Notizie del Giorno

Leggo le notizie e al solito mi rendo conto di una certa mia tendenza masochistica a voler quasi di proposito irritare la mia fichetta secca e rugosa. Al solito, si narra di contagi che non decrescono a causa dei famigerati no-vax, questa banda di mattacchioni un po’ ribelli che si oppone alla scienza. Come osano, questi discolacci, a voler crear scompiglio e a disturbare il manovratore in questo modo?

Oltre a ciò, mi salta all’occhio un altro trend di recente introduzione da parte dei nostri amati giornalisti: quello degli incendi. Fateci caso, prima prende fuoco un grattacielo a Milano in Via Antonini, quest’oggi si parla d’un palazzo bruciato a Torino, in zona Porta Nuova. Vi ci vedo, cari boccaloni e boccalonesse, mentre leggete queste notizie, mentre prendete a noleggio i pensieri altrui e i fatti a cui dare importanza, mentre vi fate imboccare come infanti con la vostra pappetta quotidiana di cronaca, pensare quanto segue: – Mamma mia, il mondo intero sta andando a fuoco, dove andremo a finire?

Cari utenti e care utentesse, premesso che se la pensate in questo modo, mi auguro davvero che andiate a finire in una discarica di rimpianti per il modo in cui avete sprecato la vostra vita, ma vi invito comunque a non farvi prendere per il culo. Non ve lo dico dall’alto di una cattedra, ci mancherebbe. Sono una ragazza semplice di quartiere anch’io, che si cerca la vita come può, con i suoi pregi e i suoi difetti, che sculetta come una frociona quando corre nel parco, ma che un tempo era esattamente così, manipolabile, suggestionabile, priva di spirito critico. Ebbene, una rondine, forse anche due, tre, dieci, cento non fanno primavera. Il mondo non sta andando a fuoco, vengono presi fatti di cronaca statisticamente irrilevanti e vengono magnificati facendone di una mosca un elefante, con lo scopo di distrarvi, terrorizzarvi per tenervi sotto controllo, se vogliamo anche per darvi degli argomenti di conversazione mentre siete a tavola con la vostra famiglia, con i vostri colleghi, intanto che sopra di voi, chi comanda il vapore fa il bello e il cattivo tempo e si diverte come un matto a tirarvi scemi. L’ho detto e lo ripeto: se avessi un briciolo di potere farei altrettanto, forse anche di peggio. E lo fareste anche voi.

Infine, Roberto Benigni lecca il culo a sua moglie e, di conseguenza, a tutte le donne, non perché le ritenga davvero migliori degli uomini, ma come sempre per garantirsi visibilità e cavalcare l’ennesima moda. In fin dei conti, Benigni vi dà quello che vuole, facendovi credere, cari utentessi, che in questo modo vi guadagnerete il rispetto delle donne e magari anche una generosa scopata. Bene, mi spiace deludervi, ma è l’esatto contrario, ragion per cui so benissimo che molti di voi, a causa di questa miserabile tecnica di seduzione, è da tempo che in verità passano le loro lunghe giornate con il pesciolone in mano. Le donne vi disprezzeranno ancora di più e con buona ragione: chiunque abbia un minimo di dignità e rispetto per se stesso non ha alcun bisogno di ruffiani che gli baciano il culo in maniera melliflua.

Questa, ahinoi, è la squallida società in cui viviamo, un super-io passivo-aggressivo che impone un mondo di pace, di accoglienza, di tolleranza e di rispetto delle minoranze in maniera autoritaria, individuando negli uomini, nel patriarcato e in un generico “fascismo” del quale nessuno probabilmente comprende il significato, perenni nemici da combattere.

E queste, cari utenti e care utentesse, sono le stesse identiche dinamiche dei regimi totalitari.

State tranquilli in ogni caso. Come sempre, una risata li seppellirà e, per citare il mio caro e rimpianto professore di filosofia delle superiori, anche “un bel pernacchio”.

Ego Sum Feministum

Credo che Repubblica svolga davvero un servigio di notevole ausilio nei confronti di noi donne, un quotidiano capace di supportare con consigli autorevoli come si può vivere felicemente in coppia. Paolo Crepet, con notevole piglio scientifico, ci fornisce suggerimenti su come comportarci qualora avessimo scelto di avere al nostro fianco un uomo anaffettivo.

Esattamente, “scelto” è il participio passato giusto. Per quanto forte possa essere la convinzione che sia stato il destino a farcelo incontrare, ce lo siamo scelto noi, siamo state noi a decidere, per automatismo indotto, perché quel bonobo freddo, taciturno e senza spina dorsale ci ricorda quello stronzo di nostro padre, che ancora amiamo incestuosamente, mentre siamo ancora identificate con la nostra mammina, sia imitandola spudoratamente, sia comportandoci esattamente all’opposto di lei, due facce della stessa medaglia, in ogni caso.

Insomma, mi rivolgo a voi utentesse, con la mia consueta solidarietà femminile, premettendo che questo blog è favorevolissimo alla nostra emancipazione, ve lo dico da uomo e donna sposata, in procinto di divorziare dopo una storia durata undici anni. Che la nostra sia un’emancipazione fatta di conoscenza di noi stesse e di cosa vogliamo davvero. Credetemi, con il femminismo non abbiamo raggiunto nessun risultato, nessuna libertà. Abbiamo solo rivolto la nostra attenzione verso l’ennesimo surrogato di nostro padre, il femminismo stesso, il governo che non ci dà diritti, l’ennesimo totem verso cui piangere miseria ed elemosinare un briciolo di attenzione, l’ennesimo idolo a cui dare la colpa e su cui proiettare tutte le nostre fragilità e inadeguatezze, con i nostri capricci isterici del cazzo.

