Cedi Sognando

Il gelo incede, cener nebulosa
la via del vico, quasi orba, oziando,
più non si lascia calpestar rabbiosa,
sola restando.

E i veli scendon, Vener voluttuosa,
sei mia, ti dico che mi turbi, osando;
giù ormai m’accascio, ad afferrar, viziosa,
te già ansimando.

Di tela preda, prenderti ossequiosa,
mai pia né amica, non più acerba, amando
su sta’, ma poscia a riposar, preziosa,
cedi sognando.

Scende La Maschera

Scende la maschera stretta sul viso,
or, ch’aderente, mi mozza il respiro,
riprende la fiducia all’improvviso.

Lì, sorridente, mai rozza, t’ammiro,
sostieni il mal, ma larga t’elargisci,
stando silente, ed abbozzi un sospiro;

t’esponi al sol, pur parca, t’esibisci
nel pieno mar che solchi, rinverdisci.

A Un Passo Da Te

E resto a un passo da te nella tana,
t’osservo, mentr’accenni la tua pelle,
immagini a sé stanti, sin favelle
per brame della carne; ancor non stana

me, appresto un po’ distante; è cosa vana
mostrar te solo oggetto, alquanto imbelle,
rivolta verso chi guarda le stelle,
con fame d’osservanze, e sei lontana.

Mia Viola, quanti corpi tutti uguali,
anonimi dipinti senz’odori,
un’infinita scelta, mai venuta.

Mio amore, mostra te per quel che vali,
accoglimi. Siam spinti a far l’attori,
ma è vita ch’è divelta, non cresciuta.

Giocondo

Serena siedi col capo reclino,
defessa dal pavore tormentoso,
impresso sta il color perspicuo, acquoso,
negli occhi tuoi cerulei e m’avvicino.

In pena cedi al volere divino,
oppressa dal terrore assai morboso,
ossessa da dolor iniquo, ombroso,
di vecchi guai, d’aculei d’un crespino;

ma incendia in te l’ardor di vita piena,
ch’ancor ignori, velato di meto,
pur tuttavia ti pare cosa aliena.

E solitaria, m’irrompi nel mondo,
guardi e languori ch’effondi al me inquieto
e già rivivo, mi riempi, giocondo.

Onde

Nell’acque gelide e scure, disperso,
alte son l’onde minacciose e cupe;
vi tacqui intrepido e duro, qui immerso,
sagitte van da nebulosa rupe.

Nel mar di crimini fasti, sì avverso,
mi trascinaron quell’immonde lupe;
per re di vimini infausti ebbi perso,
ché derubaron le mie tonde drupe.

Allor ch’intanto ch’esanim demergo,
persici e amigdale mi porgon mani
le tue. Dall’occhi tuoi, respiri emani.

Di baci ammiro, lì piangon gioiosi,
qua giue più imbocco guai, Sire maestosi,
d’amor sì tanto, ma immane, riemergo.

Domenica

Domenica di tregua,
l’ispira quel novello verde intorno,
volatili sonanti all’albeggiare.
Le s’apron l’occhi, il sonno si dilegua,
pensieri d’ogne parte fan contorno,
dolori e gioie avverte levitare.
Con quel profondo mare,
che calmo, pieno, appare in apparenza,
di pesci e di coralli, vi si fonde,
tesori variopinti che nasconde
ai pescator con lenza.

Lor tentan di carpire,
violenti, quant’emerga da quell’acque
di chiaroscuri armonici e contrasti.
Lei siede e intanto nulla può scalfire
il novo Sé che da tormento nacque,
libratosi da quegli strazi vasti.
Un tempo assai nefasti
le furon, sendo ‘gnoti ad ella stessa,
d’altere volontà poiché diretta,
in forma d’un infìda trama intessa,
ch’ormai forte rigetta.

Giornata soleggiata,
distesi corpi e menti, guerra e pace
s’alternan già, rumor di sottofondo,
d’un’esistenza alfin non più evitata
che dona in premio a sol chi n’è capace,
di regger con distacco il crudo mondo,
con spirito giocondo.
Sapore di caffè sul suo palato,
l’amaro ormai gradevole sollazza,
un altro sorso dopo aver posato
le labbra sulla tazza.

Attendon sotterrati,
ancor quei pianti antichi non espressi
che spinse, per decoro, giù, rimossi,
che furon tant’a lungo rimandati,
per moniti censori ed indefessi,
ch’infine con fatica furon scossi,
dei qual non restan ch’ossi.
Il crepitar avverte sua vetusta
la pelle, crepe aperte, uno sfaldarsi,
vizzita e dura cade al suolo angusta,
ed ecco, rosea e soffice mostrarsi.

Autentica si spoglia,
v’è lei, totale sorta e rinnovata,
lucente, ma erudita sulle ombre,
paura più non ha della sua voglia
furente, per timor ch’avea cultata,
il capo e l’alma alfin si svelan sgombre,
d’angustie tant’ingombre.
Lo sente il desiderio genuino
per quella danza torbida e pulita,
d’amore puro immondo, eppur divino,
ch’a fondere le carni già l’invita.

O versi, oggi composti,
all’Anima parlate e offrite spazi,
ché già pagò salati l’alti dazi.
 

Sensi

A K.

Sàrcina grave sull’armi ripongo,
ove riposte le vesti, compresso,
monde, desudo nell’aspero gresso
giacché all’ariste ed al sole m’espongo.

Lungo il mio corso m’osserva compìta
domina, a volte silente, che mira
quei molimenti severi, e m’attira,
mentre sé specchia, qualcosa l’invita.

Resto e la miro a mia volta, suadente,
sotica dama, vestita di fiori,
sguardo perduto in vetusti dolori,
di rimembranze soavi splendente.

L’omeri volge in un agro deserto,
“Chi sei?”, dimando, stupita contesta:
“Sento quel senso tra i sensi in tempesta,
in quei ricordi che’l cor m’hanno aperto”.

Eccoti, Incontro, ch’effici catarsi.
Vita, energia che riemergi sovrana.
Donna Fatica, giammai sarai vana,
a Te, che sproni l’audaci a donarsi!

 

Ardire

Son specchi d’acqua quell’occhi di cielo,
lucide stelle sommerse dal sale,
sotto una volta di ciglia, d’un velo,
celan le tinte d’un’alma che vale.

Lattea la cute, perman sullo sfondo,
per quelle labbra infocate sostegno,
crine scarlatto sul viso rotondo
se ne sta lì in voluttuoso contegno.

Moti di spirito suo fondamenta
per la dimora pensata accogliente
donde distendersi priva di veli

ed esibir i suoi frutti, i suoi mieli,
che ben adopra quiescendo silente,
muta, sensuale, l’ardire mi tenta.

Cristallo

A F. e a G., che questo Amore vi illumini

Tengo e dirigo le fiamme impetuose,
brama del dolce tuo miel consumare,
m’accingo a quei cinque dì rimembrare,
l’anime e corpi in fusion tempestose.

Pensiero a te, dolce fragil cristallo,
che accresci in me quella voglia di cura,
di carezzar l’alma tua così pura,
dal fuoco sacro d’un rosso corallo.

Come esiliato in quest’isola resto,
con questo sguardo ormai perso nel mare
che ci divide dai giorni migliori,

quando sfioravo la chioma tua d’ori,
e la tua pelle di luna ad amare
ebbi imparato. All’attesa m’appresto.