DPCM e Italia a Colori

Sono davvero contenta del fatto che, in continuità con il governo precedente, l’utilizzo dei DPCM prosegua. Spero divenga consuetudine, prassi consolidata, augurandomi che questo e i prossimi esecutivi possano adoprarla con lo scopo di rendere più efficiente la macchina dello stato, possibilmente non passando più per il parlamento in modo da poterlo finalmente esautorare e magari chiuderlo una volta per tutte, essendo il potere legislativo un’inutile zavorra sulla rapidità dei processi decisionali. Come si permette questo cosiddetto “parlamento” di mettere il becco sulle decisioni dell’esecutivo? D’altro canto, l’esecutivo esegue, il legislativo cosa fa? Legisla? Vogliamo davvero fidarci di un potere che “legisla”, che adopra quindi termini dal significato oscuro come scusa bella e buona per non lavorare, per non passare ai fatti?

Permettetemi di fare un grande augurio agli amici e alle amichesse sarde per aver conseguito il successo di esser divenuti finalmente zona bianca, in questa mappa di colori dal sapore arlecchinesco che da tempo riveste il nostro maestoso stivale, alla quale però andrebbe a mio avviso aggiunta anche una gradazione tendente al nero, con lo scopo di evitare che si dia adito ad accuse di razzismo nei confronti del governo più glorioso, cremoso e prestigioso della storia della Repubblica, ajò!

Un Anno di Pandemia

È passato ormai un anno dall’esplosione della pandemia, da quando il Covid-19 è entrato a far parte delle nostre vite come un inconsueto animale domestico, alla stregua di un micetto occultato dietro la tenda del soggiorno che, d’improvviso, tende un agguato al proprio padrone tirandogli un’allegra zampata con cui ci vuol ricordare la sua dispettosa presenza. Sono state molteplici le conseguenze sulla nostra cultura e sull’informazione: alla già stucchevole retorica basata sul leccare il culo alle cosiddette “minoranze”, perpetuata dai nostri giornalisti “maschi di donna” castrati, si sono aggiunte le videoconferenze di Veltroni, Jovanotti, Recalcati, quest’ultimo psicanalista dal dolcevita nero che pronuncia “Lacan” alla francese, autoproclamandosi esperto del suddetto mentre strizza l’occhietto ai progressisti, tanto che sovente mi chiedo se costui qualche volta sia presente in studio e se abbia davvero dei pazienti. Vogliamo poi aggiungere il narcisismo ridicolo e collettivo di un paese che si sente eroico e grande per essersi serrato in casa in pigiama? Mi sovvengono i nostri nonni, che forse un’autentica sofferenza esistenziale l’hanno conosciuta, avendo molti di loro toccato con mano cosa voglia dire rischiare seriamente la vita, e mi auguro davvero che voi, coglioni patetici menestrelli da balcone del cazzo, improvvisati pasticceri e panificatori da Instagram, finiate prima o poi al fronte: sarà uno spettacolo vedervi cagare addosso terrorizzati, dopo vent’anni passati a farvi le seghe sui social network.

Al solito lo dirò con fare birbantello e provocatorio, rovesciando completamente la narrazione di regime, che ci vuole tutti omologati e accondiscendenti, nel nome di un bene imposto dall’alto: dobbiamo prendere atto che questa situazione ha portato solo ed esclusivamente dei vantaggi. Pensiamo alla possibilità di lavorare comodamente da casa, consentendoci di non condividere l’alitosi e le ascelle terrificanti dei colleghi negli open space, magari partecipando a riunioni di lavoro online ostentando autorevolezza e professionalità seduti sul cesso, sorridendo sornioni all’idea che i colleghi dall’altra parte non sospetteranno mai che siamo in pigiama e stiamo cagando con la porta aperta. Pensiamo al fatto che avremo fatto sì e no due o tre pieni di benzina, all’aver speso molti meno soldi: tutto questo smentisce in maniera lapalissiana quanto i soliti frignoni e gufi sono soliti affermare in merito al fatto che la pandemia ha devastato la nostra economia. È l’esatto contrario: abbiamo risparmiato un sacco di denaro. È dunque cosa buona e giusta che molti esercizi commerciali abbiano chiuso e molte aziende abbiano avviato le procedure di cassa integrazione nei confronti dei loro dipendenti. Come vi permettete di risparmiare? È giusto che a fronte di tali cospicui capitali non spesi le vostre entrate si riducano. Vergonatevi, lazzaroni! Dovete tornare a spendere e a sperperar danaro, soprattutto perché è arrivato il cashback di Stato e la lotteria degli scontrini: al governo servono entrate, al governo serve IVA da incassare. Chissà, magari un giorno, qualcuno di voi potrebbe diventare anche milionario.

