Regime

Se un alunno è positivo,
tracciamento e quarantena,
che il controllo resti attivo,
che nessuno provi pena

per fanciulli e genitori
e docenti sopra tutti,
tutti potenziali untori
da schedare, farabutti!

Quest’Italia è una galera,
un paese illiberale,
un ducetto ormai qui impera,
e il suo bene ci fa male,

ci fa schiavi ipocondriaci,
d’un’infida diffidenza,
tutto al più ci fa maniaci
e campioni d’indolenza,

che subiscono passivi
il volere capriccioso
d’un potere (restiam vivi?)
seducente e vanitoso.

Breve Storia d’Amore Pandemico

(Racconto in stile Phazyo)

Giuseppi emanò tutto il suo decreto nel vuoto normativo di Rocchi. Nonostante l’intensità di quell’atto amministrativo, la sua retta dei contagi non accennava a ridursi.
Rocchi sorrise, si liberò dell’abbraccio assistenzialista del suo amante e si inginocchiò dinanzi a lui. Giuseppi lo fissava intensamente, con aria al contempo interrogativa e maliziosa.
– Ma cosa fai, Rocchi? – domandò il bel Giuseppi.
– Amore mio – replicò Rocchi – mi preparo alla seconda ondata!
Entrambi risero felici.

George Orwell 2020

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Immaginiamo una rivisitazione di 1984 di George Orwell, ambientato questa volta nel 2020, in Italia, a Messina, in piena pandemia da Coronavirus.

Winston e Julia, in questo caso italiani, si incontrano per l’ultima volta, nella stanza da letto del negozio di antiquariato del signor Charrington, al piano di sopra, violando i DPCM che impongono il distanziamento sociale. Sono lì, abbracciati gli uni agli altri, fianco a fianco, dopo aver fatto l’amore, che osservano dalla finestra una tozza e anziana signora nell’intento di stendere pannolini alla fune del bucato nel giardino sottostante, mentre canta: dicono che il tempo sana tutto / e che ogni cosa tu ti puoi scordar / ma gli anni se ne vanno e il tuo sorriso / ancora il cuore mi viene a straziar.

D’un tratto, la voce metallica del sindaco Cateno De Luca alle loro spalle li fa sobbalzare: – Voi siete i morti! Dove cazzo andate? Tornate a casa!

Il quadro attaccato alla parete della stanza viene giù e rivela un piccolo teleschermo. Il vetro della finestra va in frantumi, mentre droni circondano la casa, dai quali risuona ancora una volta la voce del sindaco: – Non si esce, questo è l’ordine del sindaco De Luca e basta! Vi becco a uno a uno! Non si esce da casa! A calci in culo! Ecco qual è il modo per fare applicare le norme! E già che ci siamo: ecco la carrozza che ti porta alla festa, ecco la scure che ti taglia la testa. 

Una scala si infila attraverso la finestra, rompendone il telaio. Su di essa, vi si arrampica un carabiniere fino a fare il suo ingresso nella stanza. Ne irrompono altri, questa volta dalla porta, coadiuvati dal signor Charrington e da un paio di infermieri, i quali si avvicinano a Winston e a Julia, che si danno le spalle con le mani dietro alla testa, tremanti, senza toccarsi.

– Inclinate il capo! – giunge perentorio l’ordine.

I due amanti eseguono e gli infermieri, armati di mascherina e guanti, estraggono un tampone a testa e lo inseriscono nelle narici dei due fuorilegge. A quel punto ripongono i tamponi con i campioni di muco nelle rispettive confezioni e li consegnano al signor Charrington che esce dalla stanza per inviarli a un laboratorio di analisi. Winston e Julia rimangono in piedi con le mani sopra alla testa, sotto stretta sorveglianza delle forze dell’ordine per qualche ora, finché il signor Charrington non fa ritorno nella camera da letto e annuncia:

– Sono positivi, portateli via!

A quel punto i due vengono portati di peso a Roma e rinchiusi nel Ministero della Sanità, dove vengono curati e torturati a lungo, per poi essere condotti entrambi nella famigerata “stanza 101”, all’interno della quale, messi di fronte al loro orrore più grande, ossia la possibilità che Giuliano Amato diventi Presidente della Repubblica nel 2022, sono costretti a tradirsi, attribuendosi a vicenda la responsabilità del contagio e accusandosi reciprocamente di essere il paziente zero.

