Stella Pulpo e Il Matrimonio della Compagna di Liceo

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– Ciao Stellina, come stai? Sono Catalda! E’ una vita che non ci sentiamo! Come te la passi amore? Dove ti trovi di bello?

Nell’udire quella voce stridula, con quel marcato accento tarantino, Stella Pulpo si fece di bragia e una serie di emozioni cominciarono a sovrastarla: nostalgia, angoscia, ansia, imbarazzo, vergogna, nervosismo, ma soprattutto disagio. Un disagio opprimente, profondo, che le solleticava le viscere, tipico di quando si riceve una chiamata da una persona che ti rimanda, come un’improvvisa schioppettata, a tutte le tue inadeguatezze adolescenziali.

– Ehm…ciao Catalda! Come te la passi? Sono a Milano, come sempre. E come sempre sono presa da mille cose, tra il blog, le conferenze femministe e il libro che sto ultimando. – Stella non riusciva a mascherare del tutto il suo accento tarantino, mentre interloquiva con la sua compaesana. La sua parlata sapeva pertanto di impacciato, inciampando qua e là tra vocali chiuse e aperte, coprendosi di ridicolo. Cominciò a sentire la bocca irrimediabilmente secca.

– Ah, la scrittura, la tua solita passione. Che palle, a me non ha mai interessato! Ma sei sposata? Hai figli? – proferì Catalda con voce stridula e irritante. La Pulpo si sentì ferita. Quell’affermazione dell’amica stava facendo vacillare in un’istante tutto quello in cui era convinta di credere.

Stella si era già pentita di aver dato tutti quei dettagli sulla sua vita a una persona che non lo meritava. Dentro di sé sapeva che era un prestarle il fianco. Catalda non aveva mai messo piede fuori da Taranto, non era mai stata capace di guardare al di là del suo naso, oltre la triade casa, lavoro e matrimonio. – A Taranto le donne sono involute, non conoscono la gioia dell’emancipazione! Catalda la quadrata, Catalda l’inconsapevole, Catalda la mediocre! – rimuginava tra sé e sé la Pulpo, con una punta di rancore che non avrebbe mai ammesso a se stessa.

Il disagio, come un’ombra oscura, alla stregua di un mostro maligno, dentato e minaccioso, si amplificò nella blogger femminista. Mentre ansia e dolore dovuti all’inadeguatezza cominciavano a tramutarsi in rabbia, uno stimolo alla defecazione cominciava a farsi strada attraverso le sue viscere apule. Per miracolo, riuscì a scansare quelle domande impertinenti, mentre aveva la fronte imperlata di sudore, nell’inconscio sospetto che, probabilmente, le sue scelte di vita fossero sbagliate e contrarie al volere di sua madre, la Vagina Maestra, che la Pulpo venerava come una dea e della cui presenza ingombrante non riusciva a liberarsi, oppressa com’era dai sensi di colpa e dal timore riverenziale verso la sua genitrice.

– Avrò modo di raccontarti la mia vita, ne sono successe di ogni! – replicò la blogger in maniera inquieta e competitiva, ostentando pateticamente nei confronti della sua compaesana i vantaggi del suo stile di vita diametralmente opposto, sviando il discorso e salvandosi in calcio d’angolo. – Ma dimmi, a cosa devo il motivo della tua chiamata? – Il suo tono si fece un pelo più formale, allo scopo di prendere le distanze, forse più da se stessa che da Catalda, per quanto non riusciva a nascondere del tutto un lieve tremolio della voce e lo stimolo alla defecazione incrementava la sua spinta, come un folletto birichino che la solleticava di nascosto. L’ansia e il nervosismo le causavano anche una leggera eccitazione sessuale.