Lo so, molti di voi contesteranno il fatto che hanno dovuto sopportare la convivenza forzata con partner e prole, ma per quello basta non sposare qualcuno che non si ama per accontentare mamma e papà e per dar loro dei nipoti. Ciò nonostante, possiamo sicuramente gioire in merito al fatto che abbiamo avuto la possibilità di evitare per lungo tempo i nostri parenti e di saltare innumerevoli pranzi e cene in famiglia, incluse le feste comandate. Dopo un anno, immagino che voi ragazzacci quarantenni ci abbiate fatto l’abitudine a stare lontani dai vostri genitori e suoceri, dunque c’è speranza che questo virus un po’ impertinente sia riuscito a dare un colpetto al becero familismo amorale che perseguita il nostro devastato paese.

Ora perdonatemi, la donna che non amo e che non mi ama mi sta urlando dietro perché a suo avviso passo troppo tempo al computer e poco con dei figli che fondamentalmente detesto.

Buonanotte ❤

Bilancio di Fine Anno

Tempo di bilanci, l’anno si chiude e si sente il bisogno di un resoconto, di una lista di cose accadute in questo 2020, giudicato dai più “annus horribilis”. Abbiamo questa necessità di ripetere a noi stessi quanto la pandemia ci abbia migliorati, illudendoci che abbia avuto luogo una palingenesi collettiva, quando al contrario, a mio modesto avviso, questo evento ha tirato fuori in buona parte dei casi il lato peggiore e mediocre di tutti noi, tra delazioni e scontri ideologici persino in un contesto drammatico come questo. Dobbiamo metterlo però nero su bianco qui sulle reti sociali, quanto abbiamo rivalutato l’essenziale, quanto abbiamo tenuto duro chiudendoci in casa come dei vigliacchi, con lo scopo di ricevere l’accondiscendenza dei nostri “amici”, ostentando quell’insana voglia di succhiarci vicendevolmente i nostri minuscoli uccelletti e i nostri grilletti secchi e rugosi, ostentando una profondità che, neppure osservata con troppa attenzione, è invero intrisa di banalità e di ovvietà. Lo so bene, la sento anch’io, la sentite voi, la sentiamo tutti, magari solo per un istante, quell’energia che ci ricarica, desideri e sogni che potrebbero realizzarsi, progetti, idee, visioni, missioni, voglia di cambiare noi stessi, voglia di cambiare gli altri, voglia di cambiare il mondo, ma a quel punto ci penserà nostra moglie, nostro marito, i nostri figli, i nostri genitori, i nostri suoceri a farci rimettere i piedi per terra, a seguire esclusivamente il senso del dovere e il senso di colpa, a rientrare nei ranghi, rinchiusi nella gabbia di una serenità di facciata e di una vita da schiavi, tiepida, molle, piena di rimpianti e di rancori verso chi ci ama, nostri padroni e servi a loro volta d’altri padroni servi a loro volta d’altri padroni, in un circolo vizioso generazionale senza via d’uscita.Per la gran parte di noi, si sappia: una volta giunta la fatidica mezzanotte, non cambierà assolutamente nulla, a prescindere dal contesto, a prescindere da pandemie, virus, carestie, guerre, vaccini, arcobaleni, Gramellini, Lorenzotosa, Delprete, Avvocathy e “odio che ci costa”. Resteremo vincolati alle nostre coazioni a ripetere, sintomo patognomonico perfetto di un’esistenza piena di menzogne e totalmente soverchiata dall’altrui volere.

