Il Tuo Presente

Ebbro già vaghi, non sai dove andare,
rimani dove sei, non ti decidi,
e chi per via diritta va ora invidi,
mentre il passato continua a bruciare.

Ardono ancora, rimembranze amare
d’amori e d’amicizie andate, affidi
quel tuo fidato istinto ad altri lidi,
perché sol su di te potrai contare.

Ma adesso sprofondare vuoi soltanto
nel buio ardente del tuo caldo inferno,
l’oracolo ora tace, muto, assente;

e spesso a ricordare resti, affranto,
luce splendente, invero un freddo inverno
che gela ciò che conta, il tuo presente.

Alla Ricerca della Felicità

Nonno Veniti

Osservo il mio mondo interiore e il mondo circostante, da saggio vegliardo quale sono, che ha visto ormai moltissime primavere. Guardo soprattutto a voi giovani generazioni, virgulti e virgultesse pieni di belle speranze, sognatori e idealisti alla ricerca del lavoro dei sogni, della donna e della “non donna” della vita, così desiderosi di lasciare un segno, un’impronta in questo mondaccio implacabile e imprevedibile, che bramano l’altrui compiacimento e la necessità di essere riconosciuti, osservati, a guisa di neonati che hanno appena mosso i loro primi passi e ricercano il sorriso compiacente della mamma e del papà. Vi osservo, con l’occhietto acuto e critico dello scienziato, e mi sovviene una prima conclusione, ovviamente passabile di qualsivoglia confutazione. Davvero, siete liberi di contraddirmi quanto volete e naturalmente provvederò a censurare e a nascondere i commenti che mi infastidiscono, soprattutto da parte di chi non lo fa con piglio costruttivo, ma per le ragioni di cui sopra, ossia per lasciare un segno, un’impronta in questo mondaccio implacabile e imprevedibile, bramando l’altrui compiacimento e la necessità di essere riconosciuto, con lo scopo magari di attaccare per primo per non essere attaccato, di dare consigli non richiesti per sentirsi protagonista della sua vita, in grado di gestire il proprio destino, convinto di attirare così l’attenzione, ma ottenendo invero l’esatto contrario.

Ma non divaghiamo. Come vi dicevo, giungo a una prima conclusione, correggetemi ovviamente se sbaglio. Quello che noto è che coloro che si affannano a ricercare ostinatamente la felicità, questa benedetta felicità, questo cazzo di obbligo del terzo millennio, come se fosse un traguardo, una cazzo di meta definitiva, raggiunta la quale nessuna sofferenza potrà più scalfir loro, siano in realtà i soggetti con maggiori difficoltà esistenziali. Giovani Werther della domenica che passano una vita intera a cercare la felicità tra forzature del loro carattere, un paio di uscite dalla “comfort zone” che scaturirà solo attacchi di panico e tanta, tantissima resilienza dei miei coglioni, ottenendo masochisticamente come unico risultato una quantità indicibile di atroci sofferenze e umori altalenanti sovente spacciati come vezzo, come virtù, mentre ovviamente è tutta colpa del segno zodiacale, dei genitori, del partner, del patriarcato, i soliti capri espiatori su cui proiettare la propria inadeguatezza e inettitudine, per scaricare addosso a costoro tutta la propria incapacità di vivere fondamentalmente una vita semplice e libera, che è forse la vera necessità, oltre a un sano discernimento in mezzo a tutta questa cazzo di scelta, tutte queste opzioni che ci distraggono continuamente e non ci permettono di stare un momento con noi stessi per capire sul serio che cosa cazzo vogliamo e desideriamo davvero.

Insomma, per farla breve, c’è una brutta notizia: la felicità non è un traguardo. Mi spiace dirvelo, ma siamo tutti condannati a vivere un’esistenza fatta da una sana alternanza di gioia e dolore, per cui se siete perennemente ansiosi, depressi, bipolari, borderline, non siete vittime, ma siete colpevoli. Non è colpa di mamma e papà, non è colpa di vostro marito, di vostra moglie, del vostro partner, dei vostri figli, ma è colpa vostra. Siete responsabili del fatto che magnificate i vostri dolori esistenziali semplicemente perché è un modo come un altro per dare un senso malato alla vostra vita e per attirare l’attenzione del crocerossino e della crocerossina di passaggio, anch’egli vittima delle proprie velleità di presunto salvatore e salvatrice.

Insomma, piantatela di cagare il cazzo, veramente. Vi sentite oppressi dai vostri genitori? Andate via di casa e, qualora non possiate perché al momento vi manca il lavoro, date loro ragione e fate comunque il cazzo che volete. I vostri amici d’infanzia sono diventati stantii e ripetitivi? Cercate nuovi amici con cui condividere interessi e punti di vista. Il vostro partner vi sta stretto? Riducete le aspettative, amatelo per quello che è e se non vi va più bene mollatelo. Davvero, cari utenti e utentesse, la vita può essere veramente molto più facile di quello che sembra. Piantatela di complicarla con delle inutili razionalizzazioni, mentre cercate ridicolmente di nascondere quello che emerge inconsciamente. Non siete credibili, traspare tutto, si nota tutto.