Per cortesia, care donne, troviamoci un uomo serio, che ci faccia veramente bagnare la passerina e che sappia ricambiare. Piantiamola di caricarci il primo scimmione a cui mettere l’anello al dito per far contenti mamma e papà, i quali comunque non saranno contenti finché non avremo almeno sfornato un paio di pargoli. Oh, alla vostra età è ora di metter su famiglia, no? Com’è che dicono, quei due vecchi rottinculo?

Fate così, andate da vostro marito, che sarà senz’altro sul divano a leggere la gazzetta dello sport o a bighellonare con la playstation e diteglielo: io non ti amo, ti stimo, provo per te solo un tiepido affetto, è finita. Fatelo ora, prima che sia troppo tardi, prima di trascinarvi in un lento e inesorabile cammino verso la miseria e l’infelicità.

Fatto ciò, liquidato l’orango di turno, mettetevi seriamente a caccia di uccelloni, ma soprattutto trovatevi un uomo onesto che vi dica le cose come stanno, nel bene o nel male, qualcuno che lo faccia con finalità catartiche. Non ce ne sono tantissimi, purtroppo. Forse è vero che per un uomo è difficile esprimere i propri sentimenti, non potrà mai dire a un suo caro amico “ti voglio bene”, senza il rischio di passare per ricchione, ma fidatevi che chi cerca trova.

Di qualsiasi età, di qualsiasi condizione sociale, care utentesse, è tempo di piselloni seri. Forza!

fonte: repubblica.it

Nuova Chiesa Cattolica

Quest’epoca impregnata di continue rivoluzioni progressiste non ha ancora portato l’innovazione necessaria all’interno della Chiesa Cattolica. Trovo che i tempi siano ormai maturi per un cambiamento che si fa sempre più necessario e urgente all’interno di un’istituzione ormai vetusta e assolutamente non in linea con il paradiso dei diritti che si è venuto a creare nel nostro occidente moderno e positivista. Mi permetto di suggerire una serie di modifiche da apportare ai sacri testi e al nostro catechismo, nella speranza che i miei suggerimenti possano dar luogo a un dibattito fruttuoso e foriero di spunti per proseguire con la nostra lotta, la nostra eterna battaglia, condotta da noi donne, madri, operaie, impiegate, lavoratrici, eroine dei nostri tempi, ma soprattutto, multitasking, qualsiasi cosa significhi.

Innanzitutto, è bene far guidare la Chiesa da due sommi pontefici, uno bianco e uno nero, senza distinzione di sesso. Questa diarchia darebbe senza meno un tocco di classe e modernità alla Chiesa fondata da Nostro Signore, non solo per l’eleganza dovuta al gradevole abbinamento di colori, ma anche perché ciò porterebbe a una necessaria integrazione con il concetto di Yin e di Yang derivante dall’antica filosofia cinese e dal Taoismo, dando una spruzzatina di oriente che fa sempre un gran figurone. A questo, dovrà naturalmente seguire una totale rivisitazione della Sacra Bibbia, in un’ottica favorevole ai diritti degli omosessuali e delle donne, nell’ambito della quale Dio Padre venga sostituito con Dea Madre, donna onnipotente, castrante e accentratrice, la quale, nel Nuovo Testamento, decide di mandare sulla terra suo figlio Gesù Cristo, un ragazzone al contempo viziato e succube della sua volontà soffocante, il quale non avrà alcuna voglia di lavorare come falegname presso i suoi genitori adottivi Giuseppe e Maria e deciderà di passare il tempo a bighellonare tra un aperitivo e l’altro con una dozzina di amici scalmanati e mattacchioni, ironicamente soprannominati da lui stesso “gli apostoli”. Gesù stringerà un’amicizia particolare con “l’apostolo” Giovanni e avrà una relazione con quest’ultimo, attirandosi le gelosie di Giuda, innamorato da sempre di lui, ma vittima di una dipendenza affettiva che lo renderà appiccicoso e bisognoso e che porterà Nostro Signore a tenerlo alla larga. Giuda si vendicherà delle attenzioni non ricevute segnalando il suo grande amore a una banda di transomofobi, che lo uccideranno a suon di calci e pugni nel corso di una scampagnata sul Golgota-Calvario, per poi inchiodare il suo corpo a una croce di legno. Maria si recherà sul luogo del misfatto con Giovanni e l’amica Maddalena e, a causa del dolore per la perdita di suo figlio, diverrà isterica e imprevedibile, andando a compromettere il rapporto con suo marito Giuseppe, il quale, un giorno, esasperato dall’ennesima scenata fuori luogo, la ucciderà a colpi di accetta per poi togliersi la vita, macchiandosi del primo femminicidio della storia dell’umanità.

