Fotogramma

Si scioglieranno quei nodi contorti,
fintanto ch’occultati permarranno
già per omessa virtù nell’esporti,
un atto di viltà che causa affanno?

Perdonerai quei subìti già torti,
ch’ancor ti paion grande e grosso danno
per fare dono d’amori e conforti
e offrirti a quanti, forse, ancor non sanno?

Ancor dall’ulcer fiera emerge fiamma,
que’ prìstini fantasmi l’accompagna
non sarà l’acque a spenger, ché ristagna,

ma lagrima ch’il viso ancor non bagna
e resta lì, in sospeso, nel diaframma,
manente per un degno fotogramma.






All’Altare

Seguo ramingo, sin fissa dimora,
randagio vago inquieto e ancor ricerco,
remoto ormai da qualsivoglia alterco,
mia Itaca promessa, disti ancora.

Una ferita antica in me lavora,
son pianta che, sommersa dallo sterco,
levarmi per dar frutto almeno cerco,
e tollero il dolor ch’in me dimora.

In marcia! Si riparte, in alto mare,
la ciurma si rinnovi e m’accompagni
nel mio peregrinare senza fine

per chi si sente a viver vita incline
e dentro la palude non ristagni,
del darsi me sacrifico all’altare.



Palma

Di te il ricordo ancor suscita pianto,
dell’amor tuo paziente, mai invasivo,
quel dar del qual giammai facesti vanto.

Quel fare allegro tuo, così incisivo,
che scosse l’acque mie, ch’allor stagnanti,
repente il lor fluir tornò massivo.

Ripenso ancor a pochi intensi istanti,
e senza men lo so: mai più rimpianti.

Giocondo

Serena siedi col capo reclino,
defessa dal pavore tormentoso,
impresso sta il color perspicuo, acquoso,
negli occhi tuoi cerulei e m’avvicino.

In pena cedi al volere divino,
oppressa dal terrore assai morboso,
ossessa da dolor iniquo, ombroso,
di vecchi guai, d’aculei d’un crespino;

ma incendia in te l’ardor di vita piena,
ch’ancor ignori, velato di meto,
pur tuttavia ti pare cosa aliena.

E solitaria, m’irrompi nel mondo,
guardi e languori ch’effondi al me inquieto
e già rivivo, mi riempi, giocondo.

Onde

Nell’acque gelide e scure, disperso,
alte son l’onde minacciose e cupe;
vi tacqui intrepido e duro, qui immerso,
sagitte van da nebulosa rupe.

Nel mar di crimini fasti, sì avverso,
mi trascinaron quell’immonde lupe;
per re di vimini infausti ebbi perso,
ché derubaron le mie tonde drupe.

Allor ch’intanto ch’esanim demergo,
persici e amigdale mi porgon mani
le tue. Dall’occhi tuoi, respiri emani.

Di baci ammiro, lì piangon gioiosi,
qua giue più imbocco guai, Sire maestosi,
d’amor sì tanto, ma immane, riemergo.

Restare

Siede spossata da tanti travagli,
e sùbito alla porta bussan lesti,
non dubita, son forti, indossan vesti
candide, issàti, sul manto due intagli.

Vetusti spettri ricorron, già noto,
l’accoglie e non sentenzia e l’occhi serra,
coi brogli lor non danza, pecca ed erra,
trambusti elettrici scorron nel vòto.

E’ sera e duole, tenace Signora,
ch’i pugni stringe e spenge il suo giudizio
e spera in un sollievo che ristora.

Intera suole, mordace divora,
di sogni spinge e cinge il precipizio,
restare, com’allievo nosce ancora.

Dai Colli il Sole

Sì forte spinge l’acqua sulla diga,
stagnante, pregna, e scura, di risposte,
intanto segni median forze opposte,
la tela intingon vacua e tutto intriga.

Sì lenta crea le crepe sulla pietra,
paziente, degna, e pura, d’esser spressa,
già monda ‘gegni e cure dà a chi in essa
sé merge, idea gli scopi, e non arretra.

