Ad Afelia

Desueto volgi ormai, travaglio noto,
d’intensa decade scorsa tra prelia,
consueto, sporgi e vai al vaglio: immoto;

su, pensa, o nomade, è persa camelia
ch’univa te a quel foco che s’estingue,
immenso neca. Di corsa ad afelia,

giammai renderan più il tuo ventre pingue,
il Fato vuol te! Fuor le malelingue!

Restare

Siede spossata da tanti travagli,
e sùbito alla porta bussan lesti,
non dubita, son forti, indossan vesti
candide, issàti, sul manto due intagli.

Vetusti spettri ricorron, già noto,
l’accoglie e non sentenzia e l’occhi serra,
coi brogli lor non danza, pecca ed erra,
trambusti elettrici scorron nel vòto.

E’ sera e duole, tenace Signora,
ch’i pugni stringe e spenge il suo giudizio
e spera in un sollievo che ristora.

Intera suole, mordace divora,
di sogni spinge e cinge il precipizio,
restare, com’allievo nosce ancora.

Saulo

Lo scifo all’orlo ricolmo sancisce,
fervente d’un amaro liquor nero,
la fine della mane,
e i sorsi lievi, nel mentre appassisce,
pasciuta da un pensier che non fu vero,
angustia un tempo immane,
attrice alquanto infame!
Di scelte erronee passate fautrice,
discernimento, che stolto, ignorato,
giacché d’ira annebbiato,
di te facea uno spirto assai vindice.

D’onnipotenza, eran giorni, ricordi?
Inconscia era l’idea d’esser mortale.
Di giovenil passioni,
tu preda ingenua, appena eri all’esordi,
e forza in te imperava, ben vitale,
pur atta a distruzioni,
lontan da elevazioni!
E di que’ demoni scuri, fantasmi,
ch’invero il corso t’han sempre mostrato,
fanciul perseguitato,
vilmente rifuggivi quei miasmi.

E mentre corri il sentier si dirama,
forcella si dilata e già dirime,
la via della passione
dal corso molle d’affetti. E ti chiama
la prima, per difesa, che reprime
lavoro e contrizione,
per pur dilettazione!
In quel cammino prosegui segiunto,
alte le mura circondan il lime,
e l’umbra te comprime,
il sasseo core tuo giammai compunto.

E giunge niveo d’un tratto, veemente,
la fuga s’interclude, al suol decidi,
un Lume che t’accieca,
mio Saulo, all’altro ramo di repente
rinvieni te, e vai verso l’altri lidi
lasciando la via bieca
ch’alla clausura reca!
Procedi dunque e pavore or conosci
che nelle fauci sì urgente s’annoda,
il pianto infin approda,
discioglie il meto e già meno t’angosci.

E volgi il guardo, or che giunge schiarita,
ceruleo all’orizzonte d’ampi spazi,
le vie si ricongiungon.
Cupidità, lenità già l’invita,
che di postrèmi avversi furon sazi,
mutuali ora si ungon,
le sommità s’ottungon!
T’adegui pronto, ad amar or t’appresti
già che condurre alla meta ti lasci,
al Fato sol t’accasci,
non sull’umane genti più ora investi.

O versi, per te, o Saulo,
che seme siate e frutti un dì doniate,
che speme diate, e tutti qui inebriate!

 

 

 

Momento

Allorché il mondo accommoda le genti
illise in eguaglianza conformata,
la via ch’in me è di richiami fiorenti;

perché non sondo, in comoda serrata,
concisa esuberanza giovenile,
follia ch’in te, da dettami evitata.

Cede lo scudo, desisto esser vile,
incedi ignuda, è festa nel fienile!

Tu Voli

Crassa caligine, densa ricorre,
cinerea lungo il labbro dello iato,
spesse fuliggini, intense zavorre
fulminee, giungi ebbro di peccato.

Fallaci colpe, a puerizia spettanti,
trascendi, giunto è il tempo che ciò avvenga,
mendaci volpi, tristizia imploranti,
soffrendo spunti, e inciampo non sovvenga.

Dall’agro qui in pianura ammiri i colli,
sui qual permangon, minuti e più soli,
Titani antichi, eroici ed immortali,

e, magro per l’abiura, aggiri folli
villani e ricchi, all’indice, banali,
di mal non tangon, canuti. Tu voli.

Dai Colli il Sole

Sì forte spinge l’acqua sulla diga,
stagnante, pregna, e scura, di risposte,
intanto segni median forze opposte,
la tela intingon vacua e tutto intriga.

Sì lenta crea le crepe sulla pietra,
paziente, degna, e pura, d’esser spressa,
già monda ‘gegni e cure dà a chi in essa
sé merge, idea gli scopi, e non arretra.

