Belgio-Italia 1-2

Ancora una vittoria.

Sudata.

Sofferta.

Gli azzurri sono in semifinale, dopo aver sconfitto i diavoli rossi.

Ma non si è trattata solo di una vittoria in ambito sportivo, di una prestazione costellata dai due pregevoli gol di Barella e Insigne e dalle decisive parate di Donnarumma. No.

Ieri, i nostri calciatori si sono finalmente inginocchiati.

Tutti. Nessuno escluso.

L’energia sprigionata da questo gesto dalla forte carica simbolica ha dato il suo grande contributo alla riduzione del razzismo, il quale, secondo i miei calcoli ha subito quest’oggi un decremento del 22%, dopo un lieve rialzo del 5% nella giornata di ieri. Dal mio punto di vista, l’occasione è buona per effettuare qualche vendita allo scoperto sugli indici che seguono il trend del razzismo. Le braccia tese dei fascisti, ormai ovunque subdolamente insinuatesi nei posti chiave, con lo scopo di rovesciare la nostra democrazia e di riportare il Duce al potere, non hanno potuto fare a meno di abbassarsi.

E il merito va tutto a questi ragazzi. Un gruppo coeso. Unito. Forte. Ma soprattutto, coerente, che ha saputo mantenere salde le sue idee e i suoi ideali nel corso di tutto il campionato Europeo.

Coerente, nel portare avanti questa battaglia contro il razzismo.

E no. Non si sono inginocchiati per evitare incidenti diplomatici con la squadra avversaria, tra le cui fila spiccano calciatori di rilievo come Doku e Lukaku.

Lo dico a voi tutti, scendendo al fianco di Lorenzo Tosa, in questa durissima lotta senza quartiere. Il bene, quel bene assoluto, costituito dai valori progressisti e dal rispetto delle minoranze, alla fine non potrà fare altro che trionfare.

Lo dico a voi tutti, fascisti e razzisti che non siete altro. Siete finiti.

L’Antifascismo di Lorenzo Tosa

Di tanto in tanto occorre parlare di Lorenzo Tosa, con il solo scopo di infiammare un po’ gli animi, strappare qualche reazione in più, e, soprattutto, proiettare su di lui tutti i nostri aspetti sentimentali e buonisti che, purtroppo occorre ammetterlo, appartengono anche a noi. Tocca riconoscerlo, non ne sono esente neppure io, se penso al fatto che, anziché farmi dei gran segoni sulle piccantissime e lunghissime scene di sesso lesbico de “La Vita di Adele” di Abdellatif Kechiche, quel film mi ha fatto in realtà piangere come una fica isterica, realizzando in quel momento di essere invecchiato davvero. Naturalmente non raccontatelo in giro, mi raccomando, che non si sparga la voce che il sottoscritto provi questi cosiddetti “sentimenti”, come li chiamate voi. D’altro canto, con questa mia attitudine da fichetta e l’apprezzamento espresso nei confronti del film Palma D’Oro al Festival di Cannes 2013, ho sostenuto involontariamente e indirettamente il ddl Zan.

Ma non divaghiamo, lasciamo perdere la mia recente ficamorfosi e torniamo a parlare di Tosa e della sua lotta al fascismo e alla omotransfobia. Mi sovviene una sua intervista di qualche tempo fa rilasciata a Saverio Tommasi. Premetto che è sempre un gran piacere quando due giornalisti di razza discorrono e approfondiscono temi di attualità, mi è parso in quell’ora di fruttuosa discussione di assistere a un dialogo tra Enzo Biagi e Indro Montanelli e sono davvero convinto che questi due ragazzi lasceranno un segno e faranno la storia del giornalismo italiano, soprattutto in merito alle loro qualità dialettiche e capacità di approfondimento. Mi permetto solo una piccola critica, senza naturalmente sminuire la caratura e lo spessore dei due personaggi in questione, ma da quel dialogo era emerso un ragionamento che mi aveva lasciato perplesso: Tosa sosteneva, ovviamente supportato pienamente da Tommasi, che il fascismo da combattere ai giorni nostri è un fascismo scimmiottato e inconsapevole, che si manifesta nei comportamenti quotidiani, sulle reti sociali e nei commenti, un fascismo della prevaricazione, un fascismo nella forma, forma che è più che mai sostanza. In merito a questo, nonostante Tosa non lo abbia esplicitato in maniera chiara, ipotizzo che la sua battaglia antifascista faccia riferimento anche al bullismo nei confronti di omosessuali, persone fragili, magari, perché no, con difetti di pronuncia e sovrappeso, vista la sua sensibilità sul tema espressa in più occasioni. Ecco, confesso che, in merito a questo, qualche dubbio lo nutro. In verità, non ho mai letto da nessuna parte che Mussolini o le camicie nere abbiano mai dato del ciccione o del ricchione a qualcuno, ma sono pronta naturalmente a ricredermi qualora alcuni di voi fossero più documentati del sottoscritto al riguardo. Dicevo, mi suona un po’ strano, ero convinto che i mali del Fascismo dipendessero dal fatto di aver instaurato un regime dittatoriale monopartitico, dall’emanazione delle leggi razziali, dall’aver dichiarato guerra a delle super potenze economiche e militari con un esercito da operetta, costituito da quattro poveri cristi di italiani pezzenti mandati a combattere in Africa, alcuni dei quali si consegnavano volontariamente agli inglesi per evitare di morire di fame e di sete in Libia. Invece no, evidentemente mi sbagliavo, a quanto pare, nonostante la retorica pomposa e solenne, fatta di simboli e di un italiano curato e pedante, una retorica che tanto eccitava le masse, le stesse masse eccitate ai giorni nostri dai post di Tosa, Mussolini forse era fascista nella forma, magari nel privato, chissà. Forse quando il Duce ha accolto Goering alla stazione di Roma Termini nel 1937, gli avrà dato del crucco cicciopallo, chi lo sa.

Sta di fatto che sono davvero preoccupata nel sapere che, a conti fatti, il fascismo c’è ancora. Spero davvero che Tosa, Tommasi e compagnia cantante abbiano il medesimo coraggio che hanno avuto i nostri partigiani e che continuino con la loro opera di resistenza permanente contro questo regime mai caduto, augurandoci che possano imporci il loro antifascismo con la forza, una forza maggiore e contraria di bene che soverchi il male, per un mondo perennemente rivolto al progresso, ai diritti e alla difesa delle minoranze, sapendo che gli uomini bianchi eterosessuali occidentali sono tutti colpevoli, portatori di un nazifascismo genetico.

Tra le altre cose, Tosa esprime crucciato solidarietà a Chiara, costretta a scappare di casa per via di sua madre, che ha dato di matto nel momento in cui ha saputo che sua figlia ama una donna. Francamente, questa storia non mi sembra tragica nella maniera più assoluta. Finalmente, una giovane donna prende il coraggio a due mani, e, forse con qualche anno di ritardo visto che è sulla soglia dei trent’anni, leva le tende con l’intento serio di farsi una sua vita. Certo, sua madre è stata senza dubbio un po’ fascista nella forma, per dirla con Tosa stesso, ma sicuramente la ragazza in questione può essere tranquillamente eretta a baluardo dell’antifamilismo, più che dell’antifascismo. Mi piacerebbe se avvenisse una dinamica simile in Casa Surace. Sarebbe bellissimo se, un bel giorno, quei lazzaroni scappassero via dalla ragnatela castrante di mamma Antonella e nonna Rosetta, smettendola di fare i mantenuti sulla soglia dei quarant’anni a suon di pacchi da giù e mettendosi finalmente alla ricerca di un lavoro vero.

