La Pandemia delle Giornate Mondiali

da corriere.it

Non so se sono l’unica a sentirsi irritata, ma qualcuno fermi questa epidemia, questa influenza spagnola delle giornate mondiali. Smettiamola, nel nome di Dio, con questo orribile calendario laico, impregnato di ricorrenze consumistiche che hanno contribuito a tramutarci in amebe prive di spirito critico. Ricordo che ai miei tempi ci si alzava tutti alle quattro del mattino, mio marito si recava al lavoro con i figli maschi, con il suo carro trainato dal nostro cavallo Imperatorius, mentre la sottoscritta si dedicava dapprima a una magra colazione a base di pane secco e un caffellatte. Terminata la colazione, seguiva la lettura delle lodi mattutine, caratterizzate da una rigorosa ruminazione delle sacre scritture e degli inni nei confronti del santo del giorno. Già, il santo del giorno, quello sì che era un signor calendario! Erano tempi meravigliosi, sublimavamo la sessualità a suon di eccitantissimi Padre Nostro e Ave Maria, raggiungendo l’apice del piacere con un terzetto di Gloria, incanalando la nostra libido esclusivamente verso Nostro Signore e la Vergine Madre. Gli unici rapporti sessuali consentiti erano quelli che avevano come obiettivo la procreazione, nel corso dei quali mai sia intercorresse un fiato, un urlo, mai sia trapelasse il benché minimo piacere. Erano tempi meravigliosi, godevamo nel sacrificare le pulsioni e nel rinunciare totalmente al piacere, avevamo un potere immenso, incatenavamo i nostri figli a vita, per noi considerati esclusivamente alla stregua di manodopera per i campi, per poi tramutarli in badanti una volta che saremmo divenuti anziani e impedendo loro, legandoli al letto o a suon di cinghiate, qualsiasi tentativo di indipendenza.

Cari utenti e care utentesse, sappiate che, da allora, le cose non sono affatto mutate, hanno solo cambiato veste. Per quanto i media mainstream, i giornali online, continuino a raccontarcela, a ficcare il naso sotto le nostre lenzuola, a darci consigli sulla sessualità, a frugare nelle nostre mutandine, si scopa meno di allora, o forse si scopa di più, ma spesso si scopa male. Quest’epoca di consumismo non ha portato alcun beneficio in quei termini, ho già fatto presente che viviamo un’epoca Vittoriana travestita da Woodstock. C’è stato un colpo di spugna che ha preteso di cancellare le paure e i sensi di colpa in merito alla sessualità, mentre in realtà latenti continuano a lavorare nei bassifondi del vostro inconscio, rendendovi sempre più isterici, insoddisfatti, ansiosi, impauriti, mentre indossate la maschera dei vincenti, perché a voi non la si fa, siete più furbi di vostra madre e vostro padre, voi sì che avete un sacco di donne, che avete un sacco di uomini, passate tutto il tempo a flirtare e a scopare, quando in realtà morite di solitudine perché non avete il coraggio di esporvi davvero, di mostrarvi con i vostri limiti e con le vostre insicurezze. Non preoccupatevi in ogni caso, i vostri cazzi mosci e le vostre fiche secche parleranno molto più di voi. Il momento della verità si manifesterà in camera da letto, cari presunti maschioni e ninfomani.

Ora, per cortesia, cercate di andare un po’ oltre il sarcasmo feroce delle righe precedenti e, nel frattempo, liberatevi delle vostre inutili Reflex, mezzo che usate naturalmente con la speranza di finire a letto con qualcuno. Tutto è vanità, ahimè, ma c’è bisogno che qualcuno ve lo dica: le vostre foto fanno veramente schifo, non avete la benché minima idea di come si faccia una composizione, sono banali, i vostri tramonti, i vostri paesaggi, i vostri ritratti sono tutti uguali, non trasmettono nulla, siete nulla che produce altro nulla.

In realtà sono di buon umore quest’oggi, un caro augurio, per questa splendida giornata mondiale. Togliete il like al blog e segnalatelo.

Si avvicina il Santo Natale

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Il Santo Natale è alle porte.

Si entra in sala. La tavola, ricoperta di tovaglie rosse su cui sono disegnate ghirlande, è imbandita di ogni ben di Dio. Il nucleo familiare si riunisce finalmente. Tre, in certi casi quattro, generazioni di piccolo-borghesi sedute attorno al tavolo. La generazione più giovane viaggia ormai tra i trenta e i quarant’anni, la generazione degli eterni adolescenti, degli eterni figli, guardata con disprezzo dalle precedenti, gli eroi, coloro che hanno fatto grande questo paese, pragmatici, duri, puri, bacchettoni, moralisti, polarizzati, dicotomici, giudicanti, morti dentro, noiosi.

