Silenzio Atteso

Sul petto l’aspra lapide l’atterra
incauta contra que’ mùnera lotta
lì incontra lauto, ben nero, ormai rotta,
eretto vespro, che rapido sferra

nel buio verberi antichi e la terra
zolle disfatte l’illustra e l’adotta,
imbelle matta in quel lustro corrotta,
orgoglio imberbe, tra giunchi ella erra.

Accolga i demoni tutti, è ormai ora,
tremendi spettri che tendon agguati,
turpi rumori ch’infrangon quïete

e amori e corpi divelgon. Stogliete!
Scettro sospenda, che vengan domati,
or volga e domini, muti, in controra.

Il Lato Oscuro di Andrea Scanzi – Parte 3

ScanziDiretta

(…Continua da qui – Parte 2)

Andrea e la sua compagna si tenevano per mano, mentre percorrevano a passo lento il sentiero che costeggiava il fiume. Quel parco era enorme, sterminato. Non vi era anima viva a parte loro due. Nell’aria c’era un fresco gradevolissimo e un buon profumo di fiori, avevano finalmente trovato un polmone verde tutto per loro, lontano dall’inquinamento cittadino. Entrambi indossavano le mascherine sanitarie per via dell’emergenza Covid-19, ma ciò nonostante, non potevano nascondere i loro occhi, mentre si guardavano teneramente, felici. Sì, erano felici, profondamente, al settimo cielo: erano insieme, mano nella mano, dita intrecciate, mentre si trasmettevano calore e gioia. Lei, così minuta, rispetto al metro e ottantotto del giornalista aretino, la carnagione olivastra, a far da contrasto al di lui pallore. Lei, che lo guardava orgogliosa, comprensiva. Sapeva tutto di lui, sapeva che Andrea si comportava da ragazzino egocentrico per le sue fragilità, le sue ferite infantili, il suo rapporto conflittuale con i genitori, le prese in giro dei compagni di scuola, che gli avevano scatenato quel desiderio di rivalsa. Lei era comunque lì, non sarebbe mai andata via, sarebbe rimasta per sempre al suo fianco, aspettando pazientemente il momento in cui avrebbe messo da parte il suo narcisismo, la sua presunzione, per lasciarsi andare all’amore vero, al dono, alla generosità autentica. Anche lui la guardava, in quei grandi occhi castani, sentiva di amarla, ma non aveva alcuna intenzione di lasciarsi andare, temeva che tutto quell’amore l’avrebbe soverchiato, che gli avrebbe fatto perdere il controllo e, in quel caso, avrebbe dovuto rinunciare per sempre al personaggio nevrotico e tronfio che aveva costruito faticosamente nel corso di quei lunghi anni.

D’un tratto, Andrea decise di concedersi un momento di spontaneità: cominciò a correre lungo il sentiero. Lei lo seguì a ruota, si tenevano ancora per mano e ridevano, ridevano pieni di vita, a crepapelle, mentre nel circondario si udivano solo ed esclusivamente i loro passi frettolosi sull’erba bagnata e le loro risate autentiche. Deviarono dal sentiero, nel prato, e corsero entrambi in direzione di una grande quercia, che si trovava in cima a una collinetta, dietro la quale si stagliava un tramonto spettacolare, finché non la raggiunsero e si fermarono, affannati. Si guardavano negli occhi mentre respiravano a fatica, con la schiena chinata in avanti e le mani sulle cosce. Tutto d’un tratto, Scanzi, recuperato un po’ di fiato, afferrò entrambe le mani di lei. Adesso si trovavano l’uno dinanzi all’altra, mentre si tuffavano reciprocamente negli occhi con profondo amore. Andrea seppe in quel momento che aveva una gran voglia di baciarla. Le lasciò le mani e le avvicinò al suo viso. Appoggiò le dita sul suo collo, lasciandole scivolare lentamente verso gli elastici della mascherina che circondavano le sue piccole orecchie,  allargò questi ultimi e la rimosse. E fu solo allora che l’espressione di Scanzi mutò repentinamente. L’amore che sentiva si tramutò immediatamente in paura, orrore, disperazione. Fece un balzo all’indietro, mentre realizzava che la sua compagna era priva del naso e della bocca.

