Sic Transit Gloria Mundi

Sono davvero orgogliosa dei nostri giornalisti, che svolgono il loro mestiere in maniera esemplare, riportando le notizie con grande obiettività e rigore. Per questa ragione, nello specifico mi ha lasciato particolarmente perplesso questo titolo, che ha come incipit “Grillo e l’accusa di stupro”. Sicuramente il quotidiano in questione ha agito in buona fede, vedo molto difficile che una categoria seria, professionale e soprattutto autonoma e indipendente rispetto alla politica come quella dei giornalisti, commetta l’errore di riferirsi semplicemente al cognome con lo scopo di far suonare il titolo come un’accusa di stupro diretta a Beppe Grillo e non al figlio Ciro. I giornalisti sono fondamentalmente delle brave persone, dei coniglietti puccettini e coccolosi fatti di puro amore, per cui si tratterà senz’altro di una svista.

D’altronde, anche se fosse, anche se il figlio dell’istrione ligure fosse innocente, quest’ultimo è comunque finito, condannato dalla giustizia sommaria dell’opinione pubblica pecorona, che noleggia e fa propria l’offerta di opinioni di volta in volta presentata dai media, la quale si infiammerà quel tanto che basta per fare definitivamente fuori il megafono del Movimento Cinque Stelle e poi rivolgere la propria ondata di rabbia repressa, cagionata da matrimoni falliti e solitudini esistenziali, contro l’ennesimo cane maltrattato, contro la battuta sessista del vip di turno e contro il razzismo di chi non ha cambiato il proprio cognome da Bianchi a Neri.

È molto probabile che il povero Beppe non abbia più alcuna utilità nel crudele e cinico mondo della politica. Ripenso agli anni d’oro di Berlusconi, a come il Cavaliere l’abbia fatta sempre franca grazie alla prescrizione di buona parte dei processi in cui era coinvolto e poi, nel momento in cui la Merkel e Sarkozy hanno realizzato la sua inadeguatezza alla guida di un paese stremato da uno dei debiti più ciccioni d’Europa, i cui rendimenti sui titoli di stato decennali stavano schizzando a guisa d’un “camsciotto”, guarda caso gli è arrivata una condanna in via definitiva che lo ha costretto a cambiare i pannoloni di qualche vegliardo a Cesano Boscone per qualche mese.

A che conclusione voglio dunque giungere, con questa mia inutilissima riflessione, tra le tante che faccio per elemosinare la vostra attenzione e sentirmi meno sola? Forse c’è qualcosa di più grande di noi, un sistema complesso, intricato, kafkiano, qualcosa che si muove sul sottile confine tra l’umano e il divino, qualcosa che ben comprende le debolezze e le miserie di noi tutti e ci manovra, contro cui nulla è possibile. Neppure il più carismatico e motivato dei leader, animato da titanismo romantico, può qualcosa contro tutto ciò.

Detto ciò, fate una bella cosa: non schieratevi mai, smettetela di lottare per sentirvi parte di qualcosa perseguendo obiettivi in affitto. Continuate a fare la vostra vita, fatta di piccole cose, andate a fare la spesa, date una pulita alla vostra auto, alla vostra casa, e, soprattutto, scopate e masturbatevi con dedizione. Credetemi, è il massimo a cui potete ambire e, tutto sommato, non è neppure tanto male, no?

Sic transit gloria mundi, porca troia.

Andrea Scanzi e il Vaccino

La vicenda del vaccino di Scanzi ci insegna che è sufficiente sedersi in riva al fiume e attendere il passaggio del corpo esanime del nemico. Non che ritenga il giornalista aretino un mio nemico, intendiamoci, provo per lui la pena acuta che si prova nei confronti di un cinquantenne patetico come ce ne sono tanti al giorno d’oggi. Oggettivamente, Andrea ha pestato un merdone di notevoli dimensioni e d’altro canto, se ti esponi con milioni di persone con la tua pagina ridicola in cui commenti la politica in maniera del tutto soggettiva, ergendoti a sommelier della domenica e a critico musicale de noantri, se percepisci quell’ebbrezza che ti fa sentire venerato come un Cristo in terra, appena pisci fuori dal vaso te la fanno pagare cara e quel delirio di onnipotenza non può che tramutarsi in una morte cupa dell’anima, nonostante i goffi tentativi di giustificarsi e di autoproclamarsi cittadino responsabile per esseri reso immune.

Mi rendo conto che il nostro Andrea si sia vaccinato probabilmente perché rientra in una categoria fragile, quella dei narcisisti insicuri, ma persino il collega Peter Gomez lo sta scaricando. Del resto, quest’ultimo ha fatto un’osservazione giusta e di buon senso: il grosso danno dei social e di quest’epoca è proprio che, nel nome della trasparenza, tutti parlano e danno aria alla bocca, condividendo cazzi e fiche con la massa per poi piangere miseria quando la massa stessa, volubile per natura, spara loro merda addosso. Questa vicenda mi ricorda quella di Federica Pellegrini, la quale non troppo tempo fa ebbe modo di documentare su Instagram il modo in cui aveva affrontato il Covid, inizialmente sostenuta dai suoi seguaci per poi essere letteralmente massacrata nel momento in cui, non ricordo se ancora positiva o appena guarita, è andata a far visita alla madre non più giovane, rischiando di trasmetterle il virus e di farle seriamente del male.

