Viandante

Primi compagni di gioco,
pargoli ben educati,
metto quei tempi ora a foco,
che paion tanto ormai andati

quando per mano vestiti
per Carnevale sì antico,
per primi amici compìti,
ci scondavamo nel vico.

Ora lontano il dolore
m’assedia eneca e mi strozza,
ancor non veggo il colore,
regna un cinereo che sgozza.

Con il respiro carente
che non s’emana, egoista
mi sento ed impenitente
procedo lungo la pista

della missione a me imposta,
lasciando tutto alle spalle.
Voltarmi addietro mi costa
per non cader nella valle,

perché la vetta a fatica
tento di prender spossato
perché nessuno mi dica
d’aver cammino sbagliato.

Tenace seguo pertanto
in questo vol tormentoso,
nessun me ne farà vanto
per tanto agir oltraggioso.

Ma giunge or ora il momento
di quietar tosto quel moto,
accedo in me mesto e lento,
consesso a guisa di loto,

per osservar quel tormento
e fare spazio a quel vuoto.
Poscia a disfarmi ci tento
di quel dolore ormai noto,

d’aver discesso chi m’ama,
per vocazione imperante.
Per quanto affondi la lama.
son ciò che sono, un viandante!

Casa Surace – L’ultimo pacco da giù – Parte 2

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(…Continua da qui – Parte 1)

Ricky sedeva nella sala da pranzo. Le luci erano spente e solo il crepuscolo fuori dalla finestra la illuminava fiocamente. Aveva preso posto su una sedia accanto all’antica cristalliera marrone, distante dal lungo tavolo ovale situato al centro della stanza. Era vestito di tutto punto: camicia bianca, completo nero e papillon. Aveva la manica sinistra sollevata. Prese un laccio emostatico e lo legò vigorosamente al braccio, stringendolo ulteriormente tenendone l’estremità con i denti e tirando forte. A quel punto, raccolse la siringa dal pavimento, ormai riempita di quel liquido vagamente giallastro. Giacevano al suolo un cucchiaino di alluminio, dentro il quale aveva scaldato la dose, l’accendino e lo spicchio di limone completamente spremuto. Osservò per qualche istante quella siringa piena:

– Tu sì che hai personalità, amore mio, sei l’unica amica che ho…- disse, guardandola con voluttà.

Esplorò con attenzione il suo braccio sinistro, alla ricerca di qualche vena ben visibile. Non si faceva spesso, riusciva a mantenere un ritmo costante di una dose alla settimana da circa un annetto, da quando aveva iniziato. Eppure, puntuale come un orologio, ogni giovedì alle ore diciannove, quella dose era divenuta strettamente necessaria, imprescindibile. Qualcosa dentro di lui gli diceva che, prima o poi, avrebbe ceduto come tutti e avrebbe aumentato il numero di pere, ma per il momento resisteva. Appoggiò l’ago sulla vena più in evidenza e lo spinse dentro. Una goccia di sangue emerse dal minuscolo forellino creato. A quel punto, fu un attimo, e pigiò sullo stantuffo. Applicò una pressione lenta e costante, in modo che l’eroina entrasse gradualmente. Ansimava lievemente, mentre il liquido entrava in circolo, finché lo stantuffo non raggiunse la fine della corsa e tutto il contenuto fu svuotato nella vena.

Eccola, la solita sensazione, anche se ormai molto più blanda. Non gli dava più il piacere della prima volta, quei mille orgasmi tutti insieme che sentiva su tutto il corpo, a cui seguiva quella irripetibile, irrinunciabile sensazione di pace assoluta. Sì, si stava ancora bene, ma non era più la stessa cosa. L’eroina era una grande amica, oltre ad essere una gran troia. Faceva il suo bravo lavoro, ti consolava finché lo riteneva opportuno, e a un certo punto decideva che il suo lavoro era finito e lentamente andava via. Al suo posto, i problemi, le ansie e le preoccupazioni di sempre tornavano prepotenti, più forti e fastidiose di prima, più intollerabili.

Ricky stette un paio d’ore, accasciato sulla sedia, a non pensare a nulla, quieto, anche se di tanto in tanto un vaghissimo e anestetizzato senso di colpa faceva capolino. Sarebbe arrivato violentissimo, finito l’effetto della droga.

