San Valentino

Nel giorno di San Valentino, vedo molti amori finire. Uno tra questi è quello tra Andrea Scanzi e il Movimento Cinque Stelle. La rockstar del giornalismo italiano mette già le mani avanti, mettendo più volte nero su bianco di avere unicamente a cuore un “campo progressista”, non mostrando interesse d’alcun tipo in merito al destino di qualsivoglia movimento o partito. Scanzi assomiglia a un partner appena lasciato, che ostenta disinteresse e freddezza, un po’ come una mia vecchia conoscenza che, appena mollato dalla donna, passava il tempo tra una festa e l’altra a ubriacarsi e a urlare, ostentando una gioia di facciata, “Sono single! Sono single!” per poi finire in pista da ballo, sulle note di “On The Floor ft. Pitbull” di Jennifer Lopez, a muovere il suo misero corpo flaccidamente, con lo sguardo fisso nel vuoto, lacerato dalla solitudine e dall’umiliazione di essere stato scaricato, e ricordo che, mentre danzavo anch’io ridicolmente, mi divertivo a fissarlo con un sorriso circospetto e cinico, finché il soggetto in questione, accortosi del mio sguardo insolente, negava ogni dolore, lo ingoiava come un’amara medicina e tornava a fingere di sorridere e di scatenarsi sulle note di quella vergognosa cover della Lambada.

Ecco, Scanzi sta provando la medesima sensazione, i più sensibili e acuti osservatori di voi potranno toccare con mano lo strazio che prova dentro per un progetto antisistema del quale si è sempre fatto sostenitore e portavoce, mentre al contrario il Movimento si è ormai fatto potere, un potere che non tollera vuoti, non sopporta assolutamente l’horror vacui, una pars destruens che si fa ora per forza di cose pars construens e di conseguenza si contanima, s’inquina, subisce il contagio da parte degli stessi nemici un tempo combattuti, il contagio della casta, tramutandosi inesorabilmente, a sua volta, in casta.

Il becero pragmatismo, anche a costo di compiere qualche marachella e qualche peccatuccio, soverchia l’idealismo e la voglia di imporre una propria astratta visione, è la natura, è il potere, è la vita.

Nessun problema per Lorenzotosa invece, che mostra una certa coerenza nel suo mettersi in ginocchio di fronte a figure che trasudano buone maniere, prestigio, senso delle istituzioni, incarnando nel suo gracile corpicino valori che sono un ibrido tra quelli di Bruno Vespa e quelli del Corriere della Sera.

Da parte mia, il nuovo governo faccia un po’ quello che vuole, purché si inventi altre detrazioni o deduzioni IRPEF, mi eccita sempre come una scolaretta abbattere il mio misero imponibile e ricevere il rimborso di Luglio.

Concludo augurando a voi, patetiche coppie che puntano alla durata e non alla qualità del rapporto, un buon San Valentino, sapendo che non vi amate più da tempo, ma non avete il fegato di mollarvi perché non volete deludere i vostri genitori.

Dialogo tra Grandi del Giornalismo Italiano del Ventunesimo Secolo

– Pronto, Fabrizio?

– Ciao Lorenzo, come te la passi? Scusami se ti disturbo a quest’ora. Ti ho svegliato?

– Ciao carissimo. Non ci lamentiamo. Ero sveglio. Nessun disturbo. Nessuno. Figurati. Puoi chiamarmi. Quando vuoi. Davvero. Sinceramente.

– Ascolta Lorenzo carissimo, devo darti una notizia: è morto Paolo Rossi!

– Ah. Il comico?

– Ma no, Lorè! Il calciatore, Pablito, campione del mondo nel 1982!

– Ah. Grazie. Per avermi avvisato. Avvertito. Quando è successo?

– La notizia è di questa notte. L’ha mandata sua moglie sul suo profilo instagram.

– Va bene. Hai già pubblicato qualcosa? Sulla tua pagina? La tua pagina Facebook?

– Non ancora Lorè, ti dico la verità…

– Beh, cosa aspetti? Attendi?

– Lorè…ti dovrei confessare una cosa sinceramente, è da un po’ che ci rimugino…

– Dimmi. Tutto. Caro Fabrizio. Ti ascolto.

– Lorè…almeno quando siamo al telefono, puoi usare senz’altro qualche subordinata in più, è una conversazione tra amici questa, non occorre essere così, fammi dire, puntigliosi…

– Grazie. Non mi occorrono consigli. Suggerimenti. Nessuno. Di nessun tipo. Lo faccio per allenamento. Autodisciplina. Pratica.

– Come preferisci…ascolta Lorè, non si tratta di questo, ma da un po’ di giorni sto riflettendo su una cosa che mi sta facendo sentire in colpa…

– Dimmi pure.

– Lorè, parliamoci chiaro: qui non facciamo altro che copiare la notizia struggente del giorno e replicarla con questo stile smielato che, fammi dire, non offre nessun valore aggiunto a livello informativo. Sono solo buoni sentimenti, post acchiappa-like. Intendiamoci: io sono nato nel 1980 se non ricordo male e tu nel 1983. Quando l’Italia ha vinto i mondiali io avrò avuto sì e no tre anni e tu non eri neppure nato, porca puttana!

– Arriva al punto. Al dunque. Al cuore. Al nocciolo. Del discorso. Di questa conversazione.

– Lorè, oggettivamente non ce la faccio più a tenermi dentro questa cosa: a me di Paolo Rossi, come di tutti i morti celebri del giorno che commemoriamo puntualmente per ottenere consensi, non me ne fotte un cazzo! Mi sento uno sciacallo a volte, peggiore di Salvini!

– …

– Ci sei, Lorè? Mi senti?

– Sì. Ho ascoltato. Attentamente. Molto attentamente. Con molta attenzione.

– E quindi?

– Fotte sega. Nemmeno a me. Neppure al sottoscritto. Non sento nulla. Per loro. Per nessuno. Ed è ciò che siamo. Sciacalli. Speculatori. Della peggior specie. Mercificatori. Di buoni sentimenti. Siamo uguali. Speculari. Duali. A Salvini. Matteo Salvini. Proprio lui.

– Lorè…ma che stai dicendo?

– Fabrizio. Amico mio. A me sta a cuore solo una cosa. Una singola cosa. Ho un sogno. Un unico sogno. Un singolo interesse. Un’unica battaglia. Per donare speranza. Per un mondo migliore. Per me stesso. Solo ed esclusivamente per me stesso.

– Lorè, accorcia! Mi stai facendo una capa tanto! Dov’è che vuoi andare a parare?

– Fabrizio. Ne ho un bisogno disperato. Di tutti quei like. Di tutti quei consensi. Reazioni. Commenti. Sono una persona sola. Non ho amici. Non ho una donna. Nessuno mi ama. Nella vita. Nella vita reale. Vivo ancora con mia madre. La donna che mi ha messo al mondo. Questo mondo cattivo. E si vergogna di me. Tanto. Tantissimo. Lo faccio per lei. Per compiacerla. Per piacerle. Per conquistare il suo amore. Il suo riconoscimento. Sai cosa accadrebbe, se un giorno tutto questo finisse?

– Lorè…hai usato un periodo ipotetico del secondo tipo, occhio…

– Sai cosa accadrebbe?

– Cosa?

– Che morirei di dolore.

– …

– Ci sei? Fabrizio?

– Lorè…

– Fabrizio.

– La penso esattamente come te…sono nella tua stessa identica situazione…l’unica differenza è che vivo con un gatto…e si vergogna di me, tanto, tantissimo. Lo faccio per lui, per compiacerlo, per piacergli, per conquistare il suo amore, il suo riconoscimento…

– Già. Fabrizio. Amico mio. Siamo nella merda.

– Siamo nella merda…

– A che ora pubblichi? Il tuo post? Su Paolo Rossi?