– Mi sposo, Stella! Mi sposo! Roberto mi ha regalato l’anello l’altra sera! Mi ha invitata a cena al BlueBay! Aveva preparato tutto, persino la musica dal vivo. A un certo punto, si è alzato in piedi, si è messo in ginocchio davanti a me, ha tirato fuori il cofanetto, lo ha aperto e mi ha chiesto di sposarlo! Quando gli ho detto di sì, è partita la musica! Come in un film! Sono troppo felice! Se penso che l’anno scorso stavamo per lasciarci! Anche perché sua madre non mi ha mai potuto sopportare. Tempo fa, in vacanza, una sera, io e Roberto abbiamo deciso di uscire e di andare a cena fuori anziché stare a casa con lei e le sue sorelle e quindi a quel punto mi ha presa di mira. Io non la sopporto mia suocera, non ci crederai! Ma sono sicura che adesso con il matrimonio le cose cambieranno! E’ quello che succede a tutte le coppie no? A proposito, sai chi si è sposato? Non ci crederai mai! Francesco! Non l’avrei mai detto!

Stella Pulpo annuiva con un sorriso forzato, con le mascelle che le dolevano per lo sforzo. Ogni tanto, mentre ascoltava quel soliloquio, si lanciava in qualche risata finta, ormai totalmente eterodiretta e in balia della sua mai superata dipendenza all’altrui compiacimento. Lo stimolo alla defecazione e l’eccitazione sessuale dovute all’ansia e all’imbarazzo stavano cominciando a farsi insostenibili. Il suo corpo era completamente contrito in una morsa soffocante, rigido come un blocco di cemento armato. La fronte gocciolava copiosa, assieme alle sue ascelle. Un odore di cipolla cominciò a manifestarsi nel soggiorno-cucina del suo bilocale meneghino di quarantacinque metri quadrati. Perché mai stava sorridendo poi, sapendo che Catalda non riusciva a vederla attraverso il telefono? La Pulpo si strinse nelle chiappe del suo culo a tamburello, rammentando con rancore il voto basso (un cinque) ricevuto negli anni del liceo da parte dei suoi compagni di sesso maschile, ferita che ancora le bruciava e che l’aveva portata a vendicarsi aprendo il suo famigerato blog e a costruire il suo personaggio femminista. Emise un inquietante piccolo peto dalla vaga consistenza liquida, come una piccola goccia di rugiada maleodorante. Stella seppe che a breve avrebbe dovuto affrontare un’impegnativa seduta di gabinetto. Serro le piatte, larghe e mediocri natiche con vigore, onde evitare che la fiumana marrone che spingeva nelle sue viscere dilagasse.

La telefonata durò altri venti minuti abbondanti, mentre la Pulpo, mordendosi il labbro inferiore, era ormai diventata una statua tremante di colore verde, finché Catalda non concluse il suo monologo proferendo:

– La data della cerimonia è il quindici Luglio. La messa sarà alle undici di mattina, nella Basilica di San Cataldo. Poi, per le tredici, ci sposteremo tutti alla Masseria La Grande Quercia, a San Basilio. Ci sarai vero? Passerò dai tuoi a lasciar loro l’invito.

– Puttana! – pensò Stella Pulpo, ormai sul punto di esplodere – ha preso pure la sala ricevimenti a quaranta chilometri dalla Chiesa! ‘Sta stronza del cazzo!

Raggiunto il suo limite di sopportazione, la Pulpo garantì la sua presenza alla cerimonia e provvide a terminare la telefonata frettolosamente, adducendo un improvviso impegno urgente, di fatto non mentendo da un punto di vista fisiologico, ostentando gentilezza con uno sforzo ai limiti della ragione umana.

Chiusa la telefonata, Stella lanciò il telefono con furia animalesca contro la parete, mandandolo in frantumi. Si liberò immediatamente dei vestiti e delle mutande e cominciò a correre nuda verso il bagno, con un passo reso alquanto bizzarro dall’aver serrato i glutei in una morsa, onde evitare di sporcare e di farsela addosso. I suoi prosperi seni apuli ballonzolavano con periodicità matematica perfetta. Strada facendo, le scappò inevitabilmente qualche peto, mentre gocce marroni lasciavano tracce del suo cammino dal soggiorno al bagno, a guisa d’un Pollicino coprofilo.