Concludo questo inutilissimo post rivolgendomi ai genitori. So bene che alcuni di voi hanno generato prole perché hanno una paura terribile della solitudine e hanno intenzione di tenerla inchiodati in casa e di controllarla per tutta la vita, ma sappiate che, più farete così, più sarete responsabili delle loro tare mentali, delle loro depressioni, della loro sensibilità manipolatoria e della loro attitudine vittimistica, usata per elemosinare briciole d’amore. In pratica, avrete fallito miseramente come madri e padri, perpetuando il fallimento che i vostri genitori hanno compiuto nei vostri riguardi, in un circolo vizioso collettivo che costituisce la ragione per cui l’umanità è nevrotica dal momento in cui abbiamo smesso di essere cacciatori-raccoglitori.

Bene, direi che per oggi ho parlato abbastanza anche di me.

Intellettuali Moderni

Credo che noi tutti dobbiamo eterna gratitudine a questa vita. Abbiamo la gran fortuna di nascere e vivere in un’epoca foriera di dibattiti stimolanti, i cui contendenti costituiscono senza meno l’eccellenza culturale del nostro paese, menti e intelletti di altissimo livello, che, senza ombra di dubbio, in futuro saranno considerate alla stregua dei più grandi poeti, artisti e autori dell’ultimo millennio. Mi riferisco naturalmente a Fedez, il quale incarna, con i suoi testi introspettivi scanditi da una metrica impeccabile, lo stesso spirito di Giovanni Pascoli, di Giacomo Leopardi, di Cesare Pavese, questi ultimi sicuramente accomunati dalla medesima sofferenza esistenziale del rapper meneghino. Mi riferisco a Pio e Amedeo, che con il loro umorismo elegante e raffinato possono essere sicuramente considerati come gli eredi naturali di Totò e Peppino. Ripenso al loro format d’esordio, Emigratis, e mi sovviene la scena in cui Pio mostra il culo in spiaggia a Ibiza oppure Amedeo che mette le mani sulla minchia di Drogba e mi rimandano a “Il Monello” o a “Il Grande Dittatore” di Charlie Chaplin. Guardo poi a Lorenzo Tosa, che interviene sulla bacheca Facebook del duo foggiano, redarguendoli a guisa d’una madre amorevole, in un italiano impeccabile, ricco di periodi articolati in cui congiuntivi, condizionali, principali e subordinate danzano in armonia come in un valzer di Strauss, esibendo tutta la sua empatia e la sua tenerezza nei riguardi di chi ancora porta dentro l’acuto dolore delle prese in giro e delle violenze, con un fare da suora laica, baluardessa contro il bullismo, in lotta per trasformare la nostra madre terra in un luogo di amore puro, senza conflitti, invitandoci a “immaginare tutta la gente vivere la vita in pace”, sentendosi un po’ John Lennon, ma soprattutto Yoko Ono.

Sono felice, davvero, non potevo chiedere di meglio, sono un uomo e una donna fortunata. Siamo al cospetto di autentiche guide e riferimenti culturali, maestri di vita che sanno indicarci in maniera netta cosa è bene e cosa è male, senza alcuna sfumatura in mezzo, portandoci verso una verità assoluta e semplificandoci la vita. Per quale motivo dovremmo sforzarci a pensare, tutto sommato? Perché mai dovremmo utilizzare il pensiero complesso e perdere tempo a farci delle domande? Cos’è questa “porta stretta” di cui parlava quel tizio, com’è che si chiamava, Cristo, giusto? Sarà stato il solito maschilista che per duemila anni ha imposto un pensiero misogino e castrante. È un bene che ci siamo liberati del Cristianesimo, basta con questo cosiddetto “Dio”, che impone limiti e restrizioni. Ora siamo liberi, finalmente. Possiamo sciacquarci la coscienza commuovendoci davanti a “Le Parole della Settimana” di Maximum Gramellina, sorridere al cane che ruba la scena al presidente irlandese e far finta di stare dalla parte delle cosiddette minoranze, le quali solo per uno scatto di dignità dovrebbero essere le prime a ribellarsi a questo andazzo che non mostra alcuna solidarietà umana, ma solo pietà strategica da parte di chi, con questo buonismo viscido di facciata, vuole esattamente imporre la propria supremazia.

Abbiamo dunque abolito la violenza? No, l’abbiamo rimossa, come ogni bella società nevrotica che si rispetti. È la stessa merda di sempre. Chi sta ai vertici ha potere, soldi, compiacimento delle masse, e giustamente impone il suo pensiero e non lo molla manco per il cazzo e, credetemi, farei altrettanto al loro posto. Viviamo in una sorta di età Vittoriana mascherata da Woodstock, in cui si finge di vivere in pace e di andare d’accordo con chiunque, mentre si millantano prestazioni da record a letto, visto che persino i quotidiani danno consigli sulla sessualità e vengono a frugare tra le nostre lenzuola e tra le nostre mutande, persino la politica vuole intrufolarsi in un contesto che dovrebbe essere intimo e privato, ma in verità l’invito subdolo è quello di indurci a reprimere le nostre pulsioni e di farci smettere di scopare, non tramite il senso di colpa, ma tramite ansie da prestazione indotte, oltre a incutere il terrore di molestare e fare del male a qualcuno.

La soluzione, cari amici e care amichesse, è sempre la stessa: tenete i vostri cazzi e le vostre fiche alla larga dai social, circondatevi di persone che amate e che vi amino davvero, che sia una notte o una vita intera, e sedetevi lungo il fiume accanto a me. Guardiamoli, questi fenomeni di giornalisti, artisti, virologi scannarsi tra loro, finché, logorati e corrosi dal loro stesso narcisismo, non cadranno nel dimenticatoio e finiranno a concimare qualche campo, presto o tardi.

Esattamente come il sottoscritto.

Tosa Shining – Parte 1

L’hanno ammazzata. È morta così, l’ennesima vittima di femminicidio in Italia. Anche quest’anno non c’è nulla – ma davvero nulla – da festeggiare. Solo continuare a combattere.

