Virgilia

L’istante che recorre alla mia mente,
in dolci rimembranze il sen si stringe.
Sul lìtor sta, sui volti si dipinge
la gioia mesta di speranze spente.

Un compito ella svolse, m’è ora chiaro,
frattanto che le lagrime disciolgon
que’ nodi scuri in petto ch’ora dolgon
già men, la nave mia s’accinge al varo.

L’esercito guardingo gettò l’armi,
lasciando inceder l’ospite inconsueto,
sorella affine, guida necessaria,

fragosa taciturna, fresca l’aria
su noi spirò, cedendo il me desueto.
A lei son grato, or possa congedarmi!

Mar Marasma

E’ quel timor d’amar, nel mar marasma,
che porta me nel fondo dell’abisso,
ancor mi percepisco parco scisso,
in lotta con l’ennesimo fantasma.

Tormente, venti, fuoco, in lotta eterna,
si staglian grevi, emanan fumi foschi,
fiammate brevi incendian verdi boschi,
e in un letargo nero vita iberna.

Tradito, il mio tradir traduco e stride
con quella fede cieca ai motti d’alma,
mia guida e musa. Il tempo della calma
intento e attento attendo, mentre incide

sul cor quella luttuosa lama acuta
ch’insiste e il sangue scorre e si raggruma
asfittico, mi schiaccia e mi consuma,
perché la colpa mia è cosa dovuta.

Pargolo Ridente

A G.

A te, che pur urlando nel deserto,
che sbraiti ormai perdìto, l’alma in pezzi
supino, il volto volgi al cielo aperto
giacché volsti disfarti de’ tuoi vezzi.

A te, ch’in toto mergi te nell’acque
palustri e furve, d’infero privato,
protenditi a quel Lume che rinacque
da rime. Il meto tuo già t’àn mostrato.

Risali ordunque all’aere in isperanza,
che vento e sol detergano e rinnovin
fiducia in petto e quiete alla tua mente.

Che tu sia libro d’ogne antica usanza,
vetusti l’odi e l’ire in te non covin,
ritorna ad esser pargolo ridente!

Laura

Un transito incombente mette fine
al tempo del pusillo ed arto spazio,
per plaga dare al tempo in cui m’ingrazio
la volontà d’un Padre a me ora affine.

E penso a te, mia Laura, a quei tuoi occhi,
nel mentre che il mio corpo resta in quiete,
epistole e parole dolci e liete
che come di campana dei rintocchi,

nel fragile mio marmo fecer crepe
che la tua gentil forza ebbe scalfito.
Aperse danze al crollo delle mura

di quel fortino che, sol per paura,
erigo per rinchiudermi ferito,
in quella tana, ch’anche angusta tepe.

Spine

Non son rosee, ma oscure membranze,
degli atroci crociati causati
ch’io per mezzo di dimenticanze
nella nebbia rimossi schiacciati

quei peccati di chi governava
con la boria di chi giammai erra,
mentre infìda la sposa sua dava
dolci frutti e frattanto sotterra

ogni indizio che mostra il sentiero,
per uscire dalla cittadella,
per distoglier da cerca del vero
mentre un tiepido pasto cesella.

Liberarmi di quelle catene
ebbi il compito ingrato quel giorno
coi miei occhi di lacrime piene
feci al mare un gradito ritorno.

Era gelida notte e permasi
in balia di quell’acque salate,
della spuma gli scogli ormai invasi
e di quelle mie gote rigate.

Eran lì che fluivan brucianti
traboccando e sciogliendo ogni laccio
che m’artava in paludi stagnanti
di quel gregge recluso all’addiaccio.

E fu allora che vidi me stesso,
proiettato in avanti, deciso
di lasciar tutt’indietro indefesso,
pur da vecchi compari ormai inviso.

E mi veggo quest’oggi più forte,
vincitore di tante battaglie,
pur afflitto da spine contorte
che nel cuore mi fan rappresaglie.

La colpa dei colpi tuoi inferti

La colpa dei colpi tuoi inferti,
non placa di darti tormento,
rimembra il dolore violento,
che causi e nel mentre diverti

quel pubblico vile e servile,
ch’a quel tergo tuo si dispone,
cachinna vigliacco, guascone,
è parte d’un unico ovile.

Sol ora realizzi quel male
causato per puro diletto,
per gloria, sentirti l’eletto,
o peggio, per atto banale.

Sia grato tu dunque al perdono
di chi taciturno t’osserva
e sine sentenza riserva
per te grande amor e quel trono

sul quale ora siedi, lo avverti,
a render condono t’invita,
perché non sia rinvigorita
la colpa dei colpi tuoi inferti.

Non Voglio Una Pelle Splendida

Papà,

nella tua onnipotenza, sei naturalmente a conoscenza di quanto cantano gli Afterhours: voglio un pensiero superficiale che renda la pelle splendida a salvarmi.

Te lo dico con molta chiarezza.

Non è ciò che voglio io.

Voglio, esigo, pretendo, impongo profondità.

Voglio, esigo, pretendo, impongo realtà, bruciante, dolorosa, soffocante, ma formativa, temprante, consapevolizzante.

Voglio, esigo, pretendo, impongo totalità.

Voglio, esigo, pretendo, impongo Vita.

Voglio, esigo, pretendo, impongo Verità.

Processo irreversibile, inarrestabile, indietro non si torna. Qualcuno ha il fegato di seguirmi in questo viaggio?

Ed è quello che vuole, in fondo, anche Manuel Agnelli. Lo saprà questo?

Ed è per questo che questa canzone, testo e musica, è pura poesia e ricerca dell’Infinito.

Devo solo capire se preferisco la versione originale o quella con Samuel Romano.

Buon ascolto a te Papà, e a voi tutti.

Amen

Siediti lungo la riva del fiume

Siediti lungo la riva del fiume e osservalo, perché non c’è altro da fare.

Guarda l’acqua torbida che scorre e abbi pazienza, nessuna azione concreta può decontaminarla, ripulirla definitivamente. Sarebbero soluzioni temporanee. Quella che vedi è acqua che non può fare altro che fluire, e tu non puoi far altro che star lì a guardarla, a osservare la corrente che porta via con sé pesci morti, plastica, liquami, spazzatura, merda, a sopportare i miasmi e l’odore terrificante che sei l’unico a percepire, che prova a invischiarti, a travolgerti, che ti fa sentire solo, incompreso e arrabbiato verso un mondo che percepisci come giudicante e superficiale.

Tieni duro, aspetta, sopporta, osserva, non giudicare, respira. Lascia che accada, che l’acqua si ripulisca.

Forse una cosa potresti farla: raggiungere quel macchinario infernale in fondo al sentiero, che produce rifiuti e li versa nella sorgente, e provare a spegnerlo, anche se inciamperai e cadrai, anche se ti sbuccerai le ginocchia e i palmi delle mani e, soprattutto, anche se il vento lungo il cammino ti farà volare via come una foglia e ti riporterà spesso al punto di partenza. Non scoraggiarti, credici, riprovaci, entraci di nuovo, ogni giorno farai un pezzo di strada in più. E poi di nuovo.

Siediti lungo la riva del fiume e osservalo, perché non c’è altro da fare.