Sul serio, mi rivolgo a tutti, come se qualcuno segua davvero questa porcheria di blog che ho messo su. Nel nome della trasparenza siamo diventati letteralmente invisibili, completamente uniformati in questo terzo millennio banale e stritolato da una dittatura del manierismo che ha letteralmente rotto i cosiddetti. Impariamo invece nuovamente un’antica virtù: quella del silenzio, quando opportuno, e del riserbo. Tenete i vostri cazzi e le vostre fiche a debita distanza dagli sconosciuti, per una questione di dignità personale, valore scomparso al giorno d’oggi, e di rispetto verso voi stessi. Vi garantisco che più terrete quella fogna chiusa, prima smetterete di pubblicare il vostro squallore su queste piattaforme che hanno lo scopo principale di mandarvi pubblicità mirata, più apparirete al contrario interessanti agli occhi degli altri.

Siate rivoluzionari per davvero, non nel conformismo dell’anticonformismo: tacete e imparate a tenervi i cazzi vostri per voi. Perché fondamentalmente, è proprio per il fatto di esservi sputtanati così tanto che non scopate da anni.

Chissà, magari con quest’ultima affermazione sono riuscita a convincervi (come no…).

Inchiostro Marrone

La nostra mancanza di memoria ha un impatto non da poco sulla totale assenza di vergogna e di dignità dei nostri giornalisti. Il quarto potere, che dovrebbe per definizione pungolare i nostri governanti, al contrario si tramuta istantaneamente in megafono accondiscendente e scendiletto adulante dei potenti, soprattutto se in procinto di insediarsi o appena insediatisi. È imbarazzante il servilismo con cui Mario Draghi, senza meno al momento rispettabile signore e persona capace, è stato comunque accolto dalla stampa. Tutto questo mi rimanda al 2011, lo spread schizzava a guisa d’un eiaculazione sopraggiunta dopo mesi d’astinenza e giungeva a Palazzo Chigi il professor Mario Monti, dopo anni di Berlusconismo, di mancata rivoluzione liberale, di leggi ad personam, di nipoti di Mubarak e di puttanelle minorenni a caccia di soldi e di notorietà che ormai tenevano l’ex Cavaliere, fuor di metafora, letteralmente per le palle.

Ricordo bene quei giorni, curiosavo con il mio solito masochismo tra le varie testate online con lo scopo di irritarmi, avevo lasciato la facoltà di teologia da circa un paio d’anni, Silvio era in procinto di essere sbattuto temporaneamente nel dimenticatoio, intanto che del docente Bocconiano ne veniva esaltata la sobrietà. Sobrietà, era questo il termine con cui i primi giorni di governo gran parte dei giornali ci aveva asfissiato con il gas tossico della retorica servile. Sobrietà, mi si perdoni l’intollerabile anafora, con il suo capello tra il candido e il cinereo, con i suoi austeri occhiali e con il suo incedere felpato e imperturbabile, il tutto unito al cappottino di gran classe. Il professorone della Bocconi è in realtà, e mi ripeto, perdonatemi, un altro chiaro esempio di come la politica e il potere creino molta più assuefazione e dipendenza dell’eroina. Dopo averne assaggiato una piccola dose, il nostro sobrio docente non ha resistito al dolce sapore di quel ghiotto cioccolatino dal retrogusto amaro e, al termine della legislatura, ha commesso l’errore più madornale della sua vita: candidarsi alla Presidenza del Consiglio, fondando un ridicolo partito, con il solito progetto fallimentare e inutile di presentare una destra dalla faccia pulita, ottenendo come unico risultato di cadere rapidamente nel dimenticatoio pur entrando in parlamento, dando il colpo di grazia al già ammaccato Gianfranco Fini, uccidendolo una volta per tutte politicamente, con l’alleato Pierferdinando Casini entrato in Senato per il rotto della cuffia. Gran bella fine del cazzo, professor Monti, non ti si incula più nessuno e ci ricordiamo di te solamente per l’IMU sulla prima casa, per le lacrime ipocrite della Fornero e per gli esodati, un capolavoro di idiozia che probabilmente si sarebbe risparmiato persino Gasparri. È questo il ricordo intangibile che hai lasciato ai più, tu e la tua sobrietà osannata dalle nostre penne smidollate.

Vedremo di che pasta sarà fatto Super Mario, se al termine del suo mandato riuscirà a non farsi contaminare dal dolce veleno della gloria terrena e avrà il fegato di farsi da parte e di mortificare la sua volontà, magari ottenendo in premio una meritata Presidenza della Repubblica, o se si farà accecare dalle sirene del successo, vento di passaggio che, presto o tardi, si placherà come qualsiasi festosa salva di peti, anche dopo un abbondante pranzo a base di legumi, cipolle e prugne.

Sediamoci e ammiriamo il grande spettacolo, cari sudditi e care sudditesse, la birra la porto io.