– Cristo di Dio! No! No! Aiuto! Aiuto, cazzo!!! – Scanzi chiuse gli occhi e si buttò in ginocchio sul prato, con le mani sulla testa, mentre urlava, cercando di cacciar fuori ancora una volta quell’orribile sensazione di morte, finché non li riaprì, ritrovandosi improvvisamente seduto nel suo letto, nudo come un verme, bagnato fradicio di sudore, dalla testa ai piedi, affannato. Aveva avuto un incubo.

Erano le otto di mattina, si era probabilmente addormentato alle quattro, dopo aver continuato a ruminare, macerando come un dannato, su quella cilecca della sera prima. Improvvisamente, tutte le sensazioni di profonda angustia della notte precedente, al ricordo di quel per lui terribile evento, ripiombarono con la stessa violenza, con la medesima intensità, questa volta sotto forma di un’orribile morsa allo stomaco. Si rese conto, nel frattempo, di avere un’erezione in corso.

– E tu ti svegli solo adesso, stupido cazzone? – fece Scanzi con livore, rivolto al suo uccello.

Afferrò il cellulare, che era rimasto acceso tutta la notte sul comodino e aprì Whatsapp, ignorando le migliaia di notifiche che giungevano da Facebook, idolatrandolo. Decise che era il caso di mandare un messaggio alla sua donna e di scusarsi per averla cacciata malamente di casa la sera prima. Constatò, con amarezza, che quest’ultima aveva rimosso la foto profilo. Scanzi le inviò un messaggio con scritto “Hey…”, ma realizzò nuovamente che, dopo l’invio, un solo segno di spunta grigio era comparso sotto il testo. Era chiaro come il sole: lei lo aveva bloccato. Un grosso nodo gli si formò in gola, aveva una voglia disperata di piangere, ma non ne era capace. Erano anni che non piangeva. Inoltre, come avrebbe potuto farlo. Lui, Andrea Scanzi, piangere? Un uomo del suo valore, che negli anni era stato capace di “asfaltare” Maurizio Gasparri, Daniela Santanché, Alessandra Mussolini, Vittorio Sgarbi, Matteo Salvini? Avrebbe fatto la figura della femminuccia. Eppure quel nodo in gola era una specie di palla da biliardo: lo straziava e lo faceva soffocare, gli mozzava letteralmente il fiato, percepiva concretamente di avere il respiro più corto.

A quel punto, si alzo di colpo dal letto, rabbioso e disperato, con gli occhi cisposi e pieni di crosticine e la bocca secca. Sentiva di avere l’alito pesantissimo. Corse in bagno, completamente nudo, con l’uccello in tiro, e decise che la cosa migliore da fare era buttarsi sotto la doccia. Entrò nel box, aprì l’acqua calda e la lasciò cadere sul suo corpo. Afferrò la sua normalissima e ordinaria cinciallegra toscana con la mano destra, dando dei colpetti ritmati in su e giù, seguendo, nella sua testa, il groove di “Another Brick in The Wall” dei Pink Floyd, mentre fantasticava su Selvaggia Lucarelli, con lo scopo di liberarsi di quell’erezione chimicamente indotta, nella vana speranza, inoltre, che quel breve momento di piacere solitario costituisse una sorta di anestetico per quel dolore emotivo devastante che lo stava perseguitando.

Eppure, ne era consapevole, per quanto ammetterlo con chiarezza a sé stesso sarebbe stato ancora più intollerabile: quell’anestesia sarebbe durata pochi secondi. Lui lo sapeva bene: in breve, quel tornado, quella violenta depressione, sarebbero tornati con incrementata intensità, una volta terminata quella squallidissima seduta masturbatoria.

(Continua…)

Il Lato Oscuro di Andrea Scanzi – Parte 2

ScanziDiretta

(…Continua da qui – Parte 1)

Scanzi ebbe un sussulto. D’improvviso, il richiamo della sua donna fece sì che cominciasse a sentirsi inquieto, profondamente ansioso, nonostante l’abbondante dose di coca in circolo. Poco prima della diretta, nonostante la spocchia ostentata e l’ostentazione di maschia virilità avuta con i suoi sostenitori, aveva avuto in realtà una defaillance. Negli ultimi tempi, a onor del vero, non era la prima volta che la cosa gli capitava, ne aveva avute altre nei giorni precedenti. Diceva a sé stesso che erano cose che potevano succedere, ma, ciò nonostante, negli ultimi tempi, vista la frequenza di tali accadimenti, la cosa aveva iniziato a inquietarlo non poco.