Pasqui era seduto a capotavola, con le mani legate dietro la sedia, ancora rintronato per la forte botta che il suo vecchio amico gli aveva dato sulla testa. Quel vasetto di ragù, spaccato con tanta violenza sul suo cranio, lo aveva sconquassato nei sensi. Ricky, dopo averlo legato, gli aveva medicato e bendato la ferita, per poi pulirgli il volto e la testa dai residui di sangue rappreso e ragù pippiato. Gli aveva anche messo una maglietta pulita. Pasqui si stava leggermente riprendendo, rumoreggiava e mormorava, biascicando e scuotendo la testa lentamente, finché a poco a poco non riprese un minimo di conoscenza e fu in grado di emettere dei suoni intellegibili.

– Oh, Ricky…- disse con voce impastata.

Ricky si alzò a fatica dalla sedia. In piedi, portò entrambe le mani sui fianchi e inarcò la schiena, stiracchiandosi. Successivamente abbassò la manica della camicia e della giacca, sistemò il farfallino e si rimise composto.

– We, terùn! – rispose l’amico – Ti ho già detto che non stiamo recitando. Chiamami con il mio vero nome, ok?

– Scusami, Massimo…

– Così va meglio, carissimo Pasquale…- fece Massimo con solennità. Poi proseguì, mani dietro la schiena, camminando attorno al tavolo, mentre Pasqui lo guardava attonito e intristito.

– Vedi, mio caro Pasquale, sono davvero tanti, tantissimi anni che mi trovo qui recluso con voi. Non so più neppure quanto tempo sia passato, credimi. E’ una vita intera che mi trovo qui e non ho la più pallida idea di come ci sia finito, in questa setta di hippies di merda che, invece di scopare, mangiano come dei maiali. Pasquale, caro, non so che cosa mi abbiate fatto, se ho perso la memoria o cosa, ma vi faccio i complimenti: siete stati capaci di farmi dimenticare completamente la mia vita precedente, le mie origini, le mie radici. Avevo una moglie, vero? Due figli, giusto? Dove sono finiti i miei genitori, invece? Non ricordo neppure più che facce abbiano, e immagino che tu non abbia la minima intenzione di rispondermi. Vero?

Massimo si avvicinò alla finestra della sala e guardò fuori. Erano a un piano alto, questo era noto, ma fuori, nei paraggi, non c’era assolutamente nulla. Non c’era un’anima viva in giro. Solo una strada, piena di buche e, oltre, un campo di sterpaglie scosse dal vento. Accanto alla strada, maestosi e al contempo orribili si ergevano i tralicci dell’alta tensione. All’orizzonte, il sole tramontava, rendendo la sala da pranzo sempre più scura.

– Non ho neppure ben chiaro dove ci troviamo. Ma saremo davvero a Milano qui? Che cazzo di quartiere è? – proseguì Massimo, portando lo sguardo ancora verso l’orizzonte e tenendo le mani dietro la schiena.

Pasqui, legato alla sedia, lo osservava, ancora rintronato, con aria supplichevole. Ascoltò per un po’ l’amico, poi prese coraggio e parlò anche lui.

– Massimo – fece Pasqui, questa volta senza il suo fastidioso accento barese. Aveva al contrario una dizione perfetta. – Slegami, per favore! Mi fanno male i polsi…

– Slegarti? Bella questa, ma se ti sei appena accomodato. Ti ho preparato una bella sorpresa…

Massimo si avvicinò alla porta d’ingresso della sala, affianco alla quale c’era l’interruttore della luce. Vi pigiò sopra e, improvvisamente, una luce maestosa proveniente dall’antico lampadario a cristallo sul soffitto illuminò la sala. La tavola era imbandita di ogni ben di Dio: lasagne, pasta al forno, polpette, peperoni ripieni, cotolette, caciotte, mozzarelle, insaccati, pizze. C’era da sfamare l’intero quartiere. Questo spiegava perché la sala fosse impregnata di quell’intenso profumo di cibo, su cui, in particolare, prevaleva quello di ragù pippiato.

– Vedi, Pasquale – proseguì Massimo – hai presente per quanti giorni hai dormito? Tre giorni interi. Nel corso di questi lunghissimi giorni, non potendo uscire da qui, sai cosa ho fatto? Innanzitutto ti ho curato quella bella ferita che ti ho procurato sulla testa. Dopo di che mi sono messo a cucinare, esattamente come fa tua madre. Mi sono svegliato tutte le mattine alle quattro e ho praticamente cucinato tutto quello che c’era nei tuoi dannatissimi pacchi da giù. Adesso, però, se non vuoi che io ci rimanga male, dovrai mangiare tutto quanto. Sono stato chiaro?

– Massimo – fece Pasqui terrorizzato – ma sei impazzito? Non posso mangiare da solo tutta questa roba!

