Regime

Se un alunno è positivo,
tracciamento e quarantena,
che il controllo resti attivo,
che nessuno provi pena

per fanciulli e genitori
e docenti sopra tutti,
tutti potenziali untori
da schedare, farabutti!

Quest’Italia è una galera,
un paese illiberale,
un ducetto ormai qui impera,
e il suo bene ci fa male,

ci fa schiavi ipocondriaci,
d’un’infida diffidenza,
tutto al più ci fa maniaci
e campioni d’indolenza,

che subiscono passivi
il volere capriccioso
d’un potere (restiam vivi?)
seducente e vanitoso.

Dino Veniti alle Urne – Parte 3

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(…Continua da qui – Parte 2)

– Tu credi di esserti salvato il culo, cambiando parrocchietta, razza di fariseo voltagabbana? Hai un’idea vaga del secolo in cui ci troviamo? Te lo dico io, nel caso te ne fossi dimenticato: nel ventunesimo! Siamo abbondantemente nel terzo millennio, cazzone! E tu credi davvero che il partito unico non verrà a conoscenza del tuo passato da progressista, da sinistro, da radical chic con questa bella spolverata di cristianesimo ostentato, tanto per avere la botte piena e la moglie ubriaca? Credi che il partito non avrà a disposizione un corposo archivio su cui, a caratteri cubitali, fa bella mostra il tuo nome e il tuo faccione rassicurante? Pensi che al suo interno non ci siano tutte le tue telefonate, le tue lettere cartacee di quando eri ragazzino, le tue conversazioni sui vecchi e nuovi sistemi di messaggistica istantanea, i tuoi post sulle reti sociali, le tue foto alle manifestazioni per la libertà di stampa e per la pace, ai concerti del primo maggio, quando da adolescente ci andavi solo per ubriacarti e fumarti quale spinello? E, dulcis in fundo, sei davvero così convinto che il partito non abbia archiviato tutte le domande che hai posto ai motori di ricerca? Sapranno tutto, persino i tuoi pensieri più reconditi, le tue paure più inconfessabili, le tue depravazioni e perversioni. Il tuo passato è incancellabile. E il nuovo governo non si fiderà mai, ti dico mai e poi mai, di una banderuola al vento come te.

Dino era paralizzato dal terrore e dal dolore. Osservò a lungo l’ometto, che aveva parlato con così tanta chiarezza e sicumera, colpendo nel segno e disarmandolo. Si sentiva nudo come un verme. A un tratto, recuperando il respiro e un pizzico di lucidità, si mise in ginocchio ed ebbe la forza di pronunciare, in maniera piagnucolosa:

– Dimmi cosa posso fare. Voglio tornare indietro. Dammi quelle schede, le annullerò, non posso permettere tutto questo. Ti scongiuro, ridammele, lascia che le strappi!

Il piccino fece un sospirone. Fissò intensamente Dino con i suoi lucenti occhietti stellati. Fu una pausa interminabile, un’eternità di sguardi reciproci e intensi. Dino aveva ancora un’espressione di speranza negli occhi. Sperava che l’omuncolo inquietante, in un modo o nell’altro, gli permettesse di cambiare le sorti del paese e della sua vita, di riavvolgere il nastro della storia e di riportarlo al punto di partenza. A quel punto, l’orrido soldo di cacio, dopo aver lungamente atteso, proferì crudamente:

– Goditi il nuovo regime, pezzo di coglione!

L’ometto scomparve nel nulla. Il pavimento ai piedi di Dino, all’interno di quel cubicolo claustrofobico, cominciò a riempirsi di crepe finché non collassò facendo precipitare il malcapitato elettore nel nulla. Venìti emise un urlo che, a mano a mano, si faceva sempre più flebile, lontano, grave.

