Ribolle frenesia

Ribolle frenesia di bestie in gabbia,
di mondi, d’universi immaginati,
perché noi non s’affondi nella sabbia;

teniam la schiena dritta, belli issati,
piangiamo via ogni lacrima di rabbia,
restiamo a questa vita ancor grappati.

Ché questo viaggio è soltanto all’inizio,
cannoneggiando, vi lascio un indizio.

Brezza

E navighiamo in questo mare aperto,
le onde ormai son complici fidate,
non ci aspettiamo alcun remare certo.

Le sponde già alle spalle son lasciate
e respiriamo il navigare esperto,
le stelle effondono luci velate.

E giunge sera col cuore in pienezza,
non punge fiera, il dolore è una brezza.

Risorgi

Di quel dolore sopito nel fondo
di quell’oceano, universo sì vasto,
forme si creano e un po’ perso l’imbasto,
per dar colore gradito al mio mondo.

Fiammate giungon repenti e nascondo
in un contegno posticcio, nefasto,
a volte indegno, un impiccio rimasto,
retate fendon fendenti, ed affondo.

Eppur s’emerge da tanto soffrire,
sopporta, osserva, comprendi, risorgi,
colpi di vento contrario in cammino.

Neppur più s’erge il suo manto, mio Sire
ch’intorta e snerva ed offende; ora scorgi
un turbamento, ordinario e divino.

Giocondo

Serena siedi col capo reclino,
defessa dal pavore tormentoso,
impresso sta il color perspicuo, acquoso,
negli occhi tuoi cerulei e m’avvicino.

In pena cedi al volere divino,
oppressa dal terrore assai morboso,
ossessa da dolor iniquo, ombroso,
di vecchi guai, d’aculei d’un crespino;

ma incendia in te l’ardor di vita piena,
ch’ancor ignori, velato di meto,
pur tuttavia ti pare cosa aliena.

E solitaria, m’irrompi nel mondo,
guardi e languori ch’effondi al me inquieto
e già rivivo, mi riempi, giocondo.

Onde

Nell’acque gelide e scure, disperso,
alte son l’onde minacciose e cupe;
vi tacqui intrepido e duro, qui immerso,
sagitte van da nebulosa rupe.

Nel mar di crimini fasti, sì avverso,
mi trascinaron quell’immonde lupe;
per re di vimini infausti ebbi perso,
ché derubaron le mie tonde drupe.

Allor ch’intanto ch’esanim demergo,
persici e amigdale mi porgon mani
le tue. Dall’occhi tuoi, respiri emani.

Di baci ammiro, lì piangon gioiosi,
qua giue più imbocco guai, Sire maestosi,
d’amor sì tanto, ma immane, riemergo.

Colpi di coda

L’adolescenza dà i suoi ultimi colpi di coda.

Un campanello interno suona ormai, quando ci comportiamo da adolescenti, sempre più severo, pronto a redarguirci, a ricordarci che non è più tempo, per certe cose.

La vita è severa, crudele e ci prende a sberle, anche.

Perché la vita è bellissima, quando è una vita completa, una vita di gioia e dolore, che si compenetrano poeticamente.

E a quel punto, si osservano le acque scure, in piedi sulla piattaforma, completamente nudi e ci si tuffa dentro, in quel bagno doloroso e angosciante, freddo, ci si lascia travolgere dalle onde oscure, smettendo di far girare gli ingranaggi del cervello alla ricerca di una soluzione che dia sollievo. Basta aspettare.

Sì, è sufficiente mettersi in attesa, mentre le acque agitate ci portano a fondo.

D’un tratto, il miracolo: si riemerge. E il dolore si trasforma, in gioia, in pace. Ciò che sembrava irreversibile, irrimediabile, buio, si illumina.

Il tempo si dilata, gli istanti diventano eterni.

Anche se abbiamo i giorni contati.

Il giro di boa verso l’età adulta procede, non è indolore, è una rinascita, che ovviamente porta le doglie di un parto difficile. Non è ammessa anestesia epidurale, né cesareo. Si esce dalla strettoia, si passa evangelicamente dalla porta stretta, sporchi di placenta, ancora, e ancora, e ancora.

La pelle si spacca, urliamo il dolore della muta, per poi, passato il pericolo, guardarci allo specchio, sempre più belli, sempre più veri, sempre più luminosi, sempre più in pace, sempre più centrati.

Sempre più noi.

Sempre più , sempre meno io.

Sempre meno.

Sempre.

Come se avessimo ancora cent’anni da vivere.

Come se fossimo immortali.

Anche se il tempo stringe.

Anche se abbiamo i giorni contati.