Sabato Sera

Sollievo sopraggiunto, eterna lotta,
d’un orbe soffocato da un padrone,
m’elevo a mani giunte a Te, rimbrotta,
assorbi il me negato e testimone.

Rileva, prendi spunto, esterna flotta;
la serpe ha ormai placato ogni tenzone,
l’alcova è non più unta, sverna rotta,
le turbe hanno assediato altra fazione.

E penso a te, alla virtude mancante,
sommersa da una peste celebrata,
pusilla servitrice assai banale;

l’immenso re ormai ci esclude, distante,
dispersa già ogni festa, disertata.
Sobilla, o meretrice, non fai male!

Schegge

Sospeso siedi, vegliardo canuto;
del gregge stolto, esecutor prudente,
già nell’estrario tace l’urlo muto,
sopra vivente.

E un cinguettare, sol sòno di vita,
l’aere ora riempie e i muri vitri frange;
gente dissolta che tra sé s’addita
nel mentre piange.

Ove aderire, secrete mie schegge?
Per quale tramite invenir lucente
dalla caligine cinerea legge
d’un conte assente?


Ancora Al Chiuso

Attesa, nella gravità ch’è assente
nel qui, bambagia grigia che, sospetta,
così, m’adagi, bigia, ma sei infetta;
ottusa, dell’oscurità servente.

Ripresa di speciosità, si mente
a chi, qui, indugia ligio, ma rifletta
al dì che già al prestigio s’erge eretta
la resa alla viltà, ad un espediente.

Chiudici a chiave, docente vigliacco!
Hai tra le mani dei nastri di seta,
intento, mozzi le gole a conigli,

unici schiavi, lo ostenti e dai scacco;
sia mai il domani, siam mostri di creta,
ordente, insozzi le suole ai tuoi figli!

Fendente

Iniquo mondo, qui in bolle distanti,
ognuno ch’ormai mira i suoi fantasmi
mutevoli e cangianti ad ogni istanti;

quale destino ci resta sperare,
immersi ormai solinghi nei miasmi
d’un claustro ch’imminente s’ha da fare?

Ché la salvezza si fa nel presente,
parando della vita ogni fendente!

Sagitta

Ove l’amor sorgerà com’un sole
dietro le verdi colline ed i campi,
ecco, disperdi, qui giungono i lampi,
ove il timor prevarrà, tra noi sole

anime, ch’ergono mura di cinta,
chiuse all’ignoto dal fosco ch’invita,
di ragion pura ch’occide la vita,
aridi conti, sapienza dipinta.

Fallo, Sagitta, t’ascolto e ti rendo
grazie per essermi guida discreta,
assieme al cuor ed il capo, t’erigi

verso il Destino, perché non mi vendo,
neppur mi chino alla Patria, profeta
di cui non son, vo a novelli prestigi.

Casa Surace e la Fuga da Milano

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– Oh Ricky, Ricky, Ricky, muoviti dai, passami le valigie, ché sennò il treno qua parte senza di noi! – fece Pasqui al suo amico meneghino, concitatissimo, ma senza mai perdere la sua ostentata allegria meridionale. Pasquale era riuscito miracolosamente a salire sul regionale delle 06:45, che li avrebbe condotti dalla stazione di Milano Centrale a quella di Napoli Centrale. Avrebbero dovuto sopportare due cambi, il primo a Pisa e il secondo a Roma, ma in quel momento, l’unica cosa che contava davvero era fuggire dalla Lombardia il prima possibile, a seguito dell’ultimo decreto del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che chiudeva in via temporanea la Regione, a causa del pauroso incremento dei contagi provocati dal Coronavirus.

Ricky, dalla banchina, sudato e circondato da una folla in panico, gli passò a fatica quattro valigie pesantissime, delle quali, oltre a numerose scorte di cibo, una conteneva quintali di mimose, da consegnare a mamma Antonella per la Festa delle Donne. Riuscito con grande impegno a portarle sul treno, Ricky riuscì finalmente a salire sul convoglio, aiutato dall’amico Pasqui che lo sosteneva, mentre mani di gente inferocita cercavano di afferrarlo e trascinarlo giù per impossessarsi di quel mezzo che avrebbe costituito la salvezza per tutti i meridionali coraggiosi che abbandonavano Milano in quel momento di difficoltà.

