Corrente

Lasciam che la corrente ci trascini,
fin verso il mar, ch’ingrossa repentino,
viviam impenitenti quei destini;

seguiam la luce, l’ente, ebbri di vini,
dispersi, e amar si possa, a capo chino,
sfiniamoci, ormai spenti, amanti affini.

Che ci sorprenda il domani e ci conti,
nulla ci offenda e ci stani, siam pronti!

Errare

Mille battaglie, son l’urla silenti
quell’armi cui t’affidi ormai sicuro,
più non baccagli e conturbi altrimenti.

Disarmi e il fato sfidi, mai maturo,
ma lasci ch’anche il vento ti conduca,
ai carmi tuoi confidi male oscuro;

rinasci e mai lamento ti seduca,
t’affasci il firmamento, a errar t’induca.

Principio

Un’alba s’erge da colli di grano,
al suon delle campane s’apron porte,
scialba deterge noi, soli, lontano.

Gli dei, per nulla umani, son vitali
di buon c’è ch’alle tane stiamo assorte,
da rei ci cullan mani di vestali.

Intero libro che s’ha da riempire,
in equilibrio col nostro patire.

Fine

Tramonti che dipingon cieli arancio,
portali gravi e lenti van serrando,
i conti ormai si pongono a bilancio.

Signori, un tempo dei, si fan mortali,
rivali ignavi, a stento ormai pugnando,
livori in campo, rei, giammai regali.

Resta una pagina sola ancor bianca,
mesta, non argina e vola al cor, stanca.

Luce

Nel buio giunge il caos caliginoso,
che mesce ancor le carte e già travolge
e fuia punge l’alma, ense ferroso;

s’attendon già quei raggi di tepore,
un fascio al cor che parte e si rivolge
e splendon come a maggio rose in fiore.

Fu Luce, ormai caligin si dirada,
conduci e Vita origini, ch’instrada.

Otto Dicembre

Vergine Madre, che priva di macchia,
venisti al mondo, o tu, senza peccato,
l’ansia m’invade, addio, giorni di pacchia;

rubiginoso travaglio qui attendo,
volti infelici e canuti; spossato
vaglio tra nubi, già ozioso, m’arrendo!

Scende la notte; burrasca fervente,
niente più lotte, le luci son spente.



Aragna Tela

Chi sente scorrer vita guarda audace
dinanzi a sé, crüòre del suo cor;
repente invita e corre, arde mordace!

L’aragna tela nota già venena,
romanzi che dolor dan, cui si mor,
montagne nella notte, luna piena.

Conscesa pel fastigio, laborioso,
difesa d’un servigio ch’è vischioso.

Un Re in Affanno

Quel tempo in cui credesti te immortale
già volge a inesorabile tramonto,
un lampo e manifesti a me il tuo male.

Di te, Maestà, rimane un re in affanno,
e s’erge inevitabile il confronto,
giacché l’etade è immane, e non t’osanno.

E fragil, men caparbio già m’appari;
o vigile superbo, ormai scompari.

E Finché Vivo

È un canto seducente d’usignolo,
d’altrui debilità e cupidità,
intanto, è già esauriente e spicca il volo.

Diffido dello sponsio autoritario,
di cui, in prosperità, fatto viltà,
è infido ed il responso è ben precario.

Miei demoni, mia vita, o grande Divo,
egemoni, m’affido; e finché vivo.




Silente Amica

Ormai soltanto t’amo nel ricordo
remoto de’ tuoi bei virenti occhi
immersi al timoroso sguardo sordo

di me, già scendon lagrime al pensiero
di quella primavera; ormai s’imbocchi
il corso ch’al futur rivolge. E spero.

Mia isola, seppure con fatica,
respiri ormai con me, silente amica.