E Veggo è Sera

Rientrato nella polvere invadente,
d’inospital magione ancor informe,
di lei, Maestà, non più perseguo l’orme,
ma a un Dio, già sibilante, impenitente,

prostrato sto. A quel suo voler sigente,
per tale vocazione, or ora enorme,
ed io, lo sa, mi piego alle sue norme,
m’avvio seduta stante, ed è imminente

l’angoscia tenue d’incerto dimani,
ch’in gola stringe e le nebbie infittisce,
ma seggo e spero il loro diradarsi.

E veggo è sera; né più dimandarsi
s’è un vol che spinge alle sabbie e inasprisce
chi lascia quanto certo, a basse mani.

Virgilia

L’istante che recorre alla mia mente,
in dolci rimembranze il sen si stringe.
Sul lìtor sta, sui volti si dipinge
la gioia mesta di speranze spente.

Un compito ella svolse, m’è ora chiaro,
frattanto che le lagrime disciolgon
que’ nodi scuri in petto ch’ora dolgon
già men, la nave mia s’accinge al varo.

L’esercito guardingo gettò l’armi,
lasciando inceder l’ospite inconsueto,
sorella affine, guida necessaria,

fragosa taciturna, fresca l’aria
su noi spirò, cedendo il me desueto.
A lei son grato, or possa congedarmi!

Laura

Un transito incombente mette fine
al tempo del pusillo ed arto spazio,
per plaga dare al tempo in cui m’ingrazio
la volontà d’un Padre a me ora affine.

E penso a te, mia Laura, a quei tuoi occhi,
nel mentre che il mio corpo resta in quiete,
epistole e parole dolci e liete
che come di campana dei rintocchi,

nel fragile mio marmo fecer crepe
che la tua gentil forza ebbe scalfito.
Aperse danze al crollo delle mura

di quel fortino che, sol per paura,
erigo per rinchiudermi ferito,
in quella tana, ch’anche angusta tepe.

La colpa dei colpi tuoi inferti

La colpa dei colpi tuoi inferti,
non placa di darti tormento,
rimembra il dolore violento,
che causi e nel mentre diverti

quel pubblico vile e servile,
ch’a quel tergo tuo si dispone,
cachinna vigliacco, guascone,
è parte d’un unico ovile.

Sol ora realizzi quel male
causato per puro diletto,
per gloria, sentirti l’eletto,
o peggio, per atto banale.

Sia grato tu dunque al perdono
di chi taciturno t’osserva
e sine sentenza riserva
per te grande amor e quel trono

sul quale ora siedi, lo avverti,
a render condono t’invita,
perché non sia rinvigorita
la colpa dei colpi tuoi inferti.

Elica

Elica, ruota! Inondando di mille
fitti colori il giardino del mondo,
dentro di me, pur facendo scintille,
viaggio ed impavida guardo nel fondo.

Mi mostro altera, annoiata sovente,
dalle mie lotte talvolta spossata,
dal mio passato m’appronto al presente,
benché il dolor m’abbia un tempo straziata.

Classe e fierezza m’impongo allo specchio,
nobil riserbo ed un animo dolce,
vita consumo curiosa ed errante

e quella pianta in cuor mio rampicante,
soave, leggiadra, s’espande e contorce.
Elica, ruota! Voliamo oltre il vecchio!

Colpi di coda

L’adolescenza dà i suoi ultimi colpi di coda.

Un campanello interno suona ormai, quando ci comportiamo da adolescenti, sempre più severo, pronto a redarguirci, a ricordarci che non è più tempo, per certe cose.

La vita è severa, crudele e ci prende a sberle, anche.

Perché la vita è bellissima, quando è una vita completa, una vita di gioia e dolore, che si compenetrano poeticamente.

E a quel punto, si osservano le acque scure, in piedi sulla piattaforma, completamente nudi e ci si tuffa dentro, in quel bagno doloroso e angosciante, freddo, ci si lascia travolgere dalle onde oscure, smettendo di far girare gli ingranaggi del cervello alla ricerca di una soluzione che dia sollievo. Basta aspettare.

Sì, è sufficiente mettersi in attesa, mentre le acque agitate ci portano a fondo.

D’un tratto, il miracolo: si riemerge. E il dolore si trasforma, in gioia, in pace. Ciò che sembrava irreversibile, irrimediabile, buio, si illumina.

Il tempo si dilata, gli istanti diventano eterni.

Anche se abbiamo i giorni contati.

Il giro di boa verso l’età adulta procede, non è indolore, è una rinascita, che ovviamente porta le doglie di un parto difficile. Non è ammessa anestesia epidurale, né cesareo. Si esce dalla strettoia, si passa evangelicamente dalla porta stretta, sporchi di placenta, ancora, e ancora, e ancora.

La pelle si spacca, urliamo il dolore della muta, per poi, passato il pericolo, guardarci allo specchio, sempre più belli, sempre più veri, sempre più luminosi, sempre più in pace, sempre più centrati.

Sempre più noi.

Sempre più , sempre meno io.

Sempre meno.

Sempre.

Come se avessimo ancora cent’anni da vivere.

Come se fossimo immortali.

Anche se il tempo stringe.

Anche se abbiamo i giorni contati.