Sappiatelo: la speranza di una vita felice, piena e soddisfacente c’è, a prescindere da ciò che ci accade intorno. Le vie d’uscita ci sono, ma costano fatica e siamo troppo pigri per metterci davvero in gioco. Non divorzieremo neppure quest’anno, non compreremo quella casa al mare che ci piace tanto, non cambieremo lavoro neppure nel 2021. Pazienza.

Domani, se erro, sarà il 32 dicembre 2020.

Trentadue. Dicembre. Duemilaventi.

Buona serata.

Vaccino Anti-Covid

Molto bene, è una giornata storica, il vaccino anti-covid è finalmente giunto nel Belpaese e le prime dosi sono state somministrate. La collettività gioisce dinanzi a questa notizia, nutrendo la speranza che in circa sei mesi si possa tornare alla vita d’un tempo.

Eppure, parliamoci chiaro, siamo davvero sicuri che questa sia una buona notizia? Pensateci seriamente: tra pochi mesi si tornerà a condividere l’ufficio con gente che abbiamo sempre detestato, le mascherine verranno meno e torneremo a sentire l’alito fetido dei nostri colleghi. Ilario, il toccaccione di trent’anni appena compiuti che vuole cambiare il mondo, magari assunto da poco, si presenterà dandoci una pacca sulla schiena e massaggiandocela, chiamandoci con il nome di battesimo o, peggio, con il nostro diminuitivo, come se ci conoscesse da una vita, con lo scopo di elemosinare la nostra simpatia prima di sferrare l’inevitabile coltellata alla schiena. Le strade torneranno a essere trafficate, saremo costretti nuovamente a uscire il sabato sera alla ricerca di parcheggio e di un posto libero in pizzeria e il prossimo Natale lo passeremo nuovamente con genitori, suoceri e parenti, non più in videochiamata, per cui saremo costretti a rispondere de visu a tutte le domande imbarazzanti dei nostri vecchi rottinculo.
Cari lettori e care lettrici, diciamoci la verità: ma quanto cazzo siamo stati da Dio in questa situazione?

Buon vaccino, una volta immuni, sapete qual è la prima cosa che dovete fare. A buon intenditor…

Zona Gialla e Cashback

Sono eccitata ed entusiasta come una scolaretta, è andato tutto come previsto: sono state allentate le restrizioni e quei malandrini degli italiani hanno rimesso piede fuori di casa, accalcandosi e mischiando i loro odori, sapori e umori presso negozi e centri commerciali per usufruire del ghiotto cashback, una succulenta detrazione fiscale sugli acquisti natalizi che senza ombra di dubbio ridarà vigore e lustro alla nostra malconcia economia, generando un mastodontico flusso di entrate per le casse dello stato. Guarda un po’, in tutto questo, emerge una simpatica nicchia di intellettuali e alte menti che punta il dito contro codesti birbanti irresponsabili, che in piena pandemia osano darsi allo shopping compulsivo, anziché seguire le indicazioni del nuovo pontefice Giuseppe Conte, che impone orari e regole per le messe e invita tutti a una sobria spiritualità, in solitudine, magari facendo “l’amore con le parole”, come suggerisce l’ottimo psicanalista lacaniano Recalcati, il tutto con un gradevole contorno di Lorenzotosa, che funge da megafono del governo con la sua linguetta birichina e le sue pregiatissime frasi perentorie ricche di punteggiatura, per pura vocazione naturalmente, senza nessun secondo fine. È meraviglioso essere circondati da queste guide spirituali, anche se a mio avviso, ho la sensazione che i più talebani della chiusura, del rispetto ossessivo delle regole siano in realtà delle persone profondamente sole e miserabili, senza un cazzo di amico, le classiche brave persone che da un giorno all’altro compiono qualche strage o sterminano la famiglia, che non aspettavano altro che il resto del mondo venisse condannato al loro stesso destino di schiavi e alla loro frustrazione, gioendo per le altrui sconfitte.Miei cari, qui non si tratta dello stereotipo relativo agli “italiani indisciplinati”, che non rispettano le regole. È il contrario: vengono emanati decreti ogni settimana e gli italiani semplicemente si adeguano, non in quanto italiani, ma in quanto esseri umani i quali, sappiatelo bene, non sanno assolutamente cosa farsene della libertà, fonte unicamente di angoscia e di terrore per la maggior parte di loro e che, in verità, vogliono un’unica cosa che doni loro serenità: inginocchiarsi di fronte all’idolo di turno, a un padrone verso il quale essere schiavi ciechi, eseguendone gli ordini e le volontà. L’amara constatazione è che tutto questo è per loro rassicurante, fornisce in qualche modo un surrogato di stabilità e, soprattutto, consente loro di evitare di assumersi personalmente delle responsabilità. Il sottoscritto non è un cazzo di nessuno, ma Dostoevskij ha spiegato molto bene questo concetto ne “Il Grande Inquisitore”, uno dei capitoli più celebri del romanzo “I Fratelli Karamazov”.