Raggiunto il bagno, finalmente sollevò la tazza del cesso e vi appoggiò le sue natiche piatte, che si dilatarono all’istante, rivelando un peculiare ano ficamorfo dal quale proruppe inizialmente una scoreggia devastante, il cui rumore rimandava a quello di numerosi banchi da chiesa strisciati alla rinfusa sul pavimento di una cattedrale deserta. A quello scoreggione impetuoso e tremendo, fece seguito una cascata marrone di diarrea, ettolitri di merda allo stato liquido, mentre al contempo la Pulpo si sgrillettava affannata la vagina anteriore e intanto, con l’altra mano, reggeva il seno sinistro, titillando rapidamente tra indice e medio il capezzolo puntuto e gonfio di desiderio. A un tratto sgranò gli occhi, spalancò la bocca e cacciò un urlo liberatorio della durata di un minuto: la fase anale e fallica, di freudiana memoria, si fusero generando un potentissimo orgasmo, alla stregua di un Big Bang, da cui ebbe origine un universo pulsionale, sì di sollievo, ma seguito immediatamente da sensi di colpa, inadeguatezza e profonda frustrazione.

Il bagnetto cieco era ormai impregnato di un terrificante odore di merda e di fica misto a tabacco, dato che la Pulpo era solita fumare attraverso il suo organo riproduttivo per darsi piacere. Memorie olfattive di due vagine. L’olezzo rimandava ai miasmi terrificanti provenienti dall’Ilva.

Stella, sfiancata e con il fiatone, si alzò tremante e a fatica dal water, rivolse gli occhi al cielo, nuda, pallida e sudata, e pronunciò, con gli occhi gonfi di lacrime:

– Vergine Madre, aiutami tu, ti prego! Perdonami!

La Pulpo perse i sensi e svenne, ritrovandosi in posizione fetale sul pavimento del bagno, con un rigolo di escrementi che scivolava dal suo ano ficamorfo e con la vagina anteriore che sporadicamente emetteva bollicine.

 

 

Giocasta

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Sono qui che ti osservo, Fica Totale.

Sei buia, enorme, minacciosa, invischiante, dentata, invitante.

I tuoi umori sono fetidi e velenosi, emetti miasmi, demoniache zaffate di zolfo, odore di uova marce.

Sei un buco nero, la tua gravità risucchia tutto e non lascia scampo, spaghettifica falli, cervelli, cuori, anime.

Ti guardo Giocasta, con rabbia stavolta, mentre sei legata nuda mani e piedi a quel tavolo di legno, mentre afferro una motosega, te la infilo tra le gambe e spingo. Inizio proprio da lì, da quella cazzo di Fica Totale dentata, fino a farteli saltare, quei denti gialli e cariati, fino ad aprirti il ventre, il petto, la gola, a tagliarti quella faccia da politicastra da quattro soldi, fino a dividerti in due parti uguali, mentre il sangue schizza dappertutto, sul mio volto, sui miei abiti, e la mia rabbia esplode in un urlo liberatorio, mentre guardo i tuoi resti con i miei occhi spiritati e iniettati di odio, sentendomi ebbro ed euforico, mentre mi godo il sapore metallico sulla lingua e sulle labbra.

Falsa e ipocrita puttana, merdosa burattinaia, crepa per adesso.

E adesso mi libero dai fili che mi tengono legato a te e corro a tuffarmi nel fiume, a ripulirmi del tuo sangue e a nuotare nudo, seguendo la corrente, verso la vita vera.

Ogni tanto farai ritorno, lo so, dovrò farmi trovare vigile.

Fica Totale, Puttana Globale, Madre Mortale.

Memorie Olfattive di Due Vagine

Stella_Max.jpg– Si accomodi pure! – esclamò Massimo Gramellini, sorridendo alla sua maniera e mantenendo la porta come un gentiluomo d’altri tempi. Stella Pulpo lo guardò, attraverso i suoi occhiali da sole, nonostante fossero le undici di sera. Sorrise sorniona e procedette all’interno dell’attico del giornalista del Corriere con passo da sfilata.

Era stata una bella serata. Avevano cenato alla Terrazza Aperol, in Piazza Duomo. Stella Pulpo, nel corso della cena, aveva fatto presente a Gramellini che, probabilmente, i tempi erano maturi perché la piazza venisse ribattezzata come Piazza Di Donna. Gramellini aveva elegantemente replicato, con il suo fare morigerato tipico del giornalista prudente che non vuole cacciarsi nei guai, che Duomo si scriveva senza apostrofo. Stella Pulpo si sentì ferita da quella osservazione e, in cuor suo, pensò che anche lui, tutto sommato, era il tipico pene sapiens maschilista. Gramellini, nel corso della cena, aveva mantenuto costantemente la sua solita espressione facciale.