Canale Anale

Questa è bellissima. Qualche tempo fa, su Amazon, compare un libro, un saggio, un agile volume dal titolo inequivocabile: “Perché Salvini merita fiducia, rispetto e ammirazione.”Un titolo talmente accattivante per orde di leghisti, che in breve il libro scala le classifiche. A molti non sembra vero: un saggio, all’apparenza serissimo, di un noto politologo internazionale, il grande Alex Green, che finalmente attribuisce al “capitano” i meriti che giornaloni e intellettuali italiani brutti e cattivi non gli hanno mai voluto riconoscere.Solo che, quando il libro arriva a casa, non appena lo aprono, si ritrovano davanti 110 pagine interamente bianche: un quaderno per gli appunti, insomma. D’altronde l’autore era stato onesto nella descrizione: “Questo libro” aveva scritto, “è pieno di pagine vuote. Nonostante anni di ricerche, non abbiamo potuto trovare niente da dire su questo argomento.”Solo che richiedeva uno sforzo troppo grande per il leghista semplice: leggere.Genio assoluto.

Lorenzo Tosa aveva appena concluso il suo ultimo post, con la consueta retorica stucchevole, ma tanto efficace nel catturare consensi e fare proseliti sulla base d’un sentimentalismo spicciolo e d’un’opposizione cieca e manichea nei confronti di Matteo Salvini. Si era ormai fatta sera e aveva pertanto programmato la pubblicazione del post alle ore diciassette del giorno successivo, cercando di sfruttare il traffico d’utenti, normalmente intenso a quell’ora, con lo scopo di ottenere maggiori reazioni e consensi. A dire il vero, si sentiva anche piuttosto stanco e non aveva voglia di passare tempo ulteriore su Facebook, oltre che di rispondere ai vari oppositori che normalmente pullulavano sulla bacheca della sua pagina e ne mettevano in evidenza le sue contraddizioni. A questo proposito, gli tornò alla mente lo scambio avuto con una donna di bella presenza che, nel giorno del suo compleanno, gli aveva fatto presente in un commento che portava malissimo i suoi anni. – Puttana! – disse fuori dai denti Tosa, ripensando a quella fanciulla verso cui, pur facendo finta di nulla, fondamentalmente provava un intenso desiderio sessuale, per quanto sapeva benissimo che non sarebbe mai stata sua, considerando quanto fosse distante dalle sue idee politiche. Tosa, nella vita reale, pensava cose che non avrebbe mai scritto in uno dei suoi post caramellosi. Era in realtà profondamente misantropo, per quanto egli stesso fosse inconsapevole di ciò. Da tipo estroverso qual era, in senso junghiano, non era uso a scrutare i moti del suo inconscio. Tosa era definibile come un individuo costituito da puro intelletto. Tutto quanto apparteneva alla sua interiorità e al suo corpo, era per lui trascurabile e privo di utilità.

– Sono molto stanco. Quest’oggi è stata una giornata difficile. Una giornata molto difficile. Penso che mi recherò in soggiorno. Sì. A rilassarmi. Con qualche video. Su Youtube. – Tosa si era imposto di pensare esattamente nello stesso modo perentorio in cui scriveva, evitando il più possibile l’utilizzo delle subordinate, in modo da autoconferirsi una ferrea disciplina e rendere il più naturale ed efficace possibile lo stile dei suoi scritti.

Entrò in soggiorno, si adagiò sul divano e accese la smart TV, collegandosi immediatamente a Youtube. Non sapeva esattamente cosa guardare, probabilmente si sarebbe sparato un bel live dei Toto, fino a quando non avrebbe preso sonno. Rimase per un po’ a fissare lo schermo del suo moderno televisore, dubbioso sul da farsi, finché nella home page di Youtube, tra i video consigliati, la sua attenzione non cadde sull’anteprima di un curioso filmato realizzato da un certo Canale Anale. L’immagine in anteprima era inconfondibile: in primo piano, vi erano una serie di rughette, ben delineate, le quali convergevano verso un foro angusto e scuro, dal quale trapelava un’inquietante peluria vagamente sudaticcia.

– È il primissimo piano. Di un ano. Un buco. Di culo. – pensò Tosa, osservando quell’immagine con un’aria tra il perplesso e il guardingo, scandendo i pensieri e, al solito, evitando come la peste le subordinate.

Incuriosito e leggermente divertito, Lorenzo cedette alla curiosità e decise di avviare quel video, alquanto inusuale per una piattaforma che faceva della censura ai contenuti volgari uno dei suoi capisaldi.

Il video iniziò a riprodursi, aveva una durata di un’ora. Tosa attivò la modalità schermo intero e si distese comodamente sul divano. Quell’ano lo fissava silente, bruno come la pece, mentre i minuti trascorrevano e nulla accadeva. Tosa pensò che si trattasse di uno scherzo di pessimo gusto e decise che era giunto il momento di interromperlo per passare ad altri contenuti, quando all’improvvisò, dallo schermo s’udì una voce che lo fece trasalire:

– Tu, avviscinati

Tosa sobbalzò. – Cristo. Santo! – proferì angosciato.