– Arrivo, amore mio! Pazienta ancora dieci minuti! – replicò Andrea con voce alta e ferma, verso la camera da letto.

Tornò nel suo studio. Accese la luce, rimise mano al portafogli e, questa volta, dalla tasca portamonete, estrasse una minuscola chiave. Si avvicinò alla moderna scrivania bianca e la inserì nella serratura del primo cassetto in basso a destra, facendola scattare, afferrò il piccolo pomello e lo aprì. Il cassetto era pieno di fogli sparsi, graffette, una pinzatrice, elastici, alcune vecchie prime pagine de Il Fatto Quotidiano e un paio di foto di Roger Waters. Sollevò i fogli con aria concitata. Sotto di essi, se ne stava ben nascosta una confezione di Viagra. La afferrò, estrasse il blister dalla scatola di cartone, pigiò con il pollice destro su una delle cavità deformabili, finché la rottura del coperchio in alluminio non fece cadere una pillola azzurra sulla sua mano sinistra. A quel punto, riposizionò accuratamente il blister nella confezione, che nascose nuovamente con cura certosina sotto i fogli contenuti nel cassetto e lo richiuse a chiave. Ripose, infine, la chiave nuovamente all’interno del portafogli.

Si recò in cucina, si sentiva ancora irrequieto, teso. In verità, non aveva voglia di sesso quella sera, eppure sentiva al contempo un forte desiderio di rivalsa, una necessità ossessiva di doversi rifare di quella cilecca umiliante avvenuta poco prima della diretta Facebook. Prese un bicchiere dalla dispensa, aprì il rubinetto, lo riempì per metà, si infilò la compressa blu in gola e diede una generosa sorsata, finché la pillola non fu ingollata.

– Arrivo, amore mio! – Si sentiva tesisissimo, l’ansia da prestazione lo perseguitava, ma lo sentiva come un dovere verso sé stesso e verso la sua donna. Che razza di uomo sarebbe stato, altrimenti?

Entrò nella sobria camera da letto. La sua compagna, un tipetto tutto sommato ordinario, dolce e molto acqua e sapone era seduta nella posizione del loto, sul letto, in camicia da notte bianca. Lo guardava con un sorriso dal quale traspariva molta tenerezza, comprensione e pazienza: forse lei lo conosceva meglio di quanto lui conoscesse sé stesso.

– Come ti senti, amore mio? – fece con cura accogliente.

– Sono giù, molto giù, ti chiedo scusa per quello che mi è successo prima, credimi, non so cosa mi sia preso e che cosa mi stia succedendo in questi giorni. Non mi aspettavo minimamente di…

– Oh, andiamo, vieni qui Andre, abbracciami, su! – fece lei, allargando le braccia e guardandolo con estrema dolcezza.

Scanzi si stese sul letto e poggiò la testa sulle sue ginocchia. La guardò negli occhi. Lei ricambiava con profondo amore. Prese ad accarezzargli i capelli.

– Non sei mica un superuomo. Dove è scritto che dobbiamo farlo tutte le sere? Se sei stanco in questo periodo non succede mica niente…

– E come faccio con i fan? Loro da me si aspettano un’immagine invincibile, di perfezione, la gente ha bisogno di un modello, di una guida, di qualcuno che indichi la via e, per forza di cose, io devo coincidere con quel modello, altrimenti io sono un uomo finito. Lo capisci questo, vero?

– Quante scemenze, Andrea! Hai davvero bisogno di raccontare ai tuoi, com’è che li chiami, “follower”, quello che facciamo io e te tra le coperte? E poi, ti senti mai quando parli? Io, io, io! Mannaggia a te e a quanto sei egocentrico! Stai un po’ zitto ora e dammi un bacio, forza! – Avvicinò il suo viso a quello del compagno. Iniziarono a baciarsi, con molta delicatezza e dolcezza, finché le loro lingue non cominciarono a intrecciarsi. Scanzi si sentiva ancora inquieto. Da un lato quel bacio gli trasmetteva una vaga sensazione erotica, d’altro canto non poteva fare a meno di monitorarsi continuamente l’uccello e di verificare che gli effetti del farmaco assunto poco prima non tardassero ad arrivare.