– Tra un paio d’ore, Lorè…

– Va bene. Il mio sarà pubblicato verso le nove. Del mattino. Al solito. Come consuetudine. Ora di punta. Molte visite. Endorfine. Dopamina. Sollievo. Dalla solitudine. Dal dolore. Dal mio complesso. Complesso di Edipo. Sollievo. Effimero. Ma sollievo.

– Ci sentiamo Lorè…

– Stammi bene. Fabrizio. Davvero. Un abbraccio. Ti voglio.

– Prego?

– Bene.

– Ciao…

– Ciao.

Canale Anale

Questa è bellissima. Qualche tempo fa, su Amazon, compare un libro, un saggio, un agile volume dal titolo inequivocabile: “Perché Salvini merita fiducia, rispetto e ammirazione.”Un titolo talmente accattivante per orde di leghisti, che in breve il libro scala le classifiche. A molti non sembra vero: un saggio, all’apparenza serissimo, di un noto politologo internazionale, il grande Alex Green, che finalmente attribuisce al “capitano” i meriti che giornaloni e intellettuali italiani brutti e cattivi non gli hanno mai voluto riconoscere.Solo che, quando il libro arriva a casa, non appena lo aprono, si ritrovano davanti 110 pagine interamente bianche: un quaderno per gli appunti, insomma. D’altronde l’autore era stato onesto nella descrizione: “Questo libro” aveva scritto, “è pieno di pagine vuote. Nonostante anni di ricerche, non abbiamo potuto trovare niente da dire su questo argomento.”Solo che richiedeva uno sforzo troppo grande per il leghista semplice: leggere.Genio assoluto.

Lorenzo Tosa aveva appena concluso il suo ultimo post, con la consueta retorica stucchevole, ma tanto efficace nel catturare consensi e fare proseliti sulla base d’un sentimentalismo spicciolo e d’un’opposizione cieca e manichea nei confronti di Matteo Salvini. Si era ormai fatta sera e aveva pertanto programmato la pubblicazione del post alle ore diciassette del giorno successivo, cercando di sfruttare il traffico d’utenti, normalmente intenso a quell’ora, con lo scopo di ottenere maggiori reazioni e consensi. A dire il vero, si sentiva anche piuttosto stanco e non aveva voglia di passare tempo ulteriore su Facebook, oltre che di rispondere ai vari oppositori che normalmente pullulavano sulla bacheca della sua pagina e ne mettevano in evidenza le sue contraddizioni. A questo proposito, gli tornò alla mente lo scambio avuto con una donna di bella presenza che, nel giorno del suo compleanno, gli aveva fatto presente in un commento che portava malissimo i suoi anni. – Puttana! – disse fuori dai denti Tosa, ripensando a quella fanciulla verso cui, pur facendo finta di nulla, fondamentalmente provava un intenso desiderio sessuale, per quanto sapeva benissimo che non sarebbe mai stata sua, considerando quanto fosse distante dalle sue idee politiche. Tosa, nella vita reale, pensava cose che non avrebbe mai scritto in uno dei suoi post caramellosi. Era in realtà profondamente misantropo, per quanto egli stesso fosse inconsapevole di ciò. Da tipo estroverso qual era, in senso junghiano, non era uso a scrutare i moti del suo inconscio. Tosa era definibile come un individuo costituito da puro intelletto. Tutto quanto apparteneva alla sua interiorità e al suo corpo, era per lui trascurabile e privo di utilità.

– Sono molto stanco. Quest’oggi è stata una giornata difficile. Una giornata molto difficile. Penso che mi recherò in soggiorno. Sì. A rilassarmi. Con qualche video. Su Youtube. – Tosa si era imposto di pensare esattamente nello stesso modo perentorio in cui scriveva, evitando il più possibile l’utilizzo delle subordinate, in modo da autoconferirsi una ferrea disciplina e rendere il più naturale ed efficace possibile lo stile dei suoi scritti.

Entrò in soggiorno, si adagiò sul divano e accese la smart TV, collegandosi immediatamente a Youtube. Non sapeva esattamente cosa guardare, probabilmente si sarebbe sparato un bel live dei Toto, fino a quando non avrebbe preso sonno. Rimase per un po’ a fissare lo schermo del suo moderno televisore, dubbioso sul da farsi, finché nella home page di Youtube, tra i video consigliati, la sua attenzione non cadde sull’anteprima di un curioso filmato realizzato da un certo Canale Anale. L’immagine in anteprima era inconfondibile: in primo piano, vi erano una serie di rughette, ben delineate, le quali convergevano verso un foro angusto e scuro, dal quale trapelava un’inquietante peluria vagamente sudaticcia.

– È il primissimo piano. Di un ano. Un buco. Di culo. – pensò Tosa, osservando quell’immagine con un’aria tra il perplesso e il guardingo, scandendo i pensieri e, al solito, evitando come la peste le subordinate.

Incuriosito e leggermente divertito, Lorenzo cedette alla curiosità e decise di avviare quel video, alquanto inusuale per una piattaforma che faceva della censura ai contenuti volgari uno dei suoi capisaldi.

Il video iniziò a riprodursi, aveva una durata di un’ora. Tosa attivò la modalità schermo intero e si distese comodamente sul divano. Quell’ano lo fissava silente, bruno come la pece, mentre i minuti trascorrevano e nulla accadeva. Tosa pensò che si trattasse di uno scherzo di pessimo gusto e decise che era giunto il momento di interromperlo per passare ad altri contenuti, quando all’improvvisò, dallo schermo s’udì una voce che lo fece trasalire:

– Tu, avviscinati

Tosa sobbalzò. – Cristo. Santo! – proferì angosciato.

– Non imprechi, per cortesia, è alquanto disdiscevole! – Quel parlare strascicato e paternalista gli rimembrò improvvisamente un timbro vocale noto, familiare.

– Con chi ho il piacere? Di parlare? – scandì Tosa in maniera perentoria, benché la voce gli tremasse vagamente a causa dell’inquietudine.

– Sono l’ano del Presidente del Consiglio dei Ministri.

– Presidente! Conte! – Tosa era straziato dall’emozione, non riusciva a credere di essere in contatto con il suo politico preferito.

Disciamo che lei è un po’ duro di comprendonio, caro Tosa. Le ho detto che sono l’ano del presidente del consiglio, non il presidente del consiglio!

– Ma lei ha la stessa identica voce del suo legittimo proprietario!

– Forse perché non fa molta differenza tra quello che esce dalla sua bocca e quello che esce da qui! – rispose l’orifizio della quarta carica dello stato, caustico. A quell’affermazione sarcastica, fece seguito una risata divertita.

– Non dica così. Considero il suo proprietario il più grande politico che il nostro paese abbia mai avuto. Uno statista. Un gigante tra i nani. L’unico in grado di tirarci fuori da questa tragedia. Questa pandemia. Che tante vittime a mietuto. Finora.

– Tosa, cortesemente, tutta questa punteggiatura mi sta fascendo venire il mal di testa, dovrebbe, se mi consente, utilizzare maggiormente le subordinate. A questo proposito, disciamo che ho avuto modo di dare una sbirsciata alla sua pagina Facebook. Vedo che la seguono in tanti, taluni con molto affetto, altri invesce proprio non la tollerano. Devo dire che di recente i suoi contenuti sono particolarmente lusinghieri nei miei riguardi, per quanto tempo fa Ella mi aveva additato come un burattino nelle mani di Di Maio e Salvini. Come aveva definito in un suo post Guy Verhofstadt, che mi definì in tal guisa durante un dibattito al Parlamento Europeo? “Gigantesco”, giusto?

– Presidente, non faccia così, mi spiace che se la sia presa. Mi rincresce. Ma in quei tempi, quei tempi bui, lei era alleato con un politico. Tra i più pericolosi. Della storia della nostra repubblica. Salvini. Matteo Salvini.

