Per Dove?

Per dove fare dunque adesso rotta,
ché siam in alto mar, nella tempesta,
e stanchi ancor non siam di questa lotta?

Il tempo ancor non giunge della festa,
far sì ch’il mare nero non c’inghiotta,
remare controvento ci s’appresta.

E presto il cielo ancor sarà sereno,
bramiamo un lungo sonno e si rinasca,
o noi di questa ciurma che, fuggiasca,
si suol di questa vita far il pieno.


Via

Di pianger, respirar, non lo nascondi,
d’elaborar il lutto degli addii,
momento non v’è e l’attenzione svii
da questa triste colpa sugli sfondi

di gente come voi, voi migrabondi,
delitti che comunque non espii;
chissà se mai pagar quei falsi pii
dovran, or che ti lanci in nuovi mondi.

E il viaggio è troppo lungo e non hai casa
e migri, senz’appigli e senza patria,
lasciandoti alle spalle le radici;

d’erbacce e parassiti adesso è invasa
di decade dimora: dunque espatria!
Che d’aria tu ti riempia le narici!

Ebbrezza

E non vi è più paura dell’ignoto,
d’aprire e oltrepassare quella porta,
e reggi il peso, o tu pieno di vuoto;

piuttosto hai da temer la vita morta,
fuggire chi vietarti d’ogni moto
del cuor vuol, anch’ergendosi a tua scorta.

E già si manifesta la bellezza
di vita e ti travolge la sua ebbrezza.

A Non Finir Travolti

E diamo dunque un senso a questa vita,
a non finir travolti dalle ondate
di merda; e nuova via venga esperita.

O quante decisioni già evitate,
o guardati da chi sempre t’addita
e muta in freddo inverno calda estate.

Respingi i tuoi nemici, perché invasa
da giudici implacabili codardi,
che spengon desideri per cui ardi,
è proprio, guarda caso, la tua casa.

Fantasma

Sussurra il suo fantasma, sibillino,
scenari apocalittici dipinge,
ed in aceto muta anche il buon vino;

e spenge il suo deseo, ch’oggi non spinge,
l’invita a restar fermo, zitto e chino,
di nero la sua tela bianca tinge.

Ma che non tema sciagure e abbia fede,
abbia fiducia e s’immerga nel fiume,
attenda che gli Dei gli porgan lume,
chi vive libero a sé giammai lede!

In Fuga

In fuga da un costante stillicidio,
di pietre perforate, goccia a goccia,
da ometti scialbi, ch’evitan dissidio.

Prosciugano ogni istante, ma una doccia
gelata, infervorato, è fratricidio!
Inetti: è l’alba, un nuovo fiore sboccia!

E lascia ch’il timor non ti pervada,
fa sì ch’alcuna colpa non ti freni,
se già a ragione alcuna non pervieni,
è tosto giunto il tempo che tu vada!

Cambiarsi d’Abito

Cedon le mura, ed in fiamme i miei occhi
vedon castelli d’un florido regno
ora crollare per man di tre allocchi;

Fuggir è dura da un mondo sì indegno,
s’han mille scelte, ma troppi gli sbocchi;
per dove andare, a che ammonta il suo pegno?

Cambiarsi d’abito, è giunto il momento,
coi piedi a terra, resistere al vento!

Ribolle frenesia

Ribolle frenesia di bestie in gabbia,
di mondi, d’universi immaginati,
perché noi non s’affondi nella sabbia;

teniam la schiena dritta, belli issati,
piangiamo via ogni lacrima di rabbia,
restiamo a questa vita ancor grappati.

Ché questo viaggio è soltanto all’inizio,
cannoneggiando, vi lascio un indizio.

Lasciami Esser Felice

Lasciami esser felice
per altri venti minuti
restiam distesi, svenuti,
non son bugiarda né attrice.


Stretti, in quel piccolo letto
col capo sulla mia spalla
e le sue braccia al mio petto,
non son di certo farfalla,
ma un bruco e il cuore mi balla.
E intanto suona la sveglia,
dopo una notte di veglia,
triste, d’un tratto mi dice:

Lasciami esser felice
per altri venti minuti
restiam distesi, svenuti,
non son bugiarda né attrice.

Muti, sereni, in cammino
per vecchi borghi sperduti
posti che san di confino,
di sentimenti taciuti,
d’ozio annegato nel vino.
Son pochi intensi momenti
che, pur lontani, presenti
si fan sentir quando dice:

Lasciami esser felice
per altri venti minuti
restiam distesi, svenuti,
non son bugiarda né attrice.

E penso a quel che m’ha dato,
penso all’affetto che resta,
che mai sarà più scordato,
benché la fine fu mesta
di quell’amor poco amato.
Con il mio sguardo remoto
verso un futuro assai ignoto,
ricordo lei che mi dice:

Lasciami esser felice
per altri venti minuti
restiam distesi, svenuti,
non son bugiarda né attrice.

Ambita Luce

Quanta fatica traversar quel bosco
irto d’arbusti spinosi e sterpaglie
che laceran le sure e nelle maglie
d’infante prigioniero resti fosco.

Paludi ancor t’invischiano e conosco
orchi e trambusti onerosi e battaglie;
ch’affiorin quasi impure le avvisaglie
e intanto ne vai fiero, quasi losco.

Eppur l’ambita luce in lontananza
emerge fioca, ma pregna di speme,
di fede nel presente e nell’attesa;

non prede degli eventi, è già ripresa,
deterge e invoca, ora degna, e si freme.
Ancor vita conduce, ormai s’avanza!