– Dai, piccolo stronzetto, tirati su, ti ho bombardato di Viagra poco fa, porca troia, fai un bello sforzo, dobbiamo scopare! – pensava tra sé e sé, incitando il suo pendolo toscano, un po’ come si suole fare con un soldato indisciplinato.

Scanzi si levò, si pose dinanzi alla sua compagna e iniziò a baciarle il collo e a mordicchiarle i lobi delle orecchie, facendola fremere. Nel frattempo, il suo capitone sembrava dare segni di vita e cominciò a inturgidirsi. L’ossido di azoto aveva finalmente attivato l’enzima guanilato ciclasi, garantendo un adeguato flusso di sangue nei suoi corpi cavernosi.

Il petting proseguì. Lei aveva preso a baciargli il viso e il collo, si sentiva molto eccitata, mentre il giornalista aveva iniziato a sbottonarle la camicia da notte. Lei cominciava a sentirsi bagnata e aveva iniziato ad ansimare, intanto che Scanzi la liberava dalla camicia e procedeva con lo sganciarle il reggiseno. Nel frattempo, il suo campanile aveva farmacologicamente raggiunto la turgidità necessaria. Andrea passava tutto il tempo a monitorarlo e a controllare che quest’ultimo rimanesse ritto al suo posto. Rimosse il reggiseno della sua donna, lanciandolo lontano. Quest’ultima rivelò i suoi graziosi e piccoli seni, che presentavano dei capezzoli scuri e turgidi, i quali ben si abbinavano alla sua carnagione olivastra. Il giornalista prese a baciarli e a mordicchiarli delicatamente, non perdendo di vista per un istante quel fallo indurito chimicamente, sul quale concentrava tutta la sua esistenza, la sua ragione di vita. Pensava:

– Dai bello, rimani così, stiamo andando alla grande! Nella prossima diretta avremo di che alludere, mentre ci guardano in centomila, li faremo schiattare d’invidia, quei figli di puttana. Io sono Scanzi! Io sono Dio, io sono Roger Waters, cazzo!

Andrea si sentiva pronto per penetrare la sua graziosa signorina, ormai lei indossava solamente delle meravigliose ed eleganti mutandine nere di pizzo, che lo facevano impazzire. Rimosse anche quelle, finché la sua donna non si ritrovò completamente nuda. Fu a quel punto che Scanzi si accorse di un dettaglio, anzi, del dettaglio, che lo mandava in crisi tutte le volte. Si fermò e, mentre la sua compagna ansimava ancora, pronta per congiungersi carnalmente con il suo egocentrico amante, Scanzi le disse:

– Scusami, amore, ma non te la sei depilata?

– Ehm…no, Andre, non ho avuto tempo! Scusami… – fece la sua compagna, mentre la perplessità faceva posto all’eccitazione sessuale e il suo ansimare pian piano andava spegnendosi.

Scanzi osservò ancora con aria basita quel pelo nero, che svettava dal pube della sua compagna, finché il solito pensiero, quel maledetto pensiero non attraversò la sua mente:

– A me il pelo fa schifo! Che cosa ci faccio con una donna che non si depila la fica? Mi merito di meglio! I miei fan si meritano di meglio!

Fu allora che l’inquietudine di Scanzi prese definitivamente il sopravvento. Il suo pene, nonostante il cocktail di Viagra e coca, si afflosciò inesorabilmente, come un palloncino bucato, mentre il giornalista si sentì rapidamente pervadere da una nera, abissale e infera disperazione. Si allontanò dalla sua donna, sedendosi ai piedi del letto e facendo cadere il suo viso tra entrambe le mani, mentre percepiva i suoi demoni interiori sussurargli diabolicamente:

– Sei diventato impotente, Andrea, non ti si rizza più, e lo sai perché? Perché sei un vecchio, un vecchio lurido stronzo rottinculo. Hai superato i quarantacinque anni. Alla tua età non si scopa più. Ma cosa credevi di fare? Con una compagna molto più giovane di te, poi? Ma non ti vergogni, razza di pervertito? Potrebbe essere tua figlia, ti stai chiavando tua figlia! Gesù ti guarda e ti odia! Sei un uomo finito Andrea, sei fottuto, brucerai all’inferno. Forza, vieni con noi, pallone gonfiato…

– Tutto bene, amore? – fece la sua compagna, avvicinandosi, poggiandogli una mano sulla schiena, preoccupata.