– Guardi Tosa, posso capire che quell’alleanza alquanto insolita abbia generato delle ambiguità sulla mia persona, ma le posso garantire che quel post, sinsceramente, mi ha stupito. Lei offende se fa così!

– Mi dispiace. Presidente, mi permetta di dirle che…

– Guardi, la interrompo subito. Non occorre che si scusi. Sappia che, accedendo a questo canale Youtube, ha avuto in realtà la possibilità di farsi perdonare. Le posso solo dire, con molta chiarezza, che in questo momento stiamo fascendo la storia.

Tosa ebbe la pelle d’oca nell’udire quelle parole. Non avrebbe mai creduto che una parte del presidente del consiglio in persona, seppur tra le più turpi, avrebbe potuto proferire quello slogan efficace nei suoi riguardi. Spalancò gli occhi e uno stupido sorriso gli si stampò in volto. Altri moti inconsci fecero capolino nel suo animo, ma anche in quella circostanza, decise di ignorarli, per automatismo nevrotico.

– Cosa posso fare, Presidente?

– Tosa, guardi, le posso solo dire che anche in questo caso, non agirò con il favore delle tenebre. Questo ano la sta guardando dritto in faccia. La invito pertanto ad avviscinarsi allo schermo.

Tosa eseguì, senza farsi troppe domande. Si sollevò dal divano, si stiracchiò e, a quel punto, fece qualche passo verso lo schermo della sua smart tv.

– Ancora più viscino… – proferì il buco del culo dell’avvocato del popolo.

Tosa poggiò entrambe le mani sui fianchi e si piegò di novanta gradi, avvicinando il suo volto a pochi centimetri dallo schermo. E fu a quel punto che avvenne l’impensabile: le chiappe del primo ministro italiano emersero crudamente dallo schermo. Erano autentiche, tangibili e palpabili, due autentiche focacce di carne che circondavano inesorabilmente quell’orifizio loquace dal piglio istituzionale.

– Può lambirle, dottor Tosa. Guardi, disciamo che le si sta palesando dinanzi una grande occasione.

Tosa deglutì. Era lacerato da stati d’animo contrastanti: da un lato si sentiva preda d’un intenso desiderio di stampo masochistico, dall’altro provava un vago disgusto per quell’ano peloso dal quale trapelava un leggero odore di cloaca. Si sentiva al contempo vivo e morto, a guisa d’un servile gatto di Schrödinger. Fissò ancora a lungo il buchino del professore, prima di prendere una decisione.

– Non sia timido Tosa, lei ha l’opportunità, finalmente, di passare dalle parole ai fatti! – insistette persuasivo l’ano di Giuseppi.

Fu quella la frase che convinse una volta per tutte Tosa, il quale inspirò profondamente e fece quello che andava fatto: estrasse la sua sapiente linguetta e, con fare certosino, iniziò a leccare quel foro minuto in tutte le sue parti anatomiche visibili. Poggiò entrambe le braccia, aggrappandosi tenacemente con le mani, su quelle terga prorompenti, che al contempo, a seguito dei colpi inflitti dal giornalista, iniziarono a vibrare. Tosa mise da parte ogni perplessità, era ormai totalmente coinvolto in quel pasto e, completamente in balia della sua eccitazione, afferrò con maggiore intensità le chiappone catodiche del presidente del consiglio, mentre seguitava a sguinzagliare freneticamente la sua lingua su quell’ano impertinente. D’un tratto, avvinghiato a quei glutei alla stregua d’un koala, affondò finalmente con vigore la sua lingua penetrandolo, mentre mani, braccia e volto affondavano sempre di più in quel gigantesco deretano. Tosa era ormai in balia del piacere, si sentiva del tutto posseduto da quel mostruoso culone, al punto che fu ormai troppo tardi, quando si rese conto di esserne ormai invischiato e di non essere più in grado di venirne fuori. La sua lingua era ormai totalmente risucchiata da quel buco nero, mentre braccia e gambe affondavano totalmente nelle carni del sederone di Conte, che aveva assunto una consistenza gelatinosa e appiccicaticcia.

– Bene, Tosa, adesso chi è comanda? Chi è il burattino? Rispondi, figlio di puttana! – fece con sadica soddisfazione il culacchione vischioso del presidente del consiglio.

– Mmm…’a pre’o…mi ‘ibe’i…non e’pi’o!!! – farfugliò Tosa, ormai non più in grado di proferire alcuna parola che fosse intellegibile.

– Caro Tosa, si prepari ora: sta per arrivare il gran finale, la ciliegina sulla torta.

– MMM…’o, ‘o, ‘o, ‘a ‘ego!!! – rispose convulsamente Tosa.

– E invece sì, caro Lorenzo, sta per arrivare quanto il mio proprietario aveva promesso tempo fa, subito dopo la chiusura degli esercizi commerciali: la potenza di fuoco.

Il fondoschiena iniziò a vibrare con maggiore intensità, al punto che le scosse si diffusero in tutto il soggiorno, provocando delle crepe nel soffitto. Tosa sapeva a cosa stava andando incontro e fu dunque quello il momento in cui vide istantaneamente la sua vita passargli davanti. Rivide suo padre, assente e preso dal lavoro, brusco e privo di attenzioni nei suoi riguardi, che tanto dolore gli aveva causato da bambino. Provò nuovamente le pene della trascuratezza e della mancanza di una figura maschile forte che si prendesse cura di lui. Rivide la sofferenza e il dolore di sua madre, la quale riversava su suo figlio tutta la frustrazione causata da un marito inesistente e, per certi versi, brutale, inondandolo di lamentele tossiche che gli avevano fatto un vero e proprio lavaggio del cervello, al limite dell’alienazione parentale, e lo avevano trasformato in un femminista sfegatato. In quell’istante, Tosa realizzò che le sue incapacità con le donne, dovute a una compiacenza atavica e inconcludente nei riguardi del gentil sesso, erano state causate proprio da sua madre, verso la quale provò improvvisamente un violento rancore. Realizzò, in quell’eterno istante, che il femminismo di facciata e progressista che utilizzava per i suo post allo zucchero, derivava originariamente dall’inganno che sua madre aveva perpetrato nei suoi riguardi, da un complesso di Edipo irrisolto, ragion per cui non aveva ancora perso la verginità alla veneranda età di trentasette anni. Ebbe il tempo di formulare un ultimo pensiero, un ultimo saluto alla donna che gli aveva donato la vita, prima di andare incontro al suo destino:

– Vai a farti fottere, vecchia puttana!

Fu in quel preciso istante che le vibrazioni e le scosse si interrupperò di colpo. L’ano del presidente del consiglio si schiuse a guisa d’un gelsomino a primavera e, dopo un microsecondo, un battito d’ali d’una farfalla, un istante quasi eterno, emise uno scoreggione rumoroso e devastante, che causò la caduta di alcuni calcinacci nel soggiorno, a cui fece seguito una violenta fiumana di diarrea che scaraventò Tosa contro la parete, mentre quei potentissimi getti di merda lo sommergevano fino a coprirlo totalmente, a renderlo completamente indistinguibile dalle feci, per quanto non si trattasse di una differenza particolarmente marcata. In tutto il soggiorno, la pioggia di merda rumoreggiava come una grandinata di milioni di rospi. Tosa gorgogliava frasi incomprensibili, mentre sbatteva ripetutamente i palmi delle mani e i talloni contro il muro, alla ricerca di un disperato appiglio per liberarsi da quella punizione umiliante, mentre quel geyser di materia fecale allo stato liquido lo teneva violentemente incollato alla parete, non lasciandogli scampo alcuno.

Quella doccia scura durò circa una mezz’ora, fino a quando l’ultimo fiotto colpì in pieno il volto di Tosa, il quale, finalmente, ricadde svenuto al suolo, completamente ricoperto di cacca fumante.

