e anche le membra
d’erranti cavalier cui nomadismo,
distanti, mai legger, senza lassismo,
pervade antica chiama e i cocci assembra

di parti tra lor scisse, è quanto sembra,
che ottenebran il corso con cinismo
che genera una morsa d’egoismo.
Che scarti inutil fisse, ciò rimembra!

Tra decezioni e pavori perseguon
la via d’un demone già sussurrata
nel mentre il tedio del mondo l’assale

e al ventre assedia un’immonda vestale
mai pia, sin remore, castra efferata,
salve eccezion: coi timori, proseguon!

Ad Afelia

Desueto volgi ormai, travaglio noto,
d’intensa decade scorsa tra prelia,
consueto, sporgi e vai al vaglio: immoto;

su, pensa, o nomade, è persa camelia
ch’univa te a quel foco che s’estingue,
immenso neca. Di corsa ad afelia,

giammai renderan più il tuo ventre pingue,
il Fato vuol te! Fuor le malelingue!

Restare

Siede spossata da tanti travagli,
e sùbito alla porta bussan lesti,
non dubita, son forti, indossan vesti
candide, issàti, sul manto due intagli.

Vetusti spettri ricorron, già noto,
l’accoglie e non sentenzia e l’occhi serra,
coi brogli lor non danza, pecca ed erra,
trambusti elettrici scorron nel vòto.

E’ sera e duole, tenace Signora,
ch’i pugni stringe e spenge il suo giudizio
e spera in un sollievo che ristora.

Intera suole, mordace divora,
di sogni spinge e cinge il precipizio,
restare, com’allievo nosce ancora.

Dai Colli il Sole

Sì forte spinge l’acqua sulla diga,
stagnante, pregna, e scura, di risposte,
intanto segni median forze opposte,
la tela intingon vacua e tutto intriga.

Sì lenta crea le crepe sulla pietra,
paziente, degna, e pura, d’esser spressa,
già monda ‘gegni e cure dà a chi in essa
sé merge, idea gli scopi, e non arretra.

Del gaudio il Lume alfin farà ritorno,
il fuoco infiammerà quel sangue nostro,
liquor proromperà, salso e bruciante.

Dai colli il Sole infin verrà un bel giorno,
nel cielo splenderà, quel pingue mostro
dolor più non darà, mia dolce amante.

Mar Marasma

E’ quel timor d’amar, nel mar marasma,
che porta me nel fondo dell’abisso,
ancor mi percepisco parco scisso,
in lotta con l’ennesimo fantasma.

Tormente, venti, fuoco, in lotta eterna,
si staglian grevi, emanan fumi foschi,
fiammate brevi incendian verdi boschi,
e in un letargo nero vita iberna.

Tradito, il mio tradir traduco e stride
con quella fede cieca ai motti d’alma,
mia guida e musa. Il tempo della calma
intento e attento attendo, mentre incide

sul cor quella luttuosa lama acuta
ch’insiste e il sangue scorre e si raggruma
asfittico, mi schiaccia e mi consuma,
perché la colpa mia è cosa dovuta.

Spine

Non son rosee, ma oscure membranze,
degli atroci crociati causati
ch’io per mezzo di dimenticanze
nella nebbia rimossi schiacciati

quei peccati di chi governava
con la boria di chi giammai erra,
mentre infìda la sposa sua dava
dolci frutti e frattanto sotterra

ogni indizio che mostra il sentiero,
per uscire dalla cittadella,
per distoglier da cerca del vero
mentre un tiepido pasto cesella.

Liberarmi di quelle catene
ebbi il compito ingrato quel giorno
coi miei occhi di lacrime piene
feci al mare un gradito ritorno.

Era gelida notte e permasi
in balia di quell’acque salate,
della spuma gli scogli ormai invasi
e di quelle mie gote rigate.

Eran lì che fluivan brucianti
traboccando e sciogliendo ogni laccio
che m’artava in paludi stagnanti
di quel gregge recluso all’addiaccio.

E fu allora che vidi me stesso,
proiettato in avanti, deciso
di lasciar tutt’indietro indefesso,
pur da vecchi compari ormai inviso.

E mi veggo quest’oggi più forte,
vincitore di tante battaglie,
pur afflitto da spine contorte
che nel cuore mi fan rappresaglie.

La colpa dei colpi tuoi inferti

La colpa dei colpi tuoi inferti,
non placa di darti tormento,
rimembra il dolore violento,
che causi e nel mentre diverti

quel pubblico vile e servile,
ch’a quel tergo tuo si dispone,
cachinna vigliacco, guascone,
è parte d’un unico ovile.

Sol ora realizzi quel male
causato per puro diletto,
per gloria, sentirti l’eletto,
o peggio, per atto banale.

Sia grato tu dunque al perdono
di chi taciturno t’osserva
e sine sentenza riserva
per te grande amor e quel trono

sul quale ora siedi, lo avverti,
a render condono t’invita,
perché non sia rinvigorita
la colpa dei colpi tuoi inferti.