Tosa smise di digitare sulla tastiera del suo computer. Rilesse la conclusione di quell’ennesimo articolo impregnato di retorica zuccherosa, ma che tanto seguito gli aveva garantito nel corso degli anni. La formula utilizzata era efficace come il miele per catturare le mosche. Rilesse quelle righe, arricchite come di consueto da una punteggiatura pedante e da frasi secche e concise, eppure qualcosa andava storto quel giorno. Non era intimamente convinto di quanto aveva scritto, pervaso com’era ormai da settimane da un indecifrabile senso di inquietudine, un peso sullo stomaco del quale non riusciva a liberarsi. Distolse lo sguardo dal monitor del computer, provò a fare un respiro profondo, mentre poggiava i gomiti alla scrivania e chinava il suo volto tra le mani, cercando di recuperare quella lucidità che gli mancava da troppo tempo. Sentiva la mente annebbiata, una sensazione mai provata prima. Un miscuglio di vago dolore e rabbia lo tormentava, pur non essendo in grado di comprenderne l’origine. Nonostante tutto, quel pasticcio di sentimenti che lo solleticava non aveva avuto peso sulla resa della sua pagina Facebook. Ormai pubblicava articoli senza pensare minimamente ai contenuti, in una sorta di automatismo autoindotto, alla stregua d’un burocrate che svolge quotidianamente mansioni ripetitive e alienanti. Quella formula giornalistica era ormai talmente collaudata che non faceva neppure più caso a quanto redigeva. In fin dei conti, era un lavoro semplice: bastava prendere la notizia del giorno, edulcorarla di retorica buonista, ridurre al minimo il numero di proposizioni subordinate, operando con la stessa solerzia con cui un giardiniere si dedica alla potatura, e il gioco era fatto. Non occorreva inserire contenuti personali, sentiti, autentici, sapeva bene cosa dare in pasto al suo pubblico, usando il medesimo piglio che un addestratore cinofilo suole adoperare con i suoi cani. Eppure, dubbi e angosce lo laceravano ormai da tempo. Da quando aveva assunto la direzione di Nextquotidiano, aveva deciso di trasferirsi in una villetta sperduta sull’appennino ligure assieme alla sua famiglia. Lo aveva fatto per ritrovare una concentrazione che gli mancava ormai da molto tempo, profittando anche del fatto che la pandemia lo costringeva al lavoro da remoto. Nonostante ciò, aveva iniziato a maturare la vaga sensazione di sentirsi invischiato in una vita che forse non gli apparteneva. Era sposato da diversi anni ormai, ma, in verità, a volte lo sfiorava il pensiero che quel matrimonio assomigliasse sempre di più una gabbia. Le attenzioni di sua moglie, tra l’altro, piuttosto servile e compiacente nei suoi riguardi, cominciavano a irritarlo.

Con lo scopo di distrarsi da quell’inquietudine interiore, Lorenzo Tosa decise di programmare un altro articolo. Aveva già in mente il tema da trattare, un bel trafiletto di condanna al fascismo, prendendo spunto da una notizia relativa a un funerale “nero” avvenuto a Roma. Iniziò a digitare freneticamente sulla tastiera, le parole fluivano in automatico, finché non fu interrotto da un rumore di passi che riecheggiò nel suo grande studio. Sua moglie, Wendy Tosa, era appena entrata nella stanza, gli si avvicinò e, quasi a coglierlo di sorpresa, si chinò su di lui e gli diede un bacio sulla guancia, in una sorta di tenero attacco alle spalle.

– Ciao tesoro, come sta andando? – fece la sua consorte, smielata.

Lorenzo Tosa fece un sospiro, quasi seccato, poi replicò: – Bene…

– Fatto un gran lavoro oggi? – proseguì Wendy Tosa.

Tosa fece un altro sospiro, questa volta visibilmente seccato, e rispose: – Certo…

– Ehi – riprese sua moglie, con fare stucchevole e sciocco – alla televisione dicono che nevicherà!

Tosa si sentiva sempre più irritato dalla banalità di quelle affermazioni, dall’incapacità che aveva sua moglie di non riuscire a stare sola per un momento e dalla sua dipendenza affettiva nei suoi riguardi. Questa volta sbuffò, ormai innervosito da quella conversazione inutile: – E io che cosa dovrei farci? Wendy?

– Oh andiamo, tesoro! – sorrise stupidamente Wendy – Come sei scontroso oggi!

– Ti prego. Non sono affatto scontroso. Irritabile. Nervoso. Inavvicinabile. Suscettibile. È solo che vorrei finire
il mio lavoro. Portare a termine i miei impegni. Le mie consegne. Per soddisfare i miei lettori. Il mio pubblico. Il mio fan club. I miei sostenitori. Affezionati seguaci. Follower. – esclamò rauco, abbozzando un sorriso carico di tensione e indicando malamente lo schermo del computer.

– Ok – sorrise incurante Wendy, poi proseguì: – non ti darò fastidio. Torno tra poco con un paio di sandwich, che ne dici? Così magari mi fai leggere qualcosa!

Tosa fece un profondo respiro, l’atteggiamento compiacente di sua moglie stava cominciando a innervosirlo seriamente. Strinse le labbra, la fissò intensamente negli occhi e disse: – Wendy. Forse è bene che tu lo sappia. Che lo comprenda. Che ne sia consapevole. Conscia. Che metabolizzi il concetto. La questione. In ogni suo aspetto. Dettaglio. Peculiarità. E ora, per colpa tua, mi tocca usare una proposizione in più. Subordinata. Quando vieni da queste parti e mi interrompi, mi fai perdere la concentrazione! – fece Tosa, dandosi una manata sulla fronte, con lo scopo di ribadire il concetto, cercando di contenere una rabbia sempre più crescente che gli faceva ribollire il sangue nelle vene, poi riprese: – Mi distrai! Mi distogli! Mi deconcentri! Mi svii! Capisci? Intendi? Comprendi? Metabolizzi? Assorbi? Digerisci il concetto? – A quel punto, sentì che era il momento di utilizzare nuovamente una subordinata, era già la seconda della giornata: – Mi ci vuole un casino di tempo prima che io riesca a ritrovare il filo! La concentrazione! Sono chiaro? Limpido? Cristallino? Lapalissiano? – Ormai fuori di sé, Tosa diede un pugno sulla scrivania, incredulo egli stesso di quella reazione. Era la prima volta che faceva una scenata simile davanti alla sua consorte, un alterco che non si addiceva a un paladino dei diritti, del femminismo, dell’antirazzismo, dell’antifascismo e, più in generale, del politicamente corretto come lui. Neppure lui era consapevole di quanto gli stava accadendo, quella partaccia lo faceva sentire al contempo sollevato e in colpa, ma sapeva di non aver concluso ancora quell’inconsueta geremiade.

Nel frattempo, Wendy lo fissava, tra lo sbalordita e l’inquieta, mentre sentiva il suo cuore spezzarsi. Non avrebbe mai immaginato che le sue gentilezze avrebbero potuto scatenare quella reazione totalmente scomposta da parte di suo marito. Si limitò a proferire, con voce rotta: – Sì…

– Bene – proseguì Tosa, ormai incontenibile e con una voglia malsana di infierire sullo stato d’animo già provato di sua moglie – mettiamo una regola nuova. Una norma. Una legge. Un dettame. Un principio. Un precetto. Una direttiva. E ora mi costringi a usare un altro periodo. Quando io sono qua e mi senti battere sulla tastiera – Tosa fissò sua moglie con un sorriso inquietante, picchiando con forza gli indici sui tasti in modo che il rumore risultasse familiare a sua moglie per le volte successive – o non mi senti battere a macchina, qualsiasi cazzo tu mi senti fare qui, quando mi trovo qui vuol dire sempre che sto lavorando! Allora fammi il santo piacere di non venire! Di non recarti qui! Di non presentarti! Di non fare la tua comparsa! Di non farti trovare! Tu che ne dici? Ci riesci a farlo?

Wendy Tosa, sempre più perplessa, addolorata e inquieta, fissò suo marito e si limitò ancora una volta a rispondere con un semplice monosillabo: – Sì…

– Brava! – ribadì Tosa, con voce roca – Allora vedi di iniziare! Da adesso. Da ora. Da subito. Da questo istante. Da questo momento. Immediatamente. Levati dai coglioni!

Wendy guardò suo marito, corrucciata. Stentava a riconoscere l’uomo che aveva sposato. Quel paladino dell’antifascismo in quel momento le parve esattamente uguale ai presunti nemici contro cui combatteva. Una lacrima salata iniziò a solcarle la guancia, facendole bruciare la pelle del viso, finché, dopo aver sospirato profondamente, obbedì all’ordine del suo compagno di vita: – Ok…

Wendy si girò e lasciò lo studio in lacrime. Mentre si allontanava, Lorenzo Tosa la osservava con uno sguardo severo e pieno di odio, finché non scomparve completamente dalla sua visuale. A quel punto, il direttore di Nextquotidiano fece un lungo respiro e, solo dopo aver buttato fuori tutta l’aria immagazzinata nei polmoni, riprese a scrivere.