Fu quello il momento in cui quel video paradossale si concluse. Cinque secondi dopo, sarebbe andata in onda l’ennesima diretta del Presidente del Consiglio, nella quale avrebbe annunciato il contenuto dell’ennesimo, confuso DPCM a tutela della salute dei cittadini per la gestione della pandemia da Covid-19.

Nel frattempo, in casa Scanzi, il buon Andrea entrò in soggiorno, si adagiò sul divano e accese la smart TV, collegandosi immediatamente a Youtube. Non sapeva esattamente cosa guardare, probabilmente si sarebbe sparato un bel live dei Pink Floyd, fino a quando non avrebbe preso sonno. Rimase per un po’ a fissare lo schermo del suo moderno televisore, dubbioso sul da farsi, finché nella home page di Youtube, tra i video consigliati, la sua attenzione non cadde sull’anteprima di un curioso filmato realizzato da un certo Canale Anale.

Casa Surace e la Fuga da Milano

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– Oh Ricky, Ricky, Ricky, muoviti dai, passami le valigie, ché sennò il treno qua parte senza di noi! – fece Pasqui al suo amico meneghino, concitatissimo, ma senza mai perdere la sua ostentata allegria meridionale. Pasquale era riuscito miracolosamente a salire sul regionale delle 06:45, che li avrebbe condotti dalla stazione di Milano Centrale a quella di Napoli Centrale. Avrebbero dovuto sopportare due cambi, il primo a Pisa e il secondo a Roma, ma in quel momento, l’unica cosa che contava davvero era fuggire dalla Lombardia il prima possibile, a seguito dell’ultimo decreto del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che chiudeva in via temporanea la Regione, a causa del pauroso incremento dei contagi provocati dal Coronavirus.

Ricky, dalla banchina, sudato e circondato da una folla in panico, gli passò a fatica quattro valigie pesantissime, delle quali, oltre a numerose scorte di cibo, una conteneva quintali di mimose, da consegnare a mamma Antonella per la Festa delle Donne. Riuscito con grande impegno a portarle sul treno, Ricky riuscì finalmente a salire sul convoglio, aiutato dall’amico Pasqui che lo sosteneva, mentre mani di gente inferocita cercavano di afferrarlo e trascinarlo giù per impossessarsi di quel mezzo che avrebbe costituito la salvezza per tutti i meridionali coraggiosi che abbandonavano Milano in quel momento di difficoltà.

Si sedettero nel corridoio, strapieno di persone accalcate, delle quali alcune distese sul pavimento addormentate. Sistemarono alla meglio i pesantissimi bagagli in quello strettissimo antro e vi si accomodarono sopra. Non c’erano più posti a sedere. Il treno, lentamente, si avviò.

– Oh Ricky, hai visto? Ce l’abbiamo fatta! Scappiamo da questa città maledetta! Adesso il viaggio sarà un po’ lungo, ma tanto che cazzo ce ne frega a noi? Io i sintomi non ce li ho e manco tu! Mo che arriviamo a Napoli ci ospita mia madre e stiamo là fino a quando ci pare e piace a mangiare e a uscire. Tu ti sei messo in malattia? Tanto mica mandano le visite fiscali in questo periodo. Figurati!

– Pasqui, ma dai! Io non son mica tanto convinto di questa decisione! Non posso abbandonare così vigliaccamente la mia città! Mi sento un tantinello in colpa! – rispose Ricky.

– Oh Ricky, ma che cazzo ce ne frega a noi? Adesso ci stiamo un mese o due a casa di mia madre, a mangiare e a non pensare a niente! Questa città ci ha traditi! L’ho sempre detto che dovevo rimanere al Sud! Ringrazia che ti ospitiamo gratis, dove la trovi un’accoglienza così? – fece Pasqui in risposta.

Ricky aveva qualche dubbio su quel ragionamento vagamente familistico da parte dell’amico. Decise in ogni caso, per non fomentare ulteriori polemiche, di soprassedere.

– Pasqui, vado un attimo in bagno, perdonami! – fece Ricky, cambiando discorso.

Ricky si alzò dalla valigia su cui era seduto. Percorse in punta di piedi il corridoio cercando di infilarli nei pochi interstizi liberi da persone che giacevano al suolo e, dopo circa una mezz’ora, benché il bagno distasse una decina di metri dal punto in cui erano seduti, raggiunse la latrina.

Si trovò dinanzi alla porta di quel bagno fetido, in quel momento chiusa, ma ciò nonostante stranamente libero, come segnalava il nottolino della serratura.

Aprì la porta senza indugio, per sobbalzare e impallidire immediatamente:

– Oh, Cristo! – fece impaurito.

Dentro la latrina, c’erano tre zombie che si muovevano in maniera convulsa e grugnivano bestialmente, con gli occhi scarlatti: erano Massimo Gramellini, Lorenzo Tosa e Stella Pulpo, contagiati nella loro incursione al laboratorio segreto di Codogno, dove il Covid-19 era stato a suo tempo isolato.

Di colpo, gli zombie si voltarono e si resero conto di quella presenza umana e appetitosa. Puntarono Ricky, dando maggiore enfasi ai loro grugniti e sbuffando affamati:

– No, vi prego, signori! Ragioniamo un momentino! Sono giovane e milanese! Andate nei corridoi, ci sono un sacco di terroni! Sono molto più appetitosi di me, non fanno altro che mangiare, dalla mattina alla sera! A mio avviso, costituiscono un’alimentazione più sana e più varia, un toccasana per il vostro fabbisogno energetico giornaliero! No, cazzo, figli di puttana, non provate neppure a…

Non fece in tempo a terminare la frase, che i tre zombie saltarono addosso al povero meneghino, sbranandolo crudelmente. Il sangue di Ricky schizzava da tutte le parti.

I tre morti viventi, usciti dal loro puzzolentissimo nascondiglio, entrarono, ancora più ghiotti e famelici, nel corridoio del Regionale 2117. La folla, resasi conto di quelle presenze mortifere e antropofaghe, cominciò a urlare disperata e a fuggire all’interno del treno, implacabilmente chiuso, in moto e, pertanto, privo di vie di scampo.

Il mortale convoglio proseguì il suo lento cammino verso Pisa Centrale, primo cambio, mentre i finestrini, chilometro dopo chilometro si macchiavano sempre più inesorabilmente di sangue meridionale.

Gli zombie radical chic propagarono il contagio e al contempo banchettarono solennemente con carne di terrone. Di Pasqui, non rimasero che ossa spolpate.

Non v’era ormai scampo, per il Belpaese.

Lorenzo Tosa e la Festa delle Donne

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Lorenzo Tosa sedeva alla scrivania del suo studio, pensieroso. L’indomani sarebbe stato l’otto marzo, Festa delle Donne. Avrebbe pertanto dovuto pensare seriamente a qualcosa da pubblicare per le sue ammiratrici e per incrementare il numero di follower. Decise di cercare l’ispirazione facendo due passi in centro. Considerò che sarebbe stato più opportuno camminare, piuttosto che prendere i mezzi pubblici, a causa dell’emergenza Coronavirus. Sorrise, una bella passeggiata gli avrebbe fatto senz’altro bene. Era, tra l’altro, una buona occasione per provare le scarpe che gli erano state regalate da un suo seguace. La scatola con il presente giaceva ancora sulla mensola dell’ingresso, accanto al grande specchio.

Lasciò il suo studiolo e si recò nell’ingresso del suo trilocale. Prese la confezione e la rimirò, ad essa era attaccato un biglietto che recitava:

Lorenzo, amico mio, che queste scarpe possano accompagnarti in questo cammino antifascista irto di ostacoli, ti voglio bene. Rainardo Tristano Eugenio 

Ebbe un brivido nel leggere quella firma, inconsueta, ma al contempo famigliare.  Rimosse immediatamente quel pensiero inquietante, mentre una dignitosa commozione lo sopraffaceva e gli inumidiva gli occhi. Aprì la scatola, la liberò della carta protettiva e di colpo impallidì: erano un paio di Puma Storm Adrenaline, le famigerate Puma Hitler, il cui design era indubbiamente ispirato al volto del Führer. 

