Fermo

Già strattonato da fulmini avversi,
qui ambulo, sull’or della vorago,
preambolo d’un cor che, giammai pago,
è avvelenato da uomini persi.

Eppur ne ho visti di cieli più tersi,
perspicui, non ne ho ricordo vago,
ma ambigua giunge a me una sorda imago,
oscura insiste su fieli sommersi.

Dunque m’arresto, sperando quïete,
pace deterga l’antichi veleni,
conduca salda prudenza e consiglio

e non traduca gaudenza in scompiglio.
Che luce emerga dai buchi, ripieni
d’acque, ben presto, spengendo la sete!

Ad Afelia

Desueto volgi ormai, travaglio noto,
d’intensa decade scorsa tra prelia,
consueto, sporgi e vai al vaglio: immoto;

su, pensa, o nomade, è persa camelia
ch’univa te a quel foco che s’estingue,
immenso neca. Di corsa ad afelia,

giammai renderan più il tuo ventre pingue,
il Fato vuol te! Fuor le malelingue!

Ai Sogni e alle Illusioni

Col guardo assente ed i pensieri sciolti,
solenne avviene già nuncupazione
ai sogni e all’illusioni, ormai dissolti;

sfrecciante il dardo dell’assolti imperi
proviene, da perenne occupazione,
visioni di bisogni non più veri.

Vesto le vesti del buon generale,
errante, nova è l’imago, e m’assale!

Tu Voli

Crassa caligine, densa ricorre,
cinerea lungo il labbro dello iato,
spesse fuliggini, intense zavorre
fulminee, giungi ebbro di peccato.

Fallaci colpe, a puerizia spettanti,
trascendi, giunto è il tempo che ciò avvenga,
mendaci volpi, tristizia imploranti,
soffrendo spunti, e inciampo non sovvenga.

Dall’agro qui in pianura ammiri i colli,
sui qual permangon, minuti e più soli,
Titani antichi, eroici ed immortali,

e, magro per l’abiura, aggiri folli
villani e ricchi, all’indice, banali,
di mal non tangon, canuti. Tu voli.

La Pioggia Cede

La pioggia cede, da grigia, giù, volta,
scrosci me cullan dell’acqua battente,
le verdi frasche danzano contente,
sì dolci e lasche, al viridario accolta.

La mente incede, dall’estra, giù, dentro,
spume me cingon nell’acqua stagnante,
azzurre rimembranze di rimpiante
quell’iridi ch’al cor fecero centro.

E’ sera, cogitante sul donarsi
permango immoto, di demerger muto
temendo, e intanto so che è quanto bramo.

Io non t’ignoro, amor, t’ho conosciuto
seppur esterri me, tu sei catarsi,
dolendo gioia, a cui ci abbandoniamo.

Dai Colli il Sole

Sì forte spinge l’acqua sulla diga,
stagnante, pregna, e scura, di risposte,
intanto segni median forze opposte,
la tela intingon vacua e tutto intriga.

Sì lenta crea le crepe sulla pietra,
paziente, degna, e pura, d’esser spressa,
già monda ‘gegni e cure dà a chi in essa
sé merge, idea gli scopi, e non arretra.

Del gaudio il Lume alfin farà ritorno,
il fuoco infiammerà quel sangue nostro,
liquor proromperà, salso e bruciante.

Dai colli il Sole infin verrà un bel giorno,
nel cielo splenderà, quel pingue mostro
dolor più non darà, mia dolce amante.

Virgilia

L’istante che recorre alla mia mente,
in dolci rimembranze il sen si stringe.
Sul lìtor sta, sui volti si dipinge
la gioia mesta di speranze spente.

Un compito ella svolse, m’è ora chiaro,
frattanto che le lagrime disciolgon
que’ nodi scuri in petto ch’ora dolgon
già men, la nave mia s’accinge al varo.

L’esercito guardingo gettò l’armi,
lasciando inceder l’ospite inconsueto,
sorella affine, guida necessaria,

fragosa taciturna, fresca l’aria
su noi spirò, cedendo il me desueto.
A lei son grato, or possa congedarmi!

Domenica

Domenica di tregua,
l’ispira quel novello verde intorno,
volatili sonanti all’albeggiare.
Le s’apron l’occhi, il sonno si dilegua,
pensieri d’ogne parte fan contorno,
dolori e gioie avverte levitare.
Con quel profondo mare,
che calmo, pieno, appare in apparenza,
di pesci e di coralli, vi si fonde,
tesori variopinti che nasconde
ai pescator con lenza.

Lor tentan di carpire,
violenti, quant’emerga da quell’acque
di chiaroscuri armonici e contrasti.
Lei siede e intanto nulla può scalfire
il novo Sé che da tormento nacque,
libratosi da quegli strazi vasti.
Un tempo assai nefasti
le furon, sendo ‘gnoti ad ella stessa,
d’altere volontà poiché diretta,
in forma d’un infìda trama intessa,
ch’ormai forte rigetta.