Massimo si avvicinò al mobile vicino alla cristalliera, sul quale poggiava un vecchio giradischi. Nel vano inferiore del mobile, vi erano diversi LP. Ne estrasse uno, poggiò il vinile sul piatto rotante, avvicinò la puntina e, dopo una trentina di secondi di lieve fruscio, il suono de La Grande Bouffè di Philippe Sarde iniziò a riecheggiare nella stanza. Successivamente, si avvicinò all’amico con estrema tranquillità, estrasse una pistola dalla tasca della giacca e gliela puntò sulla nuca:

– Pasquale, carissimo amico mio. Come dice tua madre, ti mangi tutto senza pane! – sorrise con uno sguardo che sapeva di divertito, addolorato e rassegnato.

– Massimo…- rispose Pasqui, con la voce rotta.

Massimo insistette e ribadì:

– Mangia, piccolo Pasquale, mangia. Perché se non mangi, tu non puoi morire…

(Continua…)

 

Fanciullo

Muta improvvisa la notte sull’urbe
chiusa, blindata, ristretta nel guscio.
Speme impaziente, fissando quell’uscio
s’apra e ci libri le menti ormai orbe.

Soffio dell’aere, le pelli solinghe,
ante tangevano simil sorelle,
spire di talco, ormai dalle celle
luoghi distanti già volgon raminghe.

Mira, Fanciullo, compagni di giuoco
ombre del nido che scacci crudele.
Volgi, rabbioso, quell’occhi alla vita,

chiama imperiosa, con forza t’invita,
Fato tremendo. Rilascia quel miele,
dolce veneno, t’annienta nel fuoco!

Dino Veniti III

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Dino Veniti Terzo.

Che classe.

Un altro Veniti in dirittura d’arrivo sul pianeta terra. Frutto del mio seme, un essere che rasenterà la perfezione, bello come il sole, ma soprattutto impeccabile e irreprensibile.

Un uomo tutto d’un pezzo sarà, questo mio pezzo di cuore. Bello, pettinato come il suo papà, elegantissimo ed educato.

Sarà mia cura plasmarlo a mia sacra immagine, sarà mio compito trasmettergli quelle doti e quei talenti che hanno contraddistinto la nostra stirpe. Noi, i Veniti, alla stregua di semidei, da generazioni abbiamo l’intento di dominare il mondo, mediante la nostra perfezione, i nostri modi educati ed eleganti, il nostro agire a guisa di cavalieri senza macchia e senza peccato. Noi siamo i Veniti, eccellenze in fatto di morale ed etica, assolutamente perfetti, nobili dal sangue blu, maestri di camaleontismo, perfettamente a nostro agio in qualsiasi contesto storico, economico, politico, sociale e religioso.

E da generazioni, chiunque si interfacci alle nostre persone, coccolato dai nostri modi affettati e carezzevoli, ormai entrato in intimità, completamente fiducioso nei nostri confronti, all’improvviso: ZAC! ZAC! ZAC! Viene fatto a fette dalla crudezza del nostro realismo.

Ordunque, papà ti aspetta, Dino Veniti III. Antropomorfo o in brandelli di endometrio sfaldato, servito su un assorbente igienico, con un contorno di spinaci.

 

 

 

 

Impotenza

Senti un senso di impotenza che ti schiaccia il petto, quando ti comunicano che qualcuno a te molto vicino si è ammalato.

Alzi la cornetta, ti sforzi di essere fermo e rassicurante, cerchi di vincere il profondo imbarazzo dovuto al fatto che non ti fai sentire praticamente mai.

Tenti di sviare il discorso e di parlare d’altro, addirittura di progetti futuri, di incontri.

Provi a essere rassicurante, ché non è accaduto nulla, ché tutto si risolverà con una piccola operazione, e magari andrà proprio così, mentre in realtà non sai davvero di cosa cazzo parlare e ti vergogni mortalmente perché lo sai anche tu che stai dicendo un mucchio di stronzate che non pensi, perché un tumore non è mai uno scherzo, né per chi se lo becca, né per i suoi familiari.

La verità è che non riesci a immaginare neppure come possa sentirsi la persona all’altro capo del telefono.

E ti senti impotente e in colpa, perché è così: non puoi farci veramente nulla. Non hai la minima briciola di potere per riuscire a guarire l’altra persona, per rassicurarla, niente di niente.