– Non imprechi, per cortesia, è alquanto disdiscevole! – Quel parlare strascicato e paternalista gli rimembrò improvvisamente un timbro vocale noto, familiare.

– Con chi ho il piacere? Di parlare? – scandì Tosa in maniera perentoria, benché la voce gli tremasse vagamente a causa dell’inquietudine.

– Sono l’ano del Presidente del Consiglio dei Ministri.

– Presidente! Conte! – Tosa era straziato dall’emozione, non riusciva a credere di essere in contatto con il suo politico preferito.

Disciamo che lei è un po’ duro di comprendonio, caro Tosa. Le ho detto che sono l’ano del presidente del consiglio, non il presidente del consiglio!

– Ma lei ha la stessa identica voce del suo legittimo proprietario!

– Forse perché non fa molta differenza tra quello che esce dalla sua bocca e quello che esce da qui! – rispose l’orifizio della quarta carica dello stato, caustico. A quell’affermazione sarcastica, fece seguito una risata divertita.

– Non dica così. Considero il suo proprietario il più grande politico che il nostro paese abbia mai avuto. Uno statista. Un gigante tra i nani. L’unico in grado di tirarci fuori da questa tragedia. Questa pandemia. Che tante vittime a mietuto. Finora.

– Tosa, cortesemente, tutta questa punteggiatura mi sta fascendo venire il mal di testa, dovrebbe, se mi consente, utilizzare maggiormente le subordinate. A questo proposito, disciamo che ho avuto modo di dare una sbirsciata alla sua pagina Facebook. Vedo che la seguono in tanti, taluni con molto affetto, altri invesce proprio non la tollerano. Devo dire che di recente i suoi contenuti sono particolarmente lusinghieri nei miei riguardi, per quanto tempo fa Ella mi aveva additato come un burattino nelle mani di Di Maio e Salvini. Come aveva definito in un suo post Guy Verhofstadt, che mi definì in tal guisa durante un dibattito al Parlamento Europeo? “Gigantesco”, giusto?

– Presidente, non faccia così, mi spiace che se la sia presa. Mi rincresce. Ma in quei tempi, quei tempi bui, lei era alleato con un politico. Tra i più pericolosi. Della storia della nostra repubblica. Salvini. Matteo Salvini.

– Guardi Tosa, posso capire che quell’alleanza alquanto insolita abbia generato delle ambiguità sulla mia persona, ma le posso garantire che quel post, sinsceramente, mi ha stupito. Lei offende se fa così!

– Mi dispiace. Presidente, mi permetta di dirle che…

– Guardi, la interrompo subito. Non occorre che si scusi. Sappia che, accedendo a questo canale Youtube, ha avuto in realtà la possibilità di farsi perdonare. Le posso solo dire, con molta chiarezza, che in questo momento stiamo fascendo la storia.

Tosa ebbe la pelle d’oca nell’udire quelle parole. Non avrebbe mai creduto che una parte del presidente del consiglio in persona, seppur tra le più turpi, avrebbe potuto proferire quello slogan efficace nei suoi riguardi. Spalancò gli occhi e uno stupido sorriso gli si stampò in volto. Altri moti inconsci fecero capolino nel suo animo, ma anche in quella circostanza, decise di ignorarli, per automatismo nevrotico.

– Cosa posso fare, Presidente?

– Tosa, guardi, le posso solo dire che anche in questo caso, non agirò con il favore delle tenebre. Questo ano la sta guardando dritto in faccia. La invito pertanto ad avviscinarsi allo schermo.

Tosa eseguì, senza farsi troppe domande. Si sollevò dal divano, si stiracchiò e, a quel punto, fece qualche passo verso lo schermo della sua smart tv.

– Ancora più viscino… – proferì il buco del culo dell’avvocato del popolo.

Tosa poggiò entrambe le mani sui fianchi e si piegò di novanta gradi, avvicinando il suo volto a pochi centimetri dallo schermo. E fu a quel punto che avvenne l’impensabile: le chiappe del primo ministro italiano emersero crudamente dallo schermo. Erano autentiche, tangibili e palpabili, due autentiche focacce di carne che circondavano inesorabilmente quell’orifizio loquace dal piglio istituzionale.

– Può lambirle, dottor Tosa. Guardi, disciamo che le si sta palesando dinanzi una grande occasione.

Tosa deglutì. Era lacerato da stati d’animo contrastanti: da un lato si sentiva preda d’un intenso desiderio di stampo masochistico, dall’altro provava un vago disgusto per quell’ano peloso dal quale trapelava un leggero odore di cloaca. Si sentiva al contempo vivo e morto, a guisa d’un servile gatto di Schrödinger. Fissò ancora a lungo il buchino del professore, prima di prendere una decisione.

– Non sia timido Tosa, lei ha l’opportunità, finalmente, di passare dalle parole ai fatti! – insistette persuasivo l’ano di Giuseppi.