Se me lo consentite, questa riscrittura dell’Antico e Nuovo Testamento consentirebbe tra l’altro di far sì che il femminicidio e la transomofobia vengano annoverati tra l’elenco dei peccati mortali, declassando l’aborto a peccato veniale, a pari merito con la masturbazione e garantendo a donne, omosessuali e trans di accedere al sacerdozio, oltre che introdurre la possibilità di declassare gli attuali sacerdoti al grado di “suori” e “perpetui” delle nuove sacerdotesse della Nuova Chiesa Cattolica.

Scrivete “Awomen” e condividete, cazzo!

A Mia Nonna

Nonna Veniti

Ripenso a mia nonna.

Riempirò questo post di anafore. Anafore intense. Anafore fatte di iterazioni. Anafore perentorie. Anafore ridondanti.

Mia nonna era una donna forte, una guerriera.

Ha cresciuto quattro figli. Da sola. Mentre mio nonno andava a divertirsi per dodici ore in campagna. A lavorare e a guadagnare il pane. Trascurando i suoi quattro figli meravigliosi.

Mia nonna è morta all’età di trent’anni. Tre anni prima che nascesse mia madre. È stata quest’ultima a parlarmi di lei. Basandosi sui racconti dei suoi fratelli più grandi.

Mia nonna era una donna bellissima. Quel giorno maledetto, aveva deciso di indossare un vestito più succinto del solito, per andare a fare la spesa.

Mia nonna, quel giorno, tornando a casa, lungo la strada ha incrociato un uomo. Un uomo seduto sui gradini di un negozio chiuso. Un uomo violento. Un molestatore. Uno stalker.

Quell’uomo, quel giorno, mentre mia nonna passava, le ha fischiato. Dopo il fischio, ha aggiunto: – Sei bellissima!

Mia nonna, all’udire quell’orribile suono e quelle orrende parole, è stata pervasa da una vergogna e da un’umiliazione inaudita. Il suo fragile cuore non ha potuto reggere all’impatto di quelle indicibili e terribili sensazioni. Mia nonna ha lasciato cadere i sacchetti della spesa, ha portato la mano sul suo cuore e si è accasciata al suolo.

Mia nonna è morta così. Mia nonna è morta per catcalling.

Se mia nonna fosse nata ai nostri tempi, tempi contraddistinti da eroine e guerriere del suo calibro, se avesse potuto godere della protezione di combattenti alla stregua di Laura Boldrini, Michela Murgia, Aurora Ramazzotti, Lorenzo Tosa, probabilmente sarebbe ancora viva.

Mi manchi, nonna.

Nazional Femminismo

È sabato sera e mi sento davvero felice. Forse non ce ne rendiamo conto, ma è bene che qualcuno ve lo rimembri: stiamo vivendo forse una delle epoche più fortunate e prospere che ci siano, in termini di amore e sentimenti, sinceri e autentici, soprattutto in merito al delicato tema della tutela delle minoranze. La legge Zan è in fase di approvazione, la Lega si è convinta che è una legge che ha un valore civile e universale ed è dunque un’ulteriore possibilità e un’irripetibile occasione per insegnare alla gente a pesare le parole, con lo scopo di non ferire mai più i sentimenti di nessuno. Del resto, per quanto sul nostro corpo e sul nostro viso non vi sia graffio o livido alcuno, i segni più profondi sono generalmente celati nel nostro animo, e mi sento di proferire tutto questo da donna, madre e professionista, la quale, come noto e ormai scientificamente provato da dati inconfutabili, si fa carico da sempre della sua famiglia, naturalmente per colpa della biologica negligenza degli uomini bianchi ed eterosessuali.

Dal mio punto di vista, è bene condurre questa battaglia con lo scopo di compensare il male che noi donne di colore grigio omosessuali abbiamo subito da parte degli uomini bianchi eterosessuali nel corso di questi millenni. È chiaro come le “non donne” siano tutte violente da un punto di vista biologico e siano capaci di esprimersi solo tramite la sessualità e l’ira. Intanto, mi viene in mente una proposta, un’idea che potrebbe piacere a Laura Boldrini, a Michela Murgia, a Lorenzo Tosa, donne forti ed emancipate come la sottoscritta: ma se imponessimo al Santo Padre di cambiare il sesso di Nostro Signore? Per quale motivo costui dovrebbe chiamarsi Dio e dovrebbe essere Padre? Chiamiamolo Dea Madre, perdiana, chi è il maschietto che ha stabilito che il creatore sia di sesso maschile? Vi è una chiara incongruenza sociale, antropologica, statistica, scientifica. È chiaro che siamo noi donne a partorire, siamo le massime artefici della creazione, mentre il contributo di voi “contrario delle femmine” è limitato a uno squallido fiotto di seme caldo nel nostro ventre, tenendo conto che sotto un punto di vista biologico e medico siete chiaramente incapaci di provare qualsivoglia sentimento. Naturalmente, la mia proposta vale anche per il figlio di Dea Madre. Per quale motivo costui dovrebbe essere nato uomo e chiamarsi Gesù Cristo? A mio avviso occorre riscrivere i quattro vangeli parlando delle gesta di Gesuina Crista, la vera figlia di Dea, femminista radicale che costituisce insieme alla Madre e alla Spiritosa Santa una trinità femminile che incarna la vera essenza della vita, una verità assoluta chiaramente oggetto di censura per mano del bigottismo fallocentrico millenario del cristianesimo occidentale.