Del gaudio il Lume alfin farà ritorno,
il fuoco infiammerà quel sangue nostro,
liquor proromperà, salso e bruciante.

Dai colli il Sole infin verrà un bel giorno,
nel cielo splenderà, quel pingue mostro
dolor più non darà, mia dolce amante.

Un Re

Un Re padrone d’una folta corte
servivo ed ascoltavo ancor virgulto,
quel suo parlar mi dava gran manforte,
maestà della cui luce feci culto.

Un dì battaglia giunse ed il nemico
nell’arce entrò, con la sua acuta spada
in petto penetrò. Creduto amico,
giurai vendetta:”Ciò non più m’accada!”.

Al Re mi volsi e dimandai giustizia,
tremanti i polsi e lagrime di fuoco,
quel giorno l’ebbi persa la letizia,
e crebbi e terminò l’era del giuoco.

Il Re promise guerra e i suoi soldati
schierò ormai pronti, a risanar l’offesa,
ma giunti al campo furono fermati
dall’ordine del Re:”Lasciam l’impresa!”

Furioso chiesi al Re per qual ragione
avesse rinunziato a tant’onore,
il Re, silente, di quell’inazione
mi disse:”Scorda!”, privo di calore.

Trascorsi sono i lustri, ormai lontani,
al re non resta che un castello vuoto,
e sulla testa e sulle dure mani,
corone e anelli pesan, resta immoto.

Ed io, remoto, vecchio cortigiano,
apprendo ora ad amar le mie ferite,
quei segni restan lì, ma non invano
di dignità da tempo riacquisite.

E’ tempo di pensare al nuovo regno,
felice, mentre erigo il mio castello,
son libero, pagando un alto pegno,
ma indosso la corona ed il mantello.

Crepuscolo Sereno

Crepuscolo sereno,
quest’oggi le mie pene si dileguan
pensando con fiducia al nuovo corso.
Antidoto al veleno
son queste dolci gioie che sollevan
lo spirito d’un orso,
afflitto dal rimorso.
Fluisco verso gli ampi spazi ambìti,
lo sguardo al mio domani va, disteso
quest’oggi, rimarrete assai colpiti,
mi sento più compreso.

Perché non sono solo,
nel tempo ho combattuto, costruito
e molto ho ricevuto, col sorriso
di chi m’ha visto in volo,
da mille tradimenti anche colpito,
mirando sul mio viso
quel pianto spesso eliso.
E’ giunta l’ora attesa, che ricambi,
che veda dentro gli altri i miei peccati,
l’azioni mie, comportamenti strambi,
ignoti a me, ma innati.

Tradire necessario,
per non tradir me stesso e la chiamata
che strepita, m’avverte di seguirla,
che colma quel divario
di quella terra interna frammentata,
veder vita stordirla,
e l’alma mia scolpirla.
Quei cocci sparsi al suolo lentamente
unirsi, benché opposti, separati
da un fuoco, ch’è arginato stoicamente
da muri sollevati.

Che pace questa sera,
speranza mia, di stato che permanga,
momento eterno al posto a me assegnato,
un’esistenza intera
atteso, e non avvenga ch’io rivanga,
non l’abbia mai infangato,
è più che meritato.
Perché le mie fatiche e le mie lotte,
che quotidianamente solo affronto,
sovente, dalle lacrime prorotte,
non siano un mal che sconto.

Canzone mia, quest’oggi son felice,
a un infinito istante
di Vita brindo, quale degno amante!

 

 

Colpevole

Colpevole fuggito da prigione,
m’assilla in petto un buco nero fondo,
che mozza il fiato e occlude l’evasione.

Dalla cinerea arce, vecchio mondo,
io corro e piove forte e in mezzo al fango
m’adduco su pei colli nello sfondo.

Proseguo a perdifiato e già rivango
quel tempo in cui, protetto da intemperie,
ingrato rifiutavo, ordunque infrango

la legge di quel regno, di cui inferie
delle maestà mutabili eravamo,
pertanto ai culti miei dedico ferie

e il sal il qual sovente lasciavamo
versar sulle ferite nostre aperte
giammai s’infonderà, perché ci amiamo!