(Continua…)

Nuovi Materiali a Indice di Rifrazione Unitario

In base al secondo postulato della relatività ristretta, la velocità della luce nel vuoto presenta sempre il medesimo valore in tutti i sistemi di riferimento inerziali, pari a circa 3 x 10^8 m/s . Quando la luce incontra un mezzo diverso dal vuoto, la sua velocità si riduce di un fattore n, definito come indice di rifrazione, una costante adimensionale che quantifica la capacità di un materiale di ridurre tale velocità.

Bene, da questo si evince che l’indice di rifrazione del vuoto può essere considerato pari a 1. Tuttavia, di recente, la scienza ha scoperto dei nuovi materiali a indice di rifrazione unitario, attraversando i quali, se si applica la legge di Snell, la luce non subisce alcun fenomeno rifrattivo e nessuna deviazione rispetto alla sua direzione di propagazione. Ve ne mostro un’anteprima.

San Valentino

Nel giorno di San Valentino, vedo molti amori finire. Uno tra questi è quello tra Andrea Scanzi e il Movimento Cinque Stelle. La rockstar del giornalismo italiano mette già le mani avanti, mettendo più volte nero su bianco di avere unicamente a cuore un “campo progressista”, non mostrando interesse d’alcun tipo in merito al destino di qualsivoglia movimento o partito. Scanzi assomiglia a un partner appena lasciato, che ostenta disinteresse e freddezza, un po’ come una mia vecchia conoscenza che, appena mollato dalla donna, passava il tempo tra una festa e l’altra a ubriacarsi e a urlare, ostentando una gioia di facciata, “Sono single! Sono single!” per poi finire in pista da ballo, sulle note di “On The Floor ft. Pitbull” di Jennifer Lopez, a muovere il suo misero corpo flaccidamente, con lo sguardo fisso nel vuoto, lacerato dalla solitudine e dall’umiliazione di essere stato scaricato, e ricordo che, mentre danzavo anch’io ridicolmente, mi divertivo a fissarlo con un sorriso circospetto e cinico, finché il soggetto in questione, accortosi del mio sguardo insolente, negava ogni dolore, lo ingoiava come un’amara medicina e tornava a fingere di sorridere e di scatenarsi sulle note di quella vergognosa cover della Lambada.

Ecco, Scanzi sta provando la medesima sensazione, i più sensibili e acuti osservatori di voi potranno toccare con mano lo strazio che prova dentro per un progetto antisistema del quale si è sempre fatto sostenitore e portavoce, mentre al contrario il Movimento si è ormai fatto potere, un potere che non tollera vuoti, non sopporta assolutamente l’horror vacui, una pars destruens che si fa ora per forza di cose pars construens e di conseguenza si contanima, s’inquina, subisce il contagio da parte degli stessi nemici un tempo combattuti, il contagio della casta, tramutandosi inesorabilmente, a sua volta, in casta.

Il becero pragmatismo, anche a costo di compiere qualche marachella e qualche peccatuccio, soverchia l’idealismo e la voglia di imporre una propria astratta visione, è la natura, è il potere, è la vita.

Nessun problema per Lorenzotosa invece, che mostra una certa coerenza nel suo mettersi in ginocchio di fronte a figure che trasudano buone maniere, prestigio, senso delle istituzioni, incarnando nel suo gracile corpicino valori che sono un ibrido tra quelli di Bruno Vespa e quelli del Corriere della Sera.

Da parte mia, il nuovo governo faccia un po’ quello che vuole, purché si inventi altre detrazioni o deduzioni IRPEF, mi eccita sempre come una scolaretta abbattere il mio misero imponibile e ricevere il rimborso di Luglio.

Concludo augurando a voi, patetiche coppie che puntano alla durata e non alla qualità del rapporto, un buon San Valentino, sapendo che non vi amate più da tempo, ma non avete il fegato di mollarvi perché non volete deludere i vostri genitori.

Dialogo tra Grandi del Giornalismo Italiano del Ventunesimo Secolo

– Pronto, Fabrizio?

– Ciao Lorenzo, come te la passi? Scusami se ti disturbo a quest’ora. Ti ho svegliato?

– Ciao carissimo. Non ci lamentiamo. Ero sveglio. Nessun disturbo. Nessuno. Figurati. Puoi chiamarmi. Quando vuoi. Davvero. Sinceramente.

– Ascolta Lorenzo carissimo, devo darti una notizia: è morto Paolo Rossi!

– Ah. Il comico?

– Ma no, Lorè! Il calciatore, Pablito, campione del mondo nel 1982!

– Ah. Grazie. Per avermi avvisato. Avvertito. Quando è successo?

– La notizia è di questa notte. L’ha mandata sua moglie sul suo profilo instagram.

– Va bene. Hai già pubblicato qualcosa? Sulla tua pagina? La tua pagina Facebook?

– Non ancora Lorè, ti dico la verità…

– Beh, cosa aspetti? Attendi?

– Lorè…ti dovrei confessare una cosa sinceramente, è da un po’ che ci rimugino…

– Dimmi. Tutto. Caro Fabrizio. Ti ascolto.

– Lorè…almeno quando siamo al telefono, puoi usare senz’altro qualche subordinata in più, è una conversazione tra amici questa, non occorre essere così, fammi dire, puntigliosi…

– Grazie. Non mi occorrono consigli. Suggerimenti. Nessuno. Di nessun tipo. Lo faccio per allenamento. Autodisciplina. Pratica.

– Come preferisci…ascolta Lorè, non si tratta di questo, ma da un po’ di giorni sto riflettendo su una cosa che mi sta facendo sentire in colpa…

– Dimmi pure.

– Lorè, parliamoci chiaro: qui non facciamo altro che copiare la notizia struggente del giorno e replicarla con questo stile smielato che, fammi dire, non offre nessun valore aggiunto a livello informativo. Sono solo buoni sentimenti, post acchiappa-like. Intendiamoci: io sono nato nel 1980 se non ricordo male e tu nel 1983. Quando l’Italia ha vinto i mondiali io avrò avuto sì e no tre anni e tu non eri neppure nato, porca puttana!

– Arriva al punto. Al dunque. Al cuore. Al nocciolo. Del discorso. Di questa conversazione.

– Lorè, oggettivamente non ce la faccio più a tenermi dentro questa cosa: a me di Paolo Rossi, come di tutti i morti celebri del giorno che commemoriamo puntualmente per ottenere consensi, non me ne fotte un cazzo! Mi sento uno sciacallo a volte, peggiore di Salvini!

– …

– Ci sei, Lorè? Mi senti?

– Sì. Ho ascoltato. Attentamente. Molto attentamente. Con molta attenzione.

– E quindi?

– Fotte sega. Nemmeno a me. Neppure al sottoscritto. Non sento nulla. Per loro. Per nessuno. Ed è ciò che siamo. Sciacalli. Speculatori. Della peggior specie. Mercificatori. Di buoni sentimenti. Siamo uguali. Speculari. Duali. A Salvini. Matteo Salvini. Proprio lui.

– Lorè…ma che stai dicendo?