Alla fine della storia, una volta liberi, Winston e Julia si incontrano nuovamente, al Bar del Castagno, e dichiarano di essersi traditi a vicenda, per il bene del paese. Dopo la difficile confessione, Julia, divenuta una bimba di Giuseppe Conte, lascia il bar e Winston, seduto da solo a quel tavolo, con una scacchiera davanti a sé, strafatto di gin, dà un’occhiata al teleschermo, su cui capeggia l’immagine del premier, del quale ha finalmente inteso a fondo la benevolenza del suo sorriso e la sensualità delle sue fossette e, mentre due lacrime maleodoranti di gin gocciolano ai lati del suo naso, finalmente realizza che è tutto a posto. La lotta è finita, è riuscito a trionfare su se stesso.

Ora ama Giuseppe Conte.

 

Penelope

Stingue, sentenzia, il tuo esser lontana,
odo disciolta la speme ormai vana,
reclusi a chiave, novelli liberti,
ecco, ai doveri, adempiamo solerti.

Brevi momenti d’amore,
esecuzioni profonde,
celiam le rughe più immonde,
quali eleganti signore.

E’ a lei che ambisco, Penelope, cara,
dona, dal vuoto discosta e ripara,
fossi l’Ulisse ogne parte dell’orbe
speculerei, in un viaggio che assorbe,

per poi a lei ritornare,
dentro il suo amplesso dissolto,
nudo, silente, raccolto,
alacre ancora a danzare.

Ebbro

Il mondo esterno deserto oggi ignoro
con l’oro biondo che circola dentro
che dalle vene fluisce al cervello
stempera ansie paure e controllo
porta la gioia che quasi scordavo
dona la forza di guardar l’interno
senza dar peso a minacce di fine
che prego forte non giunga imminente
tanto da fare e da dare m’attende
sento la vita che spinge pressante
a pesar della clausura opprimente
cerco gli sguardi negli occhi tuoi paion
prati d’immensa distesa nei quali
correre fino a spaccarmi i polmoni
per poi lasciarmi cadere sul fresco
mentre la brina mi bagna le gote
pur ignorando il tuo fertile odore
auspico un giorno il tuo abbraccio accogliente
mentre raccogli i miei fiumi salati
che quei vetusti dolori disciolgon
per ricomporre quell’alma mia rotta
verso quel Tutto che centra e dà luce

Astruso Sole

Colpi dal petto e calore in crescendo,
nella clausura costretto mi stringo,
solo, cattivo, il pennello m’intingo,
turbo la candida tela, scribendo.

D’esiti antichi non giunge memoria,
posteri atti secreto proietto,
prono in ginocchio d’un Divo al cospetto,
scaccia remota da me vanagloria.

Astruso Sole, vestuto da nembi,
candidi cieli sul grigio deserto,
compiono vici nudati di vita.

Resto quiescente in espera infinita,
d’esser minuto ed inerme ormai certo,
logoro afferro di vesti Tue i lembi.

 

Giuseppe Conte e i Pieni Poteri – Parte 1

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Era stato un lungo viaggio. Quasi dieci ore di volo, più altre due ore in Taxi per raggiungere Zhongnanhai. Il presidente del consiglio dei ministri Giuseppe Conte, nonostante il lungo e faticoso viaggio, mostrava come di consueto il suo impeccabile aplomb, vestito di tutto punto in completo nero, camicia e fazzoletto immacolatissimi e cravatta blu, oltre alle immancabili scarpe oxford nere. Al suo seguito, l’inseparabile Rocco Casalino, portavoce del presidente del consiglio, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e Davide Casaleggio, silente e imperscrutabile presidente della Casaleggio Associati.

I quattro avevano finalmente raggiunto la sede del governo della Repubblica Popolare Cinese. Entrarono nel vasto edificio e percorsero le enormi sale all’interno. Giuseppe Conte e Rocco Casalino camminavano qualche metro più indietro rispetto al ministro degli Esteri e al figlio del fondatore del Movimento Cinque Stelle.

– Rocco, amore mio…- biascicò il premier con la sua voce impastata – disciamo che oggi mi sento un po’ teso, ho bisogno di sentirti vicino.

– Beppe… – rispose il responsabile della comunicazione del Movimento Cinque Stelle, con aria tenera e al contempo rassicurante – Io sono la tua ombra, e questo lo sai! – Rocco Casalino guardò Giuseppe Conte con la coda dell’occhio, ammiccò e gli diede una pacca sul culo. Conte si sentì leggermente sollevato, per quanto avesse ormai da tempo maturato la consapevolezza di essersi fatto carico di responsabilità più grandi di lui, nonostante allo stesso tempo non riuscisse a liberarsi della sua smisurata ambizione, ben celata dalle strategie comunicative suggeritegli dalla Casaleggio Associati.