Siate spontanei e non rompete i coglioni. Discorrevo amabilmente qualche giorno fa con un saggio amico del club di gentiluomini a cui appartengo, mentre giocavamo a scacchi sorseggiando dell’ottimo Porto: siamo sette miliardi, non siamo speciali, finiremo tutti a concimar la terra, alla stregua di letame, ma più puzzolente.

Non abbiamo tutto questo tempo, purtroppo. E credetemi, è davvero così.

Muovete il culo e, se pensate che non sia il caso, non muovetelo affatto. Non è obbligatorio farlo, se non ve la sentite.

Emissario

E quanto soli siamo nella scelta
di viver nel rimpianto o nel rimorso
e pur gridando: “O Dio, vieni in soccorso!”
Lui tace, tace a te, pianta divelta.

Eppur si sa ch’il fiume porta a un delta
ed altro non puoi far, seguir il corso;
se pensi che sia questo il tuo percorso,
non perder tempo, seguilo, alla svelta!

E c’è ch’invece si muove al contrario,
s’annebbia ed ogni giorno lentamente
purtroppo muor, sommerso dal dolore.

Dolor per troppo dare, quanto amore
gettato verso chi è rimasto assente,
dal lago non s’emana l’emissario.


Orpello

A te, che dopo quasi dieci anni,
a me confidi un sì grande dolore,
non sopraggiunga mai chi ti condanni.

Il dono che mi fai è per me un onore,
fanciullo, fosti vittima d’inganni
cui strascichi s’avverte ancor l’odore.

Che trovi pace il tuo cuore, fratello,
sol ora so: il tuo scherzare è un orpello.

Vecchi Dolori

A volte bruciano vecchi dolori,
s’avverton come fiamme dentro al petto
ricordi che tramutan ogni affetto
in nero, che soverchia altri colori;

bruciano meno e hanno nuovi sapori,
di tradimento e abbandono han l’aspetto,
ma restan lì, non mi chino al cospetto
e attendo si dissolvan, quei livori.

E la ferita diviene un passaggio,
stretto ed angusto, ma un passo in avanti
verso una luce ormai placida, calma;

e quel bruciare diviene un messaggio,
spengo i pensieri, è questione d’istanti
e troverai nuova pace, o mia alma!

Ribolle frenesia

Ribolle frenesia di bestie in gabbia,
di mondi, d’universi immaginati,
perché noi non s’affondi nella sabbia;

teniam la schiena dritta, belli issati,
piangiamo via ogni lacrima di rabbia,
restiamo a questa vita ancor grappati.

Ché questo viaggio è soltanto all’inizio,
cannoneggiando, vi lascio un indizio.

A Un Re Caduto

E pur mostrando un portamento austero,
or solo tanto fragile ti vedo,
sol ora appari nudo, rotto, vero;

ché male non ce n’è, è dolore, credo,
che spesso ci trascina via dal bene,
è a questa verità che alfine cedo.

Il sangue tuo mi scorre nelle vene,
un dì vedrai le strade ancora piene.

Carni Vive

Ormai assuefatti a questa condizione,
imbavagliati come prigionieri,
giammai disfatti, desti, da inazione,
un anno è andato eppure sembra ieri.

Attendiam matti una vaccinazione,
appesi a dati (quanto veritieri?)
paiamo ratti appesi a una razione,
ma il danno è fatto, restano i pensieri.

E tu da quanto aspetti di tornare
infine ad abbracciare i tuoi affetti,
a stringer carni vive, anche ad amare?

Di spine al cuore, amare, son gli effetti
e affranto ci rifletti, a quanto pare
il fine è di penare, che t’aspetti?

Venti

E stride certe volte questa vita
e intanto ci s’imbatte in qualche nodo
da scioglier, pur graffiandomi le dita.

M’irride in quei momenti, un po’ a suo modo,
che tanto non si batte, ma m’invita
a coglier certi venti, ch’ora l’odo.

E attendo, ormai la nebbia si dirada,
vivendo, già che crebbi. Che m’invada!

E Tacque e Valse

E val la pena di fermarsi a volte,
per un fratello che cerca sollievo
dal suo dolore improvviso coevo
a un male collettivo cui siam colte,

anime piene, può darsi risolte,
dal lor fardello sovente in rilievo
per un amore reciso, e tacevo
a un tale assai invasivo vie sepolte.

A quanto pare non tutto è perduto,
quando le fiamme divampan è ora
di spengerle con fiumi d’acque salse;

il pianto amaro dà un frutto cresciuto,
spandonsi gemme che vita divora:
“Aspergimi di lume!”. E tacque e valse.