– Fabrizio. Amico mio. A me sta a cuore solo una cosa. Una singola cosa. Ho un sogno. Un unico sogno. Un singolo interesse. Un’unica battaglia. Per donare speranza. Per un mondo migliore. Per me stesso. Solo ed esclusivamente per me stesso.

– Lorè, accorcia! Mi stai facendo una capa tanto! Dov’è che vuoi andare a parare?

– Fabrizio. Ne ho un bisogno disperato. Di tutti quei like. Di tutti quei consensi. Reazioni. Commenti. Sono una persona sola. Non ho amici. Non ho una donna. Nessuno mi ama. Nella vita. Nella vita reale. Vivo ancora con mia madre. La donna che mi ha messo al mondo. Questo mondo cattivo. E si vergogna di me. Tanto. Tantissimo. Lo faccio per lei. Per compiacerla. Per piacerle. Per conquistare il suo amore. Il suo riconoscimento. Sai cosa accadrebbe, se un giorno tutto questo finisse?

– Lorè…hai usato un periodo ipotetico del secondo tipo, occhio…

– Sai cosa accadrebbe?

– Cosa?

– Che morirei di dolore.

– …

– Ci sei? Fabrizio?

– Lorè…

– Fabrizio.

– La penso esattamente come te…sono nella tua stessa identica situazione…l’unica differenza è che vivo con un gatto…e si vergogna di me, tanto, tantissimo. Lo faccio per lui, per compiacerlo, per piacergli, per conquistare il suo amore, il suo riconoscimento…

– Già. Fabrizio. Amico mio. Siamo nella merda.

– Siamo nella merda…

– A che ora pubblichi? Il tuo post? Su Paolo Rossi?

– Tra un paio d’ore, Lorè…

– Va bene. Il mio sarà pubblicato verso le nove. Del mattino. Al solito. Come consuetudine. Ora di punta. Molte visite. Endorfine. Dopamina. Sollievo. Dalla solitudine. Dal dolore. Dal mio complesso. Complesso di Edipo. Sollievo. Effimero. Ma sollievo.

– Ci sentiamo Lorè…

– Stammi bene. Fabrizio. Davvero. Un abbraccio. Ti voglio.

– Prego?

– Bene.

– Ciao…

– Ciao.

Canale Anale

Questa è bellissima. Qualche tempo fa, su Amazon, compare un libro, un saggio, un agile volume dal titolo inequivocabile: “Perché Salvini merita fiducia, rispetto e ammirazione.”Un titolo talmente accattivante per orde di leghisti, che in breve il libro scala le classifiche. A molti non sembra vero: un saggio, all’apparenza serissimo, di un noto politologo internazionale, il grande Alex Green, che finalmente attribuisce al “capitano” i meriti che giornaloni e intellettuali italiani brutti e cattivi non gli hanno mai voluto riconoscere.Solo che, quando il libro arriva a casa, non appena lo aprono, si ritrovano davanti 110 pagine interamente bianche: un quaderno per gli appunti, insomma. D’altronde l’autore era stato onesto nella descrizione: “Questo libro” aveva scritto, “è pieno di pagine vuote. Nonostante anni di ricerche, non abbiamo potuto trovare niente da dire su questo argomento.”Solo che richiedeva uno sforzo troppo grande per il leghista semplice: leggere.Genio assoluto.

Lorenzo Tosa aveva appena concluso il suo ultimo post, con la consueta retorica stucchevole, ma tanto efficace nel catturare consensi e fare proseliti sulla base d’un sentimentalismo spicciolo e d’un’opposizione cieca e manichea nei confronti di Matteo Salvini. Si era ormai fatta sera e aveva pertanto programmato la pubblicazione del post alle ore diciassette del giorno successivo, cercando di sfruttare il traffico d’utenti, normalmente intenso a quell’ora, con lo scopo di ottenere maggiori reazioni e consensi. A dire il vero, si sentiva anche piuttosto stanco e non aveva voglia di passare tempo ulteriore su Facebook, oltre che di rispondere ai vari oppositori che normalmente pullulavano sulla bacheca della sua pagina e ne mettevano in evidenza le sue contraddizioni. A questo proposito, gli tornò alla mente lo scambio avuto con una donna di bella presenza che, nel giorno del suo compleanno, gli aveva fatto presente in un commento che portava malissimo i suoi anni. – Puttana! – disse fuori dai denti Tosa, ripensando a quella fanciulla verso cui, pur facendo finta di nulla, fondamentalmente provava un intenso desiderio sessuale, per quanto sapeva benissimo che non sarebbe mai stata sua, considerando quanto fosse distante dalle sue idee politiche. Tosa, nella vita reale, pensava cose che non avrebbe mai scritto in uno dei suoi post caramellosi. Era in realtà profondamente misantropo, per quanto egli stesso fosse inconsapevole di ciò. Da tipo estroverso qual era, in senso junghiano, non era uso a scrutare i moti del suo inconscio. Tosa era definibile come un individuo costituito da puro intelletto. Tutto quanto apparteneva alla sua interiorità e al suo corpo, era per lui trascurabile e privo di utilità.

– Sono molto stanco. Quest’oggi è stata una giornata difficile. Una giornata molto difficile. Penso che mi recherò in soggiorno. Sì. A rilassarmi. Con qualche video. Su Youtube. – Tosa si era imposto di pensare esattamente nello stesso modo perentorio in cui scriveva, evitando il più possibile l’utilizzo delle subordinate, in modo da autoconferirsi una ferrea disciplina e rendere il più naturale ed efficace possibile lo stile dei suoi scritti.

Entrò in soggiorno, si adagiò sul divano e accese la smart TV, collegandosi immediatamente a Youtube. Non sapeva esattamente cosa guardare, probabilmente si sarebbe sparato un bel live dei Toto, fino a quando non avrebbe preso sonno. Rimase per un po’ a fissare lo schermo del suo moderno televisore, dubbioso sul da farsi, finché nella home page di Youtube, tra i video consigliati, la sua attenzione non cadde sull’anteprima di un curioso filmato realizzato da un certo Canale Anale. L’immagine in anteprima era inconfondibile: in primo piano, vi erano una serie di rughette, ben delineate, le quali convergevano verso un foro angusto e scuro, dal quale trapelava un’inquietante peluria vagamente sudaticcia.

– È il primissimo piano. Di un ano. Un buco. Di culo. – pensò Tosa, osservando quell’immagine con un’aria tra il perplesso e il guardingo, scandendo i pensieri e, al solito, evitando come la peste le subordinate.

Incuriosito e leggermente divertito, Lorenzo cedette alla curiosità e decise di avviare quel video, alquanto inusuale per una piattaforma che faceva della censura ai contenuti volgari uno dei suoi capisaldi.

Il video iniziò a riprodursi, aveva una durata di un’ora. Tosa attivò la modalità schermo intero e si distese comodamente sul divano. Quell’ano lo fissava silente, bruno come la pece, mentre i minuti trascorrevano e nulla accadeva. Tosa pensò che si trattasse di uno scherzo di pessimo gusto e decise che era giunto il momento di interromperlo per passare ad altri contenuti, quando all’improvvisò, dallo schermo s’udì una voce che lo fece trasalire:

– Tu, avviscinati

Tosa sobbalzò. – Cristo. Santo! – proferì angosciato.

– Non imprechi, per cortesia, è alquanto disdiscevole! – Quel parlare strascicato e paternalista gli rimembrò improvvisamente un timbro vocale noto, familiare.