Finalmente, Dino si sfracellò al suolo, risvegliandosi di colpo: era stato uno spasmo ipnico. D’un tratto, si trovava nella sua Volkswagen T-Cross, parcheggiata dinanzi a casa sua, con entrambe le mani sudate e tremule sul volante. Attorno a lui, era un completo deserto. Il cielo era grigio. Lungo il viale alberato, non vedeva anima viva, né un auto parcheggiata. Gli alberi erano spogli e foglie secche sui marciapiedi e in strada strisciavano in crepitii accompagnando il fischio acuto del vento invernale. A parte questo, un silenzio tombale. Le villette accanto alla sua avevano le tapparelle completamente abbassate e dalle fessure di queste non trapelava luce alcuna. Dino si accorse ben presto che qualcosa non quadrava. Mani al volante, si voltò verso il marciapiede opposto alla sua villetta, presso cui erano installati gli stendardi urbani su cui il comune era solito apporre gli avvisi, le delibere del consiglio e i necrologi. Adesso questi erano tappezzati unicamente di manifesti su cui campeggiavano slogan di questo tipo:

Prima gli Italiani
Sovranismo e Autarchia contro gli Eurocrati
Confini chiusi
Famiglia e Tradizione
La Lira Libera

In basso a destra, i manifesti erano marchiati a fuoco con l’inevitabile, ormai inamovibile, simbolo della Lega.

Fece caso a un ultimo inquietante manifesto, che svettava tra tutti. Vide il faccione rassicurante e sorridente di Matteo Salvini, alla stregua di un padre buono e protettivo. Sotto il suo volto, vi era la scritta:

Il Capitano ti Osserva, ti Ascolta e ti Pensa

Dino aprì prudentemente lo sportello dell’auto, da cui scese per immergersi nella bruma del primo pomeriggio, e lo richiuse delicatamente. Si avviò di soppiatto verso la porta d’ingresso della sua villetta a schiera, su cui qualcuno aveva scritto Salonkommunist Hier. Nel leggere, Dino fu preso da un brivido che lo scosse da capo a piedi, mentre si rendeva conto che aveva bisogno di urinare. Deglutì. Prese le chiavi dalla tasca a fatica, con la mano tremante, ma purtroppo constatò che la porta era già aperta. Alzò lo sguardo e, in cima a quest’ultima, fece caso a un paio di telecamere che se ne stavano appollaiate come degli avvoltoi, in attesa di spolpare la carcassa della sua vita privata. Aprì adagio, con crescente inquietudine, mentre le viscere gli si contorcevano. Deglutì ancora. Finalmente fu in casa, posò le chiavi sul tavolino, percorse l’ingresso a passi lenti, con aria sempre più preoccupata e si avviò verso la porta del salone, aperta per metà. Si fermò per un momento: da lì, fu in grado di intravedere l’inconfondibile volto del Capitano, che in quel momento stava facendo un discorso in diretta nazionale a reti unificate, infarcito di slogan nazionalisti contro l’Unione Europea, contro l’Euro, magnificando solennemente, modulando il tono della voce in base ai dettami impartiti da “La Bestia”, i benefici di una nazione sovranista e indipendente. Il Capitano sedeva alla sua scrivania, indossando il vistoso giaccone della Polizia di Stato, con alle spalle il tricolore.

– Amore, bambini, ci siete? Papà è tornato! – fece Dino con voce tremante. Un silenzio atroce, in risposta.

L’inquietante presentimento si rafforzò, Dino procedette verso la porta del salone, vi appoggiò la mano e la aprì del tutto. E vide.

Vide i corpi impiccati della sua signora e dei gemelli Venìti, col capo reclinato, gli occhi chiusi, lividi in volto, penzolanti dal soffitto.

Dino si accasciò in ginocchio, strizzò gli occhi con tutte le sue forze, strinse i pugni, portandoli al petto, rivolse il capo al cielo e spalancò la bocca, emettendo un urlo muto. Il dolore era così disperatamente lancinante che non fu capace di proferire alcun suono, né di versare una lacrima.

Quando li riaprì, Dino, come di sorpresa, si ritrovò nuovamente in piedi, nella cabina elettorale numero due.

Le schede giacevano lì, aperte, nessuna croce era stato apposta su nessun simbolo. Si voltò di scatto, emettendo un rapido respiro, con la fretta di chi vuole immediate rassicurazioni: alle sue spalle, c’era nuovamente la tenda.

Dino si girò nuovamente verso le due schede, lievemente affannato, con la bocca aperta per metà e gli occhi spalancati.