Stella si tolse l’impermeabile e si accomodò sul divano, nell’immenso soggiorno. Gramellini si recò presso la cucina a vista per preparare due Negroni Sbagliati: spumante, Vermut, Campari, due fette d’arancia e ghiaccio ed eccoli pronti. Prese in mano i due bicchieri Old Fashioned, tornò al divano e ne porse uno alla Pulpo. Si sedette accanto a lei.

–  La birra Raffo non ce l’avevo. – scherzò il Gramellini, sorridendo nello stesso solito modo in cui aveva sorriso per tutta la serata.

– Due cocktail impeccabili, dottore, conosce alla perfezione la ricetta. Osservo tra l’altro che lei legge il mio blog. – rispose la Pulpo, accendendosi una sigaretta e sorseggiando il suo drink.

– Mi piace il suo modo di scrivere. Lei ha un grande talento. Inoltre, adoro sentirmi in colpa per il semplice fatto di essere nato uomo. Le confesso che la cosa mi procura un’eccitazione sessuale masochistica. Certo che lei fuma parecchio, dottoressa. Non le farà male?

– Mi manca la mia Taranto e mi sento in colpa a stare qui, lontana dagli arrosti di carne, dagli amici di sempre, dal sole, dalla birra Raffo, dall’impepata di cozze mangiata alla ripa di mare al tramonto, dai vicoli giallognoli di Taranto Vecchia, da mia zia che mi ingozza di burratine, dallo spirito che resta giù quando vai su, dai saluti in stazione che ti stracciano l’anima e ci fanno una ratatouille di nostalgia e insofferenza, e dubbi iperbolici, e domande retoriche sul senso di vivere in funzione delle bollette da pagare invece che degli affetti da amare. Per espiare tutto questo, non potendo respirare l’aria inquinata dovuta all’ex-Ilva, compenso fumando accanitamente. Lo faccio per solidarietà nei confronti della mia città e dei miei concittadini.

Gramellini aveva gli occhi lucidi, commosso dall’armonia poetica, nostalgica e reazionaria con cui la Pulpo, citando a memoria uno dei suoi post, parlava delle sue radici. Si sentì per un momento destabilizzato: quel monologo rischiava di far crollare le sue finte certezze di radical chic, per far venire a galla la sua vera identità di conservatore, che, nel suo intimo, voleva semplicemente avere una famiglia tradizionale.

– Mi manca la mia mamma, dottoressa Pulpo. – Gramellini le afferrò la mano e la guardò intensamente negli occhi, mentre una lacrima scorreva sul suo faccione rotondo e sporadicamente barbuto. L’espressione del viso era immutata anche in questa circostanza.

– Anche a me manca la Vagina Maestra – rispose la Pulpo. Ricambiò lo sguardo lacrimevole del Gramellini. Nel frattempo, lei aveva tolto gli occhiali da sole. – A proposito – sussurrò, avvicinando le sue labbra a quelle di Massimo – adoro il modo in cui lei, nelle sue rubriche, cita a sproposito Carl Gustav Jung. Tra l’altro, chi sarebbe?

Si baciarono. Dapprima delicatamente, sulle labbra. In breve, le loro lingue si intrecciarono per diventare un vortice di mulinelli. La blogger terrons pseudo-femminista e il soffice scrittore posato e prudente del Corriere cominciarono a unirsi carnalmente, forse come preludio di un nuovo progetto editoriale che parlasse alle viscere delle donne sofferenti, allo scopo di speculare sul loro dolore e turlupinarle, indossando la placida maschera dei progressisti emancipati. Gramellini liberò la Pulpo dalla camicia verde militare che indossava, facendo emergere e respirare con prepotenza i suoi vulcanici seni appuli. La Pulpo non indossava reggiseni. Era una scelta ideologica. I suoi capezzoli erano già puntuti e gonfi di desiderio. Nel frattempo, quest’ultima, ansimante e vogliosa, si era fiondata sull’elegante pantalone grigio del Gramellini e in un batter d’occhio glieli aveva sfilati, ma in quel momento, notò qualcosa di insolito e si fermò.