Scanzi si era ormai chiuso in un silenzio tombale, mentre, dentro, la sua vergogna e le sue vetuste ferite d’infanzia, sottoforma di mostri ripugnanti, lo laceravano e lo straziavano. Si sentiva completamente cieco, attorno a lui si era fatto buio, era piombato nel pozzo angusto della sua disperazione più atavica e viscerale, mentre i suoi fantasmi si divertivano a tormentarlo solleticandolo nei suoi punti più deboli. Si sentiva invischiato in una specie di ragnatela, aveva la cruda e concreta sensazione di non avere scampo.

– Amore? – fece la sua donna, seriamente preoccupata. E fu a quel punto che la disperazione di Scanzi si tramutò in una furia omicida:

– Vattene fuori da questa cazzo di casa, stupida troia! E’ chiaro? Va’ fuori dai coglioni, capito, puttana? Cazzo!!! – urlò il giornalista, devastato dalla rabbia e dal dolore, alla ricerca disperata di un misero appiglio che gli consentisse di uscire da quell’atavico senso di morte che l’aveva completamente sommerso.

La sua compagna sentì il suo cuore spezzarsi. Strabuzzò gli occhi in un’espressione di dolore, incredula, per scoppiare subito dopo in lacrime. Si alzò dal letto, si rivestì in fretta e furia e, senza salutare, lasciò la stanza. Si udì aprire la porta blindata nell’ingresso per poi chiudersi, sbattuta con forza.

Scanzi cacciò nuovamente un urlo atroce, portandosi le mani dietro la nuca e piegando la schiena fino a portare il viso verso le sue cosce. Nudo come un verme, si sentiva un moscerino, una nullità assoluta. Aveva la sgradevole sensazione che anche il suo corpo fosse divenuto flaccido come il suo pisello aretino. Voleva vomitare, non riusciva a tollerare l’idea di stare vivendo una totale eclissi della sua anima.

– Via, via, andate via, lasciatemi in pace, Gesù Cristo! – urlava, cercando di cacciare fuori tutta la sensazione di morte e dolore che aveva in corpo, quella percezione che aveva sempre ignorato, per lunghissimi anni, forse decadi. Eccole lì, improvvisamente, tutte le sue paure più antiche e rimosse, tutti i suoi peccati, tornare a fargli visita di colpo, come uno sgradevole ospite che si presenta a casa senza essere stato invitato. Per anni, aveva utilizzato le sue fragilità come fondamenta per costruire la sua immagine di giornalista egocentrico e narcisista, perfetto, impeccabile, eternamente giovane. Rieccole tornare, lungamente ignorate e, pertanto, amplificate all’ennesima potenza. Eccolo Andrea Scanzi, crollare, miseramente, come una piramide a cui è stata rimossa la pietra d’angolo.

Improvvisamente, capì che non c’era molta scelta e seppe cosa fare: si rimise a sedere diritto sul letto, si voltò di scatto e, in fretta e furia, si infilò sotto le coperte, ancora calde e pregne dell’odore della sua donna. Portò il piumone fino a coprirsi la testa, inconsapevole del suo bisogno di calore, mentre cercava una buona approssimazione dell’utero materno, alla ricerca di un lieve conforto: doveva addormentarsi il prima possibile. Chiuse gli occhi e l’oscurità non gli era mai sembrata così nera, così densa. Gli parve di pesare cento volte in più. Il pensiero andò per un’istante al balcone che si trovava nel soggiorno. Abitava al nono piano. Gli sarebbe bastato un semplice gesto: un tuffo, una caduta di qualche secondo e si sarebbe liberato di tutta la merda che lo stava perseguitando in quel momento. Avrebbe solo provato un dolore intenso, per un brevissimo, infinitesimo istante. Poi, ci sarebbe stata la pace.

– O affondo in questa fogna o mi ammazzo…- pensò il giornalista, esausto, ma incapace di prendere sonno, incapace di emettere una lacrima, un pianto che, quanto meno, gli desse un briciolo di sollievo, un po’ di ossigeno.

Scanzi si era fatto dolore. Era divenuto dolore puro.

(Continua…)