L’odore dei formaggi e degli insaccati, del vino rosso, del timballo, del roast beef, dell’insalata, dei finocchi, della frutta fresca e secca, dei dolci, dello spumante, del limoncello e dell’amaro, insomma, di tutto il cibo che, servito in questo santo giorno sarebbe in grado di sfamare l’intera Repubblica Democratica del Congo, ha un unico scopo, quello di coprire l’odore pestilenziale dell’incesto psicologico, la puzza dell’invadenza, dei consigli non richiesti e delle domande inopportune e fuori luogo, causate da un sostanziale handicap emotivo che è alla base della totale incapacità di amare degli esseri umani.

Eccola, zia Antonina, che non vede l’ora che ti trovi una fidanzata da poter presentare a tutta la setta, a tutto il clan contorto nel rancore degli obblighi e delle norme non rispettate, degli inviti non ricevuti, delle eredità inique, succube delle spinte endogamiche causate dalla paura del diverso, dell’ignoto, del confronto. Zia Antonina, esatto. La stessa zia Antonina che porta avanti un matrimonio disastroso con un marito capriccioso e tiranno, che non ha mai avuto il coraggio di lasciare perché vittima della colpa e del giudizio degli altri, dell’incapacità di perseguire una vita propria e di far fruttare i propri talenti. La stessa zia Antonina che è talmente abituata all’odore di merda da non farci più caso e che ti invita in ogni caso ad immergerti, in quel bagno caldo fumante al cui olezzo pestilenziale non fa più caso. La stessa zia Antonina che vomita il suo rancore, la sua disperazione e la propria frustrazione sui propri figli, adducendo pretese da questi ultimi, caricandoli di un peso insostenibile e facendosi figlia della sua stessa prole, zia Antonina che non è mai cresciuta, zia Antonina che non è mai diventata adulta e pretende di dare lezioni di vita, zia Antonina che sta provando nuovamente a lasciare suo marito, ma non ne ha parlato con tuo padre che si è offeso perché in famiglia si condivide tutto. Sono alberi cresciuti male, alberi cresciuti storti, convinti di essere querce maestose. Non sanno quello che dicono, non sanno quello che fanno, non sanno chi sono.

La cena è terminata e il giorno seguente causerà inevitabilmente delle scariche di diarrea, nella migliore delle ipotesi, o, nel caso peggiore, una bella vomitata. Si è mangiato troppo, non si è abituati a farlo per tutto l’anno, ma è Natale. Si deve, bisogna, occorre farlo, cazzo. E’ il momento dei regali ora, ovviamente. Fiumi di soldi buttati nel cesso, tredicesime scialacquate, oggetti e capi d’abbigliamento che non verranno mai usati e mai indossati, doni che servono a coprire la colpa di essere stati totalmente inadeguati, che servono a sciacquarsi la coscienza, che servono a colmare un abisso, un vuoto invischiante e mortifero che non si ha il coraggio di guardare in faccia, che servono a rendere il proprio ego ancora più ipertrofico e a manifestare il proprio potere. Il regalo costoso, il regalo grande, il regalone, il guinzaglio, la catena, il potere che abbiamo su di te, o figlio, o nostro figlio, figlio della crisi economica, incapace di stare al mondo, fragile, sensibile, depresso, malato, che hai ancora bisogno di mamma e papà.

Eppure.

Qualcuno di recente mi ha detto di guardare a tutto questo con compassione, con dolcezza, con indulgenza. Loro non sanno, ma ti amano comunque. Non hanno idea di cosa tu abbia bisogno. Perché non ti riconoscono più, perché sei cambiato e non sanno più come prenderti, non sanno di cosa parlare, non sanno come parlarti, perché fondamentalmente sei difficile da interpretare, sei complesso, sei ambiguo, sei un ossimoro vivente.

E allora ci provo, faccio uno sforzo, sovrumano, ma lo faccio, a guardare questa tavolata di minchioni con un sorriso, senza abbassare troppo la guardia, mantenendo i confini sani che ho giustamente posto, ma guardando a tutto questo con affetto. Sono umani, fallibili, limitati, narcisisti, peccatori, vigliacchi, miserabili, imbecilli.

Imbecilli. Come te.

E per quest’anno, ho deciso, mi tiro fuori. Alla larga dal consumismo, alla larga dai miei fantasmi, alla larga dai miei carcerieri, ormai immaginari, ormai ininfluenti. Ce ne stiamo a meditare, al caldo, al chiuso, a leggere, a pensare, a rigenerarci, a tornare all’essenziale, a pregare a modo nostro, per noi e per chi soffre.

Ci proviamo, almeno, a imparare ad amare davvero, e, per dirla alla Erich Fromm, a farla diventare una vera e propria arte?