Raggiunsero finalmente lo studio del Presidente della Repubblica Popolare Cinese. Xi Jinping attendeva impettito la delegazione italiana.

– Salve, Presidente Pin… – esordì Di Maio, ma non fece in tempo a terminare il saluto che Rocco Casalino gli tirò una gomitata in pieno stomaco.

– Dopo facciamo i conti, frocetto… – sussurrò fra i denti Rocco Casalino, guardando il ministro degli Esteri di soppiatto. Di Maio si ricompose immediatamente, benché il dolore allo stomaco gli mozzasse il fiato. Due lacrimoni scesero dai suoi occhioni fanciulleschi contriti. Anche Luigi sapeva ormai di essersi infilato in una situazione gigantesca, che non era in grado di gestire, nonostante l’ostentata sicumera mediatica. Erano ormai diverse notti che non dormiva, da tempo si augurava di tornare a fare quanto prima una vita normale, nonostante, al contempo, la politica fosse diventata per lui una dipendenza peggiore dell’eroina, della quale non riusciva più a fare a meno.

– Lietissimo di incontrarla, Presidente Xi Jinping! – proferì Giuseppe Conte, scandendo con precisione il suo nome e porgendo la mano al presidente cinese, con piglio ossequioso e istituzionale.

– Grazie per essere qui, siamo onorati di potervi ospitare per questo colloquio! – rispose Xi Jinping.

– Allora, Presidente – proseguì Conte, con fare vischioso e ruffiano – disciamo che è ben chiaro a tutti il motivo della nostra visita. Sa bene l’amicizia che lega ormai i nostri due paesi, no? Da un punto di vista economico e produttivo siete ormai una grande potenza, sappiamo bene che il vostro è un modello di efficienza riconosciuto a livello mondiale, che ha ormai di gran lunga superato gli Stati Uniti d’America. Ecco perché noi, in qualità di rappresentanti della Repubblica Italiana, volevamo una volta per tutte cercare di esportare il vostro esempio anche nel nostro meraviglioso paese.

– La risposta è semplice, professor Conte, i nostri processi decisionali sono molto più rapidi dei vostri. Qui in Cina, non abbiamo tutte le vostre lungaggini, la vostra burocrazia, noi semplicemente, qui, non abbiamo quella cosa obsoleta che voi chiamate…aspetti, com’è che si chiama, non mi viene la parola?

– Democrazia? – chiese prontamente il presidente del consiglio italiano, trattenendo a stento l’ilarità.

– Esattamente! – fece Xi Jinping.

I cinque scoppiarono in una fragorosa e liberatoria risata. Si davano pacche sulle spalle in maniera cameratesca, come cinque compagni di calcetto, cinque vecchi amici di sempre, in un clima informale e conviviale. Avevano le lacrime agli occhi, per le risa che si erano scatenate.

– Vede, Presidente Xi Jinping – fece Conte, passandosi l’indice sull’occhio destro, per asciugarsi le lacrime causate da quella sonora sghignazzata – il punto è proprio questo. Il progetto politico del Movimento Cinque Stelle è quello di trasformare la nostra democrazia parlamentare in una democrazia di carattere leggermente diverso. Sì, disciamo popolare, come la vostra, ma con la possibilità di lasciare ai cittadini l’ultima parola sulle decisioni del governo, mediante un voto su una piattaforma online chiamata Rousseau. Immagino che ne abbia già sentito parlare. In quel caso, non ci sarebbe la necessità di delegare le decisioni al Parlamento, che potrebbe tranquillamente essere abolito, riducendo enormemente i costi della politica e rendendo più rapida ed effisciente la macchina dello stato. Inoltre, è ben chiaro che non sarebbe neppure necessario avere partiti di opposizione, dato che l’ultima parola spetterebbe sempre e comunque ai singoli cittadini. Noi, come rappresentanti del governo italiano e del Movimento Cinque Stelle, facciamo presente con molta chiarezza e trasparenza che non siamo un partito. Siamo privati scittadini, animati dall’amore e dalla passione per la politica e con una costante tensione verso un concetto ormai considerato desueto da parte dei partiti tradizionali: etica pubblica. Pertanto non possiamo definirci antidemocratici, ben inteso!

