Ancora sulla Mosca al Culo

Voglio riproporre alla vostra attenzione questo post, scritto circa tre mesi fa, all’interno del quale muovo una critica nei confronti della nostra classe giornalistica, in taluni casi schiava del proprio narcisismo e dei propri deliri di onnipotenza che, se non tenuti adeguatamente a bada, rischiano di convertire il giornalismo da mera narrazione dei fatti a piazzismo e propaganda. Nello specifico, all’interno del post cito un blogger che, in un suo profilo social, si definiva con orgoglio “giornalista senza patentino”.

Bene. Volete sapere cosa è accaduto? Il blogger in questione ha di recente cancellato quella dicitura dalla biografia del suo profilo. Ora, non so se la sua scelta sia dovuta a questo mio post e lo dubito alquanto, visto che il personaggio in questione ha un sito e una pagina ben più voluminosa in termini di utenti e visitatori, rispetto a questa autentica stronzata che ho messo su (credetemi, lo penso davvero). In ogni caso, non vi nascondo che se davvero questo mio articolo è stato in grado di sortire questo effetto, la cosa mi stupisce in positivo. Evidentemente, il blogger in questione dimostra di saper fare autocritica e questo lo rende una persona vagamente migliore, rispetto a vari pucciosi e cucciolosi personaggi, novelli chierici progressisti e sacerdoti del politicamente corretto, permalosi all’inverosimile, che popolano gli squallidi social, frequentati naturalmente anche dal sottoscritto, senza meno non esente da difetti e da momenti di mediocrità e, se vogliamo, anche permalosità.

In ogni caso, è molto più probabile che stia solo sognando, ma non preoccupatevi: a breve si torna a scrivere pessime poesie.

Bacioni.

Pargolo Ridente

A G.

A te, che pur urlando nel deserto,
che sbraiti ormai perdìto, l’alma in pezzi
supino, il volto volgi al cielo aperto
giacché volsti disfarti de’ tuoi vezzi.

A te, ch’in toto mergi te nell’acque
palustri e furve, d’infero privato,
protenditi a quel Lume che rinacque
da rime. Il meto tuo già t’àn mostrato.

Risali ordunque all’aere in isperanza,
che vento e sol detergano e rinnovin
fiducia in petto e quiete alla tua mente.

Che tu sia libro d’ogne antica usanza,
vetusti l’odi e l’ire in te non covin,
ritorna ad esser pargolo ridente!

La Mosca al Culo

Negli anni delle superiori, ho avuto il privilegio di avere come docente di Storia e Filosofia un uomo di estrema cultura e profondità, laico, razionalista, un neo-illuminista, come amava definirsi, senza pregiudizi di alcun tipo anche nei confronti di chi aveva idee diverse dalle sue, il quale era anche un affermato giornalista di un noto quotidiano locale.

Ricordo che, ai tempi, organizzò per noi studenti delle ultime classi del nostro istituto un corso di giornalismo pomeridiano, nel quale ci trasmise alcuni dei principi basilari della redazione di un articolo, con un metodo derivante dai suoi studi filosofici.

Il corso verteva sia sulla forma, basata su periodi brevi di una, massimo due proposizioni, concisi, che sulla sostanza. In merito a quest’ultimo punto, la sua linea era chiara, benché espressa mediante le armi della benevolenza, dell’ironia, dell’umorismo e dello sberleffo: il giornalismo non poteva e non doveva mai e poi mai confondersi con il piazzismo e con la propaganda. Occorreva porre sempre estrema cura alla sostanza. Tutto ciò che andava oltre era da lui definita come “schiuma”. Nel raccontare un fatto, il suo punto di vista era lapalissiano: occorreva sempre effettuare un attento controllo sia sulle cose che si raccontavano che su se stessi.

Questo docente ci ha lasciati purtroppo tre anni fa. Un suo collega, rimpiangendolo, in una trasmissione televisiva locale, racconta che, un giorno, avendo espresso il suo livore in un articolo per un fatto disdicevole accaduto in una scuola superiore, fu da lui bonariamente redarguito con la seguente espressione: ti è andata la mosca al culo.

Il collega prosegue ricordando un altro concetto fondamentale espresso dal professore: i deliri di onnipotenza di chi ha in mano una penna e, al giorno d’oggi, una tastiera, possono fare grossi danni. L’autocontrollo non è una censura che si applica su se stessi, ma un segno di attenzione e rispetto verso chi legge.

Oltre che noi stessi, sappiamo bene chi dovrebbe fare tesoro di questo insegnamento: chi inebriandosi di vino e vantandosi delle proprie prestazioni sessuali definisce “caproni” gli elettori di una parte politica avversa alla sua, chi con orgoglio proclama di essere “giornalista senza patentino”, chi si preoccupa più del consenso che dei fatti nudi e crudi, dando vita ai cosiddetti articoli o post “invecchiati male”.

Ho riletto più volte questo post, prima di pubblicarlo, per evitare che mi sia andata la mosca al culo, scrivendolo. Può darsi di sì, non è facile, lo so anch’io.