Fu quella la frase che convinse una volta per tutte Tosa, il quale inspirò profondamente e fece quello che andava fatto: estrasse la sua sapiente linguetta e, con fare certosino, iniziò a leccare quel foro minuto in tutte le sue parti anatomiche visibili. Poggiò entrambe le braccia, aggrappandosi tenacemente con le mani, su quelle terga prorompenti, che al contempo, a seguito dei colpi inflitti dal giornalista, iniziarono a vibrare. Tosa mise da parte ogni perplessità, era ormai totalmente coinvolto in quel pasto e, completamente in balia della sua eccitazione, afferrò con maggiore intensità le chiappone catodiche del presidente del consiglio, mentre seguitava a sguinzagliare freneticamente la sua lingua su quell’ano impertinente. D’un tratto, avvinghiato a quei glutei alla stregua d’un koala, affondò finalmente con vigore la sua lingua penetrandolo, mentre mani, braccia e volto affondavano sempre di più in quel gigantesco deretano. Tosa era ormai in balia del piacere, si sentiva del tutto posseduto da quel mostruoso culone, al punto che fu ormai troppo tardi, quando si rese conto di esserne ormai invischiato e di non essere più in grado di venirne fuori. La sua lingua era ormai totalmente risucchiata da quel buco nero, mentre braccia e gambe affondavano totalmente nelle carni del sederone di Conte, che aveva assunto una consistenza gelatinosa e appiccicaticcia.

– Bene, Tosa, adesso chi è comanda? Chi è il burattino? Rispondi, figlio di puttana! – fece con sadica soddisfazione il culacchione vischioso del presidente del consiglio.

– Mmm…’a pre’o…mi ‘ibe’i…non e’pi’o!!! – farfugliò Tosa, ormai non più in grado di proferire alcuna parola che fosse intellegibile.

– Caro Tosa, si prepari ora: sta per arrivare il gran finale, la ciliegina sulla torta.

– MMM…’o, ‘o, ‘o, ‘a ‘ego!!! – rispose convulsamente Tosa.

– E invece sì, caro Lorenzo, sta per arrivare quanto il mio proprietario aveva promesso tempo fa, subito dopo la chiusura degli esercizi commerciali: la potenza di fuoco.

Il fondoschiena iniziò a vibrare con maggiore intensità, al punto che le scosse si diffusero in tutto il soggiorno, provocando delle crepe nel soffitto. Tosa sapeva a cosa stava andando incontro e fu dunque quello il momento in cui vide istantaneamente la sua vita passargli davanti. Rivide suo padre, assente e preso dal lavoro, brusco e privo di attenzioni nei suoi riguardi, che tanto dolore gli aveva causato da bambino. Provò nuovamente le pene della trascuratezza e della mancanza di una figura maschile forte che si prendesse cura di lui. Rivide la sofferenza e il dolore di sua madre, la quale riversava su suo figlio tutta la frustrazione causata da un marito inesistente e, per certi versi, brutale, inondandolo di lamentele tossiche che gli avevano fatto un vero e proprio lavaggio del cervello, al limite dell’alienazione parentale, e lo avevano trasformato in un femminista sfegatato. In quell’istante, Tosa realizzò che le sue incapacità con le donne, dovute a una compiacenza atavica e inconcludente nei riguardi del gentil sesso, erano state causate proprio da sua madre, verso la quale provò improvvisamente un violento rancore. Realizzò, in quell’eterno istante, che il femminismo di facciata e progressista che utilizzava per i suo post allo zucchero, derivava originariamente dall’inganno che sua madre aveva perpetrato nei suoi riguardi, da un complesso di Edipo irrisolto, ragion per cui non aveva ancora perso la verginità alla veneranda età di trentasette anni. Ebbe il tempo di formulare un ultimo pensiero, un ultimo saluto alla donna che gli aveva donato la vita, prima di andare incontro al suo destino:

– Vai a farti fottere, vecchia puttana!

Fu in quel preciso istante che le vibrazioni e le scosse si interrupperò di colpo. L’ano del presidente del consiglio si schiuse a guisa d’un gelsomino a primavera e, dopo un microsecondo, un battito d’ali d’una farfalla, un istante quasi eterno, emise uno scoreggione rumoroso e devastante, che causò la caduta di alcuni calcinacci nel soggiorno, a cui fece seguito una violenta fiumana di diarrea che scaraventò Tosa contro la parete, mentre quei potentissimi getti di merda lo sommergevano fino a coprirlo totalmente, a renderlo completamente indistinguibile dalle feci, per quanto non si trattasse di una differenza particolarmente marcata. In tutto il soggiorno, la pioggia di merda rumoreggiava come una grandinata di milioni di rospi. Tosa gorgogliava frasi incomprensibili, mentre sbatteva ripetutamente i palmi delle mani e i talloni contro il muro, alla ricerca di un disperato appiglio per liberarsi da quella punizione umiliante, mentre quel geyser di materia fecale allo stato liquido lo teneva violentemente incollato alla parete, non lasciandogli scampo alcuno.

Quella doccia scura durò circa una mezz’ora, fino a quando l’ultimo fiotto colpì in pieno il volto di Tosa, il quale, finalmente, ricadde svenuto al suolo, completamente ricoperto di cacca fumante.