Giornata soleggiata,
distesi corpi e menti, guerra e pace
s’alternan già, rumor di sottofondo,
d’un’esistenza alfin non più evitata
che dona in premio a sol chi n’è capace,
di regger con distacco il crudo mondo,
con spirito giocondo.
Sapore di caffè sul suo palato,
l’amaro ormai gradevole sollazza,
un altro sorso dopo aver posato
le labbra sulla tazza.

Attendon sotterrati,
ancor quei pianti antichi non espressi
che spinse, per decoro, giù, rimossi,
che furon tant’a lungo rimandati,
per moniti censori ed indefessi,
ch’infine con fatica furon scossi,
dei qual non restan ch’ossi.
Il crepitar avverte sua vetusta
la pelle, crepe aperte, uno sfaldarsi,
vizzita e dura cade al suolo angusta,
ed ecco, rosea e soffice mostrarsi.

Autentica si spoglia,
v’è lei, totale sorta e rinnovata,
lucente, ma erudita sulle ombre,
paura più non ha della sua voglia
furente, per timor ch’avea cultata,
il capo e l’alma alfin si svelan sgombre,
d’angustie tant’ingombre.
Lo sente il desiderio genuino
per quella danza torbida e pulita,
d’amore puro immondo, eppur divino,
ch’a fondere le carni già l’invita.

O versi, oggi composti,
all’Anima parlate e offrite spazi,
ché già pagò salati l’alti dazi.
 

Un Re

Un Re padrone d’una folta corte
servivo ed ascoltavo ancor virgulto,
quel suo parlar mi dava gran manforte,
maestà della cui luce feci culto.

Un dì battaglia giunse ed il nemico
nell’arce entrò, con la sua acuta spada
in petto penetrò. Creduto amico,
giurai vendetta:”Ciò non più m’accada!”.

Al Re mi volsi e dimandai giustizia,
tremanti i polsi e lagrime di fuoco,
quel giorno l’ebbi persa la letizia,
e crebbi e terminò l’era del giuoco.

Il Re promise guerra e i suoi soldati
schierò ormai pronti, a risanar l’offesa,
ma giunti al campo furono fermati
dall’ordine del Re:”Lasciam l’impresa!”

Furioso chiesi al Re per qual ragione
avesse rinunziato a tant’onore,
il Re, silente, di quell’inazione
mi disse:”Scorda!”, privo di calore.

Trascorsi sono i lustri, ormai lontani,
al re non resta che un castello vuoto,
e sulla testa e sulle dure mani,
corone e anelli pesan, resta immoto.

Ed io, remoto, vecchio cortigiano,
apprendo ora ad amar le mie ferite,
quei segni restan lì, ma non invano
di dignità da tempo riacquisite.

E’ tempo di pensare al nuovo regno,
felice, mentre erigo il mio castello,
son libero, pagando un alto pegno,
ma indosso la corona ed il mantello.

Crepuscolo Sereno

Crepuscolo sereno,
quest’oggi le mie pene si dileguan
pensando con fiducia al nuovo corso.
Antidoto al veleno
son queste dolci gioie che sollevan
lo spirito d’un orso,
afflitto dal rimorso.
Fluisco verso gli ampi spazi ambìti,
lo sguardo al mio domani va, disteso
quest’oggi, rimarrete assai colpiti,
mi sento più compreso.

Perché non sono solo,
nel tempo ho combattuto, costruito
e molto ho ricevuto, col sorriso
di chi m’ha visto in volo,
da mille tradimenti anche colpito,
mirando sul mio viso
quel pianto spesso eliso.
E’ giunta l’ora attesa, che ricambi,
che veda dentro gli altri i miei peccati,
l’azioni mie, comportamenti strambi,
ignoti a me, ma innati.

Tradire necessario,
per non tradir me stesso e la chiamata
che strepita, m’avverte di seguirla,
che colma quel divario
di quella terra interna frammentata,
veder vita stordirla,
e l’alma mia scolpirla.
Quei cocci sparsi al suolo lentamente
unirsi, benché opposti, separati
da un fuoco, ch’è arginato stoicamente
da muri sollevati.

Che pace questa sera,
speranza mia, di stato che permanga,
momento eterno al posto a me assegnato,
un’esistenza intera
atteso, e non avvenga ch’io rivanga,
non l’abbia mai infangato,
è più che meritato.
Perché le mie fatiche e le mie lotte,
che quotidianamente solo affronto,
sovente, dalle lacrime prorotte,
non siano un mal che sconto.

Canzone mia, quest’oggi son felice,
a un infinito istante
di Vita brindo, quale degno amante!