Ancora sulla Mosca al Culo

Voglio riproporre alla vostra attenzione questo post, scritto circa tre mesi fa, all’interno del quale muovo una critica nei confronti della nostra classe giornalistica, in taluni casi schiava del proprio narcisismo e dei propri deliri di onnipotenza che, se non tenuti adeguatamente a bada, rischiano di convertire il giornalismo da mera narrazione dei fatti a piazzismo e propaganda. Nello specifico, all’interno del post cito un blogger che, in un suo profilo social, si definiva con orgoglio “giornalista senza patentino”.

Bene. Volete sapere cosa è accaduto? Il blogger in questione ha di recente cancellato quella dicitura dalla biografia del suo profilo. Ora, non so se la sua scelta sia dovuta a questo mio post e lo dubito alquanto, visto che il personaggio in questione ha un sito e una pagina ben più voluminosa in termini di utenti e visitatori, rispetto a questa autentica stronzata che ho messo su (credetemi, lo penso davvero). In ogni caso, non vi nascondo che se davvero questo mio articolo è stato in grado di sortire questo effetto, la cosa mi stupisce in positivo. Evidentemente, il blogger in questione dimostra di saper fare autocritica e questo lo rende una persona vagamente migliore, rispetto a vari pucciosi e cucciolosi personaggi, novelli chierici progressisti e sacerdoti del politicamente corretto, permalosi all’inverosimile, che popolano gli squallidi social, frequentati naturalmente anche dal sottoscritto, senza meno non esente da difetti e da momenti di mediocrità e, se vogliamo, anche permalosità.

In ogni caso, è molto più probabile che stia solo sognando, ma non preoccupatevi: a breve si torna a scrivere pessime poesie.

Bacioni.

Il Monopolio Satirico di Crozza

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È da un po’ che si è insinuato in me un dubbio, che dà origine alla seguente domanda: sono l’unico ad averne un po’ le palle piene di Maurizio Crozza?

Intendiamoci, non lo ritengo malvagio come comico, a suo modo alcune sue gag e imitazioni sanno essere esilaranti. Quello che però è divenuto vagamente insopportabile del comico ligure è la sua costante e ossessiva presenza in televisione, accompagnata da una sorta di ansia da prestazione, che lo porta il più delle volte a una caccia immediata, spasmodica e compulsiva all’imitazione dell’emergente personaggio di turno del mondo della politica, del giornalismo, dello spettacolo, un’angoscia che non sempre lo conduce a risultati egregi. Insomma, una sorta di gara ad arrivare prima degli altri, come se negli ultimi tempi, poi, ci fosse davvero qualche concorrente serio ad ostacolarlo.

Pensateci per un attimo: in molti lo osannano, diversi politici lo trovano simpatico, i grandi giornali ne esaltano la vis comica, pubblicando spesso spezzoni video dei suoi sketch nelle edizioni online. Proprio in merito a questo, pertanto, quello che mi chiedo è se costui si possa per davvero considerare un autore satirico. Se è così ben voluto dal potere, la sensazione è che Crozza tenda sempre più a tramutarsi in un guitto di regime, tutto sommato una comoda arma, non graffiante, per un potere politico e mediatico che fa sempre più la vittima ed è ancora convinto di stare all’opposizione. Ho la percezione che gli attacchi più feroci di Crozza siano rivolti in realtà soprattutto alla vera opposizione (si veda imitazione di Feltri), che altro non fa che che esprimere un’opinione differente dall’attuale morale comune, sostenuta dai novelli chierici progressisti, sacerdoti del politically correct che sono arrivati al punto di farmi rimpiangere il Cardinal Bagnasco della CEI. A questo proposito, mi vien da sorridere quando penso che se prima il sesso era vietato dalla morale cattolica, frutto di una cattiva interpretazione votata al sacrificio del pensiero cristiano, adesso sono le sacerdotesse del #metoo e suoi derivati a proibirlo, insinuando la paura di commettere e subire molestia in ogni dove. Chissà perché, ma in un modo o nell’altro, la società riesce sempre a essere sessuofobica, anche se in forme diverse, a seconda dell’epoca.

Insomma, per tornare al discorso di partenza, davvero possiamo mettere sullo stesso piano Maurizio Crozza con Daniele Luttazzi, Corrado Guzzanti, Paolo Rossi? O sono forse i tempi a esser cambiati e sembra strano invocare una satira che attacchi il potere attuale, estremamente suscettibile, infido, permaloso e convinto di essere dalla parte “giusta”?

Il Lato Oscuro di Andrea Scanzi – Parte 1

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Aveva appena terminato la diretta Facebook, nel suo studio, la parete alle sue spalle tappezzata delle foto in bianco e nero dei suoi idoli musicali, tra i quali spiccavano Knopfler, Bowie, Gaetano. In mezzo ai suoi musicisti preferiti, faceva capolino il logo de Il Fatto Quotidiano.