Del gaudio il Lume alfin farà ritorno,
il fuoco infiammerà quel sangue nostro,
liquor proromperà, salso e bruciante.

Dai colli il Sole infin verrà un bel giorno,
nel cielo splenderà, quel pingue mostro
dolor più non darà, mia dolce amante.

Virgilia

L’istante che recorre alla mia mente,
in dolci rimembranze il sen si stringe.
Sul lìtor sta, sui volti si dipinge
la gioia mesta di speranze spente.

Un compito ella svolse, m’è ora chiaro,
frattanto che le lagrime disciolgon
que’ nodi scuri in petto ch’ora dolgon
già men, la nave mia s’accinge al varo.

L’esercito guardingo gettò l’armi,
lasciando inceder l’ospite inconsueto,
sorella affine, guida necessaria,

fragosa taciturna, fresca l’aria
su noi spirò, cedendo il me desueto.
A lei son grato, or possa congedarmi!

Domenica

Domenica di tregua,
l’ispira quel novello verde intorno,
volatili sonanti all’albeggiare.
Le s’apron l’occhi, il sonno si dilegua,
pensieri d’ogne parte fan contorno,
dolori e gioie avverte levitare.
Con quel profondo mare,
che calmo, pieno, appare in apparenza,
di pesci e di coralli, vi si fonde,
tesori variopinti che nasconde
ai pescator con lenza.

Lor tentan di carpire,
violenti, quant’emerga da quell’acque
di chiaroscuri armonici e contrasti.
Lei siede e intanto nulla può scalfire
il novo Sé che da tormento nacque,
libratosi da quegli strazi vasti.
Un tempo assai nefasti
le furon, sendo ‘gnoti ad ella stessa,
d’altere volontà poiché diretta,
in forma d’un infìda trama intessa,
ch’ormai forte rigetta.

Giornata soleggiata,
distesi corpi e menti, guerra e pace
s’alternan già, rumor di sottofondo,
d’un’esistenza alfin non più evitata
che dona in premio a sol chi n’è capace,
di regger con distacco il crudo mondo,
con spirito giocondo.
Sapore di caffè sul suo palato,
l’amaro ormai gradevole sollazza,
un altro sorso dopo aver posato
le labbra sulla tazza.

Attendon sotterrati,
ancor quei pianti antichi non espressi
che spinse, per decoro, giù, rimossi,
che furon tant’a lungo rimandati,
per moniti censori ed indefessi,
ch’infine con fatica furon scossi,
dei qual non restan ch’ossi.
Il crepitar avverte sua vetusta
la pelle, crepe aperte, uno sfaldarsi,
vizzita e dura cade al suolo angusta,
ed ecco, rosea e soffice mostrarsi.

Autentica si spoglia,
v’è lei, totale sorta e rinnovata,
lucente, ma erudita sulle ombre,
paura più non ha della sua voglia
furente, per timor ch’avea cultata,
il capo e l’alma alfin si svelan sgombre,
d’angustie tant’ingombre.
Lo sente il desiderio genuino
per quella danza torbida e pulita,
d’amore puro immondo, eppur divino,
ch’a fondere le carni già l’invita.

O versi, oggi composti,
all’Anima parlate e offrite spazi,
ché già pagò salati l’alti dazi.
 

Mar Marasma

E’ quel timor d’amar, nel mar marasma,
che porta me nel fondo dell’abisso,
ancor mi percepisco parco scisso,
in lotta con l’ennesimo fantasma.

Tormente, venti, fuoco, in lotta eterna,
si staglian grevi, emanan fumi foschi,
fiammate brevi incendian verdi boschi,
e in un letargo nero vita iberna.

Tradito, il mio tradir traduco e stride
con quella fede cieca ai motti d’alma,
mia guida e musa. Il tempo della calma
intento e attento attendo, mentre incide

sul cor quella luttuosa lama acuta
ch’insiste e il sangue scorre e si raggruma
asfittico, mi schiaccia e mi consuma,
perché la colpa mia è cosa dovuta.

Pargolo Ridente

A G.

A te, che pur urlando nel deserto,
che sbraiti ormai perdìto, l’alma in pezzi
supino, il volto volgi al cielo aperto
giacché volsti disfarti de’ tuoi vezzi.

A te, ch’in toto mergi te nell’acque
palustri e furve, d’infero privato,
protenditi a quel Lume che rinacque
da rime. Il meto tuo già t’àn mostrato.

Risali ordunque all’aere in isperanza,
che vento e sol detergano e rinnovin
fiducia in petto e quiete alla tua mente.

Che tu sia libro d’ogne antica usanza,
vetusti l’odi e l’ire in te non covin,
ritorna ad esser pargolo ridente!