Lorenzo osservò a lungo quelle calzature antidemocratiche, mentre in lui si faceva strada un’attrazione-repulsione dal sapore Kantiano. Da un lato avrebbe voluto liberarsi di quei sordidi calzari, ma al contempo percepiva un’irresistibile tentazione, una voglia birichina e trasgressiva di indossarli, anche solo per un istante. Forze contrastanti lottarono a lungo nel suo animo scisso, finché il giornalista non giunse alla conclusione che fondamentalmente non c’era nulla di male nel provarle. In ogni caso non lo avrebbe saputo mai nessuno, se ne sarebbe disfatto subito.

Rimosse le scarpe intolleranti dalla scatola, si accovacciò, le infilò entrambe e le allacciò. Subito dopo, si alzò in piedi e stette per un po’ a guardarle dall’alto. Effettivamente presentavano una brutale somiglianza con il malvagio Adolf Hitler. Le fissò lungamente, sentendosi quasi ipnotizzato, da quelle scarpette nazionalsocialiste, mentre le forze oscure di poc’anzi cominciavano a solleticarlo in maniera insolente. Sembravano quasi volersi impossessare di lui. Pensieri torbidi cominciavano a punzecchiarlo. Vide il Führer parlare a masse oceaniche e osannanti, vide territori conquistati, campi di sterminio. Questi pensieri rendevano Lorenzo Tosa, oltre che inorridito, vagamente entusiasta, euforico, compiaciuto. In un attimo di lucidità, ancora ipnotizzato da quelle scarpe, un pensiero razionale fece capolino nella sua testolina. Scrollò il capo, come per svegliarsi:

– E’ meglio che le tolga immediatamente!

Distolse lo sguardo da quelle calzature totalitarie, si guardò allo specchio e cacciò un urlo di terrore: Tosa si trovava improvvisamente vestito di un’uniforme SS da Standartenführer, grigio ordesia, con tanto di pantaloni, cravatta nera su camicia bianca, mostreggiatura, cappello e foglia di quercia su entrambi i collari. Terrorizzato, si stropicciò gli occhi per poi mirarsi nuovamente. Non era un incubo, indossava ancora quella terribile divisa.

D’improvviso, qualcosa iniziò a mutare dentro di lui. Il tormento si fece più intenso: Tosa cadde a terra, cominciando a divincolarsi convulsamente e a urlare. Qualcosa di irresistibile, di torbido, sussurrava in lui, lo tentava. Sbatteva i pugni contro il pavimento:

– Basta, no, cazzo! Non fatelo! Non voglio!

Cadde infine esanime, dopo una lunga lotta estenuante. Aveva perso i sensi e rimase cinque minuti buoni al suolo, prono, con il viso incollato al parquet, mentre bava appiccicaticcia fuoriusciva dalla sua bocca. D’un tratto, riaprì gli occhi, si alzò in piedi e si riposizionò dinanzi allo specchio, ben eretto sulla schiena, con le braccia incollate al busto. Non si era mai sentito così bene, così a posto, così centrato su se stesso. Strabuzzò gli occhi, serrò le labbra, fece tre profondi respiri, raccolse tutta la sua rabbia e giunse il momento. Battè il tacco sinistro delle sue Puma Hitler contro il tacco destro e alzò il braccio destro con orgoglio e fierezza, proferendo a voce alta:

– Sieg Heil!

Si sentì sollevato, si sentì se stesso. Era lui. Proseguì, con rabbiosa enfasi:

– Sieg Heil! Sieg Heil! Sieg Heil! Sieg Heil! Sieg Heil!

Incollò ancora il braccio destro al busto. Si recò, con passo fiero da soldato, nuovamente verso il suo studio. Aveva comprato delle mimose da poter fotografare e postare sulla sua pagina Facebook. Ne prese sei steli e li dispose sul tavolo bianco, a formare una gloriosa svastica gialla. Afferrò lo smartphone con teutonica disciplina, cercò la migliore inquadratura in modo da conferire maestosità propagandistica a quel simbolo e lo fotografò. Caricò l’immagine sulla sua pagina Facebook e inserì come didascalia quanto segue:

Ich bin Standartenführer Lorenz Schert. Alles Gute zum Frauentag! Heil Hitler!

Salvò il post, l’avrebbe pubblicato il giorno dopo.

L’indomani, Festa delle Donne, i suoi fan avrebbero avuto una gradita sorpresa.

 

Coronavirus – Il Giorno del Contagio

Notte fonda. Il laboratorio segreto di Codogno, in provincia di Lodi, era ormai deserto. Un’intera parete era costituita da una matrice di televisori, su cui stavano trasmettendo, in contemporanea, video di Matteo Salvini presi direttamente dai suoi profili sulle reti sociali, mentre inveiva sui soliti temi contro i clandestini e contro l’Europa.

Dinanzi a quell’alveare di schermi, legata a un lettino, giaceva una cinese leggermente in sovrappeso, altrimenti detta curvy, com’era consuetudine riferirsi a tale tipo di donna leggermente tarchiata nel gergo politicamente corretto. Questa presentava degli elettrodi connessi al cranio, mentre, ormai silente e stremata da quella maratona televisiva interminabile, guardava senza interruzione quei terribili video.

In quel momento, un gruppo di quattro individui, indossanti tute nere d’assalto e con il volto coperto da un passamontagna, si stava introducendo clandestinamente nell’edificio che ospitava il laboratorio, percorrendo furtivamente il corridoio per raggiungerlo. Uno di loro, strada facendo, coprì l’obiettivo della telecamera di video sorveglianza con un tappo, in modo da eludere i controlli.

I quattro raggiunsero finalmente la porta d’ingresso del laboratorio. Il capo del gruppo si affacciò al vetro: – Bingo! – esclamò. Appoggiò il badge contraffatto alla serratura elettronica alla sinistra della porta, facendola scattare, spinse e aprì. Entrarono nel settore.

Una volta dentro, l’organizzatore di quell’imboscata si liberò finalmente del passamontagna che ricopriva il suo volto, rivelandone la sua vera identità: era Mattia Santori, leader delle Sardine.

– Porca puttana! – proferì sdegnato. Nel mentre, il suo sguardo incrociò quello di un’altra donna cinese curvy, rinchiusa in una gabbia per sperimentazioni animali, la quale, alla presenza del giovane bolognese, cominciò a battere i pugni rabbiosamente contro il vetro, emettendo grugniti animaleschi e urla furiose.

Immediatamente, i quattro realizzarono che il laboratorio era pieno di donne cinesi curvy in gabbia, inferocite e regredite allo stato animale. Anche gli altri tre si liberarono del passamontagna: erano Laura Boldrini, già presidente della Camera dei deputati nella XVII legislatura, Massimo Gramellini, giornalista dal cuore impomatato de Il Corriere della Sera e Lorenzo Tosa, fondatore del blog Generazione Antigone, ex addetto stampa del Movimento Cinque Stelle in Liguria. I tre cominciarono a girare tra le gabbie, scattando numerose fotografie con i loro smartphone, da poter pubblicare immediatamente sui loro profili nelle reti sociali. Le cinesi imprigionate, intanto, saltavano rabbiosamente a destra e a manca, seguitando nel farfugliare suoni incomprensibili e animaleschi, con le iridi completamente rosse e iniettate di sangue.

I quattro proseguirono il loro giro all’interno del laboratorio, finché non raggiunsero la donna cinese curvy distesa sul lettino, mentre i video del leader della Lega seguitavano ad essere trasmessi ininterrottamente. Laura Boldrini si avvicinò con aria straziata. La donna era devastata da quella lunghissima visione:

– Oddio… – proferì la deputata di LeU, con voce rotta.