A questa prima proposta che vi ho illustrato, me ne sovviene una seconda, come diretta conseguenza. Forse i tempi non sono ancora maturi, ma una volta che noi donne, eroine dei nostri tempi, multitasking per natura, prese come siamo dal lavoro e dalla gestione delle nostre famiglie, avremo trovato anche il modo di ingravidarci da sole, metodo peraltro già esistente in quel paradiso progressista di nome Svezia, come illustrato nel documentario “La teoria svedese dell’amore” di Eric Gandini, potrà esserci finalmente la svolta definitiva: istituire una santa inquisizione, una soluzione finale che permetta di accusare tutti gli uomini di stupro e di violenza sessuale, in modo da poterci una volta per tutte disfare di loro e, perché no, condannarli al pubblico ludibrio e ai lavori forzati in qualche campo di rieducazione. Del resto, lo afferma il recente capolavoro letterario di Pauline Harmange, “Odio gli uomini”, una sorta di “sua battaglia”, un vero e proprio saggio di sociologia e un’autentica guida per seguire le verità contenute all’interno dell’ideologia femminista e ringrazio di cuore Yasmina Pani (seguite la sua ottima pagina, ne vale la pena, credetemi) per l’ottima recensione fatta sulla sua pagina: la misandria è ampiamente giustificata perché non implica nessun tipo di violenza conclamata sugli uomini.

Porca Dea ladra, siam messi male, molto male…

Buon Pasquo a tutti.

Otto Marcio

Era previsto che, con l’arrivo della festa della donna, i giornali online e i social ci avrebbero inondato di smielata propaganda femminista. I livelli di retorica quest’oggi fanno letteralmente ribollire il sangue e rifletto su come sia stato possibile finire in questo regimaccio zuccheroso e isterico. Da quant’è che ci assillano in merito alla questione del mancato riconoscimento della bravura e delle capacità delle donne, su quanto queste ultime siano migliori degli uomini, siano più sensibili, più empatiche, siano più? La cosa che fa ancor più ribrezzo è che tale retorica il più delle volte è portata avanti dagli uomini stessi, i “maschi di donna” alla Lorenzotosa che sovente menziono su questa inutile pagina, i quali si umilano al cospetto delle donne, una mortificazione che, andando al nucleo centrale della questione, al nocciolo nevrotico, sottende invero egocentrismo, una malcelata voglia di scopare e, di conseguenza, una squallida tattica di seduzione. Nulla di nuovo sotto il sole, è uno scenario ormai quotidiano, magnificato dalla ricorrenza dell’otto marzo, della quale probabilmente la gran parte di noi non conosce neppure l’autentico significato. Tutto sommato, mancano poche ore, grazie a Dio, e domani tutto questo, se non finito, sarà almeno un po’ attenuato.

In ogni caso, forse è bene che qualcuno ricordi qual è il motivo di tutta questa manfrina, di questo compiacimento nei confronti del gentil sesso da parte dei media e della politica, che sta rendendo gli uomini sempre più patetici e ridicoli e soprattutto poco interessanti per le donne stesse: le donne votano, le donne consumano, le donne lavorano come delle dannate e il potere ha scoperto che sono facilmente manipolabili facendo leva sul loro senso del dovere e sul loro senso di colpa, motivo per cui, il più delle volte, costituiscono dell’ottima manodopera a basso costo. L’antico ruolo di guardiana del focolaio è sicuramente venuto meno negli anni, ma siamo sicuri che questo ruolo debba considerarsi per forza di cose disdicevole? Perché non può trattarsi di scelte di vita individuali e sentite? Mi è accaduto, seppur di rado, di incontrare delle giovani donne che avevano scelto di far le casalinghe. Si trattava di una scelta sentita e consapevole, narrata con autenticità e, francamente, mi è sembrato di avere a che fare con delle donne felici e appagate, forse anche più di altre che invece hanno deciso di entrare nel mondo del lavoro, a competere e a farsi carico anche delle sofferenze degli uomini, perché per quanto al giorno d’oggi tutto questo non venga minimamente riconosciuto, il lavoro è faticoso e fa soffrire.

In fin dei conti, bisogna riconoscerlo: il femminismo ha vinto molte battaglie. Le donne cosiddette “emancipate” si sono senza meno liberate dal giogo dei legami familiari, non hanno più un marito che le comanda a bacchetta, se questa narrazione è mai coincisa con la verità, ma si sono ingabbiate in un ulteriore matrimonio: quello con l’azienda presso cui lavorano. Un matrimonio che, però, non ammette maternità e richiede una fedeltà ancora più opprimente in certi casi, fatta di consegne, scadenze, orari allucinanti, mancanza di tempo per se stesse. Grande conquista, quella del femminismo, complimenti, care donne emancipate, donne libere, donne forti, che ve la cantate e ve la suonate da sole: avete semplicemente portato il vostro senso del dovere e il vostro senso di colpa patologico in altra sede. La realtà è che avete solo cambiato padrone, se mai vostro marito è mai stato padrone di qualcosa.

Quest’oggi voglio lanciare un messaggio agli uomini, con l’idea di rassicurarli, per quanto sarà del tutto inutile, intossicati di propaganda progressista come sono: non avete nessuna colpa. Chiunque faccia la vittima, salvo eccezioni verso cui si è totalmente impotenti nei confronti della vita, se l’è semplicemente cercata con scelte inconsapevoli. La prossima volta che vi sarà rinfacciato di essere colpevoli dell’infelicità di una donna o di chiunque, girate i tacchi e andate altrove. Vi garantisco che sarete amati e rispettati molto di più, al contrario di questi compiacenti servi di regime, che leccano il culo alle donne fondamentalmente per approfittarsene. La felicità è una conquista personale, che non dipende da mamma e papà, non dipende dal partner, non dipende dal governo e dalla politica.