Fu quello il momento in cui quel video paradossale si concluse. Cinque secondi dopo, sarebbe andata in onda l’ennesima diretta del Presidente del Consiglio, nella quale avrebbe annunciato il contenuto dell’ennesimo, confuso DPCM a tutela della salute dei cittadini per la gestione della pandemia da Covid-19.

Nel frattempo, in casa Scanzi, il buon Andrea entrò in soggiorno, si adagiò sul divano e accese la smart TV, collegandosi immediatamente a Youtube. Non sapeva esattamente cosa guardare, probabilmente si sarebbe sparato un bel live dei Pink Floyd, fino a quando non avrebbe preso sonno. Rimase per un po’ a fissare lo schermo del suo moderno televisore, dubbioso sul da farsi, finché nella home page di Youtube, tra i video consigliati, la sua attenzione non cadde sull’anteprima di un curioso filmato realizzato da un certo Canale Anale.

Ancora sulla Mosca al Culo

Voglio riproporre alla vostra attenzione questo post, scritto circa tre mesi fa, all’interno del quale muovo una critica nei confronti della nostra classe giornalistica, in taluni casi schiava del proprio narcisismo e dei propri deliri di onnipotenza che, se non tenuti adeguatamente a bada, rischiano di convertire il giornalismo da mera narrazione dei fatti a piazzismo e propaganda. Nello specifico, all’interno del post cito un blogger che, in un suo profilo social, si definiva con orgoglio “giornalista senza patentino”.

Bene. Volete sapere cosa è accaduto? Il blogger in questione ha di recente cancellato quella dicitura dalla biografia del suo profilo. Ora, non so se la sua scelta sia dovuta a questo mio post e lo dubito alquanto, visto che il personaggio in questione ha un sito e una pagina ben più voluminosa in termini di utenti e visitatori, rispetto a questa autentica stronzata che ho messo su (credetemi, lo penso davvero). In ogni caso, non vi nascondo che se davvero questo mio articolo è stato in grado di sortire questo effetto, la cosa mi stupisce in positivo. Evidentemente, il blogger in questione dimostra di saper fare autocritica e questo lo rende una persona vagamente migliore, rispetto a vari pucciosi e cucciolosi personaggi, novelli chierici progressisti e sacerdoti del politicamente corretto, permalosi all’inverosimile, che popolano gli squallidi social, frequentati naturalmente anche dal sottoscritto, senza meno non esente da difetti e da momenti di mediocrità e, se vogliamo, anche permalosità.

In ogni caso, è molto più probabile che stia solo sognando, ma non preoccupatevi: a breve si torna a scrivere pessime poesie.

Bacioni.

Il Monopolio Satirico di Crozza

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È da un po’ che si è insinuato in me un dubbio, che dà origine alla seguente domanda: sono l’unico ad averne un po’ le palle piene di Maurizio Crozza?

Intendiamoci, non lo ritengo malvagio come comico, a suo modo alcune sue gag e imitazioni sanno essere esilaranti. Quello che però è divenuto vagamente insopportabile del comico ligure è la sua costante e ossessiva presenza in televisione, accompagnata da una sorta di ansia da prestazione, che lo porta il più delle volte a una caccia immediata, spasmodica e compulsiva all’imitazione dell’emergente personaggio di turno del mondo della politica, del giornalismo, dello spettacolo, un’angoscia che non sempre lo conduce a risultati egregi. Insomma, una sorta di gara ad arrivare prima degli altri, come se negli ultimi tempi, poi, ci fosse davvero qualche concorrente serio ad ostacolarlo.

Pensateci per un attimo: in molti lo osannano, diversi politici lo trovano simpatico, i grandi giornali ne esaltano la vis comica, pubblicando spesso spezzoni video dei suoi sketch nelle edizioni online. Proprio in merito a questo, pertanto, quello che mi chiedo è se costui si possa per davvero considerare un autore satirico. Se è così ben voluto dal potere, la sensazione è che Crozza tenda sempre più a tramutarsi in un guitto di regime, tutto sommato una comoda arma, non graffiante, per un potere politico e mediatico che fa sempre più la vittima ed è ancora convinto di stare all’opposizione. Ho la percezione che gli attacchi più feroci di Crozza siano rivolti in realtà soprattutto alla vera opposizione (si veda imitazione di Feltri), che altro non fa che che esprimere un’opinione differente dall’attuale morale comune, sostenuta dai novelli chierici progressisti, sacerdoti del politically correct che sono arrivati al punto di farmi rimpiangere il Cardinal Bagnasco della CEI. A questo proposito, mi vien da sorridere quando penso che se prima il sesso era vietato dalla morale cattolica, frutto di una cattiva interpretazione votata al sacrificio del pensiero cristiano, adesso sono le sacerdotesse del #metoo e suoi derivati a proibirlo, insinuando la paura di commettere e subire molestia in ogni dove. Chissà perché, ma in un modo o nell’altro, la società riesce sempre a essere sessuofobica, anche se in forme diverse, a seconda dell’epoca.

Insomma, per tornare al discorso di partenza, davvero possiamo mettere sullo stesso piano Maurizio Crozza con Daniele Luttazzi, Corrado Guzzanti, Paolo Rossi? O sono forse i tempi a esser cambiati e sembra strano invocare una satira che attacchi il potere attuale, estremamente suscettibile, infido, permaloso e convinto di essere dalla parte “giusta”?