– Cerca di restare calma, se vuoi farle uscire da qui! – rispose severamente Mattia Santori.

Il leader delle Sardine continuò a scattare fotografie con il suo smartphone, in modo da poter documentare il tutto. Massimo Gramellini, da lontano, senza distogliere lo sguardo, concentrato sulla serratura delle gabbie, gli fece, caustico:

– Spero almeno che Oliviero Toscani ti abbia insegnato a fare delle fotografie decenti!

Santori fulminò il giornalista del Corriere con lo sguardo.

– Ehm… scherzavo… – rispose imbarazzato Gramellini, il quale arrossì, ritornando sui suoi passi. – Queste gabbie, comunque, posso aprirle senza problemi!

– E allora comincia! – ordinò Mattia Santori, visibilmente piccato.

In quel momento, i quattro buonisti si accorsero di non essere soli in quell’immenso laboratorio. Il medico di turno quella notte, bicchiere di caffè alla mano, se ne stava in fondo allo stanzone con aria terrorizzata, mentre osservava i quattro radical chic armeggiare e cercare di manomettere le gabbie che imprigionavano le donne. Quando i quattro progressisti si accorsero di quella presenza indesiderata, il medico lasciò cadere al suolo il suo bicchiere di caffè e corse immediatamente verso il telefono in fondo all’open space, inseguito da Lorenzo Tosa e Massimo Gramellini. Il medico sollevò rapidamente la cornetta:

– Sicurezza, c’è un intrusione! Venite al settore…

Non fece in tempo a terminare la frase, che Lorenzo Tosa lo aveva raggiunto. Gli strappò la cornetta di mano e con l’altra chiuse immediatamente la telefonata. Le donne cinesi curvy continuavano a rumoreggiare nelle gabbie. Tosa prese con decisione per il bavero del camice il medico e lo trascinò lontano dal telefono. Una volta distanti, il medico, affannato e preoccupato proferì:

– Io so chi siete! So cosa pensate di fare!

– Se non vuoi guai – ordinò Mattia Santori – tieni la bocca chiusa e non muovere neanche un muscolo! – Iniziò ad avvicinarsi a una delle gabbie in cui era rinchiusa una donna cinese.

Il medico rispose angosciato:

– Quelle donne cinesi curvy sono anche lesbiche! Io vi capisco, sono d’accordo con voi! Stiamo mancando di rispetto al contempo alle donne, agli extracomunitari, alla comunità LGBT e alle persone sovrappeso! Ma purtroppo quelle donne…

– Sei un maschilista e un potenziale stupratore! – fece la Boldrini indignata.

– Deputata Boldrini, se magari mi lascia finire il discorso…dicevo che quelle donne… – Il medico non poté terminare la sua spiegazione, quando fu nuovamente interrotto da Lorenzo Tosa:

– Quelle povere donne. Lei non ha idea. Dell’inaudita sofferenza. Che hanno dovuto provare. Per raggiungere il nostro Paese. Tramite quelle barche malconce. Lei non sa. Cosa voglia dire. Lasciare la propria Africa. Raggiungere Lampedusa. Rimanere per chissà quanto tempo. In quei dannati centri. Di accoglienza. In quei lager. Lei non ha cuore. Fascista!

– Ehm…a dire il vero, sono cinesi… – replicò il medico, con aria perplessa – Mi permetta di dubitare fortemente in merito alle sue convinzioni sulla loro provenienza geografica…

– Silenzio! – fece Massimo Gramellini. – Si rende conto del dolore che causerà ai loro figli?

– Ehm…veramente, come facevo presente prima, dottor Gramellini, le donne in questione sarebbero lesbiche, non hanno mai, e dico mai, avuto rapporti sessuali con nessun uomo. Dicevo che quelle donne sono…

– Silenzio! – fece Mattia Santori – Le chiedo scusa, dottore, ma ero l’unico che non l’aveva ancora zittito, ed era giusto riaffermare la mia leadership in questo contesto. In realtà, in qualità di fondatore delle Sardine, non ho alcuna argomentazione da contrapporre, ma siccome noi siamo per l’integrazione, per la democrazia e per la libertà di espressione, qualsiasi cosa questo significhi, ho deciso di lasciarla parlare. Diceva dunque, quelle donne?

– Quelle donne sono infette! Sono altamente contagiose, le stiamo monitorando!

– Infette da cosa? – replicò duro Lorenzo Tosa.

– Dobbiamo prima capire per poterle curare, altrimenti…

– Sono infette da cosa? – proferì nuovamente Lorenzo Tosa, scandendo ogni parola con severità.

Il medico guardò negli occhi Lorenzo Tosa, con aria preoccupata, fece un lungo respiro e finalmente rispose, con un’unica, singola parola, che risuonò funesta nell’enorme stanza sotterranea e si abbatté come una scure sui presenti:

Coronavirus.

A Lorenzo Tosa, per un breve istante che parve eterno, gli si gelò il sangue. Abbassò gli occhi, come se, per un attimo, la diagnosi del medico avesse fatto una lieve breccia nel suo guscio narcisistico. Ciò nonostante, Tosa non si lasciò sopraffare da quel pensiero e si riprese immediatamente. Non poteva permettersi di mettere da parte quel personaggio ipocrita che si era creato con lo scopo di avere quasi centonovantamila sostenitori su Facebook. Con rabbia, esclamò:

– Ma che cazzo sta dicendo questo? Non abbiamo tempo per le cazzate! Santori, Gramellini, Boldrini, aprite le gabbie!

– Prima le signore, stronzo maschilista! – replicò isterica Laura Boldrini.

– No, no, no, non fatelo! – supplicò il medico. Tosa gli si scagliò nuovamente contro, afferrandolo per il bavero del camice e sbattendolo contro la parete:

– Senti bastardo pervertito! Noi ora portiamo via le vittime che hai torturato!

La Boldrini, nel frattempo, osservava amorevolmente una delle gabbie che teneva prigioniera la donna cinese:

– Vi faremo uscire di qui…

Il medico, braccato da Lorenzo Tosa, continuò a supplicare i quattro buonisti:

– Quelle donne sono contagiose! L’infezione ha intaccato il sangue e la saliva! Basta un morso e…

Il medico non poté terminare. Gramellini aveva già rotto il lucchetto di una delle gabbie con un’enorme tenaglia. Laura Boldrini abbassò la porta di vetro della gabbia, per consentire alla donna cinese lesbica curvy di uscire.

– Ferma! Ferma! – urlò il medico, mentre Lorenzo Tosa continuava a placcarlo, per evitare che intervenisse.

La donna cinese lesbica curvy non si fece attendere. Percorse la lunga gabbia galoppando sulle braccia e sulle gambe, ringhiando, con espressione indemoniata e le fauci spalancate. Il volto della Boldrini, dapprima sorridente e compiaciuto per quell’atto così prepotentemente femminista, si tramutò quasi istantaneamente in una maschera di terrore. Non ebbe il tempo di urlare, che la donna cinese saltò fuori con un balzo disumano dalla sua prigione, scagliandosi addosso all’ex presidente della Camera, la quale finì rovinosamente a terra. La donna infetta morse il collo della deputata di LeU strappandole di netto un pezzo di carne viva. Quest’ultima, schifata e terrorizzata, cominciò a urlare:

– Aiuto! Toglietemela di dosso! Uomini, salvatemi!

Gramellini intervenne subito, benché dentro di sé si sentisse leggermente usato dalla collega scrittrice, giornalista senza patentino, opinionista e qualunquista con passione, colpendo con la tenaglia in pieno cranio la cinese, che stramazzò al suolo.