Questo padrone, in questo momento, si chiama governo Conte. Faccia di noi ciò che vuole, Presidente, l’adoreremo come un Dio, almeno fino alla fine della pandemia e alle prossime elezioni.

Amen

La pandemia del turismo compulsivo

È ormai domenica sera. Il buon Giacomo d’altro canto ci aveva avvertiti: …tristezza e noia / recheran l’ore, ed al travaglio usato / ciascuno in suo pensier farà ritorno. È dunque questo un momento assai propizio per stemperare l’angoscia dell’incombente settimana lavorativa, mediante una riflessione, al solito moderata e pacata, sull’ennesima pandemia che, purtroppo, neppure il Covid-19 è stato capace di debellare: quella del turismo compulsivo.

Facciamo un riepilogo. Immagino ricordiate bene in che condizioni erano i social network fino allo scorso anno. Mi riferisco, nello specifico, ai profili di coloro che hanno girato il mondo con i soldi di mamma e papà e ci hanno ammorbato con innumerevoli fotografie, tutte tristemente identiche tra loro, dinanzi a monumenti, paesaggi, spiagge esotiche, ostentando dita a V e sorrisi sui loro volti patinati dagli orribili filtri che riescono solo a far apparir loro ancor più miserabili, magari sentendosi anche un po’ speciali, nella convinzione di aver fatto una vacanza unica, diversa da quella fatta dai compagni di liceo con cui, alla veneranda età di quarant’anni, sono tuttora in competizione, in una ridicola guerra tra poveracci, e mai termine fu più appropriato in questa circostanza. Bene, ad oggi, spulciando tra i profili social di costoro, tra una focaccia integrale e una torta di mele, una copertina e una tisana con il partner con il quale il sesso è ormai un’antica e vetusta rimembranza, emerge una nicchia di nostalgici, una carovana di sensibiloni che si ostina a pubblicare fotografie di viaggi passati, accompagnando le immagini a struggenti didascalie che magnificano il senso d’attesa fremente in merito alla fine delle restrizioni e alla conseguente possibilità di tornare quanto prima a sperperare capitali ereditati e immeritati. Tra i post, ce n’è uno che mi ha colpito in particolare: foto di coppia, bacio platonico con lei che poggia le natiche su una palma, in una spiaggia non identificata. La didascalia che accompagnava questa meravigliosa immagine, peraltro impeccabile da un punto di vista della composizione fotografica, e questo fa molto riflettere sulla spontaneità e l’autenticità di questi momenti, era la seguente: Il giorno dopo il vaccino #dreamingof.

Bene, a questo punto, visto che a quanto pare siamo tutti un po’ sognatori e visionari, in questo mondo pazzerello e birbante, un po’ hungry e foolish, vorrei condividere un mio di sogno, un desiderio che nasce dal profondo del mio cuore: non posso che augurarmi che il vaccino contro Sars-Cov-2 funzioni pienamente, che gli anticorpi facciano il loro dovere nel proteggervi dal Coronavirus, ma che quest’ultimo sia pieno di effetti collaterali paradossali. La mia grande speranza è che, non appena avrete ricevuto in vena l’ambito antidoto, vi colga una violenta diarrea, la pelle vi si riempia di squame, diventiate verdi e magari vi spunti una bella coda, auspicando che quest’ultima ogni mezz’ora vi riempia di ceffoni, compensando anni di mancate cinghiate che i vostri genitori avrebbero dovuto darvi anziché mandarvi in giro per il mondo a bighellonare come dei lazzaroni. I vostri selfie, in quelle condizioni, sarebbero un vero spettacolo. Sarà uno spasso ammirare le vostre facce da rettili deperite con una didascalia del tipo “Sono diventato/a orribile, ma ciò nonostante sorrido sempre e questo mi dà la forza per andare avanti”.