– Chiarissimo e molto innovativo! – fece con marcato entusiasmo Xi Jinping – Ma per far sì che il vostro progetto prenda forma, dovete indurre i cittadini italiani a fidarsi ciecamente di voi, dapprima però incutendo loro timore per poi presentarvi come l’unica soluzione possibile alle loro paure…

– Ma a questo ci pensa già Salvini, con la paura dei migranti, del diverso! Quella nicchia è già stata ampiamente occupata! – replicò prontamente Conte.

– Già, ma voi dovrete fare leva sulla più grande paura e angoscia esistenziale che caratterizza l’essere umano… – rispose Xi Jinping, sfregando diabolicamente le mani.

– Sarebbe a dire?

– La paura della morte!

I quattro componenti della delegazione italiana rabbrividirono sincronizzati. Subito dopo, all’unisono, strabuzzarono gli occhi colmi di stupore e di meraviglia, come colti da un’illuminazione simultanea.

– Prego, seguitemi, amici italiani! Venite da questa parte! – fece Xi Jinping.

Il presidente cinese si avviò in fondo allo studio. C’era una tenda nera, che afferrò e scostò. La tenda celava una piccola porta. Il presidente cinese l’aprì.

– Entrate pure! – invitò con fare galante Xi Jinping.

I quattro italiani entrarono e sobbalzarono stupiti nello stesso istante. Era un laboratorio scientifico, al cui interno c’erano delle gabbie per sperimentazioni animali in cui erano rinchiuse delle donne cinesi in sovrappeso, le quali, notata la presenza della delegazione italiana, iniziarono a sbattere le mani furiosamente contro i vetri, grugnendo e urlando con fare animalesco. Saltavano rabbiosamente a destra e a manca, emettendo vocalizzi incomprensibili. Le loro iridi erano completamente scarlatte.

– Vedete, – fece Xi Jinping – queste donne, che tra l’altro sono anche lesbiche, sono affette da un morbo, una nuova malattia, che si chiama Covid-19, o Coronavirus. Dovete solo fare un cenno del capo, e ve ne spediamo qualcuna lì da voi. Avrete senz’altro un laboratorio scientifico analogo a questo, lì in Italia. Ah, a proposito, fate molta attenzione: sono contagiosissime!

Casaleggio, Casalino, Conte e Di Maio si lanciarono occhiate di intesa. Avevano già capito dove voleva andare a parare, quella vecchia volpe del segretario del Partito Comunista Cinese.

– A Codogno, in provincia di Lodi, in effetti i servizi segreti italiani hanno fatto installare un laboratorio scientifico segreto del tutto simile a questo… – rispose Conte, guardando gli altri tre italiani, sorridendo e mostrando le sue graziose fossette. Gli altri annuirono, l’idea poteva funzionare. Eccome, se poteva funzionare.

– Ben fatto! – rispose con entusiasmo Xi Jinping – vi manderemo alcuni esemplari di questi zombie, da tenere nei vostri laboratori. Mi raccomando, ora seguitemi attentamente: dovrete fare in modo che la notizia che il governo italiano tiene prigioniere delle donne lesbiche straniere curvy si sparga nell’ambiente radical chic, in modo che qualche buonista femminista antirazzista no-vax politicamente corretto organizzi una missione segreta per liberarle. A quel punto, saprete anche a chi dare la colpa per il contagio.

Tutti e cinque si guardavano sorridendo e annuendo. I loro sorrisi si tramutarono nuovamente in un’irrefrenabile ilarità. In breve il gruppo si ritrovò nuovamente in un clima goliardico, mentre le risate isteriche, inquietanti e bramose di potere riempivano il laboratorio e le cinesi zombie, al contempo, emettevano urla e grugniti terrificanti.

Tutto era pronto per dare vita a Gaia, il Nuovo Ordine Mondiale voluto dalla Casaleggio Associati.

 

 

 

Stringiamoci a Corte

Una breve riflessione, in un momento difficile e nebuloso quale quello attuale, in merito alla quarantena forzata imposta dall’emergenza Covid-19.

I nostri compatrioti sono soliti confondere, cantando l’Inno di Mameli, il verso Stringiamci a Coorte con Stringiamoci a Corte.

Dopo anni, credo di averne inteso la ragione.

A pensarci bene, Stringiamoci a Corte sottolinea un po’ meglio il nostro reale spirito, la nostra tendenza alla cortigianeria.

Stringiamci a Coorte vorrebbe dire schierarsi, prendere una posizione, assumersi delle responsabilità.

Nah, meglio di no.

Stringiamoci a corte, va, che è meglio!

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