Laura Boldrini, stordita, ebbe improvvisamente un conato, si girò su se stessa e vomitò un fiotto di sangue sul pavimento. In quell’istante, cominciò ad avvertire un fortissimo dolore alla pancia, cominciando a grugnire mentre gli occhi le si coloravano di rosso. Gramellini, in piedi dinanzi a lei, la guardava con aria preoccupata, finché la Boldrini, girandosi nuovamente in posizione supina sul pavimento, non divaricò improvvisamente le gambe e con un gorgoglio animalesco emise dalla fica un geyser di sangue, ettolitri di endometrio sfaldato che ricoprirono rovinosamente il povero giornalista del Corriere.

– Cristo di un Dio! Che schifo, porca troia! Aiutatemi, cazzo! Mamma! Mamma! – urlò Gramellini piagnucolando inorridito, stordito da quella fetida cascata cremisi che lo ricopriva dalla testa ai piedi. Gramellini cominciò a dibattersi convulsamente all’interno del laboratorio, urlando e scalpitando terrorizzato, finché il contagio non colpì anche lui. I suoi occhi si fecero vermiglione, e, perduto l’uso della ragione, cominciò a emettere versi animaleschi e saltare dappertutto come una scimmia, finché non si accorse della presenza di Lorenzo Tosa. Lo puntò, ringhiando e soffiando dal naso. Tosa, terrorizzato, cominciò a scappar via, gridando, ma invano. In breve, Gramellini gli fu addosso, saltandogli sopra, facendolo stramazzare rovinosamente al suolo e bloccandolo sul pavimento. L’ormai ex giornalista del Corriere si liberò dei pantaloni e delle mutandine, poggiò i gomiti sul petto di Lorenzo Tosa, ruotò di un angolo piatto finché non fu in grado di piantare la sua fica all’altezza della bocca del fondatore di Generazione Antigone, il quale implorò rabbiosamente:

– No, ti prego, no! Vaffanculo, pezzo di merda di un buonista del cazzo! Non farl…

Non fece in tempo a finire la frase che Gramellini gli scaricò in bocca un geyser di mestruo infetto, mentre Tosa sbatteva convulsamente i palmi delle mani e i talloni sul pavimento, gorgogliando pietà con quell’ultimo barlume di dignità che gli era rimasto.

Appena Gramellini ebbe terminato, il corpo di Tosa rimase per pochi secondi esanime, con la bocca piena di sangue. Il laboratorio era ormai impregnato di un terrificante odore di fica ed endometrio. Memorie olfattive di due vagine. Di colpo, Tosa si girò, vomitò svariati fiotti di sangue sul pavimento, si voltò nuovamente di scatto, si passò l’avambraccio sulla bocca, per ripulirsela dopo quel pasto crudo e si alzò in piedi, ringhiando, assieme alla Boldrini e a Gramellini. I tre, ormai morti viventi, avevano puntato Mattia Santori e il medico, gli unici due esenti dal contagio; ancora per poco.

– Bravo, testa di cazzo! Tu e i tuoi cazzo di capelli ricci unti con il cerchietto e quella barbetta da tredicenne segaiolo. Hai visto cosa avete combinato, tu e i tuoi tre amichetti radical chic di ‘sta fava? – rimproverò il medico, ormai rassegnato. I tre zombie ringhiavano minacciosamente, in attesa di godersi il lauto pasto.

Mattia Santori cominciò a piagnucolare, con forte accento emiliano: – Socc’mel! Ma cosa ne potevo sapere io? Questo è peggio di un film horror!

– No, coglionazzo narcisista. Questa è proprio la realtà. Te lo dico io cosa accadrà adesso. Ascoltami attentamente: ora questo cosiddetto “Coronavirus” si spargerà in tutta la Lombardia, lo zoccolo duro della Lega, e il governo Conte tenterà delle misure per contrastarlo, totalmente fallimentari. Si verrà a creare un’isteria collettiva. La gente svaligerà farmacie e supermercati per procurarsi amuchina, mascherine, pasta, carne e, soprattutto, tonno in scatola. Le aziende si fermeranno. Chiuderanno università, scuole, chiese, enti pubblici e privati. Secondo te cosa farà Matteo Salvini, grandissima testa di cazzo di un ragazzino? Non si metterà a fare sciacallaggio su questa cosa? Certo che lo farà! Incolperà innanzitutto i cinesi, per poi passare genericamente agli extracomunitari, gettando tutto in un bel calderone ricco di argomentazioni solide che parlino alla pancia del paese e, udite udite, stravincerà alle prossime elezioni. E di voi, cosiddette “Sardine” – fece sarcasticamente il gesto delle virgolette – non si sentirà mai più parlare. Di voi ragazzetti fannulloni non resterà che il vago ricordo di una scoreggia in uno stadio deserto.

– Porca puttana! – piagnucolò il leader delle sardine, mentre guardava i tre zombie ringhianti e pronti a divorarlo – ma chi me l’ha fatto fare? Cosa possiamo fare dottore? La supplico, lei indossa un camice, avrà una cura senz’altro. La prego, mi dica che ha una cura!

– Cerca di morire con dignità, coglione… – fece solenne il medico, il quale, dopo aver emesso un lungo sospiro, guardava fiero all’orizzonte, consapevole della fine ormai incombente.

I tre zombie si decisero: emisero un urlo terrificante e si lanciarono contro Santori e il medico. Mattia urlava disperatamente, al contrario del medico, che mostrava la fierezza, la convinzione e la solidità di un martire. Banchettarono a lungo con i corpi dei due, finché non rimasero che ossa spolpate.

I tre zombie fuggirono dal laboratorio. La profezia del medico era in procinto di avverarsi.

Dankrad

Però usare il termine “ritardate” al giorno d’oggi vi mette sullo stesso livello di queste false femministe. Ritardato è chi soffre di ritardo mentale opportunamente diagnosticato!

Erano circa le dieci di sera. L’admin era seduto nel suo ufficio, con il monitor del computer acceso sulla pagina Facebook che amministrava anonimamente, sulla quale, in alto a sinistra, faceva capolino la grigia foto profilo di un Franco Battiato in espressione riflessiva e malinconica. Lesse il commento politicamente corretto al suo post, a nome di una certa Lorenza Toso. Fece un sospiro, scosse la testa affranto e si pizzicò il mento.

Alzò la cornetta e digitò tre cifre sul suo telefono. All’altro capo, sentì sollevare la cornetta, ma non ricevette alcuna risposta. La persona che aveva risposto alla chiamata rimase in attesa di direttive.

– Vieni de qua, nel mio ufficio. – Proferì l’admin, con il suo buffo accento latino americano.

Chiuse la conversazione e adagiò la schiena sulla poltrona, facendo un lungo respiro, mettendo le mani giunte e fissando lo sguardo nel vuoto, con fare riflessivo, restando in attesa. Passarono cinque minuti, finché non sentì bussare alla porta del suo studio.

– Vieni pure dentro, Dankrad.

La guardia svizzera Dankrad fece il suo ingresso, con il suo abito a bande blu e gialle, il basco, il colletto e i guanti bianchi, si avvicinò all’admin e gli si genuflesse davanti. L’amministratore della pagina, in tunica bianca, gli porse la mano in modo che potesse baciargli l’anello piscatorio. Dankrad eseguì il rituale, solennemente.

– Eccomi qui, Santo Padre.

Grassie per essere venutto. Te ho fato chiamare perché ho ricevuto un altro commento politicamente coretto ai miei post su una de le pagine anonime che aministro su Facebook. Che figura ce facio con i miei follower?

– Mi faccia vedere, Santità.

Dankrad avvicinò lo sguardo, chiuse gli occhi a fessura e rilesse il commento di Lorenza Toso.

– Diamo un’occhiata al suo profilo, Beatissimo Padre.