Nessuno è colpevole dell’infelicità altrui, trovate il vostro autentico posto nel mondo e piantatela di rompere i coglioni al prossimo mettendovi in mostra ed elemosinando briciole di attenzione.

Buon otto marcio a tutti.

Stella Pulpo e Il Matrimonio della Compagna di Liceo

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– Ciao Stellina, come stai? Sono Catalda! E’ una vita che non ci sentiamo! Come te la passi amore? Dove ti trovi di bello?

Nell’udire quella voce stridula, con quel marcato accento tarantino, Stella Pulpo si fece di bragia e una serie di emozioni cominciarono a sovrastarla: nostalgia, angoscia, ansia, imbarazzo, vergogna, nervosismo, ma soprattutto disagio. Un disagio opprimente, profondo, che le solleticava le viscere, tipico di quando si riceve una chiamata da una persona che ti rimanda, come un’improvvisa schioppettata, a tutte le tue inadeguatezze adolescenziali.

– Ehm…ciao Catalda! Come te la passi? Sono a Milano, come sempre. E come sempre sono presa da mille cose, tra il blog, le conferenze femministe e il libro che sto ultimando. – Stella non riusciva a mascherare del tutto il suo accento tarantino, mentre interloquiva con la sua compaesana. La sua parlata sapeva pertanto di impacciato, inciampando qua e là tra vocali chiuse e aperte, coprendosi di ridicolo. Cominciò a sentire la bocca irrimediabilmente secca.

– Ah, la scrittura, la tua solita passione. Che palle, a me non ha mai interessato! Ma sei sposata? Hai figli? – proferì Catalda con voce stridula e irritante. La Pulpo si sentì ferita. Quell’affermazione dell’amica stava facendo vacillare in un’istante tutto quello in cui era convinta di credere.

Stella si era già pentita di aver dato tutti quei dettagli sulla sua vita a una persona che non lo meritava. Dentro di sé sapeva che era un prestarle il fianco. Catalda non aveva mai messo piede fuori da Taranto, non era mai stata capace di guardare al di là del suo naso, oltre la triade casa, lavoro e matrimonio. – A Taranto le donne sono involute, non conoscono la gioia dell’emancipazione! Catalda la quadrata, Catalda l’inconsapevole, Catalda la mediocre! – rimuginava tra sé e sé la Pulpo, con una punta di rancore che non avrebbe mai ammesso a se stessa.

Il disagio, come un’ombra oscura, alla stregua di un mostro maligno, dentato e minaccioso, si amplificò nella blogger femminista. Mentre ansia e dolore dovuti all’inadeguatezza cominciavano a tramutarsi in rabbia, uno stimolo alla defecazione cominciava a farsi strada attraverso le sue viscere apule. Per miracolo, riuscì a scansare quelle domande impertinenti, mentre aveva la fronte imperlata di sudore, nell’inconscio sospetto che, probabilmente, le sue scelte di vita fossero sbagliate e contrarie al volere di sua madre, la Vagina Maestra, che la Pulpo venerava come una dea e della cui presenza ingombrante non riusciva a liberarsi, oppressa com’era dai sensi di colpa e dal timore riverenziale verso la sua genitrice.

– Avrò modo di raccontarti la mia vita, ne sono successe di ogni! – replicò la blogger in maniera inquieta e competitiva, ostentando pateticamente nei confronti della sua compaesana i vantaggi del suo stile di vita diametralmente opposto, sviando il discorso e salvandosi in calcio d’angolo. – Ma dimmi, a cosa devo il motivo della tua chiamata? – Il suo tono si fece un pelo più formale, allo scopo di prendere le distanze, forse più da se stessa che da Catalda, per quanto non riusciva a nascondere del tutto un lieve tremolio della voce e lo stimolo alla defecazione incrementava la sua spinta, come un folletto birichino che la solleticava di nascosto. L’ansia e il nervosismo le causavano anche una leggera eccitazione sessuale.

– Mi sposo, Stella! Mi sposo! Roberto mi ha regalato l’anello l’altra sera! Mi ha invitata a cena al BlueBay! Aveva preparato tutto, persino la musica dal vivo. A un certo punto, si è alzato in piedi, si è messo in ginocchio davanti a me, ha tirato fuori il cofanetto, lo ha aperto e mi ha chiesto di sposarlo! Quando gli ho detto di sì, è partita la musica! Come in un film! Sono troppo felice! Se penso che l’anno scorso stavamo per lasciarci! Anche perché sua madre non mi ha mai potuto sopportare. Tempo fa, in vacanza, una sera, io e Roberto abbiamo deciso di uscire e di andare a cena fuori anziché stare a casa con lei e le sue sorelle e quindi a quel punto mi ha presa di mira. Io non la sopporto mia suocera, non ci crederai! Ma sono sicura che adesso con il matrimonio le cose cambieranno! E’ quello che succede a tutte le coppie no? A proposito, sai chi si è sposato? Non ci crederai mai! Francesco! Non l’avrei mai detto!