– Cristo Santo, che botta! – sussurrò tra sé e sé. Tirò un enorme sospiro per scrollarsi di dosso l’inquietudine e, finalmente, capì.

Alzò gli occhi al cielo, rasserenato, fece ancora un respiro profondo e li richiuse. Un sorriso si disegnò sul suo volto. Ora sapeva quello che c’era da fare.

Uscì dalla cabina, con le due schede accuratamente piegate, le inserì nell’enorme scatola di cartone, restituì la matita allo scrutatore, al quale subito dopo strinse la mano energicamente, ritirò il documento di identità, salutò educatamente la commissione elettorale e uscì dall’aula.

Sua moglie e i bambini erano lì ad aspettarlo.

– Ci hai messo solo due minuti. Sei stato comunque più lento di stanotte! – fece sua moglie, sarcastica.

– Ciao, amore mio! – rispose Dino euforico – sono così felice di rivederti! – le cinse un fianco e le diede un bacione sulle labbra.

Sua moglie, stupita da tanto ardore, rimase basita: – Ti senti bene, Dino? Non mi hai nemmeno dato del Lei stavolta.

– Ascoltami, amore mio – proseguì Dino – C’è una cosa molto importante che noi dobbiamo fare prima possibile…

– Cosa?

– Scopare.

Sua moglie in tutta risposta, gli tirò un ceffone in pieno volto.

– Ti sembra questo il modo di parlare davanti ai bambini?

Dino Venìti alle Urne – Parte 2

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(…Continua da qui – Parte 1)

Dino ebbe un attacco di panico. La sua schiena era imperlata di sudore freddo, il respiro gli si fece affannoso, mentre continuava a girare su se stesso e a tirare calci e pugni sempre più frequenti alle pareti della cabina. Conosceva fin troppo bene quella sensazione. Claustrofobia. La stessa che provava da bambino quando rimaneva bloccato per ore in ascensore, a causa della negligenza di quel terrone dell’amministratore del condominio in cui viveva con i suoi genitori in Puglia.

Di colpo, mentre ruotava su se stesso sempre più vorticosamente, urlante e sudato, un soldo di cacio alto un metro e trenta, coperto da un manto blu che gli arrivava alle caviglie, con il capo coperto da un cappuccio da cui non trapelava alcun volto, ma solo due luci bianche come stelle lontane a funger da occhi, si materializzò improvvisamente nel cubicolo. Dino caddè al suolo, portò alla fronte e al petto i palmi delle mani, strisciò di culo in quei pochi centimetri di suolo disponibili, sgranò gli occhi ed emise un grido di terrore. La sua fronte era ricoperta di goccioline, come rugiada al mattino. Osservò il soldo di cacio per un minuto abbondante, con il labbro inferiore che gli tremava, gli occhi pieni di orrore e il fiatone, finché finalmente, non riuscì a proferire:

– E tu chi cazzo sei?

– Modera il linguaggio, cazzone. – rispose il soldo di cacio. La sua voce era la sovrapposizione di due suoni fanciulleschi, uno maschile e uno femminile. – Vuoi rovinarti la reputazione in questo modo? – Il soldo di cacio faceva riferimento al fatto che Dino Venìti soleva vantarsi, con i suoi amici, parenti, colleghi e con i parrocchiani del quartiere, di non aver mai pronunciato una parolaccia in vita sua. – Hai idea, cazzone, di che cazzo di casino hai appena combinato?

Dino tremava, mentre guardava il soldo di cacio, colmo di terrore: – Ti prego, non farmi del male!

– Non ne ho la minima intenzione, cazzone. Ci hai pensato benissimo da solo a farlo. E adesso ne conoscerai la ragione. – Il soldo di cacio si lanciò in una risata sguaiata da incubo, che risuonò infera all’interno della cabina senza via d’uscita, che costrinse Dino a pigiare con forza le mani su entrambe le orecchie, mentre stringeva gli occhi sperando che quell’incubo svanisse come un’allucinazione. Dino riaprì gli occhi, ma il piccoletto era ancora lì, che lo fissava intensamente nelle iridi con i suoi occhietti lucenti:

– Guardami bene in faccia, stronzetto perbenista, perché ora vedrai con molta chiarezza le conseguenze delle tue azioni. Lo sai chi hai tradito, facendo questo?