E c’è un’altra verità, ancora più difficile da riconoscere e da ammettere a se stessi: la persona che si ammala ti fa pure incazzare. Come si permette di ammalarsi e di farmi soffrire? Come osa distogliermi dai miei obiettivi, dai miei progetti, dai miei spazi? Come osa invadere il mio territorio ed esigere indirettamente le mie attenzioni, con la sua malattia?

E c’è di più. So già che, se nei prossimi giorni ci saranno momenti in cui non sentirò il dolore, e inizierò a sentirmi in colpa anche per questo.

Dio mio, ma quante altre sberle mi vuoi dare? Sono cinque anni che va avanti questa storia. Non è sufficiente? I novantenni non si ammalano più? Fai crepare qualche vecchio centenario ogni tanto, e che cazzo!

Amici, parenti, possibilmente giovani e sotto i quarantacinque anni: c’è qualcun altro di voi che deve beccarsi un tumore? Una leucemia? Chi sarà il prossimo? Fatemi sapere, avanti. Ammalatevi tutti. Coraggio, fatemi pesare il vostro dolore, mentre io sto bene e me la spasso, cazzo.

E il groppo in gola si fa di nuovo grosso e torna a soffocarmi.

Sono un uomo fortunato, nonostante tutto. La Vita mi ha dato e mi sta dando veramente tanto. Dopo tanti anni, non l’avrei mai detto, sono un uomo sereno e a volte anche felice.

Fa terribilmente male, però, vedere che le persone a cui vuoi bene e che ami soffrono.

Tutto ha un prezzo. E chi ami e ti ama, quasi mai ti segue.

 

 

 

Preghiera dell’Anno Nuovo

Ieri, una corsa nella nebbia milanese, per diradare le mie, di nebbie.

Domani, ultimo giorno dell’anno 2019, l’ultimo giorno di questi anni Dieci, preludio all’ingresso in un nuovo decennio, gli anni Venti.

Oggi, iniziamo a fare bilanci e a progettare, per l’anno 2020, verso il 2020.

E allora.

Andiamo avanti, in questo cammino di vigilanza e attenzione alla nostra voce interiore.

Andiamo avanti, in questo cammino verso la libertà e la sicurezza, due aspetti diametralmente opposti da far lavorare in armonia, per la nostra gioia, serenità, pace e, soprattutto, dignità.

Andiamo avanti, in questo cammino di crescita, di tensione verso l’età adulta.

Andiamo avanti, in questo cammino di apprendimento al dono, in particolare al dono di noi stessi agli altri.

Andiamo avanti, in questo cammino di fiducia, fede, speranza, progettualità, ottimismo e realismo al contempo.

Andiamo avanti, in questo cammino di perdono e gratitudine verso chi ci ha dato la vita, avendo ben presente che le spinte esogamiche devono prevalere, perché solo confrontandosi con la diversità c’è crescita ed evoluzione, seguendo chi ha detto Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa.

Andiamo avanti, in questo cammino verso la bellezza.

Andiamo avanti, in questo cammino verso la semplicità, verso l’essenziale.

Andiamo avanti, in questo cammino di individuazione, e non di individualismo.

Andiamo avanti, in questo cammino di bene per noi stessi, per il bene comune.

Andiamo avanti, in questo cammino di amore per noi stessi, per amare il prossimo nostro.

Andiamo avanti, in questo cammino verso l’Amore, in tutte le sue forme.

Andiamo avanti, in questo cammino verso la Totalità, verso un unico Dio, a immagine e somiglianza dell’Uomo.

Andiamo avanti, in questo cammino.

Perché Telemaco, senza paura, sappia che suo padre Ulisse sta arrivando.

Amen

 

Rinnegare la Puglia – Si avvicina il Santo Natale

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Il Santo Natale è alle porte.

Si entra in sala. La tavola, ricoperta di tovaglie rosse su cui sono disegnate ghirlande, è imbandita di ogni ben di Dio. Il nucleo familiare si riunisce finalmente. Tre, in certi casi quattro, generazioni di piccolo-borghesi sedute attorno al tavolo. La generazione più giovane viaggia ormai tra i trenta e i quarant’anni, la generazione degli eterni adolescenti, degli eterni figli, guardata con disprezzo dalle precedenti, gli eroi, coloro che hanno fatto grande questo paese, pragmatici, duri, puri, bacchettoni, moralisti, polarizzati, dicotomici, giudicanti, morti dentro, noiosi.