Santiddio Gramellini! Lei indossa mutandine da donna! – esclamò Stella, ancora ansimante e con la fronte vagamente imperlata di sudore.

La Pulpo osservò meglio. Non solo il giornalista indossava mutandine da donna, ma un altro dettaglio ancora più inquietante emergeva osservando con più attenzione. Notò che la zona del pube era completamente piatta.

– Le tolga pure, dottoressa Pulpo. Senza paura. Mi sembra giusto dirle tutto, se lo merita. – esclamò il Gramellini.

Stella Pulpo sfilò con reticenza e con uno sguardo tra l’interrogativo e lo schifato le mutande del giornalista. E quanto aveva presagito e sospettato divenne improvvisamente realtà: Massimo Gramellini aveva tra le gambe una meravigliosa quanto artistica fica. Una vagina perfetta. Grandi labbra, piccole labbra, clitoride. Una fetta di prosciutto crudo perfettamente piegata. Un odore acre, ma piacevole, emergeva dalla sua vulva.

– Quando è successo? – chiese Stella turbata. Provava perplessità, stupore, confusione ed eccitazione.

– E’ stato un processo graduale, a partire da quando ho iniziato a scrivere Il Caffè, sul Corriere. Ho notato che ogni mattina mi svegliavo e il mio pene diventava sempre più piccolo. Finché un giorno non ha raggiunto le dimensioni di un clitoride. Più avanti, la pelle che lo circondava ha cambiato forma, fino ad assumere i connotati di un’autentica vagina. Ho consultato un ginecologo e, per fortuna, mi ha tranquillizzato: il mio nuovo organo funziona perfettamente. Ho imparato a masturbarmi e a godere come una donna, con i giocattoli che tra l’altro lei sponsorizza sul suo profilo Instagram. Lei mi ha fatto scoprire un mondo completamente nuovo, dottoressa. Le sono debitore.

– Non pensavo di aver avuto un ruolo così fondamentale nella sua vita. Mi emoziona dicendo questo. – Gli occhi le si riempirono di lacrime.

Massimo Gramellini era stato il primo prototipo umano a confermare la teoria del gender: era andato mentalmente e fisicamente oltre il concetto di genere maschile e femminile.

– Sto pensando di cambiare il mio nome in Maximum Gramellina.

– Anch’io sto pensando di cambiare il mio nome in Stella Pulpa.

– Si accomodi, dottoressa. Assaggi pure e non faccia complimenti. Non vorrà mica che Il Caffè di domani abbia come titolo Le Non-Leccatrici?

– Arguto, il mio bel radical chic neutro…

Stella Pulpo si fiondò immediatamente sulla fica di Gramellina , lavorando di lingua in maniera certosina e abbeverandosi dei suoi umori come una bestia assetata. Gramellina iniziò a godere, dapprima ansimando come un umano, per poi iniziare ad emettere versi scimmieschi. Ben presto, i due si trovarono intrecciati, dapprima in un sessantanove, per poi passare tutta la notte a sforbiciare e a procurarsi orgasmi multipli, emettendo urla e farfugliando come una coppia di bonobo.

Passarono tutta la notte accoppiandosi selvaggiamente, finché ormai esausti e stravolti dagli innumerevoli orgasmi, non si placarono e non si resero conto che era già mattina.

– Devo tornare a casa! – esclamò allarmata la Pulpo, – La mia agrodolce metà sarà preoccupata!

L’appartamento era impregnato di odor di fica in maniera impressionante, memorie olfattive di due vagine.

Stella si alzò dal divano e si rivestì, mentre Gramellina la osservava disteso, con sguardo da innamorato. A un certo punto si levò anch’egli, indossò le sue mutandine da donna e una vestaglia e la accompagnò alla porta. La aprì e le disse:

– Fai uno squillo quando arrivi…

E Stella rispose:

– Fai bei sogni…

Si diederò un bacio a stampo. Poi lei uscì.