Perdonare

La pace sopraggiunge finalmente,
sopiscono le brame di possesso,
adesso che le luci si son spente.

A nulla val lottar com’indefesso,
cercando di parare quel fendente,
che arriva solamente da te stesso?

È tempo di centrarsi, di rischiare,
lasciandosi alle spalle foglie secche,
o prender atto dell’umane pecche,
e apprender sempre meglio a perdonare?

Vecchi Dolori

A volte bruciano vecchi dolori,
s’avverton come fiamme dentro al petto
ricordi che tramutan ogni affetto
in nero, che soverchia altri colori;

bruciano meno e hanno nuovi sapori,
di tradimento e abbandono han l’aspetto,
ma restan lì, non mi chino al cospetto
e attendo si dissolvan, quei livori.

E la ferita diviene un passaggio,
stretto ed angusto, ma un passo in avanti
verso una luce ormai placida, calma;

e quel bruciare diviene un messaggio,
spengo i pensieri, è questione d’istanti
e troverai nuova pace, o mia alma!

Un Vaso Prezioso

E come un vaso prezioso caduto,
eri in frammenti, un ricordo che punge,
in lor balia in verità, posseduto;

quelle fratture ora l’oro congiunge,
ora che quanto a te stesso hai taciuto
osi enunciar e altri cocci t’aggiunge.

E in armonia con l’universo emergi,
d’un vecchio io già le ceneri aspergi.

Sconfitte

Siamo in pieno positivismo, abbiamo ormai una totale e cieca fiducia nel progresso e nella scienza, ogni scoperta scientifica ci fa sentire degli dei, autentici padroni del mondo, mentre un eventuale vero creatore, qualora ci fosse, con buona probabilità si fa grasse risate alle nostre spalle, ci osserva singolarmente e ride, ride di gusto, istericamente, ride della banalità delle nostre scoperte e delle nostre vite, narrate come straordinarie, ma in verità assai mediocri, sapendo che, dal suo punto di vista, abbiamo i secondi contati. Siamo solo fastidiose mosche di passaggio, ci posiamo sulla merda senza odore dei soldi e del potere, con lo scopo di dare un senso deviato alle nostre insignificanti esistenze, alla stregua di tenui scoregge emesse nell’infinità spazio-temporale dell’universo. Ci prefiggiamo mete, siamo ambiziosi, vogliamo essere ricordati, nel bene o nel male, vogliamo lasciare un segno, ricerchiamo compulsivamente un pubblico che ci ammiri, partner e amici che ci adorino, anziché amarci e volerci bene e sgomitiamo ossessivamente, malati come siamo di un narcisismo amplificato dalle reti sociali e dalla scomparsa dei padri, reali o simbolici che siano, ma comunque in grado di mettere dei sani limiti. Siamo divenuti totalmente incapaci di ammettere la sconfitta, di fare un passo di lato, contraddistinti da una tenacia che ai più può apparire come audacia, coraggio, caparbietà, ma invero ci rende semplicemente dei pericolosi psicopatici. Mi rivolgo ai più giovani di voi, nello specifico a voi adolescenti di quarant’anni, che vi sentite così indispensabili, così dinamici, incapaci di conoscere la vergogna, convinti che si possa rimpiazzare l’esperienza con una ricerca su Google. Penso a voi rampolli, penso a te, Ilario, al tuo volto inespressivo, alla tua ipocrisia e gentilezza che trasuda odio, rancore, desiderio di rivalsa, dolore, al tuo caschetto nazista del cazzo, ai tuoi sguardi omicidi, alla tua incapacità di ricevere un no come risposta, alle tue ascelle che sanno di cipolla, penso al me stesso di vent’anni fa, che considerava gli adulti come un ostacolo, penso alle urla cariche di rabbia verso quei presunti oppressori, in verità vittime del mio malessere e destabilizzati dai miei comportamenti fuori luogo. Penso ad Andrea Scanzi, fatto al novantasette percento di pene, alla sua sindrome da Peter Pan che occulta in realtà una profonda paura di morire, di non esistere più, di invecchiare. Penso a Lorenzotosa, a Delprete, a Mattia Santori, a Renzi, a Salvini, penso a costoro per non guardare ai miei difetti, penso a chiunque usi questa piattaforma per imporre la propria visione, alle guerre tra poveracci che si scatenano per una lieve divergenza di opinioni, alla presunzione di voler cambiare il mondo sapendo che ci penserà la natura a spazzarci via con un leggero soffio, a imporre un ricambio d’aria, da cui emergerà la stessa, o forse una differente società, ma comunque disturbata e nevrotica.