Stella Pulpo annuiva con un sorriso forzato, con le mascelle che le dolevano per lo sforzo. Ogni tanto, mentre ascoltava quel soliloquio, si lanciava in qualche risata finta, ormai totalmente eterodiretta e in balia della sua mai superata dipendenza all’altrui compiacimento. Lo stimolo alla defecazione e l’eccitazione sessuale dovute all’ansia e all’imbarazzo stavano cominciando a farsi insostenibili. Il suo corpo era completamente contrito in una morsa soffocante, rigido come un blocco di cemento armato. La fronte gocciolava copiosa, assieme alle sue ascelle. Un odore di cipolla cominciò a manifestarsi nel soggiorno-cucina del suo bilocale meneghino di quarantacinque metri quadrati. Perché mai stava sorridendo poi, sapendo che Catalda non riusciva a vederla attraverso il telefono? La Pulpo si strinse nelle chiappe del suo culo a tamburello, rammentando con rancore il voto basso (un cinque) ricevuto negli anni del liceo da parte dei suoi compagni di sesso maschile, ferita che ancora le bruciava e che l’aveva portata a vendicarsi aprendo il suo famigerato blog e a costruire il suo personaggio femminista. Emise un inquietante piccolo peto dalla vaga consistenza liquida, come una piccola goccia di rugiada maleodorante. Stella seppe che a breve avrebbe dovuto affrontare un’impegnativa seduta di gabinetto. Serro le piatte, larghe e mediocri natiche con vigore, onde evitare che la fiumana marrone che spingeva nelle sue viscere dilagasse.

La telefonata durò altri venti minuti abbondanti, mentre la Pulpo, mordendosi il labbro inferiore, era ormai diventata una statua tremante di colore verde, finché Catalda non concluse il suo monologo proferendo:

– La data della cerimonia è il quindici Luglio. La messa sarà alle undici di mattina, nella Basilica di San Cataldo. Poi, per le tredici, ci sposteremo tutti alla Masseria La Grande Quercia, a San Basilio. Ci sarai vero? Passerò dai tuoi a lasciar loro l’invito.

– Puttana! – pensò Stella Pulpo, ormai sul punto di esplodere – ha preso pure la sala ricevimenti a quaranta chilometri dalla Chiesa! ‘Sta stronza del cazzo!

Raggiunto il suo limite di sopportazione, la Pulpo garantì la sua presenza alla cerimonia e provvide a terminare la telefonata frettolosamente, adducendo un improvviso impegno urgente, di fatto non mentendo da un punto di vista fisiologico, ostentando gentilezza con uno sforzo ai limiti della ragione umana.

Chiusa la telefonata, Stella lanciò il telefono con furia animalesca contro la parete, mandandolo in frantumi. Si liberò immediatamente dei vestiti e delle mutande e cominciò a correre nuda verso il bagno, con un passo reso alquanto bizzarro dall’aver serrato i glutei in una morsa, onde evitare di sporcare e di farsela addosso. I suoi prosperi seni apuli ballonzolavano con periodicità matematica perfetta. Strada facendo, le scappò inevitabilmente qualche peto, mentre gocce marroni lasciavano tracce del suo cammino dal soggiorno al bagno, a guisa d’un Pollicino coprofilo.

Raggiunto il bagno, finalmente sollevò la tazza del cesso e vi appoggiò le sue natiche piatte, che si dilatarono all’istante, rivelando un peculiare ano ficamorfo dal quale proruppe inizialmente una scoreggia devastante, il cui rumore rimandava a quello di numerosi banchi da chiesa strisciati alla rinfusa sul pavimento di una cattedrale deserta. A quello scoreggione impetuoso e tremendo, fece seguito una cascata marrone di diarrea, ettolitri di merda allo stato liquido, mentre al contempo la Pulpo si sgrillettava affannata la vagina anteriore e intanto, con l’altra mano, reggeva il seno sinistro, titillando rapidamente tra indice e medio il capezzolo puntuto e gonfio di desiderio. A un tratto sgranò gli occhi, spalancò la bocca e cacciò un urlo liberatorio della durata di un minuto: la fase anale e fallica, di freudiana memoria, si fusero generando un potentissimo orgasmo, alla stregua di un Big Bang, da cui ebbe origine un universo pulsionale, sì di sollievo, ma seguito immediatamente da sensi di colpa, inadeguatezza e profonda frustrazione.

Il bagnetto cieco era ormai impregnato di un terrificante odore di merda e di fica misto a tabacco, dato che la Pulpo era solita fumare attraverso il suo organo riproduttivo per darsi piacere. Memorie olfattive di due vagine. L’olezzo rimandava ai miasmi terrificanti provenienti dall’Ilva.

Stella, sfiancata e con il fiatone, si alzò tremante e a fatica dal water, rivolse gli occhi al cielo, nuda, pallida e sudata, e pronunciò, con gli occhi gonfi di lacrime:

– Vergine Madre, aiutami tu, ti prego! Perdonami!

La Pulpo perse i sensi e svenne, ritrovandosi in posizione fetale sul pavimento del bagno, con un rigolo di escrementi che scivolava dal suo ano ficamorfo e con la vagina anteriore che sporadicamente emetteva bollicine.

 

 

Giocasta

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Sono qui che ti osservo, Fica Totale.