La luce dagli occhietti dell’inquietante piccoletto si fece più intensa, finché un candore non accecò completamente Dino, riempiendo il cubicolo. A un tratto, un ricordo vivissimo, tangibile, si riaffacciò alla sua mente. Ora ricordava. Sì che ricordava.

E rivide. Rivide se stesso, in quinta ginnasio. Aveva sedici anni. Capelli nero corvino, pettinati, puliti. Camicia bianca, pantaloni eleganti grigi e scarpe nere, abbinate alla capigliatura. Suo padre, l’architetto Dino Veniti Senior, era passato a prenderlo con la sua BMW 320d all’uscita da scuola. Il giovane Dino salì in auto, zaino in spalla e cominciò a raccontargli la giornata:

– Ciao Papà – lo baciò due volte sulle guancie – abbiamo avuto una discussione di politica tra compagni di classe, ma sai, io non ne capisco molto e non sono riuscito a controbattere.

Suo padre, uomo costantemente pieno di rabbia, digrignò i denti, con le labbra serrate, mentre il suo volto si faceva cremisi e cominciò a soffiare dal naso, a guisa d’un toro. Era solito sfogare sul figlio le sue frustrazioni lavorative, trattandolo con ingenerosa severità. Non era mai stato fiero di lui. Gli disse con durezza:

– Tu di politica non capisci un cazzo!

Dino, ragazzo fragile come un cristallo, si sentì profondamente mortificato da quell’affermazione. Faceva il possibile per compiacere quell’uomo rigido e severo, vecchio comunista in carriera arricchito, che non lo riteneva all’altezza della vita. Riteneva la sua eccessiva sensibilità poco consona a un uomo, poco virile, poco maschia.

– Se vuoi saperne di più, devi leggere i giornali. Non vedi me? Tutti i giorni compro La Repubblica. Leggiti le notizie di politica e di cronaca. Se poi vuoi farti un’idea chiara di come vanno le cose in Italia, devi leggere gli articoli di opinione. Chiaro? In particolare, la domenica, leggiti l’editoriale di Eugenio Scalfari. Ti aiuterà a formarti un’opinione chiara e precisa su come funziona il nostro paese.

Dino prese alla lettera l’ammonimento e la lezione del padre. Da quel giorno, cominciò a divorare notizie di politica, informandosi solo ed esclusivamente su La Repubblica, ritenuto, dal suo punto di vista, l’unico giornale in grado di avere in mano la verità dei fatti, una sorta di Vangelo della sinistra moderata. In breve, Dino si trasformò in un vero paladino dei progressisti e fece dell’antiberlusconismo la sua nuova religione, ritenendo chiunque votasse per il centro-destra malvagio e corrotto. Sentiva finalmente di essere dalla parte del giusto, dei buoni, parte di qualcosa, come suo padre, al contempo detestato e idealizzato. Finalmente aveva sufficienti argomentazioni per tenere testa ai suoi compagni di classe di orientamento politico opposto.

Il ricordo cominciò a dissolversi, in sinergia con l’intensità della luce emessa dagli occhietti del soldo di cacio.

– Papà… – sussurrò Dino, con le lacrime salate che cominciavano a sgorgare dai suoi occhi. – Che cosa ti ho fatto! Perdonami! -. Emise un rumoroso e doloroso singhiozzo, mentre un nodo lo strozzava in gola.

– E questo è solo l’inizio, cazzone piccolo-borghese – gli rispose l’ometto inquietante. – Quello che hai fatto avrà delle profonde conseguenze anche sul futuro, non solo del paese, ma anche sul tuo. Guarda un po’.

La cabina si fece di nuovo completamente bianca.

Dino vide ancora. Vide il futuro che si srotolava placidamente dinanzi ai suoi occhi neri, come un tappeto in discesa lungo un’alta scalinata.

Eccome se vide. Quante cose vide. Vide i risultati di quelle elezioni, con Mentana che annunciava la vittoria della coalizione di destra, guidata dalla Lega di Matteo Salvini e da Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, per un solo voto. Un unico voto secco. Un solo, determinante, maledettissimo voto, cazzo.