Scanzi aveva utilizzato la solita scaletta: introduzione con un brano di suo gradimento, preceduto, come spesso accadeva in quelle circostanze, da un velato riferimento al fatto di aver consumato un rapporto sessuale con la sua compagna. A ciò, aveva fatto seguito la consueta degustazione di vino, per poi partire con i soliti attacchi nei confronti di Matteo Salvini e Matteo Renzi. Oltre a questo, il giornalista aveva avuto modo di utilizzare la diretta per sfogarsi con i suoi fan, ribadendo con veemenza di essere alto un metro e ottantotto centimetri, dato che, secondo il parere di alcuni, “in televisione sembrava più basso”.

Andrea chiuse il suo Apple e spense la telecamera. Era molto stanco e affaticato, lo percepiva concretamente. Su consiglio del suo analista, ormai dichiarava apertamente parte delle sue fragilità anche nel corso delle sue dirette. Era a conoscenza, anche se non del tutto, del fatto di essere un narcisista patologico e insicuro, ma questa consapevolezza non era sufficiente, e neppure la sua strategica autoironia reggeva più, né poteva costituire in qualche modo un balsamo per le sue antiche ferite d’infanzia. Quel manto di perfezione era diventato un fardello, un peso, così come quel milione e mezzo di follower, verso i quali era tenuto quasi per obbligo a ostentare una sicumera che in realtà non gli apparteneva. Per lui, il consenso era ormai divenuto peggio dell’eroina, una droga della quale non poteva più fare a meno: era divenuto dipendente dai suoi fan. A volte immaginava con terrore che cosa sarebbe accaduto se avesse perso il fondamento della sua autostima di cartapesta, chissà se avrebbe retto un giorno, il duro colpo dell’abbandono, qualora fosse avvenuto. Fondamentalmente, quel suo ego ipertrofico e quell’iperattività erano correlate da un desiderio di rivalsa e dal terrore di invecchiare. Aveva ormai quarantasei anni. Lo spauracchio dei cinquanta non era così lontano e, quando qualcosa, nel suo inconscio pieno di buchi neri, ogni tanto glielo ricordava, scacciava con rapidità quel pensiero. Aveva paura, terrore, di vedersi vecchio, stanco, dimenticato e, peggio ancora, negli ultimi tempi era terrorizzato dalla paura di morire. Quel giorno si sentiva di cristallo, sarebbe bastato un piccolo stimolo a frantumarlo in mille pezzi e a scatenargli una crisi di pianto.

Si alzò e uscì dal suo studio, affranto, cupo, pesante. In quel momento, il suo cellulare squillò. Aveva scelto come suoneria “Another Brick in The Wall”.

– Dovrò decidermi a cambiare questa suoneria di merda prima o poi, detesto questi cazzi di Pink Floyd! – pensò tra sé e sé. Diede un’occhiata allo schermo, era Matteo Salvini. Rispose.

– Senatore buonasera, come sta? – fece Scanzi caustico, scacciando via temporaneamente le nebbie mortifere che lo fagocitavano e ricomponendosi, parlando con tono strafottente e ostentando la consueta sicumera.

– Carissimo Andrea! – rispose Salvini – Ho appena visto la tua diretta su Facebook e, come al solito, non me le hai mandate a dire neppure questa volta, vero? Eh! Eh! Eh!

– Caro Matteo, non occorre che ti ricordi tutte le volte l’accordo che abbiamo fatto, dato che ne sei ampiamente a conoscenza. Io mi auguro sempre, con il cuore te lo dico, credimi, che tu non la prenda mai e poi mai sul personale. Purtroppo non abbiamo altra possibilità che recitare questa parte, dato che siamo entrambi preoccupati di mantenere il supporto e il consenso dei nostri reciproci sostenitori.

– Senza dubbio, Andrea, senza dubbio! Ti pare che me la sia presa? Non dare ascolto alle voci di corridoio o, peggio, alle chiacchiere di Giorgetti, che mi dipingono come permaloso e vendicativo. Puoi attaccarmi come e quanto ti pare. E’ anche grazie a te che riesco a mantenermi sopra il 25% dei voti, questo almeno secondo gli ultimi sondaggi. Lo sappiamo entrambi, amico mio: ogni eroe ha bisogno della sua nemesi, è così che funziona il mondo della politica e le sue narrazioni. E mi sembra di capire che, negli ultimi tempi, anche il giornalismo si sia adeguato a questo andazzo.