– Con chi ho il piacere? Di parlare? – scandì Tosa in maniera perentoria, benché la voce gli tremasse vagamente a causa dell’inquietudine.

– Sono l’ano del Presidente del Consiglio dei Ministri.

– Presidente! Conte! – Tosa era straziato dall’emozione, non riusciva a credere di essere in contatto con il suo politico preferito.

Disciamo che lei è un po’ duro di comprendonio, caro Tosa. Le ho detto che sono l’ano del presidente del consiglio, non il presidente del consiglio!

– Ma lei ha la stessa identica voce del suo legittimo proprietario!

– Forse perché non fa molta differenza tra quello che esce dalla sua bocca e quello che esce da qui! – rispose l’orifizio della quarta carica dello stato, caustico. A quell’affermazione sarcastica, fece seguito una risata divertita.

– Non dica così. Considero il suo proprietario il più grande politico che il nostro paese abbia mai avuto. Uno statista. Un gigante tra i nani. L’unico in grado di tirarci fuori da questa tragedia. Questa pandemia. Che tante vittime a mietuto. Finora.

– Tosa, cortesemente, tutta questa punteggiatura mi sta fascendo venire il mal di testa, dovrebbe, se mi consente, utilizzare maggiormente le subordinate. A questo proposito, disciamo che ho avuto modo di dare una sbirsciata alla sua pagina Facebook. Vedo che la seguono in tanti, taluni con molto affetto, altri invesce proprio non la tollerano. Devo dire che di recente i suoi contenuti sono particolarmente lusinghieri nei miei riguardi, per quanto tempo fa Ella mi aveva additato come un burattino nelle mani di Di Maio e Salvini. Come aveva definito in un suo post Guy Verhofstadt, che mi definì in tal guisa durante un dibattito al Parlamento Europeo? “Gigantesco”, giusto?

– Presidente, non faccia così, mi spiace che se la sia presa. Mi rincresce. Ma in quei tempi, quei tempi bui, lei era alleato con un politico. Tra i più pericolosi. Della storia della nostra repubblica. Salvini. Matteo Salvini.

– Guardi Tosa, posso capire che quell’alleanza alquanto insolita abbia generato delle ambiguità sulla mia persona, ma le posso garantire che quel post, sinsceramente, mi ha stupito. Lei offende se fa così!

– Mi dispiace. Presidente, mi permetta di dirle che…

– Guardi, la interrompo subito. Non occorre che si scusi. Sappia che, accedendo a questo canale Youtube, ha avuto in realtà la possibilità di farsi perdonare. Le posso solo dire, con molta chiarezza, che in questo momento stiamo fascendo la storia.

Tosa ebbe la pelle d’oca nell’udire quelle parole. Non avrebbe mai creduto che una parte del presidente del consiglio in persona, seppur tra le più turpi, avrebbe potuto proferire quello slogan efficace nei suoi riguardi. Spalancò gli occhi e uno stupido sorriso gli si stampò in volto. Altri moti inconsci fecero capolino nel suo animo, ma anche in quella circostanza, decise di ignorarli, per automatismo nevrotico.

– Cosa posso fare, Presidente?

– Tosa, guardi, le posso solo dire che anche in questo caso, non agirò con il favore delle tenebre. Questo ano la sta guardando dritto in faccia. La invito pertanto ad avviscinarsi allo schermo.

Tosa eseguì, senza farsi troppe domande. Si sollevò dal divano, si stiracchiò e, a quel punto, fece qualche passo verso lo schermo della sua smart tv.

– Ancora più viscino… – proferì il buco del culo dell’avvocato del popolo.

Tosa poggiò entrambe le mani sui fianchi e si piegò di novanta gradi, avvicinando il suo volto a pochi centimetri dallo schermo. E fu a quel punto che avvenne l’impensabile: le chiappe del primo ministro italiano emersero crudamente dallo schermo. Erano autentiche, tangibili e palpabili, due autentiche focacce di carne che circondavano inesorabilmente quell’orifizio loquace dal piglio istituzionale.

– Può lambirle, dottor Tosa. Guardi, disciamo che le si sta palesando dinanzi una grande occasione.

Tosa deglutì. Era lacerato da stati d’animo contrastanti: da un lato si sentiva preda d’un intenso desiderio di stampo masochistico, dall’altro provava un vago disgusto per quell’ano peloso dal quale trapelava un leggero odore di cloaca. Si sentiva al contempo vivo e morto, a guisa d’un servile gatto di Schrödinger. Fissò ancora a lungo il buchino del professore, prima di prendere una decisione.

– Non sia timido Tosa, lei ha l’opportunità, finalmente, di passare dalle parole ai fatti! – insistette persuasivo l’ano di Giuseppi.

Fu quella la frase che convinse una volta per tutte Tosa, il quale inspirò profondamente e fece quello che andava fatto: estrasse la sua sapiente linguetta e, con fare certosino, iniziò a leccare quel foro minuto in tutte le sue parti anatomiche visibili. Poggiò entrambe le braccia, aggrappandosi tenacemente con le mani, su quelle terga prorompenti, che al contempo, a seguito dei colpi inflitti dal giornalista, iniziarono a vibrare. Tosa mise da parte ogni perplessità, era ormai totalmente coinvolto in quel pasto e, completamente in balia della sua eccitazione, afferrò con maggiore intensità le chiappone catodiche del presidente del consiglio, mentre seguitava a sguinzagliare freneticamente la sua lingua su quell’ano impertinente. D’un tratto, avvinghiato a quei glutei alla stregua d’un koala, affondò finalmente con vigore la sua lingua penetrandolo, mentre mani, braccia e volto affondavano sempre di più in quel gigantesco deretano. Tosa era ormai in balia del piacere, si sentiva del tutto posseduto da quel mostruoso culone, al punto che fu ormai troppo tardi, quando si rese conto di esserne ormai invischiato e di non essere più in grado di venirne fuori. La sua lingua era ormai totalmente risucchiata da quel buco nero, mentre braccia e gambe affondavano totalmente nelle carni del sederone di Conte, che aveva assunto una consistenza gelatinosa e appiccicaticcia.

– Bene, Tosa, adesso chi è comanda? Chi è il burattino? Rispondi, figlio di puttana! – fece con sadica soddisfazione il culacchione vischioso del presidente del consiglio.

– Mmm…’a pre’o…mi ‘ibe’i…non e’pi’o!!! – farfugliò Tosa, ormai non più in grado di proferire alcuna parola che fosse intellegibile.

– Caro Tosa, si prepari ora: sta per arrivare il gran finale, la ciliegina sulla torta.

– MMM…’o, ‘o, ‘o, ‘a ‘ego!!! – rispose convulsamente Tosa.

– E invece sì, caro Lorenzo, sta per arrivare quanto il mio proprietario aveva promesso tempo fa, subito dopo la chiusura degli esercizi commerciali: la potenza di fuoco.