L’odore dei formaggi e degli insaccati, del vino rosso, del timballo, del roast beef, dell’insalata, dei finocchi, della frutta fresca e secca, dei dolci, dello spumante, del limoncello e dell’amaro, insomma, di tutto il cibo che, servito in questo santo giorno sarebbe in grado di sfamare l’intera Repubblica Democratica del Congo, ha un unico scopo, quello di coprire l’odore pestilenziale dell’incesto psicologico, la puzza dell’invadenza, dei consigli non richiesti e delle domande inopportune e fuori luogo, causate da un sostanziale handicap emotivo che è alla base della totale incapacità di amare degli esseri umani.

Eccola, zia Antonina, che non vede l’ora che ti trovi una fidanzata da poter presentare a tutta la setta, a tutto il clan contorto nel rancore degli obblighi e delle norme non rispettate, degli inviti non ricevuti, delle eredità inique, succube delle spinte endogamiche causate dalla paura del diverso, dell’ignoto, del confronto. Zia Antonina, esatto. La stessa zia Antonina che porta avanti un matrimonio disastroso con un marito capriccioso e tiranno, che non ha mai avuto il coraggio di lasciare perché vittima della colpa e del giudizio degli altri, dell’incapacità di perseguire una vita propria e di far fruttare i propri talenti. La stessa zia Antonina che è talmente abituata all’odore di merda da non farci più caso e che ti invita in ogni caso ad immergerti, in quel bagno caldo fumante al cui olezzo pestilenziale non fa più caso. La stessa zia Antonina che vomita il suo rancore, la sua disperazione e la propria frustrazione sui propri figli, adducendo pretese da questi ultimi, caricandoli di un peso insostenibile e facendosi figlia della sua stessa prole, zia Antonina che non è mai cresciuta, zia Antonina che non è mai diventata adulta e pretende di dare lezioni di vita, zia Antonina che sta provando nuovamente a lasciare suo marito, ma non ne ha parlato con tuo padre che si è offeso perché in famiglia si condivide tutto. Sono alberi cresciuti male, alberi cresciuti storti, convinti di essere querce maestose. Non sanno quello che dicono, non sanno quello che fanno, non sanno chi sono.

La cena è terminata e il giorno seguente causerà inevitabilmente delle scariche di diarrea, nella migliore delle ipotesi, o, nel caso peggiore, una bella vomitata. Si è mangiato troppo, non si è abituati a farlo per tutto l’anno, ma è Natale. Si deve, bisogna, occorre farlo, cazzo. E’ il momento dei regali ora, ovviamente. Fiumi di soldi buttati nel cesso, tredicesime scialacquate, oggetti e capi d’abbigliamento che non verranno mai usati e mai indossati, doni che servono a coprire la colpa di essere stati totalmente inadeguati, che servono a sciacquarsi la coscienza, che servono a colmare un abisso, un vuoto invischiante e mortifero che non si ha il coraggio di guardare in faccia, che servono a rendere il proprio ego ancora più ipertrofico e a manifestare il proprio potere. Il regalo costoso, il regalo grande, il regalone, il guinzaglio, la catena, il potere che abbiamo su di te, o figlio, o nostro figlio, figlio della crisi economica, incapace di stare al mondo, fragile, sensibile, depresso, malato, che hai ancora bisogno di mamma e papà.

Eppure.

Qualcuno di recente mi ha detto di guardare a tutto questo con compassione, con dolcezza, con indulgenza. Loro non sanno, ma ti amano comunque. Non hanno idea di cosa tu abbia bisogno. Perché non ti riconoscono più, perché sei cambiato e non sanno più come prenderti, non sanno di cosa parlare, non sanno come parlarti, perché fondamentalmente sei difficile da interpretare, sei complesso, sei ambiguo, sei un ossimoro vivente.

E allora ci provo, faccio uno sforzo, sovrumano, ma lo faccio, a guardare questa tavolata di minchioni con un sorriso, senza abbassare troppo la guardia, mantenendo i confini sani che ho giustamente posto, ma guardando a tutto questo con affetto. Sono umani, fallibili, limitati, narcisisti, peccatori, vigliacchi, miserabili, imbecilli.

Imbecilli. Come te.

E per quest’anno, ho deciso, mi tiro fuori. Alla larga dal consumismo, alla larga dai miei fantasmi, alla larga dai miei carcerieri, ormai immaginari, ormai ininfluenti. Ce ne stiamo a meditare, al caldo, al chiuso, a leggere, a pensare, a rigenerarci, a tornare all’essenziale, a pregare a modo nostro, per noi e per chi soffre.

Ci proviamo, almeno, a imparare ad amare davvero, e, per dirla alla Erich Fromm, a farla diventare una vera e propria arte?