Si sedettero nel corridoio, strapieno di persone accalcate, delle quali alcune distese sul pavimento addormentate. Sistemarono alla meglio i pesantissimi bagagli in quello strettissimo antro e vi si accomodarono sopra. Non c’erano più posti a sedere. Il treno, lentamente, si avviò.

– Oh Ricky, hai visto? Ce l’abbiamo fatta! Scappiamo da questa città maledetta! Adesso il viaggio sarà un po’ lungo, ma tanto che cazzo ce ne frega a noi? Io i sintomi non ce li ho e manco tu! Mo che arriviamo a Napoli ci ospita mia madre e stiamo là fino a quando ci pare e piace a mangiare e a uscire. Tu ti sei messo in malattia? Tanto mica mandano le visite fiscali in questo periodo. Figurati!

– Pasqui, ma dai! Io non son mica tanto convinto di questa decisione! Non posso abbandonare così vigliaccamente la mia città! Mi sento un tantinello in colpa! – rispose Ricky.

– Oh Ricky, ma che cazzo ce ne frega a noi? Adesso ci stiamo un mese o due a casa di mia madre, a mangiare e a non pensare a niente! Questa città ci ha traditi! L’ho sempre detto che dovevo rimanere al Sud! Ringrazia che ti ospitiamo gratis, dove la trovi un’accoglienza così? – fece Pasqui in risposta.

Ricky aveva qualche dubbio su quel ragionamento vagamente familistico da parte dell’amico. Decise in ogni caso, per non fomentare ulteriori polemiche, di soprassedere.

– Pasqui, vado un attimo in bagno, perdonami! – fece Ricky, cambiando discorso.

Ricky si alzò dalla valigia su cui era seduto. Percorse in punta di piedi il corridoio cercando di infilarli nei pochi interstizi liberi da persone che giacevano al suolo e, dopo circa una mezz’ora, benché il bagno distasse una decina di metri dal punto in cui erano seduti, raggiunse la latrina.

Si trovò dinanzi alla porta di quel bagno fetido, in quel momento chiusa, ma ciò nonostante stranamente libero, come segnalava il nottolino della serratura.

Aprì la porta senza indugio, per sobbalzare e impallidire immediatamente:

– Oh, Cristo! – fece impaurito.

Dentro la latrina, c’erano tre zombie che si muovevano in maniera convulsa e grugnivano bestialmente, con gli occhi scarlatti: erano Massimo Gramellini, Lorenzo Tosa e Stella Pulpo, contagiati nella loro incursione al laboratorio segreto di Codogno, dove il Covid-19 era stato a suo tempo isolato.

Di colpo, gli zombie si voltarono e si resero conto di quella presenza umana e appetitosa. Puntarono Ricky, dando maggiore enfasi ai loro grugniti e sbuffando affamati:

– No, vi prego, signori! Ragioniamo un momentino! Sono giovane e milanese! Andate nei corridoi, ci sono un sacco di terroni! Sono molto più appetitosi di me, non fanno altro che mangiare, dalla mattina alla sera! A mio avviso, costituiscono un’alimentazione più sana e più varia, un toccasana per il vostro fabbisogno energetico giornaliero! No, cazzo, figli di puttana, non provate neppure a…

Non fece in tempo a terminare la frase, che i tre zombie saltarono addosso al povero meneghino, sbranandolo crudelmente. Il sangue di Ricky schizzava da tutte le parti.

I tre morti viventi, usciti dal loro puzzolentissimo nascondiglio, entrarono, ancora più ghiotti e famelici, nel corridoio del Regionale 2117. La folla, resasi conto di quelle presenze mortifere e antropofaghe, cominciò a urlare disperata e a fuggire all’interno del treno, implacabilmente chiuso, in moto e, pertanto, privo di vie di scampo.

Il mortale convoglio proseguì il suo lento cammino verso Pisa Centrale, primo cambio, mentre i finestrini, chilometro dopo chilometro si macchiavano sempre più inesorabilmente di sangue meridionale.

Gli zombie radical chic propagarono il contagio e al contempo banchettarono solennemente con carne di terrone. Di Pasqui, non rimasero che ossa spolpate.

Non v’era ormai scampo, per il Belpaese.