Il fondoschiena iniziò a vibrare con maggiore intensità, al punto che le scosse si diffusero in tutto il soggiorno, provocando delle crepe nel soffitto. Tosa sapeva a cosa stava andando incontro e fu dunque quello il momento in cui vide istantaneamente la sua vita passargli davanti. Rivide suo padre, assente e preso dal lavoro, brusco e privo di attenzioni nei suoi riguardi, che tanto dolore gli aveva causato da bambino. Provò nuovamente le pene della trascuratezza e della mancanza di una figura maschile forte che si prendesse cura di lui. Rivide la sofferenza e il dolore di sua madre, la quale riversava su suo figlio tutta la frustrazione causata da un marito inesistente e, per certi versi, brutale, inondandolo di lamentele tossiche che gli avevano fatto un vero e proprio lavaggio del cervello, al limite dell’alienazione parentale, e lo avevano trasformato in un femminista sfegatato. In quell’istante, Tosa realizzò che le sue incapacità con le donne, dovute a una compiacenza atavica e inconcludente nei riguardi del gentil sesso, erano state causate proprio da sua madre, verso la quale provò improvvisamente un violento rancore. Realizzò, in quell’eterno istante, che il femminismo di facciata e progressista che utilizzava per i suo post allo zucchero, derivava originariamente dall’inganno che sua madre aveva perpetrato nei suoi riguardi, da un complesso di Edipo irrisolto, ragion per cui non aveva ancora perso la verginità alla veneranda età di trentasette anni. Ebbe il tempo di formulare un ultimo pensiero, un ultimo saluto alla donna che gli aveva donato la vita, prima di andare incontro al suo destino:

– Vai a farti fottere, vecchia puttana!

Fu in quel preciso istante che le vibrazioni e le scosse si interrupperò di colpo. L’ano del presidente del consiglio si schiuse a guisa d’un gelsomino a primavera e, dopo un microsecondo, un battito d’ali d’una farfalla, un istante quasi eterno, emise uno scoreggione rumoroso e devastante, che causò la caduta di alcuni calcinacci nel soggiorno, a cui fece seguito una violenta fiumana di diarrea che scaraventò Tosa contro la parete, mentre quei potentissimi getti di merda lo sommergevano fino a coprirlo totalmente, a renderlo completamente indistinguibile dalle feci, per quanto non si trattasse di una differenza particolarmente marcata. In tutto il soggiorno, la pioggia di merda rumoreggiava come una grandinata di milioni di rospi. Tosa gorgogliava frasi incomprensibili, mentre sbatteva ripetutamente i palmi delle mani e i talloni contro il muro, alla ricerca di un disperato appiglio per liberarsi da quella punizione umiliante, mentre quel geyser di materia fecale allo stato liquido lo teneva violentemente incollato alla parete, non lasciandogli scampo alcuno.

Quella doccia scura durò circa una mezz’ora, fino a quando l’ultimo fiotto colpì in pieno il volto di Tosa, il quale, finalmente, ricadde svenuto al suolo, completamente ricoperto di cacca fumante.

Fu quello il momento in cui quel video paradossale si concluse. Cinque secondi dopo, sarebbe andata in onda l’ennesima diretta del Presidente del Consiglio, nella quale avrebbe annunciato il contenuto dell’ennesimo, confuso DPCM a tutela della salute dei cittadini per la gestione della pandemia da Covid-19.

Nel frattempo, in casa Scanzi, il buon Andrea entrò in soggiorno, si adagiò sul divano e accese la smart TV, collegandosi immediatamente a Youtube. Non sapeva esattamente cosa guardare, probabilmente si sarebbe sparato un bel live dei Pink Floyd, fino a quando non avrebbe preso sonno. Rimase per un po’ a fissare lo schermo del suo moderno televisore, dubbioso sul da farsi, finché nella home page di Youtube, tra i video consigliati, la sua attenzione non cadde sull’anteprima di un curioso filmato realizzato da un certo Canale Anale.

Casa Surace e la Fuga da Milano

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– Oh Ricky, Ricky, Ricky, muoviti dai, passami le valigie, ché sennò il treno qua parte senza di noi! – fece Pasqui al suo amico meneghino, concitatissimo, ma senza mai perdere la sua ostentata allegria meridionale. Pasquale era riuscito miracolosamente a salire sul regionale delle 06:45, che li avrebbe condotti dalla stazione di Milano Centrale a quella di Napoli Centrale. Avrebbero dovuto sopportare due cambi, il primo a Pisa e il secondo a Roma, ma in quel momento, l’unica cosa che contava davvero era fuggire dalla Lombardia il prima possibile, a seguito dell’ultimo decreto del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che chiudeva in via temporanea la Regione, a causa del pauroso incremento dei contagi provocati dal Coronavirus.

Ricky, dalla banchina, sudato e circondato da una folla in panico, gli passò a fatica quattro valigie pesantissime, delle quali, oltre a numerose scorte di cibo, una conteneva quintali di mimose, da consegnare a mamma Antonella per la Festa delle Donne. Riuscito con grande impegno a portarle sul treno, Ricky riuscì finalmente a salire sul convoglio, aiutato dall’amico Pasqui che lo sosteneva, mentre mani di gente inferocita cercavano di afferrarlo e trascinarlo giù per impossessarsi di quel mezzo che avrebbe costituito la salvezza per tutti i meridionali coraggiosi che abbandonavano Milano in quel momento di difficoltà.

Si sedettero nel corridoio, strapieno di persone accalcate, delle quali alcune distese sul pavimento addormentate. Sistemarono alla meglio i pesantissimi bagagli in quello strettissimo antro e vi si accomodarono sopra. Non c’erano più posti a sedere. Il treno, lentamente, si avviò.

– Oh Ricky, hai visto? Ce l’abbiamo fatta! Scappiamo da questa città maledetta! Adesso il viaggio sarà un po’ lungo, ma tanto che cazzo ce ne frega a noi? Io i sintomi non ce li ho e manco tu! Mo che arriviamo a Napoli ci ospita mia madre e stiamo là fino a quando ci pare e piace a mangiare e a uscire. Tu ti sei messo in malattia? Tanto mica mandano le visite fiscali in questo periodo. Figurati!

– Pasqui, ma dai! Io non son mica tanto convinto di questa decisione! Non posso abbandonare così vigliaccamente la mia città! Mi sento un tantinello in colpa! – rispose Ricky.

– Oh Ricky, ma che cazzo ce ne frega a noi? Adesso ci stiamo un mese o due a casa di mia madre, a mangiare e a non pensare a niente! Questa città ci ha traditi! L’ho sempre detto che dovevo rimanere al Sud! Ringrazia che ti ospitiamo gratis, dove la trovi un’accoglienza così? – fece Pasqui in risposta.

Ricky aveva qualche dubbio su quel ragionamento vagamente familistico da parte dell’amico. Decise in ogni caso, per non fomentare ulteriori polemiche, di soprassedere.

– Pasqui, vado un attimo in bagno, perdonami! – fece Ricky, cambiando discorso.

Ricky si alzò dalla valigia su cui era seduto. Percorse in punta di piedi il corridoio cercando di infilarli nei pochi interstizi liberi da persone che giacevano al suolo e, dopo circa una mezz’ora, benché il bagno distasse una decina di metri dal punto in cui erano seduti, raggiunse la latrina.

Si trovò dinanzi alla porta di quel bagno fetido, in quel momento chiusa, ma ciò nonostante stranamente libero, come segnalava il nottolino della serratura.

Aprì la porta senza indugio, per sobbalzare e impallidire immediatamente:

– Oh, Cristo! – fece impaurito.

Dentro la latrina, c’erano tre zombie che si muovevano in maniera convulsa e grugnivano bestialmente, con gli occhi scarlatti: erano Massimo Gramellini, Lorenzo Tosa e Stella Pulpo, contagiati nella loro incursione al laboratorio segreto di Codogno, dove il Covid-19 era stato a suo tempo isolato.