Andare avanti verso dove, mi chiedo poi? Ma dove cazzo volete andare?

Buonanotte.

Ilario e il lavoro di squadra

Come sempre, era stata una durissima giornata per Ilario. Il giovane informatico trentenne, ormai esausto, spense finalmente il computer. Era ormai da mesi che lavorava da casa, a causa delle restrizioni imposte dal governo per effetto della pandemia da Covid-19. L’effetto della cocaina sniffata ore prima stava ormai scemando. Anche stavolta, aveva lavorato fino alle undici di sera, al solito carico di progetti e di scadenze da rispettare, ai quali non era stato in grado di dir di no, nella convinzione ingenua, al solito accompagnata da un entusiasmo di facciata derivante da un’educazione cattolica fatta di oratori e ritiri spirituali, che a una mole maggiore di lavoro avrebbe coinciso finalmente il riconoscimento che gli spettava, che i suoi sacrifici avrebbero ottenuto l’amore e l’apprezzamento dei suoi responsabili e colleghi. Erano ormai passati mesi dall’ultima volta in cui aveva fatto l’amore con sua moglie. In quell’ultima squallida circostanza, ci era riuscito grazie a un aiuto farmacologico di colore azzurro. Lui era durato quindici secondi, lei era rimasta nuovamente incinta. Martina, così si chiamava la sua sposa, bella e dolcissima, sopportava la situazione cristianamente e pazientemente. In fin dei conti, era fortunata a stare con un bravo ragazzo, con un buon partito, almeno questo si ripeteva prendendosi in giro, nonostante le assenze del marito la stessero facendo sfiorire, invecchiare precocemente e ingrassare.

Le ragioni dell’impotenza di Ilario erano svariate: oltre all’enorme quantità di ore di lavoro e all’abuso di cocaina, il problema principale era costituito dal suo collega più anziano e mentore, Dino, verso il quale provava al solito sentimenti ambivalenti e inaccettabili. Dino era divenuto da poco suo responsabile in un importante progetto, il cui obiettivo era quello di occuparsi della manutenzione di un database che raccoglieva i dati sui consumi dei clienti di un grosso fornitore di energia elettrica. La cosa turbava Ilario parecchio, in quanto Dino era uno stronzo, oltre che una presenza ingombrante e misteriosa: da un lato era un animale da palcoscenico che si esibiva con naturalezza e sfrontatezza, dall’altro una persona estremamente riservata e, almeno apparentemente, fragile. Ilario, al contrario, soleva esibire un esibizionismo posticcio, fatto di compiacenza fasulla, patetico ottimismo da pubblicità, pacche sulle spalle e sorrisi di convenienza, tutte mosse malamente studiate a tavolino che malcelavano l’intenzione di sferrare la fatidica coltellata alla schiena al malcapitato di turno, a guisa d’un giovane e ambizioso Renzi. Sarebbe stato disposto a tutto pur di emergere. A dire il vero, generalmente questa patetica buffonata si concludeva sempre con il collega vittima designata che lo coglieva in castagna, facendogli puntualmente fare la figura del miserabile, del meschino e della spia. Era stato suo padre, palazzinaro toscano, a insegnargli a non guardare in faccia a nessuno pur di emergere e innalzarsi sugli altri, alla stregua d’un ecomostro abusivo eretto su una spiaggia.

In ogni caso, recentemente Ilario si stava rendendo vagamente conto di come, forse, gli insegnamenti paterni cominciassero a stridere e a entrare in contrasto con la sua religiosità ossessiva, fatta di penitenze e confessioni superficiali presso il suo padre spirituale don Egidio, che, inconsapevolmente, gli servivano a sciacquarsi, con scarsa efficacia, una coscienza sporchissima che non riusciva a mettere bene a fuoco. Non era ben consapevole di se stesso e neppure di quali fossero in realtà i suoi veri peccati. Sapeva solamente che ogni carognata lo faceva sentire prepotentemente impuro e lacerato. Ciò nonostante, ignorava e trascurava questi suoi sentimenti, a suo avviso inaccettabili, anestetizzandoli con la cocaina e con un quantitativo disumano di lavoro.