Evento praticamente impossibile, mai accaduto nella storia elettorale di qualsiasi paese democratico.

– Indovina a chi appartiene, quell’unico, minuscolo voto, insignificante testa di cazzo benpensante? – fece il nanerottolo.

– Ma era esattamente quello che volevo questa volta! Dove sarebbe il problema? – piagnucolò Dino.

– Guarda, cazzone ipocrita. Guarda bene cosa succede tra poco. – disse il mostriciattolo dalla voce doppia, ridendo orribilmente.

E Dino vide ancora. Vide Matteo Salvini giurare fedeltà alla Repubblica Italiana nelle mani del Presidente. Vide il voto di fiducia al governo Salvini I passare al Senato e alla Camera per appena due voti di scarto. Vide deputati e senatori del PD e del Movimento Cinque Stelle passare dalla parte della maggioranza, per pura soggezione, timore riverenziale e totale soggezione alla sua figura carismatica e mediatica del nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri. Vide la prima grande Riforma della Costituzione, che trasformò l’Italia in una Repubblica Presidenziale, votata quasi all’unanimità dal Parlamento. Vide Matteo Salvini togliere la fiducia al suo stesso governo per tornare alle urne. Vide Salvini vincere le elezioni e diventare il primo Presidente della Repubblica eletto a suffragio universale dai cittadini italiani. Vide Salvini promuovere nuove riforme della Costituzione, sfruttando bachi ed errori nella prima riforma, che l’avevano già di per sé indebolita, che aboliva pesi e contrappesi e concentrava il potere interamente nelle sue mani, i pieni poteri che da tempo bramava con ardente desiderio. Vide il parlamento Italiano procedere spedito con ulteriori modifiche alla ormai irriconoscibile carta del 1947, istituendo il ruolo di Capitano della Nazione, che fondeva i ruoli del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Presidente della Repubblica in un’unica carica. Vide il nuovo regime abolire qualsiasi forma di opposizione, sindacale e partitica, prendere il controllo della stampa, delle televisioni, di internet, chiudendo giornali, programmi televisivi, siti e blog. Vide sfilate dell’Esercito Italiano in onore del Capitano. Vide quadri e fotografie di Matteo Salvini ovunque, nelle scuole, negli ospedali, nei luoghi di lavoro pubblici e privati. Vide titolare le maggiori piazze italiane al leader della Lega, dove al contempo venivano erette statue in sua memoria.

– Ma questo è quello che inconsciamente ho sempre sognato! – fece Dino, implorante e disperato.

– Aspetta, cazzone, aspetta – replicò il piccolo omuncolo – Non è ancora arrivata la parte migliore di questa storia. Mettiti bello comodo. – E rise ancora, quel piccolo mostro, di gusto.

E Dino, per l’ennesima volta, vide. Un nuovo tuffo nel passato, qualche mese prima. Rivide quell’ultimo pranzo di Natale, assieme ai suoi genitori, ai quali aveva annunciato che era ormai stufo dell’inconcludenza e dell’autoreferenzialità dei personaggi orbitanti nell’area del centro-sinistra e che quella volta avrebbe dato il suo voto alla coalizione di centro-destra. Rivide la rabbia addolorata di suo padre, farsi rosso in volto e cominciare a sbuffare dal naso, per la delusione e per il dolore nel vedere quell’ingrato del sangue del suo sangue ribellarsi al suo volere, prendere i suoi insegnamenti, accartocciarli e gettarli via in un cestino.

E rivide ancora suo padre. Lo vide, seduto in poltrona, il giorno in cui Salvini divenne Presidente della Repubblica Italiana. Vide suo padre addormentarsi, con la televisione accesa, mentre trasmetteva il telegiornale. Vide sua madre avvicinarsi alla poltrona per svegliarlo e andare a letto insieme. Vide sua madre rendersi conto all’improvviso che suo marito non si sarebbe più svegliato. E Dino provò una colpa improvvisa, un pugno nello stomaco, uno strappo che lacerava le sue carni. Con il suo voto, esattamente il suo di voto, aveva ucciso suo padre. Quella sarebbe stata la sua croce, la sua condanna. Per il resto della sua vita.