Di colpo, gli zombie si voltarono e si resero conto di quella presenza umana e appetitosa. Puntarono Ricky, dando maggiore enfasi ai loro grugniti e sbuffando affamati:

– No, vi prego, signori! Ragioniamo un momentino! Sono giovane e milanese! Andate nei corridoi, ci sono un sacco di terroni! Sono molto più appetitosi di me, non fanno altro che mangiare, dalla mattina alla sera! A mio avviso, costituiscono un’alimentazione più sana e più varia, un toccasana per il vostro fabbisogno energetico giornaliero! No, cazzo, figli di puttana, non provate neppure a…

Non fece in tempo a terminare la frase, che i tre zombie saltarono addosso al povero meneghino, sbranandolo crudelmente. Il sangue di Ricky schizzava da tutte le parti.

I tre morti viventi, usciti dal loro puzzolentissimo nascondiglio, entrarono, ancora più ghiotti e famelici, nel corridoio del Regionale 2117. La folla, resasi conto di quelle presenze mortifere e antropofaghe, cominciò a urlare disperata e a fuggire all’interno del treno, implacabilmente chiuso, in moto e, pertanto, privo di vie di scampo.

Il mortale convoglio proseguì il suo lento cammino verso Pisa Centrale, primo cambio, mentre i finestrini, chilometro dopo chilometro si macchiavano sempre più inesorabilmente di sangue meridionale.

Gli zombie radical chic propagarono il contagio e al contempo banchettarono solennemente con carne di terrone. Di Pasqui, non rimasero che ossa spolpate.

Non v’era ormai scampo, per il Belpaese.

Lorenzo Tosa e la Festa delle Donne

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Lorenzo Tosa sedeva alla scrivania del suo studio, pensieroso. L’indomani sarebbe stato l’otto marzo, Festa delle Donne. Avrebbe pertanto dovuto pensare seriamente a qualcosa da pubblicare per le sue ammiratrici e per incrementare il numero di follower. Decise di cercare l’ispirazione facendo due passi in centro. Considerò che sarebbe stato più opportuno camminare, piuttosto che prendere i mezzi pubblici, a causa dell’emergenza Coronavirus. Sorrise, una bella passeggiata gli avrebbe fatto senz’altro bene. Era, tra l’altro, una buona occasione per provare le scarpe che gli erano state regalate da un suo seguace. La scatola con il presente giaceva ancora sulla mensola dell’ingresso, accanto al grande specchio.

Lasciò il suo studiolo e si recò nell’ingresso del suo trilocale. Prese la confezione e la rimirò, ad essa era attaccato un biglietto che recitava:

Lorenzo, amico mio, che queste scarpe possano accompagnarti in questo cammino antifascista irto di ostacoli, ti voglio bene. Rainardo Tristano Eugenio 

Ebbe un brivido nel leggere quella firma, inconsueta, ma al contempo famigliare.  Rimosse immediatamente quel pensiero inquietante, mentre una dignitosa commozione lo sopraffaceva e gli inumidiva gli occhi. Aprì la scatola, la liberò della carta protettiva e di colpo impallidì: erano un paio di Puma Storm Adrenaline, le famigerate Puma Hitler, il cui design era indubbiamente ispirato al volto del Führer. 

Lorenzo osservò a lungo quelle calzature antidemocratiche, mentre in lui si faceva strada un’attrazione-repulsione dal sapore Kantiano. Da un lato avrebbe voluto liberarsi di quei sordidi calzari, ma al contempo percepiva un’irresistibile tentazione, una voglia birichina e trasgressiva di indossarli, anche solo per un istante. Forze contrastanti lottarono a lungo nel suo animo scisso, finché il giornalista non giunse alla conclusione che fondamentalmente non c’era nulla di male nel provarle. In ogni caso non lo avrebbe saputo mai nessuno, se ne sarebbe disfatto subito.

Rimosse le scarpe intolleranti dalla scatola, si accovacciò, le infilò entrambe e le allacciò. Subito dopo, si alzò in piedi e stette per un po’ a guardarle dall’alto. Effettivamente presentavano una brutale somiglianza con il malvagio Adolf Hitler. Le fissò lungamente, sentendosi quasi ipnotizzato, da quelle scarpette nazionalsocialiste, mentre le forze oscure di poc’anzi cominciavano a solleticarlo in maniera insolente. Sembravano quasi volersi impossessare di lui. Pensieri torbidi cominciavano a punzecchiarlo. Vide il Führer parlare a masse oceaniche e osannanti, vide territori conquistati, campi di sterminio. Questi pensieri rendevano Lorenzo Tosa, oltre che inorridito, vagamente entusiasta, euforico, compiaciuto. In un attimo di lucidità, ancora ipnotizzato da quelle scarpe, un pensiero razionale fece capolino nella sua testolina. Scrollò il capo, come per svegliarsi:

– E’ meglio che le tolga immediatamente!

Distolse lo sguardo da quelle calzature totalitarie, si guardò allo specchio e cacciò un urlo di terrore: Tosa si trovava improvvisamente vestito di un’uniforme SS da Standartenführer, grigio ordesia, con tanto di pantaloni, cravatta nera su camicia bianca, mostreggiatura, cappello e foglia di quercia su entrambi i collari. Terrorizzato, si stropicciò gli occhi per poi mirarsi nuovamente. Non era un incubo, indossava ancora quella terribile divisa.

D’improvviso, qualcosa iniziò a mutare dentro di lui. Il tormento si fece più intenso: Tosa cadde a terra, cominciando a divincolarsi convulsamente e a urlare. Qualcosa di irresistibile, di torbido, sussurrava in lui, lo tentava. Sbatteva i pugni contro il pavimento:

– Basta, no, cazzo! Non fatelo! Non voglio!

Cadde infine esanime, dopo una lunga lotta estenuante. Aveva perso i sensi e rimase cinque minuti buoni al suolo, prono, con il viso incollato al parquet, mentre bava appiccicaticcia fuoriusciva dalla sua bocca. D’un tratto, riaprì gli occhi, si alzò in piedi e si riposizionò dinanzi allo specchio, ben eretto sulla schiena, con le braccia incollate al busto. Non si era mai sentito così bene, così a posto, così centrato su se stesso. Strabuzzò gli occhi, serrò le labbra, fece tre profondi respiri, raccolse tutta la sua rabbia e giunse il momento. Battè il tacco sinistro delle sue Puma Hitler contro il tacco destro e alzò il braccio destro con orgoglio e fierezza, proferendo a voce alta:

– Sieg Heil!

Si sentì sollevato, si sentì se stesso. Era lui. Proseguì, con rabbiosa enfasi:

– Sieg Heil! Sieg Heil! Sieg Heil! Sieg Heil! Sieg Heil!

Incollò ancora il braccio destro al busto. Si recò, con passo fiero da soldato, nuovamente verso il suo studio. Aveva comprato delle mimose da poter fotografare e postare sulla sua pagina Facebook. Ne prese sei steli e li dispose sul tavolo bianco, a formare una gloriosa svastica gialla. Afferrò lo smartphone con teutonica disciplina, cercò la migliore inquadratura in modo da conferire maestosità propagandistica a quel simbolo e lo fotografò. Caricò l’immagine sulla sua pagina Facebook e inserì come didascalia quanto segue:

Ich bin Standartenführer Lorenz Schert. Alles Gute zum Frauentag! Heil Hitler!

Salvò il post, l’avrebbe pubblicato il giorno dopo.

L’indomani, Festa delle Donne, i suoi fan avrebbero avuto una gradita sorpresa.