Sei buia, enorme, minacciosa, invischiante, dentata, invitante.

I tuoi umori sono fetidi e velenosi, emetti miasmi, demoniache zaffate di zolfo, odore di uova marce.

Sei un buco nero, la tua gravità risucchia tutto e non lascia scampo, spaghettifica falli, cervelli, cuori, anime.

Ti guardo Giocasta, con rabbia stavolta, mentre sei legata nuda mani e piedi a quel tavolo di legno, mentre afferro una motosega, te la infilo tra le gambe e spingo. Inizio proprio da lì, da quella cazzo di Fica Totale dentata, fino a farteli saltare, quei denti gialli e cariati, fino ad aprirti il ventre, il petto, la gola, a tagliarti quella faccia da politicastra da quattro soldi, fino a dividerti in due parti uguali, mentre il sangue schizza dappertutto, sul mio volto, sui miei abiti, e la mia rabbia esplode in un urlo liberatorio, mentre guardo i tuoi resti con i miei occhi spiritati e iniettati di odio, sentendomi ebbro ed euforico, mentre mi godo il sapore metallico sulla lingua e sulle labbra.

Falsa e ipocrita puttana, merdosa burattinaia, crepa per adesso.

E adesso mi libero dai fili che mi tengono legato a te e corro a tuffarmi nel fiume, a ripulirmi del tuo sangue e a nuotare nudo, seguendo la corrente, verso la vita vera.

Ogni tanto farai ritorno, lo so, dovrò farmi trovare vigile.

Fica Totale, Puttana Globale, Madre Mortale.

Memorie Olfattive di Due Vagine

Stella_Max.jpg– Si accomodi pure! – esclamò Massimo Gramellini, sorridendo alla sua maniera e mantenendo la porta come un gentiluomo d’altri tempi. Stella Pulpo lo guardò, attraverso i suoi occhiali da sole, nonostante fossero le undici di sera. Sorrise sorniona e procedette all’interno dell’attico del giornalista del Corriere con passo da sfilata.

Era stata una bella serata. Avevano cenato alla Terrazza Aperol, in Piazza Duomo. Stella Pulpo, nel corso della cena, aveva fatto presente a Gramellini che, probabilmente, i tempi erano maturi perché la piazza venisse ribattezzata come Piazza Di Donna. Gramellini aveva elegantemente replicato, con il suo fare morigerato tipico del giornalista prudente che non vuole cacciarsi nei guai, che Duomo si scriveva senza apostrofo. Stella Pulpo si sentì ferita da quella osservazione e, in cuor suo, pensò che anche lui, tutto sommato, era il tipico pene sapiens maschilista. Gramellini, nel corso della cena, aveva mantenuto costantemente la sua solita espressione facciale.

Stella si tolse l’impermeabile e si accomodò sul divano, nell’immenso soggiorno. Gramellini si recò presso la cucina a vista per preparare due Negroni Sbagliati: spumante, Vermut, Campari, due fette d’arancia e ghiaccio ed eccoli pronti. Prese in mano i due bicchieri Old Fashioned, tornò al divano e ne porse uno alla Pulpo. Si sedette accanto a lei.

–  La birra Raffo non ce l’avevo. – scherzò il Gramellini, sorridendo nello stesso solito modo in cui aveva sorriso per tutta la serata.

– Due cocktail impeccabili, dottore, conosce alla perfezione la ricetta. Osservo tra l’altro che lei legge il mio blog. – rispose la Pulpo, accendendosi una sigaretta e sorseggiando il suo drink.

– Mi piace il suo modo di scrivere. Lei ha un grande talento. Inoltre, adoro sentirmi in colpa per il semplice fatto di essere nato uomo. Le confesso che la cosa mi procura un’eccitazione sessuale masochistica. Certo che lei fuma parecchio, dottoressa. Non le farà male?

– Mi manca la mia Taranto e mi sento in colpa a stare qui, lontana dagli arrosti di carne, dagli amici di sempre, dal sole, dalla birra Raffo, dall’impepata di cozze mangiata alla ripa di mare al tramonto, dai vicoli giallognoli di Taranto Vecchia, da mia zia che mi ingozza di burratine, dallo spirito che resta giù quando vai su, dai saluti in stazione che ti stracciano l’anima e ci fanno una ratatouille di nostalgia e insofferenza, e dubbi iperbolici, e domande retoriche sul senso di vivere in funzione delle bollette da pagare invece che degli affetti da amare. Per espiare tutto questo, non potendo respirare l’aria inquinata dovuta all’ex-Ilva, compenso fumando accanitamente. Lo faccio per solidarietà nei confronti della mia città e dei miei concittadini.

Gramellini aveva gli occhi lucidi, commosso dall’armonia poetica, nostalgica e reazionaria con cui la Pulpo, citando a memoria uno dei suoi post, parlava delle sue radici. Si sentì per un momento destabilizzato: quel monologo rischiava di far crollare le sue finte certezze di radical chic, per far venire a galla la sua vera identità di conservatore, che, nel suo intimo, voleva semplicemente avere una famiglia tradizionale.

– Mi manca la mia mamma, dottoressa Pulpo. – Gramellini le afferrò la mano e la guardò intensamente negli occhi, mentre una lacrima scorreva sul suo faccione rotondo e sporadicamente barbuto. L’espressione del viso era immutata anche in questa circostanza.