Rileggo al solito minuziosamente quanto scritto, sentendomi per la prima volta davvero sereno. Non vi è alcun astio nelle mie parole, ma un senso di compiutezza mi pervade, c’è davvero qualcosa di dolce nel perdere qualche battaglia, nel fallire, nel prendere atto della propria insignificanza, nel fare schifo.

Forse è questa la strada per la felicità, essere lungimiranti, avere una visione di lungo periodo, iniziare a pianificare con largo anticipo un’inevitabile uscita di scena e gioire se qualcuno ti cercherà con sincera attenzione nei tuoi riguardi, con affetto, con amore.

In sintesi, farsi, cristianamente ed evangelicamente, merda.

Ehi, Dino, figlio di puttana, questo post non fa ridere! Facci divertire, brutto stronzo!

Stasera no. 🙂❤

E Tacque e Valse

E val la pena di fermarsi a volte,
per un fratello che cerca sollievo
dal suo dolore improvviso coevo
a un male collettivo cui siam colte,

anime piene, può darsi risolte,
dal lor fardello sovente in rilievo
per un amore reciso, e tacevo
a un tale assai invasivo vie sepolte.

A quanto pare non tutto è perduto,
quando le fiamme divampan è ora
di spengerle con fiumi d’acque salse;

il pianto amaro dà un frutto cresciuto,
spandonsi gemme che vita divora:
“Aspergimi di lume!”. E tacque e valse.

Risorgi

Di quel dolore sopito nel fondo
di quell’oceano, universo sì vasto,
forme si creano e un po’ perso l’imbasto,
per dar colore gradito al mio mondo.

Fiammate giungon repenti e nascondo
in un contegno posticcio, nefasto,
a volte indegno, un impiccio rimasto,
retate fendon fendenti, ed affondo.

Eppur s’emerge da tanto soffrire,
sopporta, osserva, comprendi, risorgi,
colpi di vento contrario in cammino.

Neppur più s’erge il suo manto, mio Sire
ch’intorta e snerva ed offende; ora scorgi
un turbamento, ordinario e divino.

Fatica

Fatica, invadi l’alme e anche le membra
d’erranti cavalier cui nomadismo,
distanti, mai legger, senza lassismo,
pervade antica chiama e i cocci assembra

di parti tra lor scisse, è quanto sembra,
che ottenebran il corso con cinismo
che genera una morsa d’egoismo.
Che scarti inutil fisse, ciò rimembra!

Tra decezioni e pavori perseguon
la via d’un demone già sussurrata
nel mentre il tedio del mondo l’assale

e al ventre assedia un’immonda vestale
mai pia, sin remore, castra efferata,
salve eccezion: coi timori, proseguon!

E Veggo è Sera

Rientrato nella polvere invadente,
d’inospital magione ancor informe,
di lei, Maestà, non più perseguo l’orme,
ma a un Dio, già sibilante, impenitente,

prostrato sto. A quel suo voler sigente,
per tale vocazione, or ora enorme,
ed io, lo sa, mi piego alle sue norme,
m’avvio seduta stante, ed è imminente

l’angoscia tenue d’incerto dimani,
ch’in gola stringe e le nebbie infittisce,
ma seggo e spero il loro diradarsi.

E veggo è sera; né più dimandarsi
s’è un vol che spinge alle sabbie e inasprisce
chi lascia quanto certo, a basse mani.

Madre Dama

E già respira quest’amènte corsa,
travolto ormai dal rio del divenire
e vive il mio deseo a quel tempo in morsa.

Fu stolto pavor mio, ma l’avvenire,
sirena (ingannatrice?) forte chiama
e, colto, pago il fio; per non morire.

Catene stringon polsi e come lama
dan pene, in prigionia di Madre Dama.

Ignavo Seggo

Ignavo seggo, früendo quïete,
forse più apprendo, silente, qui in pace,
ch’in moto dal tormento; dalla rete

corsi, e non spendo più niente, o mendace
pavido padre, ch’incommodo sfuggi
perso, ch’offendi una mente tenace.

Viscido ladro, il mio mondo distruggi,
ma pugnerò; ch’il cor mio non s’aduggi!