Il Lato Oscuro di Andrea Scanzi – Parte 1

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Aveva appena terminato la diretta Facebook, nel suo studio, la parete alle sue spalle tappezzata delle foto in bianco e nero dei suoi idoli musicali, tra i quali spiccavano Knopfler, Bowie, Gaetano. In mezzo ai suoi musicisti preferiti, faceva capolino il logo de Il Fatto Quotidiano.

Scanzi aveva utilizzato la solita scaletta: introduzione con un brano di suo gradimento, preceduto, come spesso accadeva in quelle circostanze, da un velato riferimento al fatto di aver consumato un rapporto sessuale con la sua compagna. A ciò, aveva fatto seguito la consueta degustazione di vino, per poi partire con i soliti attacchi nei confronti di Matteo Salvini e Matteo Renzi. Oltre a questo, il giornalista aveva avuto modo di utilizzare la diretta per sfogarsi con i suoi fan, ribadendo con veemenza di essere alto un metro e ottantotto centimetri, dato che, secondo il parere di alcuni, “in televisione sembrava più basso”.

Andrea chiuse il suo Apple e spense la telecamera. Era molto stanco e affaticato, lo percepiva concretamente. Su consiglio del suo analista, ormai dichiarava apertamente parte delle sue fragilità anche nel corso delle sue dirette. Era a conoscenza, anche se non del tutto, del fatto di essere un narcisista patologico e insicuro, ma questa consapevolezza non era sufficiente, e neppure la sua strategica autoironia reggeva più, né poteva costituire in qualche modo un balsamo per le sue antiche ferite d’infanzia. Quel manto di perfezione era diventato un fardello, un peso, così come quel milione e mezzo di follower, verso i quali era tenuto quasi per obbligo a ostentare una sicumera che in realtà non gli apparteneva. Per lui, il consenso era ormai divenuto peggio dell’eroina, una droga della quale non poteva più fare a meno: era divenuto dipendente dai suoi fan. A volte immaginava con terrore che cosa sarebbe accaduto se avesse perso il fondamento della sua autostima di cartapesta, chissà se avrebbe retto un giorno, il duro colpo dell’abbandono, qualora fosse avvenuto. Fondamentalmente, quel suo ego ipertrofico e quell’iperattività erano correlate da un desiderio di rivalsa e dal terrore di invecchiare. Aveva ormai quarantasei anni. Lo spauracchio dei cinquanta non era così lontano e, quando qualcosa, nel suo inconscio pieno di buchi neri, ogni tanto glielo ricordava, scacciava con rapidità quel pensiero. Aveva paura, terrore, di vedersi vecchio, stanco, dimenticato e, peggio ancora, negli ultimi tempi era terrorizzato dalla paura di morire. Quel giorno si sentiva di cristallo, sarebbe bastato un piccolo stimolo a frantumarlo in mille pezzi e a scatenargli una crisi di pianto.

Si alzò e uscì dal suo studio, affranto, cupo, pesante. In quel momento, il suo cellulare squillò. Aveva scelto come suoneria “Another Brick in The Wall”.

– Dovrò decidermi a cambiare questa suoneria di merda prima o poi, detesto questi cazzi di Pink Floyd! – pensò tra sé e sé. Diede un’occhiata allo schermo, era Matteo Salvini. Rispose.

– Senatore buonasera, come sta? – fece Scanzi caustico, scacciando via temporaneamente le nebbie mortifere che lo fagocitavano e ricomponendosi, parlando con tono strafottente e ostentando la consueta sicumera.

– Carissimo Andrea! – rispose Salvini – Ho appena visto la tua diretta su Facebook e, come al solito, non me le hai mandate a dire neppure questa volta, vero? Eh! Eh! Eh!

– Caro Matteo, non occorre che ti ricordi tutte le volte l’accordo che abbiamo fatto, dato che ne sei ampiamente a conoscenza. Io mi auguro sempre, con il cuore te lo dico, credimi, che tu non la prenda mai e poi mai sul personale. Purtroppo non abbiamo altra possibilità che recitare questa parte, dato che siamo entrambi preoccupati di mantenere il supporto e il consenso dei nostri reciproci sostenitori.

– Senza dubbio, Andrea, senza dubbio! Ti pare che me la sia presa? Non dare ascolto alle voci di corridoio o, peggio, alle chiacchiere di Giorgetti, che mi dipingono come permaloso e vendicativo. Puoi attaccarmi come e quanto ti pare. E’ anche grazie a te che riesco a mantenermi sopra il 25% dei voti, questo almeno secondo gli ultimi sondaggi. Lo sappiamo entrambi, amico mio: ogni eroe ha bisogno della sua nemesi, è così che funziona il mondo della politica e le sue narrazioni. E mi sembra di capire che, negli ultimi tempi, anche il giornalismo si sia adeguato a questo andazzo.