– Anche a me manca la Vagina Maestra – rispose la Pulpo. Ricambiò lo sguardo lacrimevole del Gramellini. Nel frattempo, lei aveva tolto gli occhiali da sole. – A proposito – sussurrò, avvicinando le sue labbra a quelle di Massimo – adoro il modo in cui lei, nelle sue rubriche, cita a sproposito Carl Gustav Jung. Tra l’altro, chi sarebbe?

Si baciarono. Dapprima delicatamente, sulle labbra. In breve, le loro lingue si intrecciarono per diventare un vortice di mulinelli. La blogger terrons pseudo-femminista e il soffice scrittore posato e prudente del Corriere cominciarono a unirsi carnalmente, forse come preludio di un nuovo progetto editoriale che parlasse alle viscere delle donne sofferenti, allo scopo di speculare sul loro dolore e turlupinarle, indossando la placida maschera dei progressisti emancipati. Gramellini liberò la Pulpo dalla camicia verde militare che indossava, facendo emergere e respirare con prepotenza i suoi vulcanici seni appuli. La Pulpo non indossava reggiseni. Era una scelta ideologica. I suoi capezzoli erano già puntuti e gonfi di desiderio. Nel frattempo, quest’ultima, ansimante e vogliosa, si era fiondata sull’elegante pantalone grigio del Gramellini e in un batter d’occhio glieli aveva sfilati, ma in quel momento, notò qualcosa di insolito e si fermò.

Santiddio Gramellini! Lei indossa mutandine da donna! – esclamò Stella, ancora ansimante e con la fronte vagamente imperlata di sudore.

La Pulpo osservò meglio. Non solo il giornalista indossava mutandine da donna, ma un altro dettaglio ancora più inquietante emergeva osservando con più attenzione. Notò che la zona del pube era completamente piatta.

– Le tolga pure, dottoressa Pulpo. Senza paura. Mi sembra giusto dirle tutto, se lo merita. – esclamò il Gramellini.

Stella Pulpo sfilò con reticenza e con uno sguardo tra l’interrogativo e lo schifato le mutande del giornalista. E quanto aveva presagito e sospettato divenne improvvisamente realtà: Massimo Gramellini aveva tra le gambe una meravigliosa quanto artistica fica. Una vagina perfetta. Grandi labbra, piccole labbra, clitoride. Una fetta di prosciutto crudo perfettamente piegata. Un odore acre, ma piacevole, emergeva dalla sua vulva.

– Quando è successo? – chiese Stella turbata. Provava perplessità, stupore, confusione ed eccitazione.

– E’ stato un processo graduale, a partire da quando ho iniziato a scrivere Il Caffè, sul Corriere. Ho notato che ogni mattina mi svegliavo e il mio pene diventava sempre più piccolo. Finché un giorno non ha raggiunto le dimensioni di un clitoride. Più avanti, la pelle che lo circondava ha cambiato forma, fino ad assumere i connotati di un’autentica vagina. Ho consultato un ginecologo e, per fortuna, mi ha tranquillizzato: il mio nuovo organo funziona perfettamente. Ho imparato a masturbarmi e a godere come una donna, con i giocattoli che tra l’altro lei sponsorizza sul suo profilo Instagram. Lei mi ha fatto scoprire un mondo completamente nuovo, dottoressa. Le sono debitore.

– Non pensavo di aver avuto un ruolo così fondamentale nella sua vita. Mi emoziona dicendo questo. – Gli occhi le si riempirono di lacrime.

Massimo Gramellini era stato il primo prototipo umano a confermare la teoria del gender: era andato mentalmente e fisicamente oltre il concetto di genere maschile e femminile.

– Sto pensando di cambiare il mio nome in Maximum Gramellina.

– Anch’io sto pensando di cambiare il mio nome in Stella Pulpa.

– Si accomodi, dottoressa. Assaggi pure e non faccia complimenti. Non vorrà mica che Il Caffè di domani abbia come titolo Le Non-Leccatrici?

– Arguto, il mio bel radical chic neutro…

Stella Pulpo si fiondò immediatamente sulla fica di Gramellina , lavorando di lingua in maniera certosina e abbeverandosi dei suoi umori come una bestia assetata. Gramellina iniziò a godere, dapprima ansimando come un umano, per poi iniziare ad emettere versi scimmieschi. Ben presto, i due si trovarono intrecciati, dapprima in un sessantanove, per poi passare tutta la notte a sforbiciare e a procurarsi orgasmi multipli, emettendo urla e farfugliando come una coppia di bonobo.

Passarono tutta la notte accoppiandosi selvaggiamente, finché ormai esausti e stravolti dagli innumerevoli orgasmi, non si placarono e non si resero conto che era già mattina.

– Devo tornare a casa! – esclamò allarmata la Pulpo, – La mia agrodolce metà sarà preoccupata!

L’appartamento era impregnato di odor di fica in maniera impressionante, memorie olfattive di due vagine.

Stella si alzò dal divano e si rivestì, mentre Gramellina la osservava disteso, con sguardo da innamorato. A un certo punto si levò anch’egli, indossò le sue mutandine da donna e una vestaglia e la accompagnò alla porta. La aprì e le disse:

– Fai uno squillo quando arrivi…

E Stella rispose:

– Fai bei sogni…

Si diederò un bacio a stampo. Poi lei uscì.