Dino, anch’egli carogna, paranoico e gran figlio di puttana, seppur in modo diverso, lo aveva perfettamente inquadrato. Da fine conoscitore dell’animo umano percepiva ormai in maniera quasi telepatica le sue contraddizioni e giocava d’anticipo per evitare di farsi cogliere in castagna. Ilario aveva preso l’abitudine di rivolgersi a Dino alla stregua di consigliere, usando talvolta un piglio autorevole artificioso, preso da chissà quale manuale di automiglioramento. In realtà, Dino sapeva benissimo che tutti i consigli che Ilario gli dava in ambito lavorativo non erano affatto disinteressati. Ilario voleva solo ingraziarselo per ottenere coinvolgimento, in modo da poterlo accoltellare alla schiena alla prima occasione, solendo sovente appellarsi a un famigerato spirito di squadra, secondo il quale tutte le informazioni dovevano essere condivise con il team. Ilario usava inglesismi con lo scopo di darsi un tono. Invero, egli aveva come unico scopo quello di impossessarsi furbescamente di preziose informazioni aziendali, con l’unico obiettivo di poterle utilizzare una volta fuori da quel lavoro da incubo e poter finalmente realizzare il suo sogno recondito: fondare una start up tecnologica tutta sua, in modo da poter sbattere in faccia a suo padre il fatto di essere migliore di lui. Dino aveva intuito tutto questo e, sovente, ripensando alla banalità degli obiettivi di Ilario, per quanto quest’ultimo fosse convinto d’essere un furbo di tre cotte, soleva sghignazzare di soppiatto alle sue spalle.
Un giorno, Ilario, deciso a guadagnare posizione e visibilità nei confronti di Dino, sognando e illudendosi ancora una volta di poter diventare il suo braccio destro, decise di inviargli un messaggio nella chat aziendale.

– Buongiornissimo Dino! Tutto bene? Sai dirmi se la minuta della riunione è stata inviata?

Dino lesse quell’orrido buongiornissimo, alzò gli occhi al cielo e scosse la testa, aveva già capito che Ilario stava provando a combinarne una delle sue.

– Ciao Ilario, no. Mi sono limitato a mandarla ai responsabili. – A quel punto, restò in attesa della risposta, divertito.

– Ah ok, ascolta Dino, se posso permettermi di darti un suggerimento…quando ci sono delle riunioni, puoi mandare la minuta a tutta la squadra? In questo modo, siamo tutti allineati.

Dino rimase per un minuto buono a osservare quel messaggio penoso, dal quale trasudava un’ambigua solidarietà verso gli altri colleghi. Era chiaro che l’idea di Ilario era quella di mettersi in mostra, come al solito. Riusciva quasi a vederlo, Ilario, mentre si gongolava dall’altra parte dello schermo, nella patetica convinzione di aver colto nel segno e di essere stato persuasivo. Dino, a quel punto, sorrise diabolicamente, fece un bel respiro e inviò la sua risposta:

– No. Purtroppo devo tener conto di questioni di carattere organizzativo con il responsabile tecnico.

Ilario percepì quel no come una scudisciata sulla schiena. Una scarica elettrica lo pervase dalla testa ai piedi, mentre provava tangibilmente la sensazione che una lama lo stesse penetrando nel costato. Ebbe la solita dolorosa percezione, raccontata chissà quante volte al suo psicanalista, migliaia di euro gettati in inutili sedute, che le carni gli si stessero staccando dalle ossa. Provava il terribile dolore del rifiuto e dell’abbandono, della mancata accettazione, a guisa di migliaia di punture di spillo sulla sua pelle sottile.