– Matteo, sei un vero amico e ti invito a fare altrettanto con me. Se occorre, attaccami, dammi addosso. Ok? Per me è fondamentale restare sopra il milione e mezzo di follower! Ne va della mia reputazione e di quella del giornale per cui lavoro. A proposito, prima che me ne dimentichi: sabato sera, tu e Francesca siete miei ospiti a cena, va bene? Tra l’altro, ieri mi ha chiamato Denis, avrò modo di raccontarti con calma quello che ci siamo detti. Ti faccio la solita raccomandazione: sabato, quando arrivi qui, cerca di entrare dal cancello posteriore del condominio, ok? Qui è un attimo che ci becca qualche giornalista e il gioco finisce. Un giornalista vero, voglio dire.

– Molto volentieri, Andrea caro. Ho ritrovato un vecchio vinile che sicuramente ti piacerà. Te lo porto e mi darai la tua opinione, va bene?

– Benone, amico mio! Sono proprio curioso di sapere di che si tratta! A presto!

– Ciao Andre! Un abbraccio!

Scanzi chiuse la telefonata ed emise un sospirone, sollevato. Gli tornò il solito nodo in gola e quella sensazione di cupa depressione fece nuovamente capolino e riprese a fargli compagnia. Entrò nella stretta cucina del suo trilocale, accese la luce e aprì la dispensa, dalla quale estrasse un sacchetto di plastica contenente della polvere bianca. Prese un cucchiaio da minestra, ne raccolse una montagnetta e la depositò successivamente su un tagliere per salumi. A quel punto, tirò fuori dal portafogli la sua carta di credito, con la quale divise la montagnetta in un certo numero di righe, e una banconota da cinquanta euro. Arrotolò la banconota, la inserì nella narice destra, tappandosi la sinistra con l’indice , si chinò lungo il tavolo, e a quel punto, fece un tiro energico. Non appena la coca entrò nel naso, ebbe uno scatto fulmineo all’indietro, sniffò ripetutamente per quattro volte e si portò subito la mano sull’occhio destro, presso cui avvertiva, come di consueto quando si faceva, una fitta intensa.

– Cristo, che botta! – fece Scanzi.

Si sentì meglio, la sensazione di vuoto che provava poc’anzi si dileguò vagamente, per far posto alla consueta spenta euforia. Non gli dava più lo stesso effetto delle prime volte. Ormai si faceva solo per sentirsi in uno stato d’animo leggermente normale.

Intanto, dalla camera da letto, la voce della sua compagna lo richiamava:

– Amore? Vieni a letto? E’ tardi.

(Continua…)

La Mosca al Culo

Negli anni delle superiori, ho avuto il privilegio di avere come docente di Storia e Filosofia un uomo di estrema cultura e profondità, laico, razionalista, un neo-illuminista, come amava definirsi, senza pregiudizi di alcun tipo anche nei confronti di chi aveva idee diverse dalle sue, il quale era anche un affermato giornalista di un noto quotidiano locale.

Ricordo che, ai tempi, organizzò per noi studenti delle ultime classi del nostro istituto un corso di giornalismo pomeridiano, nel quale ci trasmise alcuni dei principi basilari della redazione di un articolo, con un metodo derivante dai suoi studi filosofici.

Il corso verteva sia sulla forma, basata su periodi brevi di una, massimo due proposizioni, concisi, che sulla sostanza. In merito a quest’ultimo punto, la sua linea era chiara, benché espressa mediante le armi della benevolenza, dell’ironia, dell’umorismo e dello sberleffo: il giornalismo non poteva e non doveva mai e poi mai confondersi con il piazzismo e con la propaganda. Occorreva porre sempre estrema cura alla sostanza. Tutto ciò che andava oltre era da lui definita come “schiuma”. Nel raccontare un fatto, il suo punto di vista era lapalissiano: occorreva sempre effettuare un attento controllo sia sulle cose che si raccontavano che su se stessi.

Questo docente ci ha lasciati purtroppo tre anni fa. Un suo collega, rimpiangendolo, in una trasmissione televisiva locale, racconta che, un giorno, avendo espresso il suo livore in un articolo per un fatto disdicevole accaduto in una scuola superiore, fu da lui bonariamente redarguito con la seguente espressione: ti è andata la mosca al culo.

Il collega prosegue ricordando un altro concetto fondamentale espresso dal professore: i deliri di onnipotenza di chi ha in mano una penna e, al giorno d’oggi, una tastiera, possono fare grossi danni. L’autocontrollo non è una censura che si applica su se stessi, ma un segno di attenzione e rispetto verso chi legge.

Oltre che noi stessi, sappiamo bene chi dovrebbe fare tesoro di questo insegnamento: chi inebriandosi di vino e vantandosi delle proprie prestazioni sessuali definisce “caproni” gli elettori di una parte politica avversa alla sua, chi con orgoglio proclama di essere “giornalista senza patentino”, chi si preoccupa più del consenso che dei fatti nudi e crudi, dando vita ai cosiddetti articoli o post “invecchiati male”.

Ho riletto più volte questo post, prima di pubblicarlo, per evitare che mi sia andata la mosca al culo, scrivendolo. Può darsi di sì, non è facile, lo so anch’io.