– Matteo, sei un vero amico e ti invito a fare altrettanto con me. Se occorre, attaccami, dammi addosso. Ok? Per me è fondamentale restare sopra il milione e mezzo di follower! Ne va della mia reputazione e di quella del giornale per cui lavoro. A proposito, prima che me ne dimentichi: sabato sera, tu e Francesca siete miei ospiti a cena, va bene? Tra l’altro, ieri mi ha chiamato Denis, avrò modo di raccontarti con calma quello che ci siamo detti. Ti faccio la solita raccomandazione: sabato, quando arrivi qui, cerca di entrare dal cancello posteriore del condominio, ok? Qui è un attimo che ci becca qualche giornalista e il gioco finisce. Un giornalista vero, voglio dire.

– Molto volentieri, Andrea caro. Ho ritrovato un vecchio vinile che sicuramente ti piacerà. Te lo porto e mi darai la tua opinione, va bene?

– Benone, amico mio! Sono proprio curioso di sapere di che si tratta! A presto!

– Ciao Andre! Un abbraccio!

Scanzi chiuse la telefonata ed emise un sospirone, sollevato. Gli tornò il solito nodo in gola e quella sensazione di cupa depressione fece nuovamente capolino e riprese a fargli compagnia. Entrò nella stretta cucina del suo trilocale, accese la luce e aprì la dispensa, dalla quale estrasse un sacchetto di plastica contenente della polvere bianca. Prese un cucchiaio da minestra, ne raccolse una montagnetta e la depositò successivamente su un tagliere per salumi. A quel punto, tirò fuori dal portafogli la sua carta di credito, con la quale divise la montagnetta in un certo numero di righe, e una banconota da cinquanta euro. Arrotolò la banconota, la inserì nella narice destra, tappandosi la sinistra con l’indice , si chinò lungo il tavolo, e a quel punto, fece un tiro energico. Non appena la coca entrò nel naso, ebbe uno scatto fulmineo all’indietro, sniffò ripetutamente per quattro volte e si portò subito la mano sull’occhio destro, presso cui avvertiva, come di consueto quando si faceva, una fitta intensa.

– Cristo, che botta! – fece Scanzi.

Si sentì meglio, la sensazione di vuoto che provava poc’anzi si dileguò vagamente, per far posto alla consueta spenta euforia. Non gli dava più lo stesso effetto delle prime volte. Ormai si faceva solo per sentirsi in uno stato d’animo leggermente normale.

Intanto, dalla camera da letto, la voce della sua compagna lo richiamava:

– Amore? Vieni a letto? E’ tardi.

(Continua…)

La Mosca al Culo

Negli anni delle superiori, ho avuto il privilegio di avere come docente di Storia e Filosofia un uomo di estrema cultura e profondità, laico, razionalista, un neo-illuminista, come amava definirsi, senza pregiudizi di alcun tipo anche nei confronti di chi aveva idee diverse dalle sue, il quale era anche un affermato giornalista di un noto quotidiano locale.

Ricordo che, ai tempi, organizzò per noi studenti delle ultime classi del nostro istituto un corso di giornalismo pomeridiano, nel quale ci trasmise alcuni dei principi basilari della redazione di un articolo, con un metodo derivante dai suoi studi filosofici.

Il corso verteva sia sulla forma, basata su periodi brevi di una, massimo due proposizioni, concisi, che sulla sostanza. In merito a quest’ultimo punto, la sua linea era chiara, benché espressa mediante le armi della benevolenza, dell’ironia, dell’umorismo e dello sberleffo: il giornalismo non poteva e non doveva mai e poi mai confondersi con il piazzismo e con la propaganda. Occorreva porre sempre estrema cura alla sostanza. Tutto ciò che andava oltre era da lui definita come “schiuma”. Nel raccontare un fatto, il suo punto di vista era lapalissiano: occorreva sempre effettuare un attento controllo sia sulle cose che si raccontavano che su se stessi.

Questo docente ci ha lasciati purtroppo tre anni fa. Un suo collega, rimpiangendolo, in una trasmissione televisiva locale, racconta che, un giorno, avendo espresso il suo livore in un articolo per un fatto disdicevole accaduto in una scuola superiore, fu da lui bonariamente redarguito con la seguente espressione: ti è andata la mosca al culo.

Il collega prosegue ricordando un altro concetto fondamentale espresso dal professore: i deliri di onnipotenza di chi ha in mano una penna e, al giorno d’oggi, una tastiera, possono fare grossi danni. L’autocontrollo non è una censura che si applica su se stessi, ma un segno di attenzione e rispetto verso chi legge.

Oltre che noi stessi, sappiamo bene chi dovrebbe fare tesoro di questo insegnamento: chi inebriandosi di vino e vantandosi delle proprie prestazioni sessuali definisce “caproni” gli elettori di una parte politica avversa alla sua, chi con orgoglio proclama di essere “giornalista senza patentino”, chi si preoccupa più del consenso che dei fatti nudi e crudi, dando vita ai cosiddetti articoli o post “invecchiati male”.

Ho riletto più volte questo post, prima di pubblicarlo, per evitare che mi sia andata la mosca al culo, scrivendolo. Può darsi di sì, non è facile, lo so anch’io.