– Papà, no! No! No! – urlò Dino. Ormai piangeva e urlava come un disperato, profondamente pentito.

L’ometto inquietante lo osservava silenzioso, un silenzio dal sapore d’un muto giudizio. Ma il tormento non era ancora terminato. Questi pronunciò, distogliendo Dino dalle sue lacrime amare:

– Sei pronto per il gran finale?

– Che altro c’è ancora? Basta, ti scongiuro! – supplicò Dino.

(Continua…)

 

La Posta di Dino – Politica

Caro Dino,
mi piacerebbe sapere per chi voti e quali sono a grandi linee le tue idee in fatto di politica.
Mirello (Celle Ligure) 

Ciao Mirello,

ti dirò con estrema onestà come la penso in merito.

Pubblicamente, sul posto di lavoro, in famiglia e tra amici, mi spaccio per democratico, vicino alle minoranze e favorevole ai diritti civili e alla parità dei sessi. Ostento pertanto una simpatia per il PD, dichiarandomi antifascista, antinazista, femminista, partigiano, costituzionalista, animalista, gay-friendly e tutto quanto faccia parte dell’universo politically correct e radical chic. Faccio tutto questo unicamente per una questione di reputazione e di apparenza, per non dare nell’occhio e non perdere mai il mio charme e il mio prestigio agli occhi degli altri.

Quando rientro a casa, però, lontano da occhi indiscreti, nella solitudine e nell’oscurità del mio studiolo, ormai in totale intimità con me stesso, do libero sfogo a quello che penso davvero: auspico da sempre, per le prossime elezioni, una vittoria schiacciante e clamorosa della Lega di Matteo Salvini su scala nazionale, con percentuali bulgare vicine all’80%. Sogno ad occhi aperti una realtà in cui lui assuma per davvero i pieni poteri, cancelli una volta per tutte la nostra Costituzione, definita “la più bella del mondo”, introduca uno stato di polizia repressivo che controlli ogni aspetto della nostra vita e ci liberi una volta per tutte da questo regime stucchevole di intellettuali vellutati convinti di essere dalla parte del giusto perché colti, instaurando un regime totalitario sovranista e autarchico che ci porti fuori dall’Unione Europea.

Oltre a questo, c’è un altro sogno che mi sento di confessarti apertamente: mi piacerebbe vivere in un paese in cui Matteo Salvini venga osannato con un dignitoso culto della personalità, a guisa di quanto si fece in URSS per l’amatissimo compagno Iosif Vissarionovič Džugašvili, per gli amici Stalin, un vero maestro delle dittature e un esempio da seguire. Sogno un’Italia in cui ogni domenica vengano organizzate parate dell’Esercito Italiano in onore del Capitano, con quadri, fotografie e poster ovunque, nelle scuole, negli ospedali, nei luoghi di lavoro, pubblici e privati, e statue del leader leghista nelle principali piazze italiane.

Sono nato e cresciuto unicamente in un contesto democratico, mi piacerebbe fare l’esperienza di un regime totalitario nel mio paese, per vivere una nuova ed eccitantissima avventura. Tutto qui.

Infine, mi auguro che in Vaticano, come successore di Francesco, sopraggiunga al contempo un Papa ultraconservatore, alla stregua di Pio XII, che ridia lustro e vigore alla Chiesa Cattolica e che intervenga pesantemente nelle decisioni del governo italiano, imponendo l’abolizione dell’aborto e del divorzio e che stabilisca ex cathedra che questi ultimi atti, assieme a omosessualità, masturbazione ed eutanasia siano considerati tutti peccati mortali della stessa gravità dell’omicidio, per i quali venga negata l’assoluzione in caso di confessione, in modo da condannare all’inferno chiunque si macchi di queste colpe.

Credo di aver espresso il punto di vista del 100% degli italiani, impegnati come me a fingersi buoni, democratici e caramellosi, ma inconsapevoli di questo sogno latente nelle loro coscienze represse.

You may say I’m a dreamer, but I’m not the only one, cantava il vecchio John Lennon.

Mi sento meglio ad avertene parlato.

Cordialità

Dino Veniti