Papa Francesco avvicinò il cursore del mouse al commento incriminato e cliccò sul nome dell’autrice per accedere al suo profilo Facebook. Dankrad gli sedette accanto. Spulciarono ogni dettaglio del suo account, imprudentemente pubblico, con precisione certosina. Nella sezione In Breve, vi erano le emoticon di una corona, un gattino e un cuore rosso con sotto una scritta, interamente in maiuscolo: SONO PAZZA. Le foto profilo, le immagini di copertina e le foto in evidenza ritraevano la giovane donna in costume, di spalle, seduta in riva al mare, oppure stesa sul suo letto mentre abbracciava il suo cane. C’erano anche alcuni autoscatti che la donna era solita realizzare ponendosi dinanzi allo specchio con le labbra protese. Dankrad e il Papa diedero un’occhiata alla sua bacheca, mantenendo una solenne imperturbabilità: quella pagina era un profluvio di post ipocriti antifascisti, antinazisti, femministi, partigiani, costituzionalisti, animalisti, gay-friendly e tutto quanto facesse parte dell’universo politically correct e radical chic.

– A quanto pare, ha segnalatto una de le mie pagine anche. Sono riuscito ad accorgermene grassie a quel software che el suo colega me ha instalatto qualche giorno fa. – asserì il Santo Padre, con pacatezza. Poi aggiunse: – Ho scoperto anche un’altra cossa: no se chiama davero Lorenza Toso. Ha cambiato el nome in onore de un “giornalista” de cui è fan sfegatata -.  Il Santo Padre, nel privato assai caustico, accompagnò la parola giornalista con il gesto delle virgolette, sollevando entrambe le mani e muovendo due volte dall’alto al basso i rispettivi indici e medi.

– Santo Padre, Lei è un drago. Sarebbe stato un ottimo informatico. – rispose Dankrad con affetto. Provava un amore sincero e filiale per il suo Papa. Bergoglio gli sorrise autenticamente e gli diede un buffetto sulla guancia. Le sue guardie svizzere erano come dei figli per lui.

– Dankrad, – riprese il Vicario di Cristo, afferrando il suo smartphone e aprendo l’applicazione di Spotify – lo vedi questo? A mesanotte precissa, io infilerà le cuffie nelle mie orecchie e dovrette fare tutto en cinque minutti y dodici secondi.

– Ho compreso, Santo Padre. – rispose la guardia svizzera.

Dankrad si genuflesse e baciò nuovamente l’anello piscatorio del Pontefice. Si rialzò, si mise sull’attenti, si voltò di scatto e uscì dall’ufficio.

Mancava un minuto alla mezzanotte. Papa Bergoglio si trovava nel suo ufficio, seduto in poltrona, con gli auricolari inseriti nelle orecchie e l’applicazione di Spotify pronta alla riproduzione. Dankrad si trovava davanti alla porta d’ingresso di Lorenza Toso, accompagnato da altre cinque guardie svizzere

A mezzanotte in punto, in perfetta sincronia, il Pontefice pigiò il tasto di riproduzione sull’applicazione, nello stesso istante in cui Dankrad suonò il campanello della porta d’ingresso di Lorenza Toso. Le campane iniziarono a suonare a morto nelle orecchie del Santo Padre e in breve, ad esse si sovrappose il suono delle chitarre distorte dei fratelli Young. Il Papa si adagiò ancor più comodamente per godersi la sua Hells Bells.

Nel frattempo, Lorenza Toso aprì la porta, in canottiera e pantaloncini e si trovò dinanzi a sé le sei guardie svizzere che la fissavano con serietà imperturbabile. Lorenza Toso strabuzzò i suoi grandi occhi verdi e sobbalzò.

– De…desiderano?

Dankrad appoggiò il palmo della mano sulla porta, in modo da aprirla del tutto, facendo scansare la giovane donna ed entrò silenziosamente nel soggiorno-cucina, con passo solenne, assieme ai suoi cinque colleghi. Fu l’unico ad avvicinarsi al tablet che poggiava sul tavolo, mentre Lorenza Toso lo guardava a bocca aperta e con un’espressione di sincera preoccupazione. Dankrad prese il tablet e diede un’occhiata severa al suo contenuto. Lorenza Toso aveva appena commentato un post di Lorenzo Tosa sul monologo di Benigni a Sanremo 2020. Il commento recitava:

Benigni è stato immenso come sempre, originale nella scelta del contenuto, e direi coraggioso, poiché ha smontato le forzate interpretazioni ecclesiastiche che da sempre hanno oscurato il Cantico dei cantici. Non è stato ripetitivo, ha solo esaltato la verità che è stata nascosta per secoli cercando di coinvolgere lo spettatore nello stupore della sostanza manifesta. Dei minuti di cultura e di meraviglia che hanno arricchito il Festival. Forse non si è compresa la natura intrinseca del suo monologo.

Dankrad scosse il capo in segno di disapprovazione. Successivamente, sollevò lo sguardo dal tablet. Guardò serissimo i colleghi alle spalle di Lorenza Toso e dopo due secondi annuì impercettibilmente: era il segnale.

Uno dei suoi colleghi, con fulminea velocità, afferrò vigorosamente il volto della giovane donna con la mano destra, mentre con il braccio sinistro le strinse il petto con forza cingendo con la mano la sua spalla destra. Prima di procedere, le sussurrò un’ultima frase nell’orecchio, con tono grave:

– Dio non esiste, stronza!

Il collega ruotò entrambe le braccia con tutte le sue forze, spezzandole il collo e uccidendola all’istante.

Gli altri quattro colleghi estrassero immediatamente un sacco nero, all’interno del quale adagiarono rapidamente il cadavere. Dankrad ebbe cura di spegnere il tablet e di infilarlo nel sacco assieme alla trapassata.

Completate tutte le operazioni, le sei guardie svizzere uscirono. Fu Dankrad a spegnere le luci e a chiudere la porta dell’abitazione.

In quell’istante, erano passati esattamente cinque minuti e dodici secondi. Il Santo Padre ripose gli auricolari e proprio in quel momento squillò il telefono del suo ufficio. Il Papa alzò la cornetta e la avvicinò all’orecchio.

– Fatto – disse Dankrad, all’altro capo. Il Santo Padre chiuse la telefonata.

Fu Dankrad stesso a concludere le operazioni.

A notte fonda, scese con il sacco nero sulle spalle nelle Sacre Grotte Vaticane e si avvicinò al sepolcro bianco su cui era incisa la scritta PIVS PP XII. La guardia svizzera estrasse un telecomando dalla tasca e, dopo aver pigiato sull’unico pulsante, il coperchio della tomba cominciò a sollevarsi lentamente, cigolando, occultando il quadro della Vergine Maria con il Bambino Gesù dipinta sulla parete. Dankrad si avvicinò e affacciò il suo viso all’interno della tomba, dentro la quale giaceva un altro sacco nero.

– Ciao amore mio, come stai? – proferì Dankrad con voce rotta, guardando quel vecchio sacco nero impolverato – Sono l’unico che pensa a te. E lo sai perché? Perché io so benissimo cosa voglia dire sentirsi soli. E tu, che sei qui dagli anni ottanta, lo sai meglio di me. Ma per fortuna ci pensa Dankrad a te, amore mio. Lo sai che ti voglio bene, vero? Da oggi, avrai una nuova amica a farti compagnia. Sei contenta, amore mio?

Dankrad, con entrambe le mani, sollevò il sacco da dietro le sue spalle e lo rovesciò all’interno della tomba, lasciandolo cadere rumorosamente. Si spolverò le mani sul completo a bande gialle e blu, estrasse nuovamente il telecomando dalla tasca, pigiò sull’unico pulsante e osservò il coperchio della tomba che cominciava a scendere lentamente, cigolando, mentre lacrime salate solcavano il suo viso.

Con un colpo secco e deciso che riecheggiò all’interno delle grotte vaticane, la tomba si richiuse definitivamente.

Dankrad spense le luci, risalì in superficie, uscì dalla Basilica di San Pietro da una porta che conosceva solo lui e si avviò verso casa.

Solo. Come lo era sempre stato.