– Come preferisci… – rispose a malapena il giovane informatico, mentre il rancore e l’ira iniziavano a farsi strada. Ingoiò come sempre quelle inaccettabili emozioni come un amarissimo rospo. Ebbe all’improvviso la necessità impellente di farsi un altro tiro di coca, per evitare di sentirsi totalmente sopraffatto da quei fantasmi che lo tormentavano. Per un istante, gli si palesò dinanzi il ricordo di suo padre, quando, ancora bambino, lo metteva in competizione con suo fratello nei tornei di tennis, quel padre assente, imprenditore famelico e vorace, una sorta di Crono, divoratore dei suoi stessi figli e della loro personalità, che al contempo non aveva mai insegnato loro il senso del limite e il saper accettare un rifiuto e gli aveva imposto di rimuovere qualsiasi tipo di sentimento nei confronti di chiunque, pur di far carriera. Provò per un istante una rabbia atroce che gli scuoteva le membra, che quasi rasentava una volontà patricida. Le mani gli tremavano e gli occhi gli si erano riempiti di lacrime. Fu a quel punto che decise di correre in bagno, dove aprì l’antina dell’armadietto, da cui estrasse un sacchetto pieno di polvere bianca, forse la sua unica vera amica. Così, ne versò una manciata sul lavandino, prese una banconota da dieci euro arrotolata e fece quello che doveva fare.

Si sentì un po’ meglio, quelle orribili sensazioni si erano attenuate.

Ma anche quella sera, lui e sua moglie non avrebbero fatto l’amore. E i suoi figli si sarebbero addormentati senza la sua buonanotte.

Il giorno dopo, tutto sarebbe ricominciato come sempre.

Fendente

Iniquo mondo, qui in bolle distanti,
ognuno ch’ormai mira i suoi fantasmi
mutevoli e cangianti ad ogni istanti;

quale destino ci resta sperare,
immersi ormai solinghi nei miasmi
d’un claustro ch’imminente s’ha da fare?

Ché la salvezza si fa nel presente,
parando della vita ogni fendente!

Decrescita Felice

Debbo riconoscere una certa coerenza nell’attuazione del programma politico del Movimento Cinque Stelle, nella fattispecie in merito alla cosiddetta “decrescita felice”: non ho mai visto in vita mia una simile catastrofe economica, sociale e democratica, accompagnata da una tale gioia incontenibile da parte dei sostenitori del governo, eccitati come ragazzine alla vista del vanesio damerino con la pochette, sempre sul pezzo, ma soprattutto, con le idee molto chiare in merito ai provvedimenti amministrativi presi per fermare la pandemia che, per dirla con Vittorio Sgarbi, hanno la stessa efficacia di un paio di mani contro un fiume.

La differenza tra un vero capo e un ducetto squattrinato, pur dai modi gentili? La capacità di assumersi in pieno la responsabilità delle proprie scelte e di scusarsi dei propri errori. Nessun uomo di stato dovrebbe scaricare la colpa sul popolo, soprattutto se chi ci governa non emana regole chiare.

Coprifuoco

Finalmente si torna a fare sul serio, coprifuoco notturno in più regioni d’Italia. Non vedo l’ora di vedervi riuniti come me con la vostra famiglia da Mulino Bianco a preparare la pasta sfoglia, le torte salate, le orecchiette, a gustare la gioia del focolare domestico, che rievoca le antiche immagini agresti e bucoliche dei nostri avi, il tutto naturalmente da mostrare sui nostri profili social, bravi e solerti cittadini, beatamente e ipocritamente sorridenti con le mascelle dolenti, poiché siamo forti, invincibili, in guerra anche noi, in trincea, mentre il trauma collettivo del distanziamento sociale e l’angoscia nera di un possibile contagio faranno il loro bravo lavoro sotterraneo fino a logorarci e a solleticare il peggio di noi, che ingoieremo come un rospo amaro, perché è troppo dura per tutti noi ammettere che tutto questo è uno schifo e che odiamo la convivenza forzata con una famiglia che abbiamo scelto di fare solo per condizionamento sociale, noia e mediocrità.

Appello a tutti i lombardi: ci diamo appuntamento domani sui balconi di casa alle 23 in punto, per cantare l’inno di Mameli, stringerci a “corte” per esser pronti alla morte.

La viltà e l’ipocondria che si fanno virtù. Mio Dio..